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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Citazione:
Originalmente inviato da
francesca63
Freud definisce la pulsione di morte come una forza demoniaca, diabolica:bapho:.
invece per l'analisi transazionale e' semplicemente il risultato di ingiunzioni negative da parte del genitore
Citazione:
La definisce archeologia pulsionale, più pulsionale, più forte, di quel principio del piacere di cui alla fine non tiene più in nessun conto(forse per la sua malattia che si era già manifestata).E' la traccia di questo "più forte" che condurrà Lacan ad affermare che ogni pulsione è, in quanto tale, affine alla zona della morte.
Mi sembra uno considerazione oziosa. In realta e' semplicemente una decisione esistenziale da attribuire alla scontentezza nei rapporti umani. In particolare con i genitori o simili. Viene presa nei primi anni di vita.
Citazione:
L'attualità di Freud, dice Recalcati , sta nell'aver inaugurato una clinica dell'al di là del principio del piacere, del godimento, del peggio, non del benessere.Quale psicoterapeuta non si è sentito dire dai pz che il loro problema è che non si vogliono sufficentemente bene?
Mi pare una ovvieta'.
Il non volersi bene, cioe' una autostima sotto i tacchi, e sorretta dalla posizione esistenziale:- Io non mi sento ok-.
Posizione presa nei primi anni di vita, base del copione personale, ristrutturata nell'adolescenza e portata a termine nel finale del copione.
Ogni atto diventera' semplicemente la ricerca della conferma alla propria scelta iniziale.
Come dire:- Io non mi sento degno di vivere. Faro' in modo di confermare questa mia decisione con le mie scelte operative-.
Citazione:
Le forme più attuali di psicopatologie, gli eccessi come la tossicodipendenza o la bulimia o la depressione e l'anoressia, indicano i due poli di un'economia del godimento tipico dei nostri giorni. Il consumismo compulsivo, lo stress:swear:, gli eccessi:jd:, il narcotizzarsi per distaccarsi:eek:, rinunciare alla vita. Il peggio non si aggancia al desiderio e di conseguenza si manifesta solo come distruzione e morte.
Vale il discorso sopra. Oggi sono molte le ingiunzioni che vogliono il bambino subito uomo, autosufficente, integrato e produttivo. Tutte ingiunzioni che vengono dai genitori fisiologici e dai genitori istituzionali.
La conseguenza e' il senso di inadeguatezza, e per cui di autolesionismo, rinuncia, appartamento e soppressione.
Citazione:
Freud consegna agli psicanalisti il compito di essere"sentinelle del reale" e a costruire come sostiene Lacan "un'etica adeguata alla necessità dei nostri tempi" e dunque, come ho già detto, a ridurre la spinta verso il desiderio mortifero e distruttivo, incanalandola verso una realizzazione positiva e vitale.:dance:
Cioe' realismo e semplicita'.
Aumentare la dose di auto-carezze, e darsi quei permessi che la societa' [il genitore] non ci vuole concedere.
Compito della psicoterapeuta e' aiutare a far cambiare la posizione esistenziale del paziente, partendo dall'assunto che:- Cambiare si puo'-, cosi come si puo' delegittimare il padre per incompetenza.
Citazione:
Ma perchè non si ricomincia a parlare di transfert? Queste elucubrazioni mortifere mi fanno deprimere!:zott:Tanti ciao:ciao::ciao::ciao:
Si puo'. Ma il tranfert non e' altro che la capacita' di ri-genitorializzarsi. Cioe' di crearsi un nuovo genitore interiore, Grazie alla consapevolezza dell'adulto e al recupero della spontaneita e dell'intimita del bambino libero.
E mi sembra che anche tu sia alla ricerca di un genitore piu' soddisfacente...[opss...scusa se mi sono permesso..]
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[QUOTE=francesca63;1798937]....
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Citazione:
Originalmente inviato da
francesca63
Nel copione o nella realtà?:D
Il copione e' la realta' soggettiva. La differenza sta nell'esserne consapevoli o meno.
Citazione:
Nell'AT può scattare il transfert e se c'è si analizza?:mumble:
Nell'AT il transfert si chiama "maschera", che viene messa sul viso dell'interlocutore.
Si analizza insieme alla posizione esistenziale, ai giochi messi in atto, alle eventuali simbiosi negative, al minicopione [spinte], e il tutto visto all'interno del copione, che e' il programma di vita che si sceglie il bambino nei primi sei-sette anni di vita.
Poi non fara' altro che cercare conferme a quanto ha inconsciamente deciso [cioe' che ha decisiso il piccolo professore nel bambino].
Citazione:
Ma se i ruoli si scambiano, come potrebbe mai funzionare?:mumble:
:ciao:Ciao
Credo che i ruoli si scambino continuamente, o per lo meno, si e' pronti ad accettarli.
In tutte le relazioni, positive o negative [anche in questo scambio di transazioni virtuali], assumiamo sempre una posizione del triangolo drammatico [salvatore-persecutore-vittima].
Si tratta di esserne consapevoli e di discutere su questo.
[per te potrei essere il compagno di scuola disturbatore che ti impedisce di seguire la lezione, come ti ordina il tuo genitore interiore].
Ciao.
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Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
E mi sembra che anche tu sia alla ricerca di un genitore piu' soddisfacente...[opss...scusa se mi sono permesso..]
Da cosa lo deduci?
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Gli ultimi post letti,che riprendono il tema del thread, mi hanno fatto sorgere due domande, molto importanti, dato che si parla di transfert e della sua traduzione in termini di AT, come "maschera" posta sull'interlocutore. La prima riguarda un aspetto generale che mi sembra un po' trascurato qui, da un punto di vista della sua importanza.
Mi riferisco al controtransfert dell'analista o/e terapeuta e al come ad es., qs dimensione puo' collocarsi, secondo voi, nell'analisi di ex pazienti, diventati poi noti analisti, cioè quale tipo di dinamiche potrebbero essere scattate, al di la' di una semplice emulazione, nel transfert e nel controtransfert o transfert dell'analista che possono aver "facilitato" in modo importante, questa scelta.
Potrebbe entrarci la collusione "su"...o, altre ipotesi...come anche un'ottima sublimazione con liberazione di energia e sblocco di energia utile da impiegare o/e tentare nuove soluzioni....oppure, qualcosa di meno sano poi impiegato bene. Cioè, tralasciando le storie famose di Jung e Ferenczi, basate su problematiche inerenti una cattiva gestione del transfert/controtransfert, cosa potrebbe accadere in qs casi, in cui magari una persona, da banchiere o ingegnere, decide di intraprendere durante e dopo l'analisi personale, qs strada, dal vostro punto di vista?
Inoltre, la seconda domanda. Dato che nello specifico dell'AT, il rapporto è paritario, pur implicando un lavoro sulla struttura della personalita' in toto e le sue dinamiche tra le parti, vorrei chiedere che ruolo ha il controtransfert dell'analista e come si configura? Al di là del fatto che egli sente su di sè la maschera che gli viene applicata dal paziente o cliente, come gestisce egli dentro di se' tale maschera, con quali strumenti, da cosa la individua e come la "restituisce"?
Grazie per le risposte:approved::)
Ciao:ciao:
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Originalmente inviato da oscarmoreno
E mi sembra che anche tu sia alla ricerca di un genitore piu' soddisfacente...[opss...scusa se mi sono permesso
Anche a me piacerebbe sapere da dove trai queste conclusioni diagnostiche.
Ti ringrazio se mi vorrai rispondere. Ciao e grazie a Gaia per la sua tenace capacità mediatrice.
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Giusto per introdurre un ulteriore punto di vista, sia sul transfert che sul rpocesso psicoterapeutico, allego un articolo (in inglese, purtroppo. Non ho il tempo di tradurlo ora) che riguarda la visione del transfert in un'ottica bioenergetica, oltre a descrivere, seduta per seduta, le fasi del trattamento di una paziente di 61 anni.
Magari ne esce un confronto interessante...
Buona vita
Guglielmo
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Citazione:
Originalmente inviato da oscarmoreno
e il tutto visto all'interno del copione, che e' il programma di vita che si sceglie il bambino nei primi sei-sette anni di vita.
Mi chiedo come si possa scegliere, come se fosse un copione, chi si è e come si appare. Se fossimo attori potremmo far finta di esser piloti o eroi o altro ancora perché per far finta non bisogna saper guidare realmente aerei, saper combattere in guerra o altro, ma l'esistenza non mi sembra la si scelga come un copione che piace o meno, spesso son proprio una serie di limiti personali o di altro tipo che impediscono ad una persona di scegliere i copioni che ritiene adeguati.
Che ci siano altri copioni lo sanno tutti, che poi una persona riesca realmente a "recitare ed essere convincente" in un certo ruolo esistenziale che la farebbe star meglio è la cosa che è davvero difficile da fare.
Ad esempio non è vero che la posizione esistenziale dell'esser poveri o senza mezzi semplicelmete la si scelga, certo non è sicuramente impossibile mettere qualche soldo da parte ma non è mica una questione soltanto di scelta, e le difficoltà maggiori non riguardano certo il fatto che qualcuno mostri che esistono altri modi di vivere, la cosa complicata è mostrare un qualche sistema efficace che possa essere messo in atto dalla persona in questione per passare ad un'altra posizione esistenziale con le energie ed i mezzi disponibili, mostrare che esiste questa posizione secondo me non aiuta più di tanto.
Un saluto a tutti
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Citazione:
Originalmente inviato da
Char_Lie
Mi chiedo come si possa scegliere, come se fosse un copione, chi si è e come si appare. Se fossimo attori potremmo far finta di esser piloti o eroi o altro ancora perché per far finta non bisogna saper guidare realmente aerei, saper combattere in guerra o altro, ma l'esistenza non mi sembra la si scelga come un copione che piace o meno, spesso son proprio una serie di limiti personali o di altro tipo che impediscono ad una persona di scegliere i copioni che ritiene adeguati.
Che ci siano altri copioni lo sanno tutti, che poi una persona riesca realmente a "recitare ed essere convincente" in un certo ruolo esistenziale che la farebbe star meglio è la cosa che è davvero difficile da fare.
Ad esempio non è vero che la posizione esistenziale dell'esser poveri o senza mezzi semplicelmete la si scelga, certo non è sicuramente impossibile mettere qualche soldo da parte ma non è mica una questione soltanto di scelta, e le difficoltà maggiori non riguardano certo il fatto che qualcuno mostri che esistono altri modi di vivere, la cosa complicata è mostrare un qualche sistema efficace che possa essere messo in atto dalla persona in questione per passare ad un'altra posizione esistenziale con le energie ed i mezzi disponibili, mostrare che esiste questa posizione secondo me non aiuta più di tanto.
Un saluto a tutti
Sono d'accordo con te, se bastasse utilizzare un copione "come se si fosse diversi", tutto sarebbe semplice.
Poi, dopo i sei/sette anni avvengono altre eserienze che possono risultare fondamentali per l'esistere di una persona.
Ciao
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Citazione:
Francesa cita Recalcati:
Ma se l'uomo, come l'animale, ricerca prima di tutto il piacere, il benessere, la sicurezza, non vorrebbe che evitare la sofferenza, perchè ricercare il proprio piacere proprio attraverso la sofferenza sintomatica e addirittura essere attratto dall'esigenza di autodistruggersi? Perchè l'individuo tende a godere anche se il godimento è ostile e nocivo per la vita stessa? La questione è complessa, appare come un ossimoro.
rispondo anche a Charlie
Citazione:
Mi chiedo come si possa scegliere, come se fosse un copione, chi si è e come si appare.
Il problema sta nei cosiddetti racket, cioe' l'emozione parassita non autentica che distorce la realta' del soggetto.
Quando un bambino e' piccino vuole soddisfare le richieste che provengono dalla madre, sotto forma di ingiunzioni:- Io ti vorro bene se tu...Es:. Non esistere!-, cioe' la sensazione che ha il bambino somatico di non essere accettato, e che il Piccolo professone, cioe' la parte razionale del bambino, realizza in:- Per essere accettato dovro' non lamentarmi mai, dovro' starmene in disparte, dovro' compiacere sempre la mamma-.
Allora potrebbe prendere una decisione sulla sua posizione esistenziale:- Io non sono ok ma neppure tu lo sei-, e un atteggiamento di difesa autoconservativo:- Per esistere dovro' fare a meno dell'affetto altrui-, e una considerazione:- Nessuno mi ama-.
Il copione corrispondente, che potrebbe essere "per sempre", sara' quello di una persona destinata alla depressione, alla rinuncia, all'insoddisfazione.
Se non trova compensazioni in altre figure, potrebbe essere un copione di terzo grado, amartico, con un finale prevedibile, che contempla il suicidio, la pazzia, l'autodistruzione attraverso atteggiamenti autolesivi, come alcol, droga, dissipazione.
Ogni volta che si trovera' a confronto con qualcuno che investe la sfera affettiva, entrera' nel suo copione, e mettera' in atto giochi psicologici, come:- Prendimi a calci-, oppure:- Perche' non provi a...si, ci ho provato, ma non funziona...-.
Questo con lo scopo di riconfermare la sua decisione iniziale:- Vedi che ho ragione, nessuno mi ama-.
Il copione percio' arrivera' al suo esito e avra lo scopo di ricevere le carezze che gli sono state negate alla nascita.
-Vedi, ora che moriro' mia madre sara' contenta perche' ho ubbidito. Forse ora mi amera' -.
Questo viene elaborato sotto la sfera di coscienza [secondo Freud nell' Es], cioe' dal bambino.
Le giustificazioni razionali saranno dell'adulto, che trovera' all'esterno un motivo valido per continuare a reiterare i comportamenti distruttivi [la societa' e' cattiva], contaminato come e' dal bambino adattato, che vuole pertare a termine la sua decisione, e dal genitore interiore [super io], che continua a sussurragli all'orecchio la sua ingiunzione [deliri, paranoie].
Questo e' l'esempio di una possibile evoluzione di un copione, e la risposta all'ossimoro presentato da Recalcati[e Francesca].
Ma non pretendo di essere esaustivo.
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Originalmente inviato da
francesca63
Da cosa lo deduci?
Be...tu stessa dici...
Citazione:
E' impossibile, anche formulando solo concetti teorici, che alla fine non 'trasudi' il nostro sentire personale....solo i mostri potrebbero esserne capaci.
L'idea [non la diagnosi] che mi sto facendo di te e' di una persona in conflitto, in cerca di certezze.
Qui ti senti un po' protetta, in mezzo a questi addetti ai lavori.
Anche le tue continue citazioni di Freud, Jung, Galimberti indicano l'ansia di un appiglio a cui aggrapparti.
E come se la tua bambina adattata sia confusa e senza una chiara via da seguire, e fosse in cerca di una figura genitoriale amorevole e protettiva, nascosta da una razionalizzazione e da un camuffamento adulto.
Forse un problema irrrisolto con i tuoi genitori, forse con tuo padre una gestal non conclusa. Non voglio fare ipotesi inutili.
Le mie sono solo impressioni, che ti esplicito su tua richiesta.
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Originalmente inviato da
RosadiMaggio
Inoltre, la seconda domanda. Dato che nello specifico dell'AT, il rapporto è paritario, pur implicando un lavoro sulla struttura della personalita' in toto e le sue dinamiche tra le parti, vorrei chiedere che ruolo ha il controtransfert dell'analista e come si configura? Al di là del fatto che egli sente su di sè la maschera che gli viene applicata dal paziente o cliente, come gestisce egli dentro di se' tale maschera, con quali strumenti, da cosa la individua e come la "restituisce"?
Grazie per le risposte:approved::)
Ciao:ciao:
Ovviamente dipenda dal soggetto che stimola il controtransfert.
E' scontata una accettazione del transfert, con le sue implicazioni.
Se il controtranfert provoca noia, dolore, repulsione, allora e' meglio interrompere il contratto.
Ma, se cio' che cerchiamo, e' veramente un rapporto fra pari dignita', e difficile arrivare a tanto.
Dipende dal tipo di contratto stipulato e dal grado di coinvolgimento.
Ma, come ogni contratto, si puo' sempre recidere. Anche se dovra' pagare una penale in termini di autostima.
Poi si puo' sempre indagare su di se, magari con un aiuto, sul perche' del disagio in quel particolare caso.
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Originalmente inviato da
oscarmoreno
Forse un problema irrrisolto con i tuoi genitori, forse con tuo padre una gestal non conclusa. Non voglio fare ipotesi inutili.
Beh, alla faccia del "non voglio fare ipotesi"...
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Originalmente inviato da
oscarmoreno
Se il controtranfert provoca noia, dolore, repulsione, allora e' meglio interrompere il contratto.
Continuo a sentire in questo atteggiamento di fondo una tendenza a rifiutare il paziente per quello che è, come se sentimenti di noia, dolore, repulsione non potessero essere presenti nel rapporto col paziente. Ma come si può pretendere di aiutare chi si rivolge ad un terapeuta per un aiuto? Non sarà che quei sentimenti controtranSferali vogliono dire qualcosa? Dalle tue parole parrebbe proprio di no...
Saluti
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Originalmente inviato da
oscarmoreno
Be...tu stessa dici...
L'idea [non la diagnosi] che mi sto facendo di te e' di una persona in conflitto, in cerca di certezze.
Qui ti senti un po' protetta, in mezzo a questi addetti ai lavori.
Anche le tue continue citazioni di Freud, Jung, Galimberti indicano l'ansia di un appiglio a cui aggrapparti.
E come se la tua bambina adattata sia confusa e senza una chiara via da seguire, e fosse in cerca di una figura genitoriale amorevole e protettiva, nascosta da una razionalizzazione e da un camuffamento adulto.
Forse un problema irrrisolto con i tuoi genitori, forse con tuo padre una gestal non conclusa. Non voglio fare ipotesi inutili.
Le mie sono solo impressioni, che ti esplicito su tua richiesta.
La tua propensione a dispensare diagnosi mi lascia un po' perplesso (le tue non sono opinioni).
Brava a Francesca che se ne stà tranquilla: entri in modo indebito nella vita di un'altra persona.
P.S.: Gestalt
Ciao.
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Originalmente inviato da francesca63
Da cosa lo deduci?
Be...tu stessa dici...
Citazione:
E' impossibile, anche formulando solo concetti teorici, che alla fine non 'trasudi' il nostro sentire personale....solo i mostri potrebbero esserne capaci.
L'idea [non la diagnosi] che mi sto facendo di te e' di una persona in conflitto, in cerca di certezze.
Qui ti senti un po' protetta, in mezzo a questi addetti ai lavori.
Anche le tue continue citazioni di Freud, Jung, Galimberti indicano l'ansia di un appiglio a cui aggrapparti.
E come se la tua bambina adattata sia confusa e senza una chiara via da seguire, e fosse in cerca di una figura genitoriale amorevole e protettiva, nascosta da una razionalizzazione e da un camuffamento adulto.
Forse un problema irrrisolto con i tuoi genitori, forse con tuo padre una gestal non conclusa. Non voglio fare ipotesi inutili.
Le mie sono solo impressioni, che ti esplicito su tua richiesta.
Ciao Oscar,
Partecipo a questo forum perchè mi piace la psicologia e desidero apprendere e arricchirmi sulla materia confrontandomi con i tanti addetti ai lavori che in questa sede offrono contributi prestigiosi.
Incrociare "esperti" come te che svolgono questa professione come avvocati, con arringhe da 4 soldi non è bello.
Per essere un bravo terapeuta sono necessari una sensibilità ed un contegno che non ti appartengono.
La mia terapia e i miei disagi, riguardano solo me e il mio analista, tu non hai nessuna voce in capitolo per fare diagnosi, entrando in dettagli privati...non mi sembra nè educato, ne elegante.
Tanti ciao:ciao::ciao::ciao:
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Riprendo per prima cosa la risposta alla mia domanda sul controtransfert e la sua gestione da parte del terapeuta in AT; almeno come lo hai descritto tu. A me, sembra la descrizione di un atteggiamento piuttosto sbrigativo ed unilatelare e unipersonale, (la relazione terapeutica è sempre nei casi in cui si sta parlando, costituita da un campo bipersonale ed in un campo, ci sono forze dinamiche in gioco, positive, negative, conflittuali, ambivalenti e pure scisse) oltre che egoistico e sordo del terapeuta, nel senso che se un terapeuta si comporta cosi', in pratica ,non utilizza di fatto, nè il transfert nè il proprio controtransfert, semplicemente, lo rifiuta, (e qs sarebbe un punto sviluppabile ulteriormente) come ha detto geiko, e, aggiungo io, per motivi suoi, poi paga -lui- in termini di autostima, come hai detto, fatto senz'altro vero.
La mia domanda, ora è:
Ed il paziente? In che termini paga emotivamente, questo atteggiamento che avverte, poichè lo avverte, in vari modi da parte del terapeuta (oltre che forse gli viene detto, ma in genere in un paziente che si trova vivere qs condizione, non è poi tanto necessario.) questa sensazione di suscitare in lui, noia, repulsione, dolore.
Proviamo un attimo a pensare che questi tre sono sentimenti tipici di alcuni momenti del vissuto di un controtransfert da parte del terapeuta (ti aggiungo che a volte, potrebbe provare perfino paura ) con intensita' diverse ed hanno un significato, cioè se il terapeuta, avverte dentro di sè dolore, anzichè utilizzare -utilizzare, non ho detto interpretare, poichè interpretare non è scontato- qs sentimento per capire cosa il paziente gli sta comunicando attraverso le emozioni negative, soprattutto quelle che hai citato noia (che so, ti faccio un esempio banale: io mi chiederei" da cosa sta scappando o intorno a cosa stiamo girando?" o" evitando?" "che c'è in lui di 'incomunicabile verbalmente', per cui mi manda qs messaggi?". Forse, il nv e parav., mi dice qualcosa di cio' che mi sta annoiando....
Un terapeuta che rompe il contratto perchè prova dolore? Scusami, ma io penso che il tipo di dolore che il terapeuta prova, possa fornirgli impressioni ed informazioni preziosissime per comprendere il dolore ed i dolori del suo pz. Dato che hai fatto l'es. della Gestalt, il dolore comunica molto su tutti i "cerchi "ancora aperti, fino magari a trovare il fondo della voragine, e cominciare pian piano, uno per volta, consapevolizzandoli, a chiuderli. Qs, senza interpretare in senso analitico, dato che parliamo di "gestalt" ancora aperte, in senso metaforico ed indicativo.
Anche a me sembra che le molte argomentazioni che hai portato su francesca, non corrispondano tanto ad opinioni su sua richiesta, quanto, da una parte, ad una serie di interpretazioni, dall'altra a vere e proprie diagnosi, tratte anche dalle sue "letture".
Mi viene da farti una domanda, per capire meglio da dove nascono qs opinioni -diagnosi su una persona che in realta' non conosci, se non tramite alcune cose che ha scritto (poi chissa' perchè in realta' le ha scritte:mumble:) .
Se io , rivolgendomi a te, per via di qs propensione piuttosto drastica a fare molte ipotesi e diagnosi (non metto in discussione il pragmatismo, è un livello diverso di discorso) ti dicessi: "per me, è facile capire che tu, dalle cose che scrivi, fai delle identificazioni proiettive, in forma "intellettualizzata" perchè .... (motivi)": come ti farebbe sentire una mia affermazione del genere? (se sai cosa sono le identificazioni proiettive).
Come la sentiresti su di te, nel tuo spazio di vita (non mi dire non me ne frega niente, perchè qs risposta è troppo facile e difensiva, anche se molto intelligente, ma proprio per questo, contando sull'intelligenza, te ne chiedo una pertinente alla mia domanda, di risposta effettiva), il mio entrare in questo modo abusivo, dato che siamo in un forum e non conosciamo la reale sensibilita' di chi sta al di la' e la pregnanza che potrebbero avere per lui/lei le nostre parole nella "tua" sfera psicologica-emotiva?
Tra l'altro, ho notato che in qualche post precedente, pur senza nominarlo in modo diretto, tu di fatto, hai citato C. Rogers ed il suo pensiero sull'influenza del rapporto genitori-figli sullo sviluppo dell'autenticita'.
E poi, hai dissertato sui vari destini del racket, in termini emotivi ed altro, ovvero, non hai fatto qualcosa di molto dissimile nè da francesca nè da altri, se provi a pensarci; solo i riferimenti culturali, in fondo, sono stati diversi, mi sembrerebbe.
Ciao, and we are all:approved::approved::approved:
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Citazione:
Originalmente inviato da francesca63
Da cosa lo deduci?
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Be...tu stessa dici...
oppure sei tu che vuoi sentirlo. Riflettici :approved:
Citazione:
L'idea [non la diagnosi] che mi sto facendo di te e' di una persona in conflitto, in cerca di certezze.
Qui ti senti un po' protetta, in mezzo a questi addetti ai lavori.
Anche le tue continue citazioni di Freud, Jung, Galimberti indicano l'ansia di un appiglio a cui aggrapparti.
E come se la tua bambina adattata sia confusa e senza una chiara via da seguire, e fosse in cerca di una figura genitoriale amorevole e protettiva, nascosta da una razionalizzazione e da un camuffamento adulto.
Forse un problema irrrisolto con i tuoi genitori, forse con tuo padre una gestal non conclusa. Non voglio fare ipotesi inutili.
Le mie sono solo impressioni, che ti esplicito su tua richiesta.
oscarmoreno il termine "diangosi" significa letteralmente "conoscere attraverso", cioè conoscere attraverso una teoria di riferimento. Se tu fai riferimento ad una teoria (in questo caso l'AT) e valuti i comportamenti di un'altra persona in base a qeusta, è una diagnosi. Cioè un'idea, si, ma filtrata attraverso l'AT.
Io per esempio potrei dire che tu proietti in francesca 63 i tuoi vissuti, e in realtà sei tu che ti senti protetto in mezzo agli addetti ai lavori, anche le continue citazioni sull'AT sono un appiglio a cui aggrapparti.
Rifletti anche su questo :approved:
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Citazione:
Originalmente inviato da
Johnny
oppure sei tu che vuoi sentirlo. Riflettici :approved:
oscarmoreno il termine "diangosi" significa letteralmente "conoscere attraverso", cioè conoscere attraverso una teoria di riferimento. Se tu fai riferimento ad una teoria (in questo caso l'AT) e valuti i comportamenti di un'altra persona in base a qeusta, è una diagnosi. Cioè un'idea, si, ma filtrata attraverso l'AT.
Io per esempio potrei dire che tu proietti in francesca 63 i tuoi vissuti, e in realtà sei tu che ti senti protetto in mezzo agli addetti ai lavori, anche le continue citazioni sull'AT sono un appiglio a cui aggrapparti.
Rifletti anche su questo :approved:
In completo accordo con te *Ras; bisogna pensare prima di scrivere.
Ciao
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Giusto per introdurre un ulteriore punto di vista, sia sul transfert che sul rpocesso psicoterapeutico, allego un articolo (in inglese, purtroppo. Non ho il tempo di tradurlo ora) che riguarda la visione del transfert in un'ottica bioenergetica, oltre a descrivere, seduta per seduta, le fasi del trattamento di una paziente di 61 anni.
Magari ne esce un confronto interessante...
Buona vita
Guglielmo
Ciao Willy.
La libertà di scegliere il proprio modo di vedere e pensare come conoscere, analizzare e curare la sofferenza mentale, mettendo a confronto diversi punti di vista è un diritto che spetta a tutti, ma sopratutto ai pazienti che hanno diritto a trattamenti efficaci, ma ai quali viene lasciato poco spazio nei dibattiti tra addetti ai lavori.
Esistono altri approcci oltre a quello psicoanalitico, sicuramente più veloci e meno impegnativi. "C'è una vita dopo Freud" sostiene la Meyer nel 'libro nero della psicanalisi': in terapia si può lavorare su un inconscio non freudiano, si ci può accostare all'infanzia, alla sessualità, alla storia e alle emozioni di ciascuno senza aderire ai concetti freudiani.
Il dubbio e la curiosità sono insiti nella natura umana.
Ma mettiamoci nei panni di chi soffre di un disagio psichico, oppure di uno studente di psicologia che deve scegliere la sua specilizzazione... Certo non saranno aiutati nella scelta della terapia, nè dallo stesso Lacan che sostiene che la sua professione è una truffa, un bluff, un voler stupire con paroloni, e neanche da chi sostene che solo la psicoanalisi è una terapia del profondo che cambia la struttura mentale mentre tutte le altre sono cure " kleenex", che cancellano i sintomi solo temporaneamente. E allora? Leggendo questo thread, anche solo per dare una spiegazione al concetto di transfert c'è un dibattito vivace tra tante teorie e non c'è intesa.
Tu, Willy, con il tuo ultimo post, certo non ci aiuti a trovare finalmente il percorso giusto per uscire dal labirinto.....Per confonderci ancora di più adesso introduciamo pure l'analisi bioenergetica!:swear: Leggendo il tuo interessante file che spiega un caso clinico risolto brillantemente in poco tempo, chi sa cosa è un percorso analitico si rende conto che i sentimenti , l'intensità emotiva, le paure che si percorrono nel setting classico sono gli stessi: Carol vuole qualcuno che si prenda cura di lei e trasferisce sul terapeuta le figure parentali che hanno turbato la sua infanzia.
Prova per il terapeuta sentimenti di rabbia, aggressività che esprime piangendo e scalciando, ma il contatto e gli esercizi bioenergetici cui si sottopone e che coinvolgono tutte le parti del suo corpo, la rassicurano, sciolgono, liberano, curano. Sappiamo che invece nelle psicoanalisi classiche qualunque gesto o contatto viene considerato un inammissibile acting, un vero e proprio errore professionale. Questa è una delle regole base della psicoanali classica, insieme a quella della neutralità rigorosa, regole che voi esperti , tu per primo, insieme a Gieko, Ikaro, johnny, Luigi, e altri, avete sempre condiviso e ritenute fondamentali per l'efficacia della cura.
Ritornando al transfert e ai vecchi discorsi iniziali del thread, vorrei ribadire la mia convinzione sempre assoluta, che il paziente sopratutto se fragile, di fronte a terapie troppo ortodosse, non direttive, neutrali avverte tali metodi come un disinteresse, un'indifferenza che risvegliano la dolorosa mancanza di affettività di cui hanno sofferto e reagiscono anche con provocazioni per suscitare nel terapeuta una qualsiasi risposta affettiva. Se questo bisogno di amore e di sicurezza non è sodisfatto, se il contesto non è rassicurante se la domanda di protezione e di direttive non è soddisfatta le cure psicoanalitiche provocano grande sofferenza e una frustrazione che potrebbero essere risparmiate a chi ha già una fragile identità e dei profondi disagi....basterebbe veramente poco....Solo un qualche gesto di affetto e di empatia, che, sempre secondo la Meyer, si sono invece rivelati estremamente efficaci per molti pazienti.
Vorrei arrivare alla conclusione che la terapia ideale qualunque essa sia, dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente e il rispetto delle sue esigenze.
Ciao:ciao:
-
Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Citazione:
Originalmente inviato da
francesca63
Ciao Willy.
La libertà di scegliere il proprio modo di vedere e pensare come conoscere, analizzare e curare la sofferenza mentale, mettendo a confronto diversi punti di vista è un diritto che spetta a tutti, ma sopratutto ai pazienti che hanno diritto a trattamenti efficaci, ma ai quali viene lasciato poco spazio nei dibattiti tra addetti ai lavori.
Esistono altri approcci oltre a quello psicoanalitico, sicuramente più veloci e meno impegnativi. "C'è una vita dopo Freud" sostiene la Meyer nel 'libro nero della psicanalisi': in terapia si può lavorare su un inconscio non freudiano, si ci può accostare all'infanzia, alla sessualità, alla storia e alle emozioni di ciascuno senza aderire ai concetti freudiani.
Il dubbio e la curiosità sono insiti nella natura umana.
Ma mettiamoci nei panni di chi soffre di un disagio psichico, oppure di uno studente di psicologia che deve scegliere la sua specilizzazione... Certo non saranno aiutati nella scelta della terapia, nè dallo stesso Lacan che sostiene che la sua professione è una truffa, un bluff, un voler stupire con paroloni, e neanche da chi sostene che solo la psicoanalisi è una terapia del profondo che cambia la struttura mentale mentre tutte le altre sono cure " kleenex", che cancellano i sintomi solo temporaneamente. E allora? Leggendo questo thread, anche solo per dare una spiegazione al concetto di transfert c'è un dibattito vivace tra tante teorie e non c'è intesa.
Tu, Willy, con il tuo ultimo post, certo non ci aiuti a trovare finalmente il percorso giusto per uscire dal labirinto.....Per confonderci ancora di più adesso introduciamo pure l'analisi bioenergetica!:swear: Leggendo il tuo interessante file che spiega un caso clinico risolto brillantemente in poco tempo, chi sa cosa è un percorso analitico si rende conto che i sentimenti , l'intensità emotiva, le paure che si percorrono nel setting classico sono gli stessi: Carol vuole qualcuno che si prenda cura di lei e trasferisce sul terapeuta le figure parentali che hanno turbato la sua infanzia.
Prova per il terapeuta sentimenti di rabbia, aggressività che esprime piangendo e scalciando, ma il contatto e gli esercizi bioenergetici cui si sottopone e che coinvolgono tutte le parti del suo corpo, la rassicurano, sciolgono, liberano, curano. Sappiamo che invece nelle psicoanalisi classiche qualunque gesto o contatto viene considerato un inammissibile acting, un vero e proprio errore professionale. Questa è una delle regole base della psicoanali classica, insieme a quella della neutralità rigorosa, regole che voi esperti , tu per primo, insieme a Gieko, Ikaro, johnny, Luigi, e altri, avete sempre condiviso e ritenute fondamentali per l'efficacia della cura.
Ritornando al transfert e ai vecchi discorsi iniziali del thread, vorrei ribadire la mia convinzione sempre assoluta, che il paziente sopratutto se fragile, di fronte a terapie troppo ortodosse, non direttive, neutrali avverte tali metodi come un disinteresse, un'indifferenza che risvegliano la dolorosa mancanza di affettività di cui hanno sofferto e reagiscono anche con provocazioni per suscitare nel terapeuta una qualsiasi risposta affettiva. Se questo bisogno di amore e di sicurezza non è sodisfatto, se il contesto non è rassicurante se la domanda di protezione e di direttive non è soddisfatta le cure psicoanalitiche provocano grande sofferenza e una frustrazione che potrebbero essere risparmiate a chi ha già una fragile identità e dei profondi disagi....basterebbe veramente poco....Solo un qualche gesto di affetto e di empatia, che, sempre secondo la Meyer, si sono invece rivelati estremamente efficaci per molti pazienti.
Vorrei arrivare alla conclusione che la terapia ideale qualunque essa sia, dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente e il rispetto delle sue esigenze.
Ciao:ciao:
Francesca, mi trovi in accordo totale con te: purtroppo chi teorizza molto, a volte in modo inesatto, ha visto sì e no qualche decina di pazienti ( e forse esagero),
Credo conte te che :"la terapia ideale qualunque essa sia, dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente e il rispetto delle sue esigenze.".
Purtroppo l'esperienza clinica si forma vedendo pazienti, non scrivendo su forum.
Ciao e ti auguro di trovare qualcuno che ti aiuti con professionalità e non solo con teorie,
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Citazione:
Originalmente inviato da
Lucio Regazzo
Francesca, mi trovi in accordo totale con te: purtroppo chi teorizza molto, a volte in modo inesatto, ha visto sì e no qualche decina di pazienti ( e forse esagero),
Credo conte te che :"la terapia ideale qualunque essa sia, dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente e il rispetto delle sue esigenze.".
Purtroppo l'esperienza clinica si forma vedendo pazienti, non scrivendo su forum.
Ciao e ti auguro dditrovare qualcuno che ti aiuti con professionalità e non solo con teorie,
Salve Lucio, non ti ho citato tra gli esperti, solo perchè non hai preso parte alle vecchie discussioni del thread. Se leggi qualcosa forse capirai meglio il mio pensiero. Mi è stato detto che questa mia convinzione (Lo hanno definito cavallo di battaglia)che tutto questo rigore per me è inutile se non controproducente lascia trasparire solo un desiderio di collusione che non porta a nulla. Ti evito il disagio di cercare i discorsi, anzi la querelle che si è consumata per mesi: era più o meno, la seguente:
Originalmente inviato da francesca63:
Vorrei capire perchè il buon esito di una terapia non può poggiare sulla flessibilità e disponibilità di un analista con cui costruire una relazione calda, gratificante, un'esperienza emozionale in cui ci si sente capiti, ascoltati, al sicuro, protetti , mentre si esplora la propria psiche in quella penosa discesa agli inferi che inevitabilmente produce tanta sofferenza. Accogliere, offrire un sostegno, manifestare affettività , partecipare, soffrire, sperare col paziente sono, secondo me, le coordinate essenziali su cui prende forma il potere curativo della psicoanalisi.
Gieko:
Cara francesca, la questione è più complessa. Anzitutto non mi sembra di sostenere che la relazione psicoanalitica non debba costituirsi su una reciproca partecipazione. Il fatto che essa non sia "calda e gratificante" su un livello collusivo, ma piuttosto su un livello trasformativo mi porta a dire che c'è una sostanziale incomprensione: almeno secondo una determinata ottica, le possibilità trasformative della psicoanalisi non sono legate alla partecipazione affettiva in sè stessa quanto alla capacità di rimettere in moto la struttura del paziente (e, perchè no?, dell'analista) mediante l'interpretazione. Altrimenti, come dicevo sopra, l'analisi diventa questione di accoglimento e soddisfazione delle richieste affettive, e non di trasformazione.
Ma perchè se c'è affettività non ci può essere trasformazione? Perchè una cosa esclude l'altra?
Mi fa molto piacere che hai compreso il mio pensiero, non lo hai travisato e che pensi che il benessere del paziente , pur nel contesto di una relazione analitica sempre rigorosamente asimmetrica e verticale, deve essere l'obiettivo più importante per l'analista:approved:.
Ti abbraccio :mano:
-
Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Ciao francesca, anche secondo me, hai detto una frase di importanza fondamentale e cioè che ogni terapia, qualunque essa sia, quindi al di la' della sua denominazione ufficiale, parlando sempre di psicoterapie che portino in sè questo criterio di serieta', dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente ed il rispetto delle sue esigenze, due aspetti intrinsecamente legati. Ho notato che molto spesso, il teorizzare di alcuni,converge invece soprattutto su una difesa -piu' o meno volontaria ed a spada tratta - emotiva della posizione del terapeuta da ogni forma di coinvolgimento, la' dove anche la famosa neutralita', non è di fatto, in un essere umano, qual'è il terapeuta, nella prassi, disgiunta da un 'affettivita' (eppure a volte, sembrerebbe tanto temuta da richiedere varie spiegazioni per starne alla larga.) Ed è anche vero che pur non cadendo in acting out , una buona dose di affettivita', anche attraverso qualche parola in piu', chiarificazione, ad es., o altro, che dimostri empatia, non puo' che far bene, piu' di tanti silenzi sconcertanti, ed ottenere spesso, anche piu' risultati, "ad" e con un paziente. L'importante, è saper dire le parole giuste (che non vuol dire esatte) per quel momento, senza invadere l'altro, ma facendogli sentire la propria presenza, cosa di cui spesso, egli ha estremamente bisogno. Altrimenti, non sarebbe, talvolta, neppure li'. E molte persone, riescono a sentire la presenza attraverso il canale della parola e, solo poi, in altri modi, ed attraverso la parola del terapeuta, riescono ad arrivare alle proprie e ad esprimerle. E, tramite esse, le emozioni, anche se non per tutti, vale qs percorso. Cioè ogni persona, è un individuo a sè, con le sue esigenze.
Quindi, trovo che tu abbia detto una cosa estremamente intelligente e vera e mi trovo in accordo con te e con lucio che apprezza come merita, questa tua affermazione, che è fondamentalmente vera e basilare, in ogni psicoterapia.
Ciao:ciao:
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Citazione:
Originalmente inviato da
RosadiMaggio
Ciao francesca, anche secondo me, hai detto una frase di importanza fondamentale e cioè che ogni terapia, qualunque essa sia, quindi al di la' della sua denominazione ufficiale, parlando sempre di psicoterapie che portino in sè questo criterio di serieta', dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente ed il rispetto delle sue esigenze, due aspetti intrinsecamente legati. Ho notato che molto spesso, il teorizzare di alcuni,converge invece soprattutto su una difesa -piu' o meno volontaria ed a spada tratta - emotiva della posizione del terapeuta da ogni forma di coinvolgimento, la' dove anche la famosa neutralita', non è di fatto, in un essere umano, qual'è il terapeuta, nella prassi, disgiunta da un 'affettivita' (eppure a volte, sembrerebbe tanto temuta da richiedere varie spiegazioni per starne alla larga.) Ed è anche vero che pur non cadendo in acting out , una buona dose di affettivita', anche attraverso qualche parola in piu', chiarificazione, ad es., o altro, che dimostri empatia, non puo' che far bene, piu' di tanti silenzi sconcertanti, ed ottenere spesso, anche piu' risultati, "ad" e con un paziente. L'importante, è saper dire le parole giuste (che non vuol dire esatte) per quel momento, senza invadere l'altro, ma facendogli sentire la propria presenza, cosa di cui spesso, egli ha estremamente bisogno. Altrimenti, non sarebbe, talvolta, neppure li'. E molte persone, riescono a sentire la presenza attraverso il canale della parola e, solo poi, in altri modi, ed attraverso la parola del terapeuta, riescono ad arrivare alle proprie e ad esprimerle. E, tramite esse, le emozioni, anche se non per tutti, vale qs percorso. Cioè ogni persona, è un individuo a sè, con le sue esigenze.
Quindi, trovo che tu abbia detto una cosa estremamente intelligente e vera e mi trovo in accordo con te e con lucio che apprezza come merita, questa tua affermazione, che è fondamentalmente vera e basilare, in ogni psicoterapia.
Ciao:ciao:
:approved:
Tanti ciao:ciao::ciao:
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Citazione:
Originalmente inviato da
francesca63
Salve Lucio, non ti ho citato tra gli esperti, solo perchè non hai preso parte alle vecchie discussioni del thread. Se leggi qualcosa forse capirai meglio il mio pensiero. Mi è stato detto che questa mia convinzione (Lo hanno definito cavallo di battaglia)che tutto questo rigore per me è inutile se non controproducente lascia trasparire solo un desiderio di collusione che non porta a nulla. Ti evito il disagio di cercare i discorsi, anzi la querelle che si è consumata per mesi: era più o meno, la seguente:
Originalmente inviato da francesca63:
Vorrei capire perchè il buon esito di una terapia non può poggiare sulla flessibilità e disponibilità di un analista con cui costruire una relazione calda, gratificante, un'esperienza emozionale in cui ci si sente capiti, ascoltati, al sicuro, protetti , mentre si esplora la propria psiche in quella penosa discesa agli inferi che inevitabilmente produce tanta sofferenza. Accogliere, offrire un sostegno, manifestare affettività , partecipare, soffrire, sperare col paziente sono, secondo me, le coordinate essenziali su cui prende forma il potere curativo della psicoanalisi.
Gieko:
Cara francesca, la questione è più complessa. Anzitutto non mi sembra di sostenere che la relazione psicoanalitica non debba costituirsi su una reciproca partecipazione. Il fatto che essa non sia "calda e gratificante" su un livello collusivo, ma piuttosto su un livello trasformativo mi porta a dire che c'è una sostanziale incomprensione: almeno secondo una determinata ottica, le possibilità trasformative della psicoanalisi non sono legate alla partecipazione affettiva in sè stessa quanto alla capacità di rimettere in moto la struttura del paziente (e, perchè no?, dell'analista) mediante l'interpretazione. Altrimenti, come dicevo sopra, l'analisi diventa questione di accoglimento e soddisfazione delle richieste affettive, e non di trasformazione.
Ma perchè se c'è affettività non ci può essere trasformazione? Perchè una cosa esclude l'altra?
Mi fa molto piacere che hai compreso il mio pensiero, non lo hai travisato e che pensi che il benessere del paziente , pur nel contesto di una relazione analitica sempre rigorosamente asimmetrica e verticale, deve essere l'obiettivo più importante per l'analista:approved:.
Ti abbraccio :mano:
forse dovresti e dovremmo meditare bene sulle parole di gieko. perchè a prescindere dal modello a cui fa riferimento il terapeuta, la relazione non può risolversi in una semplice questione di accoglimento e partecipazione "empatica". anche perchè questo aspetto è talmente scivoloso e pericoloso da creare serie difficoltà ad entrambi paziente e tarapeuta.
perchè nella relazione entrambi portano in campo i propri temi, che ci consentono di ordinare il mondo dell'altro in modo autoreferenziale, col rischio che la presunta partecipazione, l'accoglimento, il sostegno, che con buona fede abbiamo messo in campo, per l'altro hanno una serie di consegueze, di letture, di punteggiatura, di cui non ci aspetteremmo proprio tali esiti.
ciò che prova il terapeuta è meglio che se lo tenga per sè nei limiti emotivi permessi, (non si possono frenare le espressioni emotive), perchè la relazione terapeutica non è una relazione di amicizia, pertanto i buoni principi e le buone impressioni rimangano fuori dal contesto terapeutico.
insomma, credo che gieko abbia dato uno spunto molto stimolante su cui si dovrebbe meditare parecchio.
ciaz
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Originalmente inviato da
francesca63
Ma perchè se c'è affettività non ci può essere trasformazione? Perchè una cosa esclude l'altra?
ci deve essere ma in modo strategico. e ti dico che è una delle questioni più delicate di tutta la faccenda. forse bisgonerebbe aprire un'altro thread su questo tema. è così fondamentale che ahimè non è molto dibattuto all'interno della formazione.
il terapeuta è un perturbatore strategicamente orientato a rimettere in discussione la stabilità emotiva del paziente. eccome se c'è affettività. ma è una cosa molto delicata, difficile, rischiosa. come dice Regazzo, l'esperienza ci permette di imparare, a creare catastrofi (thom). :asd::asd:
ciaz
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Citazione:
Originalmente inviato da
francesca63
Ciao Willy.
La libertà di scegliere il proprio modo di vedere e pensare come conoscere, analizzare e curare la sofferenza mentale, mettendo a confronto diversi punti di vista è un diritto che spetta a tutti, ma sopratutto ai pazienti che hanno diritto a trattamenti efficaci, ma ai quali viene lasciato poco spazio nei dibattiti tra addetti ai lavori.
Esistono altri approcci oltre a quello psicoanalitico, sicuramente più veloci e meno impegnativi. "C'è una vita dopo Freud" sostiene la Meyer nel 'libro nero della psicanalisi': in terapia si può lavorare su un inconscio non freudiano, si ci può accostare all'infanzia, alla sessualità, alla storia e alle emozioni di ciascuno senza aderire ai concetti freudiani.
Il dubbio e la curiosità sono insiti nella natura umana.
Ma mettiamoci nei panni di chi soffre di un disagio psichico, oppure di uno studente di psicologia che deve scegliere la sua specilizzazione... Certo non saranno aiutati nella scelta della terapia, nè dallo stesso Lacan che sostiene che la sua professione è una truffa, un bluff, un voler stupire con paroloni, e neanche da chi sostene che solo la psicoanalisi è una terapia del profondo che cambia la struttura mentale mentre tutte le altre sono cure " kleenex", che cancellano i sintomi solo temporaneamente. E allora? Leggendo questo thread, anche solo per dare una spiegazione al concetto di transfert c'è un dibattito vivace tra tante teorie e non c'è intesa.
Tu, Willy, con il tuo ultimo post, certo non ci aiuti a trovare finalmente il percorso giusto per uscire dal labirinto.....Per confonderci ancora di più adesso introduciamo pure l'analisi bioenergetica!:swear: Leggendo il tuo interessante file che spiega un caso clinico risolto brillantemente in poco tempo, chi sa cosa è un percorso analitico si rende conto che i sentimenti , l'intensità emotiva, le paure che si percorrono nel setting classico sono gli stessi: Carol vuole qualcuno che si prenda cura di lei e trasferisce sul terapeuta le figure parentali che hanno turbato la sua infanzia.
Prova per il terapeuta sentimenti di rabbia, aggressività che esprime piangendo e scalciando, ma il contatto e gli esercizi bioenergetici cui si sottopone e che coinvolgono tutte le parti del suo corpo, la rassicurano, sciolgono, liberano, curano. Sappiamo che invece nelle psicoanalisi classiche qualunque gesto o contatto viene considerato un inammissibile acting, un vero e proprio errore professionale. Questa è una delle regole base della psicoanali classica, insieme a quella della neutralità rigorosa, regole che voi esperti , tu per primo, insieme a Gieko, Ikaro, johnny, Luigi, e altri, avete sempre condiviso e ritenute fondamentali per l'efficacia della cura.
Ritornando al transfert e ai vecchi discorsi iniziali del thread, vorrei ribadire la mia convinzione sempre assoluta, che il paziente sopratutto se fragile, di fronte a terapie troppo ortodosse, non direttive, neutrali avverte tali metodi come un disinteresse, un'indifferenza che risvegliano la dolorosa mancanza di affettività di cui hanno sofferto e reagiscono anche con provocazioni per suscitare nel terapeuta una qualsiasi risposta affettiva. Se questo bisogno di amore e di sicurezza non è sodisfatto, se il contesto non è rassicurante se la domanda di protezione e di direttive non è soddisfatta le cure psicoanalitiche provocano grande sofferenza e una frustrazione che potrebbero essere risparmiate a chi ha già una fragile identità e dei profondi disagi....basterebbe veramente poco....Solo un qualche gesto di affetto e di empatia, che, sempre secondo la Meyer, si sono invece rivelati estremamente efficaci per molti pazienti.
Vorrei arrivare alla conclusione che la terapia ideale qualunque essa sia, dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente e il rispetto delle sue esigenze.
Ciao:ciao:
Confusione? Può essere. Non faccio altro che registrare la situazione esistente. E con la psicoanalisi cerco di dialogare, anche se mi sto formando come analista bioenergetico, non come psicoanalista.
Ed è chiaro che ci sono differenze profonde (e non solo di tecnica) tra bioenergetica e psicoanalisi.
Prendi la questione del contatto fisico. In psicoanalisi è considerato un errore, in quanto "gratificherebbe" i bisogni del paziente senza consentirgli un'evoluzione. In bioenergetica è uno strumento fondamentale di comunicazione e di evoluzione. E non è affatto detto che il contatto fisico tra terapeuta e paziente sia sempre piacevole, nemmeno quando è al servizio della regressione. In alcune strutture caratteriali, regredire non significa tornare in paradiso, quanto piuttosto tornare all'inferno.
E anche la questione della neutralità prende accenti differenti. Perché è più "semplice" rimanere neutrali dietro una scrivania che non quando si è in piedi di fronte al paziente e ci si impegna con lui in una serie di esercizi fisici, di posture e di contatti. Eppure, anche per me vale quel che dice Gieko: non è la "partecipazione affettiva" in sé che conta, ma la capacità di promuovere una trasformazione nel paziente (e in se stessi, anche, concordo).
Quanto all'ultima parte del tuo discorso, posso essere d'accordo che si crea sofferenza. Lo so bene. L'ho provato anch'io. Assieme alla sofferenza ho però vissuto anche sempre la sensazione che ci fosse qualcosa al di là della sofferenza che mi ha reso possibile affrontarla, sopportarla e superarla. Quel qualcosa era (per me) il sentire la mia analista calda, affettiva e disponibile anche quando il suo agire mi provocava sofferenza. E l'accorgermi, man mano, che quella sofferenza che porvavo era provocata, ma non in modo selvaggio, bensì come in una titolazione chimica: una goccia, aspettare, verificare. Poi un'altra goccia. E così via. In base a quel che io, in quel momento, potevo "reggere". Quel tanto che serviva a far sì che potessi rendermi conto di alcune parti di me stesso e avere la possibilità di trasformarle. E di accettare che ci siano parti di me che non verranno trasformate.
Non so se ho reso l'idea, o se sono riuscito a risponderti.
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Originalmente inviato da
Lucio Regazzo
Francesca, mi trovi in accordo totale con te: purtroppo chi teorizza molto, a volte in modo inesatto, ha visto sì e no qualche decina di pazienti ( e forse esagero),
Credo conte te che :"la terapia ideale qualunque essa sia, dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente e il rispetto delle sue esigenze.".
Purtroppo l'esperienza clinica si forma vedendo pazienti, non scrivendo su forum.
Ciao e ti auguro di trovare qualcuno che ti aiuti con professionalità e non solo con teorie,
Lucio, non so se queste parole sono rivolte a me. Sì, ho visto (si e no) qualche decina di pazienti. Non ho la tua esperienza clinica, né la tua cultura. Ho quel che ho e, come i marines americani, faccio quel che posso, quando posso, con quel che ho a disposizione.
Non pretendo di farmi esperienza clinica scrivendo e leggendo su un forum, così come non pretendo di conoscere la bioenergetica leggendo gli scritti di Lowen, e preferisco apprendere qualcosa della psicoanalisi dalle mie tre sedute settimanali.
Ognuno ci mette la professionalità che ha. Ma, anche se poca, quella che ho ce la metto tutta. Può darsi a te non basti. Imparerò.
Buona vita
Guglielmo
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Originalmente inviato da
neuromancer
ci deve essere ma in modo strategico. e ti dico che è una delle questioni più delicate di tutta la faccenda. forse bisgonerebbe aprire un'altro thread su questo tema. è così fondamentale che ahimè non è molto dibattuto all'interno della formazione.
il terapeuta è un perturbatore strategicamente orientato a rimettere in discussione la stabilità emotiva del paziente. eccome se c'è affettività. ma è una cosa molto delicata, difficile, rischiosa. come dice Regazzo, l'esperienza ci permette di imparare, a creare catastrofi (thom). :asd::asd:
ciaz
Ciao neuromancer, la visione che offri tu, della gestione dell'affettivita', mi sembra partire da due presupposti teorici fondamentali, il cognitivismo costruttivista (Kelly)-strutturalista (Mahoney, Guidano) ed un orientamento sistemico strategico alla Selvini Palazzoli, o meglio di Minuchin. E' cosi'?
Grazie della risposta
Ciao
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Originalmente inviato da
RosadiMaggio
Ciao neuromancer, la visione che offri tu, della gestione dell'affettivita', mi sembra partire da due presupposti teorici fondamentali, il cognitivismo costruttivista (Kelly)-strutturalista (Mahoney, Guidano) ed un orientamento sistemico strategico alla Selvini Palazzoli, o meglio di Minuchin. E' cosi'?
Grazie della risposta
Ciao
:approved: eccetto per la teoria dei costrutti di kelly di cui non ho letto nulla. davvero bel lavoro quello di minuchin.
ciao rosadimaggio
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Citazione:
Originalmente inviato da
gieko
Continuo a sentire in questo atteggiamento di fondo una tendenza a rifiutare il paziente per quello che è, come se sentimenti di noia, dolore, repulsione non potessero essere presenti nel rapporto col paziente. Ma come si può pretendere di aiutare chi si rivolge ad un terapeuta per un aiuto? Non sarà che quei sentimenti controtranSferali vogliono dire qualcosa? Dalle tue parole parrebbe proprio di no...
Saluti
sicuramente hanno senso e significato.
Ma come il paziente puo' rifiutare un medico, cosi il medico puo' rifiutare un paziente [analogia]
Mi pare molto fisiologico.
Non esiste solo la sim-patia e l'em-patia, esiste anche l'anti-patia.
Io, per esempio, non tollero gli psicotici. Mi mettono addosso un profondo disagio. Penso sia meglio ammetterlo che far finta di essere superiori.
Credo che accettare i propri limiti si un atteggiamento prudente e rispettabile.
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Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
...Io, per esempio, non tollero gli psicotici. Mi mettono addosso un profondo disagio. Penso sia meglio ammetterlo che far finta di essere superiori.
Credo che accettare i propri limiti si un atteggiamento prudente e rispettabile.
Credo che analizzare il controtransfert invece di agirlo sia preferibile.
I limiti sono fatti (anche) per essere superati. O per apprendere qualcosa su se stessi dalla loro stessa esistenza.
Buona vita
Guglielmo
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
E' piuttosto comune che gli psicotici, mettano addosso un profondo disagio, a chi interagisce in modo terapeutico, con loro. Tale disagio, comunica a chi lo sente, qualcosa di sè, in genere; il che non significa essere psicotici. Inoltre, anche gli "psicotici", sono tra loro estremamente variabili, non formano una categoria univoca e capire quale tipo di psicotico e per quale motivo, mette disagio, a livello controtransferale, puo' fornire informazioni utili e, talvolta necessarie, su sè stessi anche per lavorare con tutt'altro tipi di pazienti, in modo da non fare proiezioni nostre ma da noi non riconosciute su di loro e creare enormi confusioni emotive nel nostro interlocutore. Che potrebbero essergli evitate, se i nostri limiti, prima di venire agiti con una passiva accettazione intellettuale, venissero messi in discussione in modo costruttivo; in genere, qs è un atteggiamento responsabile. Se non si riesce a superarli, bisogna almeno comprenderli, per non agirli sul prossimo. Allora, avremo usato, penso, realmente, un atteggiamento prudente.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Citazione:
Originalmente inviato da
RosadiMaggio
Riprendo per prima cosa la risposta alla mia domanda sul controtransfert e la sua gestione da parte del terapeuta in AT; almeno come lo hai descritto tu. A me, sembra la descrizione di un atteggiamento piuttosto sbrigativo ed unilatelare e unipersonale, (la relazione terapeutica è sempre nei casi in cui si sta parlando, costituita da un campo bipersonale ed in un campo, ci sono forze dinamiche in gioco, positive, negative, conflittuali, ambivalenti e pure scisse) oltre che egoistico e sordo del terapeuta, nel senso che se un terapeuta si comporta cosi', in pratica ,non utilizza di fatto, nè il transfert nè il proprio controtransfert, semplicemente, lo rifiuta, (e qs sarebbe un punto sviluppabile ulteriormente) come ha detto geiko, e, aggiungo io, per motivi suoi, poi paga -lui- in termini di autostima, come hai detto, fatto senz'altro vero.
La mia domanda, ora è:
Ed il paziente? In che termini paga emotivamente, questo atteggiamento che avverte, poichè lo avverte, in vari modi da parte del terapeuta (oltre che forse gli viene detto, ma in genere in un paziente che si trova vivere qs condizione, non è poi tanto necessario.) questa sensazione di suscitare in lui, noia, repulsione, dolore.
Proviamo un attimo a pensare che questi tre sono sentimenti tipici di alcuni momenti del vissuto di un controtransfert da parte del terapeuta (ti aggiungo che a volte, potrebbe provare perfino paura ) con intensita' diverse ed hanno un significato, cioè se il terapeuta, avverte dentro di sè dolore, anzichè utilizzare -utilizzare, non ho detto interpretare, poichè interpretare non è scontato- qs sentimento per capire cosa il paziente gli sta comunicando attraverso le emozioni negative, soprattutto quelle che hai citato noia (che so, ti faccio un esempio banale: io mi chiederei" da cosa sta scappando o intorno a cosa stiamo girando?" o" evitando?" "che c'è in lui di 'incomunicabile verbalmente', per cui mi manda qs messaggi?". Forse, il nv e parav., mi dice qualcosa di cio' che mi sta annoiando....
Un terapeuta che rompe il contratto perchè prova dolore? Scusami, ma io penso che il tipo di dolore che il terapeuta prova, possa fornirgli impressioni ed informazioni preziosissime per comprendere il dolore ed i dolori del suo pz. Dato che hai fatto l'es. della Gestalt, il dolore comunica molto su tutti i "cerchi "ancora aperti, fino magari a trovare il fondo della voragine, e cominciare pian piano, uno per volta, consapevolizzandoli, a chiuderli. Qs, senza interpretare in senso analitico, dato che parliamo di "gestalt" ancora aperte, in senso metaforico ed indicativo.
Quando dirigevo l'unita' di terapia del dolore, era nello staff una psicologa. Ho provato piu volte a cercare uno scambio che andasse oltre le formalita' esecutive, anche perche' tenevamo riunioni settimanali sui casi, e spesso ci incontravamo o scontravamo sulla priorita' dei bisogni dei pazienti.
A una mia richiesta di chiarimento in questo senso mi ha risposto in sintesi:- Non e' obbligatorio avere un dialogo se non lo si vuole avere. E' la mia regola per dare il meglio-.
Per me e' stata una lezione.
Citazione:
Anche a me sembra che le molte argomentazioni che hai portato su francesca, non corrispondano tanto ad opinioni su sua richiesta, quanto, da una parte, ad una serie di interpretazioni, dall'altra a vere e proprie diagnosi, tratte anche dalle sue "letture".
Le letture si riferiscono agli ultimi cinque-sei post. Nient'altro. Anche perche' lei si e' incuriosita e io volevo solamente soddisfare questa curiosita', gia' prevedendo che la cosa l'avrebbe colta di sorpresa e forse spaventata.
Succede spesso. E' un modo come un altro per trovare un anello.
Per diagnosi io intendo una classificazione secondo parametri legali, fatti su un documento legale, da una persona legalmente riconosciuta allo scopo [che in Italia, se non erro, e' solo un laureato in medicia e chirurgia].
Poi "diagnosi" etimologicamente la puo' fare anche il cuoco.
Citazione:
Mi viene da farti una domanda, per capire meglio da dove nascono qs opinioni -diagnosi su una persona che in realta' non conosci, se non tramite alcune cose che ha scritto (poi chissa' perchè in realta' le ha scritte:mumble:) .
Se io , rivolgendomi a te, per via di qs propensione piuttosto drastica a fare molte ipotesi e diagnosi (non metto in discussione il pragmatismo, è un livello diverso di discorso) ti dicessi: "per me, è facile capire che tu, dalle cose che scrivi, fai delle identificazioni proiettive, in forma "intellettualizzata" perchè .... (motivi)": come ti farebbe sentire una mia affermazione del genere? (se sai cosa sono le identificazioni proiettive).
Come la sentiresti su di te, nel tuo spazio di vita (non mi dire non me ne frega niente, perchè qs risposta è troppo facile e difensiva, anche se molto intelligente, ma proprio per questo, contando sull'intelligenza, te ne chiedo una pertinente alla mia domanda, di risposta effettiva), il mio entrare in questo modo abusivo, dato che siamo in un forum e non conosciamo la reale sensibilita' di chi sta al di la' e la pregnanza che potrebbero avere per lui/lei le nostre parole nella "tua" sfera psicologica-emotiva?
Domandare e' lecito, rispondere e' cortesia.
Non mi sono mai sottratto a nessun tipo di confronto,e, se l'interlocutore e' interessante, non ho difficolta a mettermi in gioco. Come sempre.
Se gli argomenti diventano particolarmente intimi, c'e' sempre l'MP.
Ma sento un po' di irritazione in quello che mi dici...[non dirmi che e' una diagnosi, ti prego].
Citazione:
Tra l'altro, ho notato che in qualche post precedente, pur senza nominarlo in modo diretto, tu di fatto, hai citato C. Rogers ed il suo pensiero sull'influenza del rapporto genitori-figli sullo sviluppo dell'autenticita'.
E poi, hai dissertato sui vari destini del racket, in termini emotivi ed altro, ovvero, non hai fatto qualcosa di molto dissimile nè da francesca nè da altri, se provi a pensarci; solo i riferimenti culturali, in fondo, sono stati diversi, mi sembrerebbe.
Ciao, and we are all:approved::approved::approved:
Non capisco bene cosa vuoi dire, anche perche' sei molto ricercata nell'esprimerti, ed io vengo dalla corsia ospedaliera...
Se intendi che non mi limito a disquisire, ma tendo sempre ad analizzare tutto cio' che succede, allora si, e' cosi'. Fa parte del mio modo di essere quello di non scindere la complessita', ma accettarla complessivamente.
Come hai argutamente compreso nel tuo saluto:approved:
Se invece ti vuoi riferire a qualche mio inconscio bisogno...parliamone pure. Sono curioso anche io.:D:ciao:
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Citazione:
Originalmente inviato da
Johnny
oppure sei tu che vuoi sentirlo. Riflettici :approved:
oscarmoreno il termine "diangosi" significa letteralmente "conoscere attraverso", cioè conoscere attraverso una teoria di riferimento. Se tu fai riferimento ad una teoria (in questo caso l'AT) e valuti i comportamenti di un'altra persona in base a qeusta, è una diagnosi. Cioè un'idea, si, ma filtrata attraverso l'AT.
Io per esempio potrei dire che tu proietti in francesca 63 i tuoi vissuti, e in realtà sei tu che ti senti protetto in mezzo agli addetti ai lavori, anche le continue citazioni sull'AT sono un appiglio a cui aggrapparti.
Rifletti anche su questo :approved:
Grazie. Lo faro'.
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Originalmente inviato da
Lucio Regazzo
Francesca, mi trovi in accordo totale con te: purtroppo chi teorizza molto, a volte in modo inesatto, ha visto sì e no qualche decina di pazienti ( e forse esagero),
Credo conte te che :"la terapia ideale qualunque essa sia, dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente e il rispetto delle sue esigenze.".
Purtroppo l'esperienza clinica si forma vedendo pazienti, non scrivendo su forum.
Ciao e ti auguro di trovare qualcuno che ti aiuti con professionalità e non solo con teorie,
Mi sono esposto, e' giusto che raccolga le critiche.
Grazie.
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Originalmente inviato da
francesca63
Originalmente inviato da francesca63:
Vorrei capire perchè il buon esito di una terapia non può poggiare sulla flessibilità e disponibilità di un analista con cui costruire una relazione calda, gratificante, un'esperienza emozionale in cui ci si sente capiti, ascoltati, al sicuro, protetti , mentre si esplora la propria psiche in quella penosa discesa agli inferi che inevitabilmente produce tanta sofferenza. Accogliere, offrire un sostegno, manifestare affettività , partecipare, soffrire, sperare col paziente sono, secondo me, le coordinate essenziali su cui prende forma il potere curativo della psicoanalisi.
Gieko:
Cara francesca, la questione è più complessa. Anzitutto non mi sembra di sostenere che la relazione psicoanalitica non debba costituirsi su una reciproca partecipazione. Il fatto che essa non sia "calda e gratificante" su un livello collusivo, ma piuttosto su un livello trasformativo mi porta a dire che c'è una sostanziale incomprensione: almeno secondo una determinata ottica, le possibilità trasformative della psicoanalisi non sono legate alla partecipazione affettiva in sè stessa quanto alla capacità di rimettere in moto la struttura del paziente (e, perchè no?, dell'analista) mediante l'interpretazione. Altrimenti, come dicevo sopra, l'analisi diventa questione di accoglimento e soddisfazione delle richieste affettive, e non di trasformazione.
Cara francesca, come ha fatto notare anche neuromancer, quello che ti avevo scritto non voleva dire semplicemente che la relazione emotiva esclude il processo di cura. Non mi sognerei mai di dire una cosa del genere. Ma quanti sostengono che ciò che favorisce il processo terapeutico non è la sola "empatia" del terapeuta parlano a ragion veduta. Si tratta di vivere, analista e paziente, questi bisogni profondi (che non sono sempre di dipendenza, ma possono essere di rifiuto, rabbia...) ma di potersi anche smarcare da questi per uscire da posizioni che sono ricorsive e limitanti. E qui rientra secondo me tutto il capitolo sulla pulsione di morte (ma come dicevo dalla mia posizione teorica preferisco parlare di tendenza alla chiusura del sistema paziente-analista, di reiterazione di funzionalità già note e fonte di sofferenza), con la paradossale ricerca di una soluzione che aliena, che allontana dalle possibilità di trasformazione strutturale.
Rispondere unicamente alla richiesta di accoglimento totale, quindi, può portare ad un appagamento illusorio perchè intrappola la coppia analitica nella posizione patogena di partenza. Come credo di averti già accennato, si tratta di "ballare coi passi del paziente introducendone però di nuovi" (Mitchell).
Un saluto
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willy61
Confusione? Può essere. Non faccio altro che registrare la situazione esistente. E con la psicoanalisi cerco di dialogare, anche se mi sto formando come analista bioenergetico, non come psicoanalista.
Ed è chiaro che ci sono differenze profonde (e non solo di tecnica) tra bioenergetica e psicoanalisi.
Prendi la questione del contatto fisico. In psicoanalisi è considerato un errore, in quanto "gratificherebbe" i bisogni del paziente senza consentirgli un'evoluzione. In bioenergetica è uno strumento fondamentale di comunicazione e di evoluzione. E non è affatto detto che il contatto fisico tra terapeuta e paziente sia sempre piacevole, nemmeno quando è al servizio della regressione. In alcune strutture caratteriali, regredire non significa tornare in paradiso, quanto piuttosto tornare all'inferno.
E anche la questione della neutralità prende accenti differenti. Perché è più "semplice" rimanere neutrali dietro una scrivania che non quando si è in piedi di fronte al paziente e ci si impegna con lui in una serie di esercizi fisici, di posture e di contatti. Eppure, anche per me vale quel che dice Gieko: non è la "partecipazione affettiva" in sé che conta, ma la capacità di promuovere una trasformazione nel paziente (e in se stessi, anche, concordo).
Quanto all'ultima parte del tuo discorso, posso essere d'accordo che si crea sofferenza. Lo so bene. L'ho provato anch'io. Assieme alla sofferenza ho però vissuto anche sempre la sensazione che ci fosse qualcosa al di là della sofferenza che mi ha reso possibile affrontarla, sopportarla e superarla. Quel qualcosa era (per me) il sentire la mia analista calda, affettiva e disponibile anche quando il suo agire mi provocava sofferenza. E l'accorgermi, man mano, che quella sofferenza che porvavo era provocata, ma non in modo selvaggio, bensì come in una titolazione chimica: una goccia, aspettare, verificare. Poi un'altra goccia. E così via. In base a quel che io, in quel momento, potevo "reggere". Quel tanto che serviva a far sì che potessi rendermi conto di alcune parti di me stesso e avere la possibilità di trasformarle. E di accettare che ci siano parti di me che non verranno trasformate.
Non so se ho reso l'idea, o se sono riuscito a risponderti.
Lucio, non so se queste parole sono rivolte a me. Sì, ho visto (si e no) qualche decina di pazienti. Non ho la tua esperienza clinica, né la tua cultura. Ho quel che ho e, come i marines americani, faccio quel che posso, quando posso, con quel che ho a disposizione.
Non pretendo di farmi esperienza clinica scrivendo e leggendo su un forum, così come non pretendo di conoscere la bioenergetica leggendo gli scritti di Lowen, e preferisco apprendere qualcosa della psicoanalisi dalle mie tre sedute settimanali.
Ognuno ci mette la professionalità che ha. Ma, anche se poca, quella che ho ce la metto tutta. Può darsi a te non basti. Imparerò.
Buona vita
Guglielmo
Caro Guglielmo, nel modo più assoluto:NO!
Ciao. Lucio
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Originalmente inviato da
francesca63
Ciao Willy.
La libertà di scegliere il proprio modo di vedere e pensare come conoscere, analizzare e curare la sofferenza mentale, mettendo a confronto diversi punti di vista è un diritto che spetta a tutti, ma sopratutto ai pazienti che hanno diritto a trattamenti efficaci, ma ai quali viene lasciato poco spazio nei dibattiti tra addetti ai lavori.
Esistono altri approcci oltre a quello psicoanalitico, sicuramente più veloci e meno impegnativi. "C'è una vita dopo Freud" sostiene la Meyer nel 'libro nero della psicanalisi': in terapia si può lavorare su un inconscio non freudiano, si ci può accostare all'infanzia, alla sessualità, alla storia e alle emozioni di ciascuno senza aderire ai concetti freudiani.
Il dubbio e la curiosità sono insiti nella natura umana.
Ma mettiamoci nei panni di chi soffre di un disagio psichico, oppure di uno studente di psicologia che deve scegliere la sua specilizzazione... Certo non saranno aiutati nella scelta della terapia, nè dallo stesso Lacan che sostiene che la sua professione è una truffa, un bluff, un voler stupire con paroloni, e neanche da chi sostene che solo la psicoanalisi è una terapia del profondo che cambia la struttura mentale mentre tutte le altre sono cure " kleenex", che cancellano i sintomi solo temporaneamente. E allora? Leggendo questo thread, anche solo per dare una spiegazione al concetto di transfert c'è un dibattito vivace tra tante teorie e non c'è intesa.
Tu, Willy, con il tuo ultimo post, certo non ci aiuti a trovare finalmente il percorso giusto per uscire dal labirinto.....Per confonderci ancora di più adesso introduciamo pure l'analisi bioenergetica!:swear: Leggendo il tuo interessante file che spiega un caso clinico risolto brillantemente in poco tempo, chi sa cosa è un percorso analitico si rende conto che i sentimenti , l'intensità emotiva, le paure che si percorrono nel setting classico sono gli stessi: Carol vuole qualcuno che si prenda cura di lei e trasferisce sul terapeuta le figure parentali che hanno turbato la sua infanzia.
Prova per il terapeuta sentimenti di rabbia, aggressività che esprime piangendo e scalciando, ma il contatto e gli esercizi bioenergetici cui si sottopone e che coinvolgono tutte le parti del suo corpo, la rassicurano, sciolgono, liberano, curano. Sappiamo che invece nelle psicoanalisi classiche qualunque gesto o contatto viene considerato un inammissibile acting, un vero e proprio errore professionale. Questa è una delle regole base della psicoanali classica, insieme a quella della neutralità rigorosa, regole che voi esperti , tu per primo, insieme a Gieko, Ikaro, johnny, Luigi, e altri, avete sempre condiviso e ritenute fondamentali per l'efficacia della cura.
Ritornando al transfert e ai vecchi discorsi iniziali del thread, vorrei ribadire la mia convinzione sempre assoluta, che il paziente sopratutto se fragile, di fronte a terapie troppo ortodosse, non direttive, neutrali avverte tali metodi come un disinteresse, un'indifferenza che risvegliano la dolorosa mancanza di affettività di cui hanno sofferto e reagiscono anche con provocazioni per suscitare nel terapeuta una qualsiasi risposta affettiva. Se questo bisogno di amore e di sicurezza non è sodisfatto, se il contesto non è rassicurante se la domanda di protezione e di direttive non è soddisfatta le cure psicoanalitiche provocano grande sofferenza e una frustrazione che potrebbero essere risparmiate a chi ha già una fragile identità e dei profondi disagi....basterebbe veramente poco....Solo un qualche gesto di affetto e di empatia, che, sempre secondo la Meyer, si sono invece rivelati estremamente efficaci per molti pazienti.
Vorrei arrivare alla conclusione che la terapia ideale qualunque essa sia, dovrebbe avere come obiettivo primario il benessere del paziente e il rispetto delle sue esigenze.
Ciao:ciao:
Sono perfettamente in linea con quanto affermi.
Ieri sono nadato ad una conferenza dal titolo:La ricerca della felicita'.
Dopo aver sentito le proposte di una filosofa che citava Socrate [conoscenza] e Nietzsche [volonta di potenza], ho proposto Epicuro, e il Principio del piacere.
Hanno concordato sul fatto che la spinta biologica e' verso la soddisfazione psico/fisica, in tutte le sue accezioni.
In analisi transazionale si parla di "ricerca di carezze", che e' sempre il solo e vero motivo di ogni interagire umano.
Se poi queste sono mancate da bambino, tutta la propria vita sara' orientata seplicemente da questo bisogno, anche quando apparentemente la persona lo neghera' e le rifiutera'.
Perdona la mia poca sensibilita' in questo frangente. Ma e' stata una scelta per alimentare un dibattito sul fine di gni psicoterapia.:approved:
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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Originalmente inviato da
neuromancer
come dice Regazzo, l'esperienza ci permette di imparare, a creare catastrofi (thom). :asd::asd:
ciaz
Dipende se si ha un supervisore o no; non credi?
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Originalmente inviato da
Lucio Regazzo
Dipende se si ha un supervisore o no; non credi?
con supervisore, decisamente meglio. :approved:
ciaz