Anch'io, X ORA, ho intenzione di lavorare come PSICOLOGA e non come psicoterapeuta. Oramai sembra che la specializzazione sia diventata quasi un obbligo x gli psicologi. Io non sono d'accordo. Dobbiamo rivalutare la figura dello psicologo.:cool:
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Anch'io, X ORA, ho intenzione di lavorare come PSICOLOGA e non come psicoterapeuta. Oramai sembra che la specializzazione sia diventata quasi un obbligo x gli psicologi. Io non sono d'accordo. Dobbiamo rivalutare la figura dello psicologo.:cool:
:approved:Citazione:
Originariamente postato da Dottoressina
Anch'io, X ORA, ho intenzione di lavorare come PSICOLOGA e non come psicoterapeuta. Oramai sembra che la specializzazione sia diventata quasi un obbligo x gli psicologi. Io non sono d'accordo. Dobbiamo rivalutare la figura dello psicologo.:cool:
Grande, la penso esattamente come te!!
A parte che lo psicologo e lo psicoterapeuta sono due cose diverse, poi non è vero che lo psicologo non può fare nulla...come ci fanno credere dal primo anno di università!
Lo psicologo è un professionista che può fare diagnosi, colloqui e un sacco di altre cose!!!
Proprio così! Io mi sono laureata nel 2001 e mi sono iscritta alla specializzazione solo quest'anno. E ho sempre lavorato! Come psicologa puoi (e cito la Legge dello psicologo n56/89): usare strumenti conoscitivi (test), e di intervento (alcune tecniche) per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione e riabilitazione, sostegno. Tutto questo si può fare in sedute individuali, di gruppo, negli enti, scuole ecc. ecc. Inltre possiamo anche fare attività di sperimentazione, ricerca e didattica. Questo significa che possiamo anche organizzare ricerche e corsi di formazione.
Già! concordo in pieno anche io.. l'importante è non abbattersi. Alla fine abbiamo una laurea.. direi che a qualcosa ancora serve... per quanto se ne possa dire..psicologo e psicoterapeuta sono due lavori diversi esattamente come medico di base e chirurgo plastico.
Parte del problema sta nel fatto, secondo me, che spesso le due professioni si confondono perchè in fondo in fondo nemmeno noi sappiamo bene cosa è psicoterapia e cosa psicologia, contibuendo a confondere ulteriormente le acque...
Inoltre la sproporzione fra offerta (di psicologi e aspiranti) e domanda (effettivo bisogno) ha fatto partire una specie di corsa al titolo (che è più facile da acquisire rispetto all'esperienza, dato che quella non te la fanno fare...): perciò visto che intanto non posso fare lo psicologo mi iscrivo ad una specializzazione così ho più possibilità di ottenere lavoro.
Ma quale? Come psicologo o come psicoterapeuta?
Si pensa che la scuola di psicoterapia dia più strumenti... è vero, ma dovrebbero essere strumenti diversi rispetto a quelli dello psicologo, non "ripetizioni" per diventare psicologi più bravi.
Anche perchè poi psicologi "semplici" non riescono più a lavorare dato che ci sono psicologi-psicoterapeuti che, dato che poi come terapeuti non è che si lavori tanto di più, ritornano a fare gli psicologi pensando di essere diventati più bravi.
Non so, io ci vedo solo una gran confusione, senza più confini, con il rischio che poi psicologi neo-laureati si improvvisano terapeuti perchè tanto sembra che non ci sia differenza fra una professione e l'altra...
Esatto, concordo in pieno. Bisognerebbe avere un idea chiara di cosa è lo psicologo e cosa è lo psicoterapeuta. Sono due professioni diverse ma complementari. Io sono neolaureata quindi dico ciò che penso ma magari sbaglio.. secondo me, per esempio, uno psicoterapeuta può essere il più bravo a fare terapia perchè ha studiato molto e fatto un sacco di esperienze. Però, magari, non avendo molta esperienza nel campo più specifico dello psicologo perchè si è sempre buttato nella terapia, non è così bravo a fare "solamente" lo psicologo: stendere un progetto, lavorare nel sociale con soggetti che non hanno bisogno di terapia ma solo di supporto, somministrare test... una persona che fa la scuola di psicoterapia può non essere brava in un determinato campo quanto magari uno psicologo che ha fatto un master iperspecializzato in quel campo.. però, la persona che ha fatto la scuola sarà sicuramente in grado di fare una terapia e fornirà sicuramente un grossissimo supporto a chi ne ha bisogno. Sono due cose complementari.
Quello che dite è vero, ma in parte. Da un lato è vero perché spesso la specializzazione la si frequenta e la si supera così come abbiamo fatto l'università (molto superficialmente - non dipende da noi, ma penso sia così, il fatto che non sappiamo la differenza tra psicologo e psicoterapeuta ne è un esempio :( ), quindi lo psicologo che nel frattempo si è fatto le ossa con il lavoro è "più bravo" dello psicoterapeuta che non ha mai lavorato. Ma, se la specializzazione viene fatta bene, se il tirocinio è fatto bene, se ci si mette alla prova durante la specialità, allora è diverso, allora ci sono specializzazioni che insegnano a somministrare test e a fare psicodiagnosi, allora si approfondiscono in modo pratico tecniche lette solo sui libri...Credo che sia sempre molto importante il COME si fanno le cose più che il titolo in quanto tale.
Esprimo la mia opinione, sapendo di essere in controtendenza.
Mettiamo che una persona vi contatti per un disturbo psicopatologico. La sua richiesta più o meno esplicita è quella di stare meglio. Se noi psicologi decidiamo di inoltrarci in questo percorso con la suddetta ci troveremmo in un percorso di terapia, almeno dal punto di vista del paziente. D'altra parte gli psicologi non psicoterapeuti (compresi quelli in formazione anche se non solo) che lavorano nel clinico non dicono al paziente "guardi che sono ancora uno specializzando oppure guardi che io non posso fare terapia, posso solo somministrarle test (che poi bisogna capire a che cosa servono se non per impostare un lavoro successivo che se non è di terapia bisogna capire che cos'è) farle da sostegno (il paziente penso che a questo punto si rivolgerebbe ad altri)"... poi nel migliore dei casi se realizzerà di sentirsi incompetente lo invierà ad altri, magari psicoterapeuti esperti, propri tutor o professori....
In sintesi dal punto di vista del paziente la differenza, quando è percepita, è labile, e dal punto di vista della pratica credo che lo psicoterapeuta sia effettivamente uno psicologo clinico più formato e quindi il più delle volte più competente e che potrebbe avere più esperienza alle spalle (questo per dire non sarà vero per uno psicologo quarantenne e uno psicoterapeuta trentenne)... Ma credo che la differenza fra una seduta psicologica e una psicoterapeutica stia solo "dentro lo psicoterapeuta".
Santiago
Concordo, alla fine la differenza la deve "sentire" il professionista (sempre sperando che lo sia, nel lavoro ho sentito cose raccapriccianti! E bisogna stare attenti: la nostra professione è poco "riconosciuta" e poco "capita" per l'orrore che c'è in giro!!!).
Io credo che a volte si possa dire semplicemente "cerchiamo di capire cosa sta succedendo incontrandoci un tot di volte (3 o 4) e poi vedremo cosa fare".
Se poi ci accorgiamo che la persona ha bisogno di un aiuto che noi non siamo in grado di dare si può dire "credo che per questa situazione che abbiamo visto (e qui è fondamentale il nostro ruolo anche nell'aiutare la persona a capire cosa sta succedendo), ci sia bisogno di un aiuto più specialistico: posso indirizzarla a questa persona/struttura/ente che potrà aiutarla avendo una specifica formazione in questo senso".
Se però noi per primi non sappiamo quando dire questa cosa (questa situazione è da psicologo o da psicoterapeuta?) o abbiamo paura di "perdere" il paziente (prima che ne arrivi uno passa del tempo e quando arriva si vorrebbe tenerselo), ecco che la confusione aumenta.
Comunque lo psicoterapeuta non fa terapia meglio dello psicologo: fa terapia e basta.
Lo psicologo fa sostegno psicologico, che è proprio un'altra cosa.
Non è questione di essere più o meno bravi, è questione di ambiti diversi.
E, come giustamente sottolineava qualcuno, non è detto che lo psicoterapeuta sappia fare lo psicologo se non l'ha mai fatto...
Il discorso, vimae, non credo regga.
Io quantomeno restringo il discorso allo psicologo clinico. Nel forum recentemente qualcuno si è domandato se uno psicologo può prendere in carico un paziente che soffre di attacchi di panico. Ti giro la domanda.
Se uno psicologo può arrivare fino a un certo punto perchè questo fantomatico paziente non dovrebbe andare subito da uno psicoterapeuta? E' etico da parte dello psicologo che ha in cura un paziente con una sindrome di interesse clinico tenerlo per pochi incontri per poi, nel rendersi conto che non ha una competenza sufficiente, inviarlo all'esperto?
E nel caso gli incontri stiano andando a buon fine ma ci sende ronto conto che il processo sta prendendo forma di una terapia bisogna inviarlo all'esperto comunque? questo è etico?
Cosa fa uno psicologo clinico nella pratica?
Non fa domande? Non stimola la conversazione? Non cerca di instaurare un rapporto col cliente? Non studia il caso? Non promuove il cambiamento?
Santiago
Ed è etico se non si hanno strumenti per curare una persona (perchè l'attacco di panico va curato) non orientarla verso una strada in cui può avere una cura per tenerlo lì?
Io credo che se una persona con attacchi di panico si rivolgesse ad uno psicologo sarebbe inutile fare una diagnosi (c'è già dal primo incontro) e che quindi si possa, dopo il primo colloquio, fare quel discorso.
Diverso è avere una persona che si sta separando e chiede un sostegno per affrontare il momento di transizione, che ha appena avuto un lutto e ha bisogno di uno spazio per rielaborarlo o altre situazioni in cui il tipo di lavoro che si fa è diverso e in cui si hanno gli strumenti per fare.
La cura è cura, il sostegno è altro.
Quindi lo psicologo clinico non è clinico? nel senso che non si interessa di problematiche psicopatologiche? e il suo campo è limitato all'assenza della sofferenza sintomatologica?
Stai dicendo che uno psicologo (nè uno specializzando) non può fare "colloqui" con un paziente che è già "marcato" da una diagnosi? Le cose non vanno proprio così...
a meno che lo psicologo venga visto come il prete di turno che dà "sostegno e compagnia" a chi non ce le ha....
Separazioni, lutti, difficoltà di transizione non generano sofferenza e "sintomi"? Interi corsi post specializzazione di psicoterapia si interessano di elaborazione del lutto... Questo per dire se sei così convinta che uno psicologo abbia questi strumenti... nella mia facoltà non c'è mai stato un corso specifico su questi temi a differenza di quelli clinici... Per dirla tutta io sarei più competente in problemi psicoaptologici che non in quelli che hai menzionato tu...
Se ti va mi piacerebbe riflettere insieme anche su questa parte del mio post:
E nel caso gli incontri stiano andando a buon fine ma ci sende ronto conto che il processo sta prendendo forma di una terapia bisogna inviarlo all'esperto comunque? questo è etico?
Cosa fa uno psicologo clinico nella pratica?
Non fa domande? Non stimola la conversazione? Non cerca di instaurare un rapporto col cliente? Non studia il caso? Non promuove il cambiamento?
Santiago
condivido in pieno il pensiero di vimae. la cura è cura ed il sostegno è altro.. perchè mandare da uno psicoteraeuta una persona che sta soffrendo per una separazione? E' vero che questa persona può mostrare dei sintomi ma che sono dovuti ad una fase della sua vita e non da una psicopatologia.. mandarla a fare terapia potrebbe forse fare più male che bene..sarebbe un po' come ricoverare in ospedale una persona con l'influenza tipica da autunno.. secondo me lo psicologo è colui che cura dei sintomi dovuti ad un particolare evento della vita normale di ognuno.. dei sintomi creati da un periodo in cui qualcosa cambia è crea nella persona un senso di disagio. Lo psicoterapeuta invece è colui che cura dei sintomi dovuti ad una psicopatolgia o ad un evento traumatico che destabilizza le strutture più profonde della persona. provo a rispondere alle domande qui sopra:
nel caso gli incontri stiano andando a buon fine ma ci sende ronto conto che il processo sta prendendo forma di una terapia bisogna inviarlo all'esperto comunque? questo è etico? Se gli incontri stanno andando a buon fine significa che il "paziente" sta cominciando a stare bene senza aver avuto bisogno di una terapia (perchè lo psicologo non fa terapia).. io valuterei: se secondo me tramite dei semplici colloqui di sostegno vedo che il paziente riesce a star bene continuo con i miei colloqui e non li faccio diventare terapia!!!!, se vedo che sta meglio ma reputo che ha bisogno di un intervento che vada più nel profondo per stare davvero bene posso proporgli un invio spiegando le mie motivazioni.
Cosa fa uno psicologo clinico nella pratica?
Non fa domande? Non stimola la conversazione? Non cerca di instaurare un rapporto col cliente? Non studia il caso? Non promuove il cambiamento? si, lo psicologo fa tutto questo!! Il suo intervento, però, è focalizzato su una precisa problematica che non va a toccare le strutture più profonde dell'individuo. esempio: il bambino che soffre per la morte del genitore. Lo psicologo tramite colloqui, allenza terapeutica e tutti gli strumenti a sua disposizione cerca di aiutare il bambino ad elaborare il lutto e a stare meglio MA non va a cercare di modificare le strutture e la persnalità del bambino poichè lui, se non ci fosse stato questo lutto, sarebbe "funzionato" (passatemela.. sono stanca :)) benissimo.
"Se gli incontri stanno andando a buon fine ma ci si rende conto che il processo sta prendendo forma di una terapia"... secondo me gli incontri non stanno andando a buon fine!
Perchè se eravamo partiti col presupposto di non fare una terapia perchè non la sapevamo fare e ora la stiamo facendo (pur continuando a non saperla fare)... forse c'è qualcosa che non va!
Oltre al rischio di entrare in collusione con alcune aree scambiando per benessere un momento di stasi o addirittura un peggioramento: ad es. il bambino che ci viene inviato perchè aggressivo a scuola e che, dopo una serie di colloqui simil-tarapia ma che non sono terapia, smette di esserlo.
Poi magari scopriamo che ha solo spostato il sintomo ma su quella che era la causa del disagio che lo faceva essere aggressivo in realtà non abbiamo lavorato per niente...
""Stai dicendo che uno psicologo (nè uno specializzando) non può fare "colloqui" con un paziente che è già "marcato" da una diagnosi? Le cose non vanno proprio così...
a meno che lo psicologo venga visto come il prete di turno che dà "sostegno e compagnia" a chi non ce le ha...."""
Se noi pensiamo che lo psicologo è come il prete di turno ci credo che poi tutti gli psicologi aspirano ad essere psicoterapeuti!
Forse, come dicevo, tutto sta nel chiarirci cosa intendiamo per psicologo...
Il dramma forse è che tutti coloro che hanno postato sono psicologi.
Nemmeno come terapeuta d'altra parte, mi proporrei di lavorare sulle strutture profonde della personalità. Questo lo fa (o mira a farlo) una certa categoria di terapeuti che segue un determinato orientamento teorico.
D'altra parte non si può non sottolineare che la definizone di "terapeutico" non spetta esclusivamente al professionista.
Una persona che chiede aiuto per una sofferenza, che sia ad uno psicologo, che sia ad un terapeuta, chiede di stare meglio.
E' implicita nella sua domanda la richiesta di terapia.
Mi è difficile credere, e la mia esperienza me lo conferma, che uno psicologo ai primi incontri con un paziente, dichiara che esistono altri professionisti che meglio di lui possono occuparsi di quella problematica perchè hanno il titolo di terapeuta.
Ma scendo nel pratico: una ragazza che conosco bene, bulimica, ha iniziato dei colloqui con una psicologa non psicoterapeuta da più di 6 mesi. Questa, secondo voi, è fuori legge? Quanti colleghi conosco allora che lo sono? sono l'unico a conoscerne? questa è la regola....
Psicologi clinici e psicoterapeuti si dividono "lo stesso pane".
Cià che è terapia e ciò che non lo è non viene sancito dal diploma dell'esperto, ma da variabili intra-rapporto che si formano tra i due protagonisti, spesso implicite.
Spesso dall'esterno, o dal punto di vista del paziente, non vi è differenza tra il lavoro dello psicologo e quello di un terapeuta e spesso quelle che ci sono sono meno pronunciate di quelle che si vedrebbero tra due terapeuti di diversa formazione.
Mi sono abituato a credere che viene definito terapia ciò che viene fatto da un terapeuta, al di là di quello che fa.
Nel concreto la terapia è quell'incontro in cui vi è una domanda ineludibile da parte del paziente a cui lo psicologo o il terapeuta risponde mettendo in campo il proprio bagaglio emotivo-relazionale e culturale per risignificare dolori, patologici e non.
Santiago
...Scusate, ma guardate che lo "psicologo clinico" è anche psicoterapeuta, è lo psicoterapeuta che non è "psicologo clinico". Per diventare "psicologo clinico" bisogna fare la spicializzazione post laurea quinquennale. Diversa è la laurea in picologia clinica e di comunità, che mica sforna psicologi clinici, semmai sforna psicologi clinici e di comunità, che è ben diverso
a dire il vero, la laurea è solamente in Psicologia, senza nessuna altra specificazione. Poi, come ben dici, per essere Psicologi Clinici bisogna fare la scuola post-lauream.Citazione:
Originariamente postato da paroletta
...Scusate, ma guardate che lo "psicologo clinico" è anche psicoterapeuta, è lo psicoterapeuta che non è "psicologo clinico". Per diventare "psicologo clinico" bisogna fare la spicializzazione post laurea quinquennale. Diversa è la laurea in picologia clinica e di comunità, che mica sforna psicologi clinici, semmai sforna psicologi clinici e di comunità, che è ben diverso
Sono della stessa idea di Santiago.
Mi sembra che la domanda del paziente sia sempre relativa ad un equilibrio che è venuto a mancare che si esprime nel disagio, sia esso un sintomo specifico o molto vago (es. il divorzio di cui si parlava), che richiede come tale una presa in carico, ovvero una psicoterapia. Trovo veramente difficile sostenere la posizione secondo cui un terapeuta si occupa di psicopatologia ed uno psicologo di "sostegno in momenti difficili". Non posso pensare che una persona si rivolga allo psicologo perchè, ad es., ha bisogno di un sostegno dopo un divorzio. Dietro questa richiesta c'è ben altro, anche se non in modo consapevole.
Sono, quindi, molto dubbioso sul concetto di sostegno psicologico, che, se non è pensato con un fine terapeutico, non credo che risolva alcunchè e quindi lo trovo poco utile per il paziente e corretto per noi.
Sono invece convinto che allo psicologo che si occupa di "clinica" spettino compiti ben precisi come ad esempio la diagnosi, gli interventi istiuzionali etc...
Un saluto
a me questo sembra denigrare un po' la professione di psicologo... della definizione stessa di psicologo c'è scritto che:
1. La professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.
Le attività di riabilitazione e di sostegno dove le poniamo? Non voglio dire che il neolaureato sia in grado di fare una cosa del genere ma non vedo perchè lo psicologo esperto non possa essere in grado di farlo.. mi sembra che ci lamentiamo tanto del fatto che non c'è lavoro ecc ecc.. e poi siamo noi i primi a chiuderci le porte in faccia. Pensandola così il percorso della scuola è un percorso obbligato.. chi va dallo psicologo a fare solo la diagnosi per poi rivolgersi ad uno psicoterapeuta che probabilmente vorrà rifargliela? Sarei io stessa, psicologa, a dire al paziente di andare direttamente da un altro perchè mi sembrerebbe poco corretto fargli spendere soldi per niente.
Non ho intenzione di denigrare la professione.
La mia critica era rivolta però al concetto di "sostegno psicologico" che, sebbene sia incluso tra le attività che può svolgere lo psicologo, è a mio parere ben poco definibile, una sorta di "terra di mezzo" tra il colloquio diagnostico e quello terapeutico che non trovo utile nè corretta. Quindi non penso che sia una questione di chiudersi porte in faccia, ma piuttosto, al contrario, di capire fino a dove è possibile arrivare essendo utili al paziente.
Sul percorso, non credo che sia per forza obbligatorio iscriversi ad una scuola, ma indubbiamente è una scelta da prendere in considerazione se si vuole lavorare specificamente nella clinica. A maggior ragione se si vuole lavorare privatamente dubito che il solo titolo di psicologo possa bastare.
Detto questo, se qualcuno ha la possibilità di lavorare esclusivamente sull'assesment clinico, ad es. in strutture, o in ambiti di prevenzione, riabilitazione, lavoro in organismi sociali o comunità, sono d'accordo che non avrà bisogno di fare la specializzazione.
Capisco la tua posizione ma non sono d'accordo :) Secondo me l'importante è avere ben chiaro in testa che non puoi fare terapia e devi trasmetterlo anche alla persona che ti viene a chiedere aiuto. Se vuoi lavorare nel privato devi chiarire che potrai offrire sostegno ma non fare terapia.. infatti, secondo me, uno psicologo che ha il suo studio privato non può, in generale, offrire sostegno psicologico su tutto. Dovrà formarsi in particolar modo su determinate problematiche e puntare su quello...Se no davvero diventi il "prete" che ascolta. Infatti non dico che il neolaureato sia in grado di aprirsi uno studio ma non vedo perchè un "semplice psicologo" formato sulle dinamiche di una determinata situazione non possa essere in grado di fornire dei colloqui di sostegno in quella situazione.
Saretta personalmente vedo come molto difficile trasmettere ad una persona che "non si fa terapia", in primo luogo per l'investimento emotivo che entrambe mettono, in secondo luogo perchè, a meno che non si sia in una fase diagnostica, l'attesa consapevole o meno, del paziente, è la presa in carico. Peraltro credo che, a meno che non si fornisca del semplice ascolto, tutto ciò che si può fare in un sostegno va, almeno implicitamente, se non nelle intenzioni, verso la psicoterapia, anche se focalizzato su un solo tema.
A questo punto però ti chiederei di specificare cosa intendi tu per colloqui di sostegno.
Un saluto
E' incredibile che ci sia tanta difficoltà nel prendere la "posizione" del paziente...
Dentro "la terra di mezzo", chiusa la porta, ognuno fa ciò che vuole perchè deve rendere conto solo a se stesso. All'uscita può dire, e più spesso dirà, che è stato un colloquio di sostegno...
Santiago
Ragazzi x un errore che ho commesso nel risp. ad un messaggio su un altro forum, si è creata una nuova discussione....... MI FA PIACERE!!! Non credevo che ci fossero molte altre persone che la pensano come me. Io credo che, proprio per il fatto che ogni psicologo si specializzi in psicoterapia e di conseguenza si occupa anche di patologia, non verrà mai capita la vera professione dello psicologo qual'è. Io sento persone che pensano che io mi occupo dei "pazzi". E' assurdo. Io credo che, ad un certo punto, dobbiamo chiederci se vogliamo occuparci di patologia o di normalità. Io mi voglio occupare di normalità. (Non lavoro ancora, ho l'esame di stato a maggio!! :( )
Alcuni psicoterapeuti che conosco mi dicono che i master non servono a nulla... meglio specializzarsi direttamente. Io non sono d'accordo.
Dopo la laurea quinquennale e l'abilitazione, il mio titolo è 'Psicologo', ma anche 'dott.ssa in Psicologia clinica e di comunità' ed entrambi possono essere riportati x es. sulla targa dello studio, sul biglietto da visita ecc. La gente non coglie la differenza e se volessi sottolineare che il mio ambito di lavoro è quello clinico (diagnostico/di sostegno ecc.) piuttosto che quello x es. della selezione del personale potrei usare la dicitura 'dott.ssa in ...' Dunque, Psicologo con laurea in Psicologia clinica. Questo è quanto ho 'guadagnato sul campo' ed è anche quanto consente la legge.
A me è stato insegnato che il sostegno è una forma di terapia, infatti si chiama 'terapia di sostegno'. Essa consiste nel 'sorreggere' il paziente nel periodo in cui, a causa di un qualche evento negativo, ha perso il precedente equilibrio che lo faceva 'funzionare', bene o in qualche modo. Sorreggere significa accogliere, ascoltare, offrire un punto di riferimento certo e stabile nel momento della paura.
Questo 'accompagnamento' della persona nel momento di difficoltà consiste anche nell'individuare le risorse a sua disposizione e mobilitarle al fine di 'guarire la ferita' e recuperare la situazione precedente, qualunque essa fosse (di salute o di patologia). E questo penso che tutti la definiamo terapia. Tuttavia, si tratta di una forma terapeutica molto differente da quella che implica la strutturazione/ristrutturazione dell'intera personalità e che compete senz'altro a chi ha acquisito una specifica formazione e finalizzata a chi ha sintomi stabili ed egodistonici ecc..
Con la formazione fin qui acquisita mi sento in grado di svolgere terapie di sostegno nei casi in cui lo ritenessi necessario e, come dice chiaramente la l. 56, sono anche abilitata a farle.
Certo però la l. 56 abilita a fare terapie di sostegno anche gli psicologi laureati in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, della ricerca ecc.
E questa è una contraddizione che pesa non poco nella difficoltà di definire chiaramente i due profili professionali (psicologi e psicoterapeuti).
Però è anche una contraddizione che teoricamente consente a tutti gli psicologi di poter lavorare in tutti i campi della psicologia. Ed è questa convenienza che deve fare i conti con i principi etici che, nell'interesse del cliente/paziente, non vorrebbero si lavorasse in ambiti x cui non si è formati.
Inoltre, ricordo che la terapia di sostegno è permessa dalla legge anche ai nostri cugini counselor, a patto però che sia rivolta a persone senza alcuna psicopatologia. Dunque, secondo la legge, è la psicopatologia a venire considerata riserva di legge, cioè è chi lavora con la psicopatologia che deve abilitarsi ed iscriversi all'albo professionale.
E qui si può osservare un'altra contraddizione, quanto meno una non sufficiente differenziazione tra x es. psicologi ricercatori, clinici e counselor nel fare terapia di sostegno.
D'altra parte, secondo me, le contraddizioni, nella logica, ma anche della l. 56, sono 'strutturali' alla materia, cioè penso che quando si tratta di interventi in ambito psicologico definire dei confini netti tra ciò che è terapia e ciò che non lo è sia davvero arduo, secondo me del tutto impossibile. Basti pensare che catartico è il pianto sulla spalla di un amico e, come penso tutti sappiamo, la catarsi è uno degli elementi ritenuti far parte della lista di quelli terapeutici.
Con questi, secondo me 'sani' dubbi x la testa, mi chiedo, e vi chiedo:
come si fa a definire le varie professioni?
come si fa a definire ciò che è etico?
perchè dovremmo sentirci non in grado di fare ciò che il nostro titolo ci autorizza a fare se ciò che la legge ci autorizza a fare sembra essere l'unico 'faro-guida' del nostro comportamento professionale in questa confusione?
Mi permetto di fare un unico appunto ad una esposizione che fotogrofa interamente il mio pensiero: la terapia "psicoterapeutica" non è imprescindibilmente legata a quello che chiami "ristruttrazione della personalità": decine di orientamenti teorici distanti dalla concezione psicodinamica non mirano a questo, pur chiamandosi terapia, pur insegnado i propri capisaldi in scuole riconosciute.
Ciò significa che la totale ambiguità e confusione di cui parli (e che vedo anch'io) investe anche la terapia "psicoterapeutica" (con la maiuscola) e che dunque, in base alla legge, è terapia ciò che viene fatto da un terapeuta.
Una definizione ridicola, priva di contenuto, ma ultima. Che anarchizza i comportamenti dei professionisti e non (i counselor non psicologi) mancando di elementi chiari di demarcazione fra le diverse professioni.
In questo brodo ognuno, come dicevo prima, deve fare i conti "solo" con la propria coscienza....
Santiago
Considero che in primo luogo l'attegiamento etico dovrebbe essere ben chiaro in noi, attraverso la nostra formazione e personalità, prima ancora che attraverso una legge.
Vorrei tornare sul tema del "sostegno" perchè ho l'impressione che ci sia un grande implicito sotto: che il concetto di "sostegno" faccia lavorare e quindi vada difeso a tutti i costi. Non è mia intenzione dire che questo sia illegittimo, ma va perlomeno chiarito a noi stessi, perchè ha profonde implicazioni.
Detto questo, ripeto ancora che, a meno che non diventi qualcosa di terapeutico, il "sostegno" non serve a niente. Non credo sia possibile fare una distinzione così netta tra la psicopatologia evidente e la normalità, e in base a questo ragionamento distinguere gli ambiti. Mi sembra una scorciatoia che genera solo pasticci.
Se poi ci sono persone che col solo titolo di psicologo (ufficialmente non ha altre specificazioni) pur avendo fatto un percorso non clinico, vogliono trattare pazienti, peggio per loro, fortunatamente i pazienti sono inconsapevolmente molto "intelligenti" nel capire se le cose funzionano.
Tutte questi distinzioni (psicoterapia, sostegno, colloquio...) esistono solo nelle nostre teste, non in quelle dei pazienti. Al di là di ciò che legalmente ci è consentito fare, eticamente dobbiamo avere chiaro che ciò che siamo chiamati a fare è la presa in carico di una persona che si presenta da noi. E questo, mi spiace, ma diventa psicoterapia e penso che sia ciò che, in fondo, i pazienti si aspettano da noi.
Perfetto gieko, un unico neo: il paziente dovrebbe essere tutelato da qualcosa di più concreto "dell'autocoscienza" dello psicologo o dello psicoterapeuta... la loro intelligenza inconsapevole, prima di esplicitarsi, può avere costi affettivi, economici e "iatrogeni" non indifferenti....
Santiago
Pienamente d'accordo, anche se non è facile identificare cosa o chi tuteli il paziente.
Personalmente sono però dell'idea che, paradossalmente, in primo luogo il paziente si tuteli da sè, e questo perchè penso che, anche nelle più gravi situazioni, sia il soggetto ad essere padrone di "casa propria". Ovviamente a volte la propria tutela è quantomeno bizzarra, ma questo è un altro discorso.
In secondo luogo penso che l'altro vertice di tutela sia l'Istituzione (istituti di psicoterapia, supervisori, comunità di colleghi...) - quello che qualcuno (T. Ogden) definisce il Terzo.
Nonostante in questa società la coscienza sembri avere sempre meno peso, o forse proprio per questo, penso che essa sia molto importante, in generale per le persone ed in particolare x chi svolge, o si accinge a svolgere, la nostra professione. E la coscienza è qualcosa di estremamente soggettivo.
Penso inoltre, che oltre ad essere in relazione alla coscienza personale, la coscienza 'professionale' sia qualcosa che continui a formarsi indipendentemente con l'esperienza lavorativa. Nel senso che, pur avendo una 'coscienza di base', posso cominciare a distinguere molto meglio come tale un problema etico quando me lo trovo davanti e, attraverso il dubbio circa il comportamento da tenere, chiede una soluzione. Più problemi etici mi si presentano più 'affinata', articolata, approfondita, sarà la mia coscienza. professionale.
La formazione è quella che ci ha consentito il tempo, il luogo e le circostanze specifiche dei nostri studi, sede di laure, anni in cui si è studiato, indirizzo di studio, vari corsi paralleli con annessa possibilità di cambiare corso e seguire un certo docente con un certo programma, esami opzionali, argomento di tesi .. tutto ciò fa sì che una formazione si defferenzi anche sostanzialmente dall'altra pur essendo alla fine tutte riunite sotto la stessa etichetta formativa.
Quanto mai la personalità è soggettiva.
Evidentemente, voi siete più avanti di me in questo percorso chiarificatore che stiamo cercando di fare, ma chi come me che non ha ancora alcuna esperienza lavorativa, e mettendo insieme le informazioni che possiede entra più che altro in maggiore confusione, va da sè cerchi una guida 'sicura' per il comportamento che si appresta a tenere, che faccia appello alla propria autostima e che si rivolga alle indicazioni di legge. Almeno inizialmente, poi si farà un'idea più significativa, ma cmq non potrà mai non tenere conto delle leggi.
Penso che funzioni un pò come x i test nella clinica, un buon clinico, esperto, può raccogliere anche con il colloquio le informazioni che può dare un test, ma un principiante tende ad aggrapparvisi x fronteggiare le proprie insicurezze.
Secondo me, il sostegno è terapia, dato che, senza quella mobilitazione di risorse della persona finalizzate ad un pur minimo cambiamento, non avrebbe davvero senso. E, dato che lo psicologo (molto, molto meglio se ad indirizzo clinico) è legittimato a farla, anch'egli è, in una certa misura e x certi aspetti, uno psicoterapeuta. E in questo, risponde alla domada di cura del paziente, implicita o esplicita che sia. Penso si possa dire che il sostegno sia counseling psicologico e che il counseling psicologico promuova i cambiamenti e che, dunque, si tratti di una qualche forma di psicoterapia, magari semplice, poco evoluta, al primo stadio, ma psicoterapia.
Io mi sento di poter parlare solo di quello che conosco meglio, pur sapendo benissimo che di orientamenti psicoterapeutici ce ne sono tantissimi, anche molto distanti tra loro e tutti riconosciuti. E certo questa pluralità e diversità contribuisce alla confusione e penalizza una migliore definizione degli ambiti.
Tuttavia, mi pare di poter dire che, se la l. 56 consente allo psicologo di fare la terapia di sostegno, x psicoterapia non si intenda proprio solo ciò che viene fatto dallo psicoterapeuta. Del resto, senza queste contraddizioni non ci sarebbe confusione. E va da sè che, se noi del 'settore' nel momento in cui approfondiamo la questione andiamo in confusione, la gente 'comune' operi una grande semplificazione tra sostegno, psicoterapie cosiddette vere e proprie, colloqui, domanda di cambiamento, motivazione intrinseca/estrinseca, psicologi, psicoterapeuti, counselor e psichiatri. Però, nella stragrande maggioranza dei casi, ciò non significa affatto che, tra le non sempre affidabili tutele operate della legge e dalle coscienze individuali dei vari professionisti implicati, la persona, per quanto portatrice di un disagio, non sappia cogliere, ad un qualche livello di funziamento, come stanno andando le cose.
La questione è molto articolata, contiene vari livelli di argomentazione, il punto è che le profonde contraddizioni rendono molto difficile integrarli.
Ciao. Mi chiamo Pina.
Sono laureata da due anni e non ancora mi iscrivo ad una scula di specializzazione. Penso di farlo prima o poi ma intanto vorrei lavorare.
Anch'io pendo che fortunatamente i pazienti sentono come vanno le cose. Ma questo non è sempre vero.
Qualche anno fa una mia amica stava male. Decise di rivolgersi ad una psicologa (non so se psicoterapeuta).
Bè vi assicuro che dopo quasi un anno e mezzo è riuscita a liberarsi di questo legame che l'aveva portata ad uno stato di malessere notevole (ancora oggi non so come sia riuscita ad uscirne senza psicofarmaci: aveva disturbi del sonno, piangeva continuamente, a momenti era alienata, passava il giorno a vagare per la città sugli autobus).
Insomma devo dire che questa 'psicoterapeuta o psicologa' mi ha fatto girare parecchio le scatole.
Per fortuna la mia amica ha trovato il coraggio di uscirne (lei l'ha fatta sentire in colpa o ci ha provato) e si è rivolta ad una psicoterapeuta che l'ha saputa accogliere veramente.
Penso che di gente che sappia fare malissimo il proprio lavoro ce ne sia in tutti i campi e mi dispiace per la tua amica. Sono d'accordo con australia quando dice che la coscienza professionale sia molto importante. Io credo che questo non significhi limitare la definizione di "psicologo" tagliando via l'ultima parte ma, piuttosto, che uno "semplice psicologo" si attivi per essere sempre più competente, sappia riconoscere i propri limiti, non faccia consulenze per problemi di cui sa poco e nulla..
Non sono contro le scuole di specializzazione a priori anzi, probabilmente, in futuro ne farò una.. quando sarò realmente motivata..non dai soldi o dall'idea di una professione più richiesta (sarà poi vero?).. però davvero non riesco a concepire il motivo per il quale sia tanto diffusa l'idea, nella nostra categoria, che per fare del sostegno sia necessaria la scuola di specializzazione. Io non mi sognerei mai di aprirmi uno studio adesso, da neolaureata, avrei dei rimorsi assurdi.. però mi dico anche che se la definizione della nostra professione include il sostegno psicologico ed io con l'esperienza e, magari, frequentando un master acquisisco maggiori competenze in determinati campi.. perchè non potrei pensare di proporre del sostegno psicologico? Certamente, non farei mai della terapia intesa come cura di una psicopatologia. Io la vedo in questo modo: usiamo la coscienza, abbiamo a che fare con delle persone che stanno male, ma non tarpiamoci le ali da soli. Sottolineo il fatto che, per proporre del sostegno psicologico,secondo me, dobbiamo assolutamente essere formati su determinate problematiche dall'esperienza e dalla frequenza a corsi e master. Diciamo che, come avrete capito, ne ho abbastanza di chi vede nella scuola di specializzazione "l'unica via"... non so se mi sono spiegata.. da neolaureata indecisa sul suo futuro mi sono chiesta: fare o non fare la scuola? e spesso.. anzi.. quasi sempre.. mi sono sentita dire da altri colleghi neopsicologi "falla! altrimenti non fai nulla" penso che sia un'idea che spesso ci abbiano trasmesso alcuni professori... Ci ho pensato molto e sono arrivata a concludere che lo psicologo e lo psicoterapeuta sono due professioni diverse, la scuola sicuramente ti fornisce gli strumenti per guarire (si spera) una psicopatologia..ma anche lo psicologo qualcosa fa.. l'importante è appunto fare tutto tutto con coscienza (come diceva aurora) e conoscendo bene i propri limiti.
Io ho l'impressione che in tutto questo voler far fare terapia allo psicologo ci sia un pò la confusione del non sapere bene cosa fa lo psicologo (gli stereotipi dei film a cui siamo abituati in effetti ci passano più spesso la figura del terapeuta) e un pò la paura di essere equiparati al prete, identificando il sostegno con la pacca sulla spalla e non con un percorso di crescita e presa di coscienza personale su di sè e sul proprio essere.
Se si vuol fare terapia, secondo me, bisogna avere gli strumenti per farlo e questi te li dà la scuola di specializzazione, altrimenti ci si riempie la bocca di parole, si fanno ragionamenti che in teoria possono anche tenere... ma la realtà dei fatti non cambia e se spesso ci lamentiamo che si esce dall'università senza saper far bene nemmeno lo psicologo, trovo difficile che insegnino anche a fare il terapeuta.
Se poi vogliamo chiamare il sostegno terapia per carità facciamolo, ma così confondiamo le idee a noi stessi e ad altri, contribuendo ad alimentare pericolose sacche di confusione (ma allora anche il pedagogista, volendo, fa terapia? E se tutti facciamo terapia siamo tutti psicologi?).
Non so, io sto frequentando una scuola di psicoterapia e sono ad oltre la metà: studio, seguo le lezioni, faccio supervisione, tirocinio e lavoro. Eppure trovo faticosissimo fare terapia: spesso non so cosa fare, cosa dire, quali obiettivi darmi, e ho l'impressione di non fare niente, di non fare abbastanza, che i miei pazienti non migliorino o che migliorino senza che io abbia capito quale è stata la molla.
Vedo qui una sicurezza nel pensare di fare terapia che da un lato mi fa venire il dubbio di non aver capito nulla o di essere proprio incapace, dall'altro (dopo la svalutazione di me stessa passo all'idealizzazione) che forse si stanno facendo tanti discorsi teorici ma che la pratica sia un'altra cosa, come se io (prendo a prestito le parole) avessi un punto di vista interno ed altri uno esterno, quindi è come se vedessimo due cose diverse.
Capisco che i posti come psicologo siano pochi e che quindi si identifichi il lavoro da psicologo come quello dello studio e quindi con il modello terapeutico.
Ma se pensiamo a quello che uno psicologo fa e può fare in altri contesti, forse possiamo renderci conto che essere "psicologo e basta" non significa essere terapeuta ma nemmeno qualcosa in meno, semplicemente qualcosa di diverso.
esatto. condividio. Non volevo far passare il messaggio che per me fare sostegno e terapia siano la stessa cosa. Son due cose ben diverse e una non sconfina nell'altra.
scusate.. avevo dimenticato una cosa... cioè che secondo me uno può aprire uno studio come terapeuta (in questo caso dopo la scuola) o per fornire del sostegno psicologico. E sono due cose ben diverse!!! Non identifico lo psicologo come quello dello studio perchè può fare anche tante altre cose.. ma nessuno gli impedisce di aprirselo!
Si, è proprio vero tutto quello che dite! Lo psicologo può fare veramente tante cose, tra cui anche aprirsi lo studio e fare sostegno e counseling e psicodiagnosi!!! Sicuramente un consiglio è quello di non cominciare subito dallo studio privato perché è difficle avere invii se non ci si fa prima conoscere e si rischia di buttare tanta energia e non avere un ritorno!
Secondo me è impossibile tracciare un netto confine tra ciò che è terapia e ciò che non lo è, ne consegue una grande difficoltà nel definire i confini professionali dei diversi professionisti e della coscienza professionale del 'semplice' psicologo che pensa di non essere autorizzato a fare terapia.
Cerco di imboccare un'altra strada, chissà che non possa darci qualche altro contributo.
Le psicoterapie sono specifiche tecniche che conseguono a specifiche teorie e che vengono apprese in seguito alla freqenza di specifiche scuole di specializzazione che abilitano alla professione di psicoterapeuta (anche se sarebbe più logico che abilitassero a praticare solo la tecnica appresa, ma ancora una volta gli interessi lavorativi, forse protetti dalle leggi, si scontrano con la necessità tutta etica, e quindi umana).
Lo psicologo non apprende alcuna tecnica psicoterapeutica quindi come potrebbe praticarla? Cosa pratica?
Penso si possa dire che non è in grado di praticare psicoterapia.
Intuitivamente, mette in pratica quegli accorgimenti che una sintesi tra formazione, esperienza, buon senso e coscienza gli consentono di individuare come utili, o probabilmente utili, in quel caso.
Questo tipo di comportamento, con le risorse specifiche di ciascuno e del contesto, è il medesimo dell'amico, del prete, del vicino di casa, di chiunque si trovi ad offrire la classica spalla su cui piangere, conforto, rassicurazione, consigli, tentativi razionali di far accettare l'accaduto, ed è anche un intervento che in qualche modo spesso ottiene un piccolissimo effetto terapeutico.
Dunque, se questo intervento è consentito, ed apprezzato, a chi psicologo non è perchè non dovrebbe essere consentito allo psicologo? Solo perchè la nostra formazione, che non è da psicoterapeuta ma che ci distingue dall'amico, dal prete ecc., ci fa sentire in dovere di 'dare' di più?
Ciò su cui sto proponendo di riflettere è: dobbiamo sentirci usurpatori di una professione, quella di psicoterapeuta, solo perchè può capitarci di fare ciò che fanno tante altre persone? Solo perchè la nostra formazione ci fa fantasticare di 'essere' psicoterapeuti, quando in realtà noi non possiamo fare psicoterapie semplicemente perchè non sappiamo farle?
Quello che dice Australia mi sembra estremamente condivisibile. In particolare ci sono due punti che trovo particolarmente importanti nel ragionamento che fai: l'arrivare a definire il sostegno come un aiuto non specifico e il "fantasticare di essere terapeuti".
Sono convinto che il sostegno sia una delle due cose, a seconda della situazione e della persona, e in quanto tale NON sia una pratica utile per il paziente ed etica per lo psicologo. Non ha infatti nessun fondamento il fatto che una persona vada dallo psicologo pagando per ottenere quello che può ottenere da un proprio amico (il che peraltro significherà sicuramente colludere con questa persona come tutti quelli che lo circondano fanno, ma questo è un'altro discorso). Dall'altra parte. se ci sono fantasie di fare lo psicoterapeuta è bene, per lo psicologo e per il paziente, che il primo espliciti tali fantasie e decida che cosa farne, se intraprendere una formazione in tal senso, oppure continuare su una china, a mio parere, molto pericolosa.Citazione:
Originariamente postato da australia
Questo tipo di comportamento, con le risorse specifiche di ciascuno e del contesto, è il medesimo dell'amico, del prete, del vicino di casa, di chiunque si trovi ad offrire la classica spalla su cui piangere, conforto, rassicurazione, consigli, tentativi razionali di far accettare l'accaduto, ed è anche un intervento che in qualche modo spesso ottiene un piccolissimo effetto terapeutico.
Dunque, se questo intervento è consentito, ed apprezzato, a chi psicologo non è perchè non dovrebbe essere consentito allo psicologo? Solo perchè la nostra formazione, che non è da psicoterapeuta ma che ci distingue dall'amico, dal prete ecc., ci fa sentire in dovere di 'dare' di più?
Ciò su cui sto proponendo di riflettere è: dobbiamo sentirci usurpatori di una professione, quella di psicoterapeuta, solo perchè può capitarci di fare ciò che fanno tante altre persone? Solo perchè la nostra formazione ci fa fantasticare di 'essere' psicoterapeuti, quando in realtà noi non possiamo fare psicoterapie semplicemente perchè non sappiamo farle?
Lo psicologo può svolgere diverse attività nell'ambito clinico, tutte di valore. Non capisco perchè insistere, appoggiandosi ad una legislazione che siamo tutti d'accordo nel ritenere imprecisa, nel cercare di difendere il concetto di sostegno.
Un saluto a tutti