Dilemma: lavoro o passione?
Grazie per il benvenuto! Fa piacere.
La tua domanda non è indiscreta, anzi mi da l'occasione per riflettere sul mio percorso e per allargare a chi vuole la riflessione su questo tema, che direi è fondamentale per la psicologia.
Mi sono iscritto a psicologia motivato dall'interesse verso la psicoanalisi, che avevo cominciato a conoscere attraverso i mitici "tascabili della Newton" (psicopatologia della vita quotidiana, l'interpretazione dei sogni).
Così ho scoperto l'universo parallelo del simbolismo emozionale e come il rapporto tra questo e il pensiero sia una variabile importante per il benessere delle persone. Quindi anche del mio benessere... che a 18 anni era pittosto vacillante... :omg:
Così, troppo introverso e poco autonomo per chiedere un aiuto :help:, rimandai i problemi iscrivendomi alla facoltà di psicologia, con l'idea (magica) che un giorno, diventando psicoterapeuta, avrei perseguito prima di tutto il mio benessere.
Nulla di più sbagliato, evidentemente, ma all'entrata della facoltà non c'era nessuno a spiegarmelo. Solo lunghe code in segreteria (il mio record personale è stato 3h e 30! :aaaa: ).
Fatto sta che l'unico approccio che pensavo esistesse era la psicoanalisi, e l'unica professione lo psicoterapeuta.
In facoltà, ho poi conosciuto "le psicologie", un arcipelago di approcci, teorie e prassi che scazzottavano fra loro :obiwan:, ma non mi ponevo ancora il problema di quale professione stessi costruendo (e neanche i prof me lo ponevano).
Finché, al triennio, un prof di psicologia clinica alla prima lezione, al suo primissimo intervento in aula, ha esordito con una domanda la cui risposta sembrava scontata fino a quel momento: "Che tipo di professione pensate di andare a fare in futuro? Cioè, quale sarà il prodotto del vostro operato?".
La risposta collettiva fu "Cureremo le persone che soffrono di malattie quali ansia, attacchi di panico, depressione, fobie, attraverso la terapia".
E lui :cool:: "E dove è descritta precisamente, con riscontro scientifico, l'origine dei fenomeni che citate, tanto da chiamarle con un nome che deriva dal gergo medico, cioè malattia?".
Da lì in poi è cambiata la mia prospettiva.
Appresi poi in un'altra lezione, questa utilissima informazione: "Ma voi avete capito che cos'è l'inconscio? Beh, vi rispondo con le parole del poeta... che diceva 'tu chiamale,se vuoi… emozioni'…".
Questo prof è Renzo Carli, uno tra tanti altri seri professionisti, che ha riflettuto molto sulla professione psicologica e sulle etichette che si danno alle professioni psicologiche (vedi psicologia clinica, psicologia del lavoro, ecc.).
Appresi anche che un modello del funzionamento della mente, che afferma la compresenza di 'ragione e sentimento' nel comportamento (pensiero e inconscio), può essere applicato anche ai contesti organizzativi, con l'obiettivo di trainare (training) verso performance migliori e verso quello che ultimamente Avallone (un grandissimo) ha concettualizzato come 'benessere organizzativo'.
Così cominciava a farsi strada l'idea che usciti dall'università le cose erano complicate e che bisognava uscire con le idee chiare su cosa fare e come proporsi. E che anche la psicologia ha lo stesso tipo di problema, cioè capire cosa può fare e come proporsi (da qui nasce il problema delle etichette e non dai modelli utilizzati nella prassi).
E anche l'idea della professione diventava più interessante, perché capii che esistono due grandi famiglie di prodotti psicologici:
- quelli simili al prodotto dei fisioterapisti, che è la riabilitazione, che hanno lo scopo di rimettere in piedi una persona che ha difficoltà a starci (con più o meno successo in base allo stato di partenza); e questa è la prassi psicoterapeutica e l'ambito della psicopatologia, che è differente dalla psicologia clinica;
- quelli simili al prodotto degli allenatori, che hanno lo scopo di permettere di saltare un ostacolo o di giocare al meglio una partita, facendosi i muscoli, imparando nuove strategie o cambiando mentalità; e qui rientra la psicologia applicata alle organizzazioni (in sostanza l'ambito della psicologia della salute).
Quindi, ho iniziato a seguire, all'interno del percorso di laurea in psicologia clinica un percorso orientato alla psicosociologia (con esami opzionali di psicologia del lavoro), cioè orientato all'applicazione di 'modelli clinici' nelle organizzazioni (ad esempio uno dei libri più significativi, secondo me, di Avallone è "Lavorare in ospedale. Ricerca psicosociale sulla condizione professionale degli infermieri"). Così l'università, così la mia storia professionale (tirocinio e lavoro).
Saper guardare dietro e dentro i nomi (e le parole in generale), andando ad esplorarne i significati emotivo-cognitivi, è una tra le competenze chiave degli psicologi, e al di là dell'etichetta con la quale ci si presenta, sono i risultati che contano.
Psicologia clinica evoca nel cliente obiettivi di 'riabilitazione', e quindi è giusto e necessario chiamare in un altro modo la propria professionalità, nascondendo sotto giacca e cravatta le origini psicosociologiche della psicologia del lavoro europea (in particolare italiana e francese, anche se gli americani fanno sempre più figo…).
E anche qui c'è un grosso equivoco che origina dall'impressione (senz'altro favorita dall'atteggiamento di alcuni prof dell'indirizzo del lavoro) che la psicologia del lavoro nasca sulle ceneri dell'inconscio e della vita emotiva nelle organizzazioni, vita emozionale che andrebbe 'censurata' a favore degli aspetti cognitivi.
E vengo al dunque della tua domanda:
"tu sei uno psicologo clinico che sta facendo lo psicologo del lavoro in un'azienda, giusto? Per scelta o perchè non hai trovato niente in ambito clinico, mentre trovare lavoro presso un'azienda "se ci sai fare" è meno difficile?.
L'origine della tua considerazione sicuramente non nasce esclusivamente da te, ma la mia impressione è che tu ti faccia portatrice di un dilemma spesso comune e spesso condiviso dagli studenti che debbono scegliere l'indirizzo del triennio.
E' il dilemma nato nella psicologia italiana quando ha deciso di diventare "del lavoro" e quando ha deciso di diventare indirizzo di una facoltà; quando ha deciso di proporsi alle aziende in una veste nuova, diciamo più efficace secondo i modelli del marketing. Quando ha deciso, assecondando le lamentele delle aziende, di schierarsi dalla parte del mondo manageriale che chiede una conoscenza delle dinamiche psicologiche solo delle persone che devono essere selezionate e mai dell'organizzazione e del management. Quelle, secondo loro, non devono essere conosciute, perché vanno bene così. E attenzione, sto parlando di dinamiche psicologiche, non di psicopatologia. Allora siccome i vissuti in azienda sono scomodi, va di moda il cognitivo, cioè il mito della "programmabilità del comportamento" (in una certa misura).
Questo è vero, come dici tu il cognitivo (psicologia del lavoro) vende di più, "se ci sai fare" è più facile da piazzare (vedi l'interesse suscitato dalla PNL).
Allora il dilemma dello studente è: che faccio? Rinuncio alla parte psicodinamica della psicologia, che ho studiato al biennio, che è difficile da maneggiare, che richiede tanto lavoro su se stessi, che non vende, ma che è anche il cuore della psicologia e del plusvalore della psicologia? Oppure faccio lo psicologo clinico, dove però i prof mi dicono che non raggiungerò mai l'illuminazione del Budda, lo spirito di Freud non si incarnerà mai in me, dovrò sudare tanti anni prima di vedere un paziente, e magari questo alla fine della seduta mi dirà che non ha i soldi per pagare? (Vedi un precedente intervento di whitestar in questo forum).
Seguo la passione che mi ha fatto interessare alla psicologia destinandomi alla morte per fame o mi piego al vil denaro dell'aziendale che mi chiede di censurare l'interesse verso i vissuti, i sentimenti e le emozioni, quando firmerò il contratto?
Breve precisazione. Gli aspetti di realtà ci sono, non è che siano considerazioni del tutto campate in aria. Sembrerebbe, confrontando i listini e i programmi delle scuole di specializzazione con quelli dei master post lauream in psicologia del lavoro, che la formazione alla psicoterapia (non alla psicologia clinica) è più costosa, più lunga, più faticosa sul piano personale e sicuramente gli aspetti di gratificazione personale, possono essere diversi dal lavorare per le organizzazioni. La responsabilità è invece, secondo me, in tutti e due i casi, funzione del livello di professionalità che si vuole acquisire.
Ma questi aspetti sono anch'essi figli del dilemma e dell'equivoco di cui sopra.
Perchè certamente quando si incontra un committente (individuo o organizzazione) la cosa più facile da fare è "fare quello che ci chiede di fare". Ci chiede un corso di formazione? Eccolo pronto per te, firma e paga. Questo approccio in altre parti è stato definito "a domanda rispondo". E' il fast food degli investimenti dei committenti. E' quello che nei libri che scrivono quelli che fanno i master post lauream si dice non si debba mai fare, però poi non dicono come si acquisisce un approccio consulenziale.
È un approccio diffuso, che ho praticato io stesso la maggior parte delle volte, per campare (che secondo me è una nobile ragione, se non altro indispensabile…).
Questo però è il nostro grosso darci, come psicologi, la zappa sui piedi. Perché è il motivo per cui le aziende non cercano psicologi, ma formatori o selezionatori, che possono avere un background da economisti, filosofi, ingegneri, non ha importanza, tanto il risultato sono le solite slide di power point.
La richiesta di questa tipologia di committenti è "dagli (ai destinatari) un poco di zucchero e la pillola va giu…", cioè i corsi di formazione che io definisco "suppostoni indorati".
Il problema tecnico (e non scherzo a chiamarlo così) è che di solito questi hanno i soldi e sono poco disposti a negoziare.
Invece sai qual è la cosa bella? Che più frequento le aziende e più consolido l'impressione che il comportamento razionale (il cognitivo) non è il punto di partenza dal quale originano i comportamenti irrazionali. Bensì il contrario. È tutto un magma di vissuti, di pregiudizi e regole implicite piuttosto distaccati da una condotta razionale, un magma a partire dal quale, faticosamente, occorre costruire o ri-costruire un filo logico che permetta di 'rendere efficace il comportamento', per finalizzarlo a qualcosa di utile per l'azienda e per i clienti dell'azienda.
Questo è un prodotto di cui individui e organizzazioni hanno bisogno e che in mille modi chiedono implicitamente di ottenere da noi psicologi. E il mio background 'clinico' mi aiuta a fare proprio questo.
Ma certamente questo è un prodotto tecnicamente difficile da gestire e poco vendibile in sé (a individui o organizzazioni), perché richiede lo sforzo di rivedere i propri punti di vista sulle cose, le proprie sicurezze, richiede tempi lunghi, i tempi della vita emotiva.
Certo, devo crescere ancora molto come consulente, ma la direzione che ho preso è questa. E lavorare con un approccio consulenziale è la cosa più difficile, ma anche più gratificante.
Allora l'hai detto tu stessa, scegliere la psicologia del lavoro evita il problema di utilizzare modelli "tecnicamente" difficili da gestire e da vendere (quelli psicosociali), modelli scomodi, ma allo stesso tempo pone il problema di rinunciare a quei modelli che sono il cuore della psicologia e dll'interesse dell'uomo verso la psicologia.
Io ho studiato modelli psicologici che danno strumenti per comprendere i comportamenti organizzativi e per intervenirci, che spaziano dalla psicosociologia al cognitivismo. Il tutto "legalmente", seguendo il corso di psicologia clinica, omettendo l'esame di psicopatologia e studiando esami opzionali di psicologia del lavoro.
Questa scelta nasce dalla scoperta dei contesti organizzativi e dalla prospettiva di entrare in un ambito sfidante, in modo sfidante.
Ma il problema è sempre lo stesso.
È l'ambito che scelgo a determinare il livello di difficoltà e la quantità di lavoro disponibile, o il livello di competenza che riesco a raggiungere nella prassi psicologica? E quanto conta la motivazione personale?
Inter-nos, la rete delle reti....
Citazione:
A parte questo, fab, come hai iniziato a lavorare per le organizzazioni? Cioè, come sono arrivati i primi incarichi, come sei entrato in contatto con il mondo aziendale come formatore... se non sono indiscreta :rolleyes: [/B]
Ciao ste203xx,
grazie per aver letto l'intervento e per la domanda che mi poni.
Intanto sull'approccio consulenziale ci sarebbe un sacco da dire, a cominciare dal fatto che viene senz'altro meglio se sei un professore universitario che riceve una richiesta perché qualcuno l'ha visto parlare ad un seminario :ez: , piuttosto che l'ultimo collaboratore ad entrare in azienda… :look: Ma comunque, senza fare troppo la vittima, come dicono i cinesi, :crossed: "un viaggio di mille miglia comincia con un passo…". Nel senso che si può cominciare anche dal basso semplicemente dando feedback in maniera opportuna, o facendosi notare per la "lucidità" nel gestire le situazioni. Per dirla con il prof Massimo Grasso serve anche mantenere un livello minimo di collusione se non si vuole essere espulsi dalle relazioni. E poi c'è da dire che i libri di solito si riferiscono al committente che si rivolge ad uno studio di consulenza, non al proprio subordinato (situazione classica del formatore in azienda). Ciò nonostante è possibile lavorare con scienza e coscienza (o almeno sicuramente la seconda!).
Bene, mi chiedevi del mio percorso.
Alla luce della mia esperienza ti posso solo dire che le occasioni di avere visibilità sono talmente poche che ogni opportunità, anche di pochi giorni, va sfruttata al meglio e con il massimo impegno, per costruire un'immagine di sé per gli altri come persona affidabile.
Semplicemente, come dicevo in un precedente intervento, a dare le maggiori opportunità concrete è la rete di rapporti che ti crei. Banalmente un tot di persone che ti ricordano con affetto e rispetto, e che possano parlare di te come di uno che ci sa fare, è serio, è utile sul lavoro.
La mia esperienza dice che è fondamentale farsi trovare pronti quando ci sono le occasioni, quando incontri i nodi della rete.
Cronistoria:
- due anni prima di laurearmi ho avuto l'opportunità di lavorare per il ragazzo di una mia amica che aveva una piccola azienda IT. Lui cercava docenti di informatica e io ero pronto, perché studiavo come diventare formatore e conoscevo l'informatica. Perché la conoscevo? Perché prima di finire il liceo avevo intuito che era un mercato in espansione e che era fondamentale conoscerla bene.
- tesi con la cattedra di uno forte, che mi affida ad un progetto di ricerca con un tutor forte, uno lucido, preparatissimo e innovativo. La tesi la faccio sul possibile uso dell'elearning negli interventi psicosociali.
- il tutor forte apprezza la tesi e mi dice che c'è l'opportunità di fare uno stage presso l'azienda dove lavora. E chi se l'è fatto scappare? Detto fatto. Passo un anno fondamentale per la mia formazione in cui ho anche l'occasione di fare piccole consulenze extra per piccole imprese (tipo progettazione e co-docenze sulla formazione al ruolo)
- anche se alla fine dello stage non c'è posto in azienda (il mio viene occupato da un collega raccomndatissimo) :adieu:, il tutor (ritenendo di poter fare bella figura presentandomi) mi procura un contatto che va a buon fine, e là sto per otto mesi (altri colloqui, tipo Banca di Roma, non vanno a buon fine);
- dopo finisce il progetto e anche il contratto e faccio altro per sbarcare il lunario;
- poi, dopo un bel po’, l'ultima impresa per la quale avevo lavorato mi procura un altro contatto, sapendo che cercavano gente in un'azienda di consulenza di direzione
- la sto per un anno e qualcosa, dopo il quale la piccola impresa è costretta a naufragare come tante altre (ma ho appurato che non sono io a portare sfiga…); si riformano ma visto che non hanno soldi, faccio altro per sbarcare il lunario e apro partita iva per lavori saltuari come docente ecdl;
- poi, ancora l'ultima azienda per la quale avevo lavorato, mi segnala la mia attuale azienda, e va in porto.
Così è stato, eccomi qua.
Opportunità + rete + essere sempre pronti e aggiornati.
In mezzo ci sono centinaia di curricula inviati e una decina di colloqui non andati a buon fine (che non significa necessariamente andati male).
Ti segnalo comunque la discussione sull'insostenibile sviluppo della psicologia per avere un quadro più esauriente dello scenario in cui ci ritroviamo. L'è dura.
Inoltre ho idea di parlare del rapporto tra lavoro e autorealizzazione, che mi sembra sia il tema che esce negli ultimi interventi.
E di te che mi dici? Qual è la tua ricetta personale?