Cambiamo la domanda. Ma se dopo un'analisi transazionale il paziente (pardon, cliente), che prima faceva l'idraulico, decide di fare l'analista transazionale, vale lo stesso percorso?
Buona vita
Guglielmo
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Ti suggerisco:
I.Stewart, V. Joines, L' analisi transazionale, Garzanti, 1998, Cap. XXI, Cap. XXII,
in particolare cito un passo: definiamo una emozione parassita come una emozione appresa e incoraggiata nell'infanzia, vissuta nelle situazioni di stress e inadatta quale mezzo adulto di risoluzione dei problemi. pag. 207
e poi: ogniqualvolta provate una emozione parassita siete nel copione, pag. 208
cioe' state riproponendo una strategia che avete imparato da bambini per fronteggiare una situazione di stress, che fosse permessa, invitata, o accettata dalla figura genitoriale.
L'A.T. usa elencare quattro emozioni autentiche: Rabbia, tristezza, paura, felicita'. pag. 273
Per esempio:- Io scrivo una cosa sul forum.
Dai presenti viene sentita come una aggressione alla propia incolumita' [dal Bambino Adattato], e razionalizzata ad una provocazione di tipo professionale [Adulto contaminato dal Bambino adattato].
La risposta istintiva e' rabbia [irritazione], paura [smarrimento] che sono emozioni autentiche.
L'emozione viene pero' mascherata da un'emozione parassita che abbiamo imparato ad usare da bambini adattati, cioe' educati a manifestare le emozioni secondo i desideri genitoriali.
Questa emozione parassita puo' essere fastidio, noia, disgusto, antipatia, gelosia, invidia, repulsione, insofferenza, ripugnanza, ironia, sarcasmo, avversione, ecc ecc..
Il fine dell'emozione parassita e' sempre svalutativo, e non adatto a risolvere il problema.
La reazione equilibrata dovrebbe essere di curiosita', interesse, verifica.
La posizione esistenziale Io sono ok, tu sei ok.
Cioe' quella che opportunamente e' stata presentata qui...:approved:
..ps Se hai qualche buon numero dammelo, che io non ne indovino uno...:D
Scusa il sarcasmo, ma non mi sembri propriamente curioso e interessato a qualcosa che non sia AT. Noi non siamo ok e su questo non ci piove. Ma tu? :jd:Citazione:
La reazione equilibrata dovrebbe essere di curiosita', interesse, verifica.
La posizione esistenziale Io sono ok, tu sei ok.
Cioe' quella che opportunamente e' stata presentata qui...:approved:
Salute,
ikaro
E qui nasce il primo problema. Le emozioni non si apprendono. Al massimo si apprende come reagire alle emozioni degli altri in un modo approvato dagli altri. Non è che impari le emozioni man mano che cresci. Al massimo impari come regolarle. Che è cosa differente. Mi pare.
Cioè, state riproponendo una strategia di regolazione del comportamento interattivo. Che è cosa differente dalle emozioni. Quanto poi a definirla "parassita", è sicuramente un'immagine "brillante", ma dice poco, a mio parere.
Izard ne elenca cinque. E noto che nel tuo elenco mancano sia ansia che angoscia. Curioso. Chissà a che età si imparano, dato che sembrano non essere primarie...
Questi sono sentimenti, non emozioni. Capisco che la distinzione possa essere sottile (roba da psicologi, insomma), ma non è banale.
Interessante questo passaggio. Così tu, che non sei me, che hai una storia diversa dalla mia e un corpo diverso dal mio, sei anche in grado di dirmi che emozioni dovrei provare? Quale dovrebbe essere la reazione equilibrata?
Ma davvero esistono, secondo te, emozioni che dovrebbero essere?
Buona vita
Guglielmo
P.S.: 4-12-57-90-41
ansia ed angoscia sono paura, cioe' sensazioni spiacevoli relative al futuro.
Ma non sottilizzerei troppo si queste faccende, perche diventerebbero il moscerino scolato, e il cammello inghiottito.
Mi riferivo all'esempio citato, e non alla gamma infinita di situazioni.Citazione:
Questi sono sentimenti, non emozioni. Capisco che la distinzione possa essere sottile (roba da psicologi, insomma), ma non è banale.
Interessante questo passaggio. Così tu, che non sei me, che hai una storia diversa dalla mia e un corpo diverso dal mio, sei anche in grado di dirmi che emozioni dovrei provare? Quale dovrebbe essere la reazione equilibrata?
Ma davvero esistono, secondo te, emozioni che dovrebbero essere?
Buona vita
Guglielmo
P.S.: 4-12-57-90-41
E' ovvio che le reazioni equilibrate possono essere anche rabbia, paura , tistezza e felicita', se la situazione reale le suscita.
Ma penso che in un contesto tranquillo la serenita', cioe' la mancanza di emozioni, sia lo stato d'animo piu' costruttivo.
Ma , cosa vuoi, io sono un'epicureo....
ps e la ruota?
Oscar, la domanda era "seria", non era una presa per i fondelli.
La ripropongo in altro modo.
Qualcuno ha posto la questione del perché un paziente vuole diventare terapeuta (e, magari, lo fa anche). Se questa scelta potesse dipendere da una mancata risoluzione del transfert che si era costruito nel corso della psicoterapia. Tu rispondi in un modo che sembra sostenere questa tesi.
Io non mi sento in accordo. Nel senso che questa è una delle possibili spiegazioni. Ma che non è detto valga per tutti. Può anche essere che una psicoterapia (o un'analisi) ben fatta porti allo scoperto risorse che prima, pur esistendo, non erano utilizzabili da parte del paziente. E che, in seguito all'esperienza che il paziente fa di queste risorse, decida di diventare lui stesso un terapeuta. Sinceramente, non ci vedrei nulla di male.
Quanto al percorso che hai delineato, sono curioso di comprendere alcune cose. Sembri vedere le difese solamente dal loro lato negativo, come non possedessero una loro ragione d'esistere che sia anche di salvaguardia, di protezione (di difesa, per l'appunto) contro una regressione a livelli strutturali più primitivi. E, mi sembra, proponi una visione di un'essere umano che, quante meno difese ha, tanto meglio è. Una visione che a me pare, contemporaneamente, utopica e falsa. Utopica, perché le difese sono onnipresenti. Falsa perché le difese sono utili.
Altrimenti, nessuno dovrebbe fare il terapeuta, a questo mondo.
Buona vita
Guglielmo
P.S.: Napoli, ovviamente
Ciao Willy, non ho capito bene cosa ci azzecca con Oscarmoreno, la questione
che avevo posto un bel pò di tempo fa:old: . Comunque, ti ringrazio di averla ripresa.
Allora, secondo te, per un paziente in psicoterapia, l'interessarsi alla psicologia, potrebbe spiegarsi come la soluzione, l'incanalizzazione del transfert? Lo definiresti transfert intellettualizzato? Sicuramente un percorso analitico efficace apre orizzonti infiniti e aumenta anche le conoscenze del pz; ma perchè vuole orientare queste nuove risorse che scopre di avere in sè proprio verso la psicologia e non verso altre disciplne?
Oscarmoreno, complimenti....! Il tuo grande pregio è di non arrenderti mai:rosic:, anche se attaccato da tutte le parti:parsi: e ormai perduto :stress:
Ciao :natale:
Con Oscar non c'entra nulla. C'entra con la caricatura che Oscar ha tracciato del percorso di una persona che passa dall'essere paziente al voler essere terapeuta.
Secondo me non si tratta di intellettualizzazione del transfert. O, meglio, potrebbe anche essere ma, in quel caso, credo che il percorso inizierebbe ma on verrebbe portato a conclusione. Perché esercitare la professione di psicoterapeuta equivale ad assegnare un'importanza sostanziale al lato emotivo e non a quello intellettivo. Si comprende col cuore, non con la mente, per me.
Perché quel percorso e noon un altro? Probabilmente dipende dalle persone. Alcuni sceglieranno quel percorso, altri no. Per chi lo sceglie, le risposte sarano diverse ancora. Non lo so.
Però non ho sentito di molti casi in cui questo passaggio sia avvenuto. Ho conosciuto diverse persone che erano passate per una psicoterapia o una psicoanalisi. Alcune avevano cambiato lavoro, ma pochissime avevano deciso di diventare a loro volta terapeuti.
Tu come la pensi, in proposito?
Buona vita
Guglielmo
Capisco che non si può generalizzare, ma a me risulta che i casi di pz che durante e dopo una psicoanalisi si sono accostati allo studio:libro: e alla pratica della stessa, sono numerosi e non solo in passato quelli che fanno storia, ma anche nel presente. Una paziente di Carotenuto, è psicoterapeuta e non è l'unica.
Ma la mia domanda è come spieghi, per un paziente, il desiderio di interessarsi alla psicologia? Per i pazienti che lo fanno, a mio avviso, è puro transfert.
Ti sarei molto grata se mi dai una qualche risposta.
Ciao:natale:
La mia era una risposta figurata, ma seria ...tanto quanto riesco ad esserlo io.
Mi pare evidente che io mi riferivo ad un caso specifico, anche se trattato in modo generico.Citazione:
Qualcuno ha posto la questione del perché un paziente vuole diventare terapeuta (e, magari, lo fa anche). Se questa scelta potesse dipendere da una mancata risoluzione del transfert che si era costruito nel corso della psicoterapia. Tu rispondi in un modo che sembra sostenere questa tesi.
Io non mi sento in accordo. Nel senso che questa è una delle possibili spiegazioni. Ma che non è detto valga per tutti. Può anche essere che una psicoterapia (o un'analisi) ben fatta porti allo scoperto risorse che prima, pur esistendo, non erano utilizzabili da parte del paziente. E che, in seguito all'esperienza che il paziente fa di queste risorse, decida di diventare lui stesso un terapeuta. Sinceramente, non ci vedrei nulla di male.
Che poi succeda non ci vedo nulla di strano, anche se l'interesse, secondo me, e' solo di due tipi:
O per via di un disagio che si vuole sublimare attraverso questa strada, o come strumento di manipolazione a proprio vantaggio.
Poi ci saranno anche altri motivi, ma mi sembrano marginali.
Guarda...l'opinione e' una mera opinione e questa e' la mia.Citazione:
Quanto al percorso che hai delineato, sono curioso di comprendere alcune cose. Sembri vedere le difese solamente dal loro lato negativo, come non possedessero una loro ragione d'esistere che sia anche di salvaguardia, di protezione (di difesa, per l'appunto) contro una regressione a livelli strutturali più primitivi. E, mi sembra, proponi una visione di un'essere umano che, quante meno difese ha, tanto meglio è. Una visione che a me pare, contemporaneamente, utopica e falsa. Utopica, perché le difese sono onnipresenti. Falsa perché le difese sono utili.
Le resistenze quando ci sono hanno la loro ragion d'essere e a volte bastano per tenere in piedi una persona.
Per alcuni e' meglio essere un po' nevrotici che sentirsi delle nullita' nel confronto con se stessi, gli altri e il mondo.
Poi, se uno ha coraggio e interesse, trovera' anche il modo di andare a fondo dei propri pelaghi.
Comunque, siccome sembra che l'autonomia comporti consapevolezza, spontaneita e capacita di intimita', le difese dovrebbero essere quelle fisiologiche, volte alla conservazione. Questo e' il modello ideale. Sempre un modello rimane [Adamo ed eva prima del peccato].
forse dovrebbe farlo chi ha veramente raggiunto una maturita' esistenziale e non soltanto scolastica o nozionistica. Ma non mi sento di esprimermi su questo.Citazione:
Altrimenti, nessuno dovrebbe fare il terapeuta, a questo mondo.
P.S.: Napoli, ovviamente
Quando leggo qualcosa di Feud, di Jung o di Adler, mi domando quanto i loro clienti fossero contenti...e sopratutto quanti ne avessero...
ps stassera sapremo se sei un mago o no.
Ricordo a tutti questo articolo del regolamento di OPS:
Diagnosi e consulenza psicologica on line: i forum di OPsonline.it non prevedono attività di diagnosi e consulenza, né relazioni di supporto ed aiuto. Studenti di Psicologia e psicologi tutti, frequentanti i forum, sono quindi invitati a non lanciarsi in consulenze, diagnosi ed interpretazioni su casi/problematiche portate da altri partecipanti, come previsto dalle "Linee Guida sulle Prestazioni Internet" approvate dal Consiglio Nazionale Ordine Psicologi il 18.12.2003.
Evitiamo quindi di lanciarci in fantasiose interpretazioni sulla base di poche parole scritte da qualcuno relative ad una propria situazione personale. Mi riferisco in particolar modo ad oscarmoreno (pagina precedente) che ricordo ha già un'infrazione: cerca di non violare altre regole, perchè altrimenti mi costringi al ban, grazie.
Un'occhiatina al regolamento sui comportamenti non consentiti fa sempre bene per tutti:
Comportamenti NON consentiti <img src="/forum/images/smilies/1shifty.gif" align="absmiddle"> .: Help on line di Obiettivo Psicologia
non a difesa di oscarmoreno. volevo soltanto aggiungere che spesso si fanno richieste, si aprono thread, si insiste in domande che invitano altri incauti (e qui mi fermo) ad entrare nel personale con fantasiose interpretazioni. caso emblematico in questa parte del thread.
si fanno in due le danze...
ciaz
Domanda molto intrigante, complimenti! :approved: Partendo dal presupposto che, come è stato già detto, ogni caso è singolare (tanto più perchè è in gioco il rspporto del soggetto col proprio desiderio), a mio parere è necessario distinguere tra la fascinazione immaginaria per la psicoanalisi (possibile effetto del transfert, come giustamente sottolinei, e come tale destinto a esaurirsi o in una identificazione all'analista o a svanire) da quello che Lacan definiva come "desiderio dell'analista" quale formazione dell'inconscio che segna la fine dell'analisi, la destituzione dell'analista (il proprio) e il passaggio dalla posizione di analizzante a quella di analista. Tra il primo e il secondo c'è di mezzo l'analisi, con tutto quello che questa comporta...Citazione:
Ma la mia domanda è come spieghi, per un paziente, il desiderio di interessarsi alla psicologia? Per i pazienti che lo fanno, a mio avviso, è puro transfert.
Saluti,
ikaro
Traendo spunto dalla lettura di Pierre Daco vorrei fare alcune semplici considerazioni.
La psicoanalisi è una potente concentrazione di sentimenti, questo spiega la violenza di alcuni transfert.
Il trasfert è uno strumento di lavoro utile, ma doloroso per il paziente.
Chi, vittima di una nevrosi si rivolge ad un analista, ha bisogno più di ogni altra cosa, di dimostrazioni d'affetto. E poichè il medico non può dimostrargli il suo amore il paziente si sente sconcertato e frustrato: un soggetto nevrotico ha bisogno di sentirsi amato, accettato oppure disprezzato, punito. Ma se l'analista entrasse in questo gioco, farebbe fallire l'analisi.
Sopratutto nelle prime fasi del percorso analitico, il paziente accentra tutta la sua attenzione non sul contenuto della seduta, ma sull'analista....si rende conto che un clima particolare si sta impadronendo dei suoi pensieri e del suo sentire; il paziente è disorientato, le sue reazioni possono essere tante: bisogno di essere ammirato, amato, di affetto, ostilità, aggressività, panico, sottomissione, vergogna, ecc. Tanto più forte è la proiezione quanto più i meccanismi inconsci sono potenti, o l'età mentale inferiore. Spesso il paziente si lega, si fissa sull'analista. Per progredire, tale fissazione deve cessare armoniosamente, a mano, a mano che si rafforza la personalità adulta del paziente; la guarigione psicologica consiste nello ristabilire dei "legami" armoniosi, prima all'interno di una personalità, poi fra questa personalità e il mondo.
Per distaccarsi dal transfert e divenire adulto e autonomo, l'analista deve aiutare il pz a prendere coscienza del proprio transfert. Quando ciò avviene si rende conto che sul nostro pianeta non vi sono nè superiori, nè inferiori, ma uomini, ciascuno dei quali fa sua parte. Si rende pure conto che ognuno ha le sue forze e le sue debolezze, la sua ampiezza e i suoi limiti. Chi per effetto della nevrosi, si sentiva in un mondo popolato da giganti, via, via che torna ad essere se stesso, scopre che i giganti esistono solo nelle favole.
L'analista -traghettatore, che ha aiutato il pz ad attraversare l'oceano della nevrosi, ha raggiunto il suo obiettivo finale: ottenere un Io forte e autonomo.
L'analista non è, nè più nè meno, che uno strumento.
Ciao:natale:
:uhm:Citazione:
L'analista -traghettatore, che ha aiutato il pz ad attraversare l'oceano della nevrosi, ha raggiunto il suo obiettivo finale: ottenere un Io forte e autonomo.
Saluti,
ikaro
Ciao Ikaro, perchè non condividi l'idea che fine di un'analisi è ottenere un Io forte e autonomo? Forse potrai obiettare che non è l'unico fine, ma non puoi negare che il paziente se saputo ascoltare svilupperà tutto il suo potenziale creativo e caratteriale che spesso a sua insaputa era muto in lui.
Sarei anche molto interessata a capire meglio come avviene quel meccanismo, cotinuamente in gioco tra la mente del paziente e quello dell'analista, che consente la trasformazione in "mattoncini base del pensiero", ma anche di tessere quella rete che contiene i "fili emotivi" tra le due menti, che Ogden definisce "terzo analitico". L'analista e il paziente co-generano un campo emotivo che apre le porte del cambiamento....
quanto influisce il transfert e il controtransfert in questo meccanismo, fulcro della psicoterapia.
Mi metto in lista d'attesa.
Ciao:natale:
Non voglio sostituirmi ai chiarimenti venturi di ikaro ma,sinceramente,riguardo a un 'Io forte' avrei anch'io i miei dubbi. Se infatti si trattasse solo di rinforzare il complesso dell'io, allora l'analisi sarebbe assimilabile a qualche forma di trattamento della cognizione, per cui si rafforza l'idea che ad abitare questa esistenza ci sia un solo ed unico inquilino. In analisi si sperimentano certamente strategie coscienti di elaborazione del vissuto (e tutto questo è a mio parere oltremodo necessario per contenere gli effetti del sintomo) e dell'Io (perchè in fondo è sempre lui che ha scelto un giorno di essere nella possibilità di decidere del proprio destino) ma una cosa è certa: se l'Io non abbandona la via dell'ipertrofia e quindi la capricciosa volontà di essere protagonista indiscusso di una biografia, il suo 'dis-locamento' non sarà avvenuto. La coscienza si amplia non perchè 'conosce' e quindi 'dispone' a piacimento dei contenuti dell'inconscio ma perchè è stata capace di 'spostarsi' da quell'epicentro che occlude il fluire della vita inconscia. Se questo è vero l'analisi non può mai essere conclusa, perchè a differenza del freudiano 'prosciugamento' bisogna sostituire l'immagine di una 'alimentazione' infinita della coscienza dall'archetipo che, in quanto 'forma' senza contenuto, è l'espressione di un 'fondo' inconscio immutabile dal quale i 'contrari' si generano ma che la 'funzione trascendente' è capace di riunire in quanto 'funzione simbolica' (sym-ballein,mettere assieme) in quella circondante e 'sovra-stante' realtà che è il Sè...
Quindi per concludere direi che ci sono molti modi di considerare 'forte' un Io:da un lato abbiamo l'irrigidimento che è il biglietto da visita di ogni nevrosi e dall'altro una 'forza' che proviene dall'aver preso in considerazione la possibilità di una 'debolezza intrinseca'...che diventa 'umiltà'...e luogo della rivelazione di una 'ulteriorità', di una 'eccedenza'...
Saluti,
Luigi
ai post precedenti aggiungo un'ulteriore spunto di riflessione:
1. Il fine dell'analisi sta nel motto "Wo Es war soll Ich werden" (dov era l'Es deve "subentrare" l'Io - anche se sarebbe meglio tradurre con "divenire" anziché subentrare) ....e quindi:
2. L'analisi è veramente "terminabile"? O è interminabile?
ciao
Cara Francesca, Ogden deriva la sua teoria dal pensiero bioniano. Il meccanismo è più o meno quello che ho descritto qualche tempo fa con la metafora tratta da un testo di Antonino Ferro (anch'egli bioniano) in cui viene utilizzata l'immagine del cuoco e del cliente del ristorante. Bion riteneva che il pensiero si costituisse in base a processi relazionali per cui il bambino comunica mediante identificazione proiettiva elementi proto-emotivi scissi e proiettati alla madre che è dotata di una funzione mentale (chiamata funzione alfa) che trasforma questi "mattonicini" (detti elementi beta) in pensieri elaborati (elementi alfa) e li ritrasmette al bambino. Fondamentalmente è ciò che avviene anche tra analista ed analizzando. Ma Ogden e altri teorici che sono arrivati ad una concezione bi-personale della situazione analitica (tra cui il citato Ferro) ritengono che entrambi i membri siano parte di questo processo, essendo anche l'analista soggetto che controidentifica proiettivamente: di conseguenza è il campo, o terzo analitico, cioè lo spazio di incontro tra menti che l'analisi permette di creare il vertice di riferimento che permette i processi di elaborazione e trasformazione ed il progredire del processo analitico.
In quest'ottica, più che parlare di transfert e controtransfert - termini legati ad una concezione ancora monopersonale - si utilizzano termini come co-transfert, transidentificazione proiettiva o simili, per designare il carattere eminentemente relazionale del processo analitico.
Saluti
Il motto freudiano è molto carico di impliciti teorici, quindi per me è difficile considerarlo "il fine dell'analisi". In fondo per Freud - come sottolinea giustamente luigi - si tratta di prosciugare la fonte pulsionale a favore della presenza dell'Io. Le estremizzazioni di questo punto di vista, influenzato dal positivismo e dal razionalismo, sono evidenti nella psicologia dell'Io e nella centralità di processi di adattamento in essa presenti. Uscendo dalla teoria pulsionale le cose divengono ancora più complesse perchè non si contempla più un gioco di energie in contrasto.
Ci sarebbe molto altro da dire ma per il momento questo basta per introdurre il tuo secondo quesito.
Credo che l'analisi termini quando diviene interminabile, ovvero quando l'analizzando è entrato in un processo dialettico continuo, lo ha fatto proprio restituendolo alla possibilità di non essere rigidamente ancorato ad un'identità inconscia.
Saluti
Sono in sintonia con gieko...d'altro canto rimango sempre perplesso vedendo l'orientamento relazionale e quello junghiano che ancora non comunicano...transidentificazione proiettiva,l'essenza relazionale del processo analitico, sono concetti che sono presenti in Jung da sempre direi e rappresentano non una semplice presa di posizione contro Freud ma come ha dimostrato anche la riflessione psicoanalitica successiva tappe o ridefinizioni essenziali che per forza di cose non potevano esser presenti in Freud...o magari erano anche presenti ma la testardagine di quell'uomo rendeva difficile ogni rielaborazione significativa.
Saluti,
Luigi
E' così...c'è poco da aggiungere. L'esperienza dice proprio questo: quell'interminabilità è il 'destino della cura', lo stadio esistenziale è mutato: la 'cura' il è processo grazie al quale l'individuo è ormai al di là di ogni contraddizione pur rimanendo in quella zona di mezzo in cui sussiste sempre la possibilità del conflitto...ma essendo il paziente disancorato da tutti i porti trova nella 'cura' infinita di sè la possibilità stessa della sua libertà.
Sarebbe interessante un giorno discutere di una dimensione che mi pare si sia tenuta lontana da ogni riflessione approfondita: l'autoanalisi...che potremmo considerare alla stregua di uno stadio esistenziale oggettivo...
Saluti,
Luigi
Eh luigi, lo so... Motivi storici, istituzionali, "logistici" hanno fatto sì che il dialogo sia sempre stato molto risicato. D'altronde la corrente relazionale si è sempre più riconosciuta in Ferenczi come padre fondatore... Ed il dialogo attualmente è più attivo con la psicoanalisi post-kleiniana. Ma sono d'accordo che sia un terreno fertile...
Non è facile leggere A. Ferro e neanche Ogden. Ci sto provando...mi accorgo che rileggendo libri che avevo letto qualche anno fa, oggi riesco ad andare più a fondo, comprendere meglio e scoprire angolazioni che mi erano sfuggite. Come spiegare? Forse anche seguire un percorso analitico aiuta: ma quanto aiuta volere acquisire conoscenza? Una provocazione: nel campo analitico, avvengono processi che un paziente non si spiega... forse sarebbe meglio che restasse nella sua beata ignoranza...tu Gieko che ne pensi? Porsi questi quesiti aiuta il percorso o lo potrebbe compromettere? Per voi esperti che vi sottoponete alle analisi didattiche e che praticamente siete lucidi e cosapevoli, cosa cambia rispetto ad un paziente profano? Ad es. quando l'analista finge di non ricordare un fatto che il pz ha già riferito, anche più di una volta, perchè ritiene utile che lo si elabori ancora, come reagire? Io lo ho capito da poco, prima mi chiedevo come il mio psi che ha una memoria da elefante poteva aver dimenticato....e ci restavo malissimo! Scusate l'OT.
A proposito del campo o terzo analitico, mi chiedo come gioca il contributo del pz nella mente dell'analista e come lo avverte il paziente, influenzato dal transfert. Si aprono ipotesi provvisorie sempre in continuo divenire che paziente e analista cercano di ricostruire e renderle digeribili per il pz.
Ferro sostiene che nel concetto classico di transfert c'è qualcosa che sa di stantio, di cantina, sembra prevalere uno sguardo rivolto al passato, piuttosto che al futuro: per lui non basta:" l'analista deve consentire che il campo si ammali della stessa malattia del paziente, un analista schermato lascia molti aspettidella mente del paziente non narrati".
Ti chiedo di spiegare meglio, non capisco a cosa tu ti riferisca.
Mi spiace deluderti ma l'analisi didattica, almeno per come la sto svolgendo personalmente, non differisce in nulla da un'analisi normale. Anche la lucidità e consapevolezza che attribuisci a noi "esperti" io non la trovo, e le interpretazioni dell'analista si accompagnano sempre ad un certo stupore (anche nell'analista!) quando colgono qualcosa di importante.
Queste sono questioni di tecnica personale, credo sempre che la spontaneità sia la cosa più importante: non c'è una reazione più corretta di altre, ma la tua reazione a queste vere o false dimenticanze del tuo analista.
Anche qui ti chiederei di spiegare meglio: contributo di che genere? Emotivo, di pensiero? Influenza del transfert in che senso?
Sono d'accordo. La linea bioniana che porta all'apertura verso il futuro ("Memoria del futuro"...) è estremamente interessante.
Saluti
Adesso capisco meglio a cosa ti riferisci.
-Perchè alcuni analisti sconsigliano ai pz di entrare nel merito di questioni teoriche e preferiscono lavorare con pz. che sanno a malapena cosa è la psicoterapia. Gli psi solo ad analisi avanzata suggeriscono qualche testo specialistico, prima evadono le richieste.
So di questo consiglio di freudiana memoria... Che dire, come sopra sono scelte tecniche personali. Per quanto mi riguarda un paziente può fare ciò che desidera, a me il compito di un'utile interpretazione.
Ma ti rendi conto cosa vuol dire non sapere proprio nulla? Quando lo psi mi ha spiegato cosa è il transfert, mi sembrava di ascoltare un marziano che parlava una lingua sconosciuta.
Sì, immagino. Ma faccio due considerazioni: 1) conoscere qualcosa del processo analitico dai libri non ha nulla a che vedere con lo stare in analisi; 2) a volte può comportare più problemi che altro, ed è per questo che i didatti devono avere più esperienza di altri.
-Un paziente non si rende conto di come l'effetto transfert può renderlo, specie nelle fasi iniziali in cui è ancora completamente travolto e confuso, poco obiettivo: o manifesta aggressività o eccessiva dipendenza. Non vuole mostrarsi fragile e tace o dice bugie per apparie in una luce migliore ma falsa. O mente per pacificare l'analista e rinunciare ad andare verso mete sconosciute che lo terrorizzano.
Non credo che siano "effetto del transfert" la confusione e la poca obiettività (se mai esiste la molta obiettività. Ogni analizzando si vive la situazione dell'inizio analisi come meglio crede, chi con desiderio di cambiare chi con ritrosia. Solitamente nella prima fase è sovente tema dell'interpretazione.
Saluti
forse perché il "leggere libri di psicologia" da parte del paziente può, all'inizio della terapia, essere un meccanismo di difesa o comunque un modo di agire nella relazione terapeutica una dinamica patologica (immagino ad esempio un modo per fare "concorrenza" al proprio analista...come dire "tu mi analizzi, ma anche io leggo libri di psicologia" ...o una cosa del genere)
Oppure perchè è l'analista che si sente "in concorrenza" e attaccato; oppure magari è un agito per segnalare il proprio avvicinarsi all'analisi; oppure...