Mercoledì scorso ero a Chiuduno, un paese del Bergamasco che conosco abbastanza bene, ad ascoltare una conferenza di Don Belotti (sacerdote, ma anche psicoterapeuta familiare della scuola di Milano) sul tema "Adolescenza e sviluppo psicosessuale".
Un'esperienza curiosa. Conosco abbastanza bene Belotti come terapeuta, ho i miei pregiudizi da ateo verso di lui come prete. Vederlo in un ambiente da oratorio, con tanto di preghiera iniziale e finale, a spiegare in termini semplici, comprensibili e per nulla puritani le tappe dello sviluppo sessuale è stata un'esperienza bella e interessante.
Tuttavia, ho osservato che sembrava quasi "frenato" dall'ambiente in cui si ritrovava (il che è quantomeno curioso, perché, come sacerdote, dovrebbe trovarsi bene in un oratorio) e che il suo linguaggio era stranamente "castigato", rispetto a quanto ho potuto ascoltare da lui in altre occasioni (e in ambienti più "professionali"). Può essere si sia trattato di un adattamento dello stile comunicativo all'uditorio, ma mi è parso ci sia stato il timore di scandalizzare, di urtare, di "rompere" troppo schemi ed abitudini comunicative consolidate.
In quello stesso paese, da un anno, seguo un gruppo (piccolo) di genitori di adolescenti, con incontri quindicinali nei quali cerchiamo di riflettere su cosa sta cambiando nei loro figli e in loro, nelle loro famiglie, nella coppia, in questa fase della loro vita. L'incarico mi viene dal parroco, che si è fidato di me. I (o, meglio, le) partecipanti sanno che non sono credente, che sono uno psicologo e che il mio ruolo non può essere quello di trasmettere valori, ma solo quello di aiutare a riflettere e a pensare. E anche in loro noto le stesse difficoltà nell'affrontare i temi della sessualità e - soprattutto - del piacere. Come se il "clima" nel quale vivono, la fede cui aderiscono e che hanno scelto (in modo molto consapevole, peraltro. Non si tratta di vecchiette, né di persone che "seguono" e basta) esercitasse comunque un ruolo di freno rispetto al pensiero, rispetto alle possibilità alternative.
Come se l'equazione piacere=peccato=male fosse ancora estremamente presente e viva nelle loro menti. Tanto da stupirsi e inquietarsi quando si vanno a toccare le tematiche del rapporto con il corpo, con il piacere, con la gioia. Come se si dovesse perennemente vivere in "una valle di lacrime".
Potrà sembrare "fuori tema", e troppo virgolettato, questo intervento. Ma ritengo che sia impossibile rinunciare ai propri pregiudizi. Nemmeno io posso farlo. Quel che possiamo fare è renderci conto che le visioni del mondo che possediamo ci facilitano il lavoro, in alcuni casi. Ce lo ostacolano, in altri. Ce lo impediscono, in altri ancora. Ma non penso che si possa fare tutto. Non credo che si possa accettare qualunque posizione.
Quindi non vedo la fede come ostacolo alla terapia, o anche al counselling psicologico. Sarà parziale. Ma o è anche il mio punto di vista da ateo, che non riesce a vedere la bellezza della fede o il senso di appartenenza ad una comunità religiosa. Sono cose che riesco a capire, ma non a sentire.
L'importante è saperlo, credo. E fare quel che si può, con quel che si ha a disposizione.
Buona vita
Guglielmo
