forse qualche volta si riesce
la mia esperienza personale mi porta ad affermare che sì, in determinati casi e con determinate condizioni si può essere terapeuti di se stessi.
ho sofferto di attacchi di panico per un periodo di circa 6 mesi.
dopodichè ho cominciato a prendere xanax ma senza un appoggio psicologico parallelo.
altri 6 mesi ed ero praticamente dipendente (psicologicamernte) dal farmaco.
punto e a capo. nessun passo avanti.
allora ho iniziato a lavorare su me stesso cercando, con le conoscenze che avevo, di arrivare all'origine del malessere. al punto zero dal quale era partito tutto.
credo di esserci riuscito e la riprova sta nel fatto che ho smesso con lo xanax e anche con gli attacchi.
forse è stato un caso, forse il tipo di problematica si prestava bene ad una autoanalisi, fatto sta che ho risolto il mio problema by myself.
ritengo comunque che, anche se possibile, sia un qualcosa di molto difficile, poichè viene a mancare completamente il punto do vista oggettivo, fondamentale in una qualsiasi terapia psicologica.
Re: forse qualche volta si riesce
Citazione:
Originariamente postato da Toblerone.om
forse è stato un caso, forse il tipo di problematica si prestava bene ad una autoanalisi, fatto sta che ho risolto il mio problema by myself.
Ciao Toblerone.om :),
anche io ho sofferto per circa sei mesi di attacco di panico. Avevo 23 anni ed ero ancora studente di psicologia. Il giorno seguente al primo attacco, mi visitai il cuore e feci le analisi. Una volta accertato che il fisiologico stava bene, spostai l' attenzione sul versante psichico. Fu un lungo travaglio a pensarci, però oggi non posso affermare che fu grazie e solo ad un mio lavoro di analisi e/o psicologico, "ieri" si. Insomma, non so se avrei avuto successo "da solo" se non fosse stato per il supporto ricevuto dagli altri, ad esempio, dei miei genitori. Mio padre, che con tanta pazienza la notte si alzava per andare a dormire sul mio letto, perchè io così potessi assillare mia madre delle mie paure di morte o di imminente follia. Il cardiologo che mi tranquillizzò. I miei amici che evitarono di invitarmi a fumare spinelli. Il web e gli scrittori di storie vissute. I libri sul tema. Tante altre persone e tanti altri contesti.
Un pò tutti furono psicologi del mio disagio e un pò tutti ho ringraziato.. Anche me stesso.
Citazione:
Originariamente postato da io mordo
un disturbo di personalità ha a che fare con il sistema?
:) mi inviti a nozze.
Prendo in considerazione un disturbo di personalità per prenderli tutti e mi aiuto con il DSM (è possibile farlo con tutti i testi che descrivono i disturbi di personalità).
Tratto dal DSM IVtr:
"Disturbo Paranoide di Personalità [301.0]
Caratteristiche diagnostiche.
La caratteristica essenziale del Disturbo Paranoide di Personalità è un quadro pervasivo di sfiducia e sospettosità, tanto che le motivazioni degli altri vengono interpretate come malevole. Questo quadro compare nella prima età adulta, ed è presente in una varietà di contesti.
Gli individui con questo disturbo presumono che gli altri li sfruttino, li danneggino o li ingannino, anche quando non vi sono prove che supportino queste aspettative (Criterio A1). Sospettano, [...]"
Dicevo che prendo un disturbo per parlarne di tutti perchè, queste sono descrizioni relazionali della persona(lità).
L' effetto che può apparire quando si leggono certe cose è che queste (descrizioni) siano frutto dell' interno della persona (ad esempio sifducia e sospettosità), però gli autori non hanno fatto la statistica dei racconti dei pazienti.. loro hanno fatto la statistica dei comportamenti relazionali che poi vengono 'tradotti' dagli autori come sfiducia, sospettosità o la sensazione di sfruttamento e inganno. Mi son fatto capire? Praticamente, i ricercatori osservano (ad esempio) che una persona si relaziona con altre persone con insulti, che queste si allontanano fisicamente quando si approssima una vicinanza corporea, che quando viene chiesto un favore, loro (i paranoici) si rifiutano...
poi cosa fanno i ricercatori? Traducono questi comportameni e modi di relazionarsi con definizioni soggettive (attenzione soggettive per gli autori) come sospettosità, sfiducia, sensazione di fruttamento.
Poi, veniamo noi, psicologi, psicoterapeuti e psichiatri che dobbiamo imparare a regola d'arte ciò che i ricercatori hanno tradotto delle relazioni, incasellarle per bene e, dulcis in fundo, ritradurre nuovamente, ciò che è stato tradotto dai ricercatori in definizioni, con i comportamenti e i modi di relazionarsi della persona che abbiamo di fronte.
Quanta distorsione si crea in tutti questi passaggi? Non sarebbe stato meglio direttamente trascrivere comportamenti e modi di relazionarsi?
Anche le persone che non hanno a che fare con il campo della psicologia e affini, oggi parlano il linguaggio psicologizese.
Salve dottore sono depresso, ho una bassa autostima, scarsa concetrazione, dormo poco e sono calati i miei interessi.
Bene, dove e da chi ha imparato a decifrare e a distinguere questi sintomi? Ri-Tradotti in comportamenti e modi di relazionarsi cosa succede?
Questi comportamenti, siamo sicuri che combaciano con quelli che hanno visto i ricercatori del DSM?
E se così fosse, io Accadueo, ri-ri-traducendo i comportamenti e i modi di relazionarsi osservati in definizioni, queste ri-combacerebbero con quelle del DSM?