approcci cognitivo-comportamentale....come mai è così diffuso?
dato che risulta essere il più diffuso, qualcuno dei suoi seguagi mi spiegherebbe perchè? :dunno:
è un approccio che ha ben poco a che fare ormai con la psicologia e rende sterile e asettico il suo intervento.
Dov'è la psiche, dove sono le motivazioni, le cause, la sofferenza interna, dov'è la soggettività e l'interiorità vera della persona? tutto sacrificato per concentrasi su aspetti superficiali ed evidenti di comportamento e alla loro "correzione"....ma questa è psicologia?
secondo me no, e sarà ciò che la farà morire del tutto.
scusate il negativismo....:argh:
Re: approcci cognitivo-comportamentale....come mai è così diffuso?
Beh, prima di tutto tu stabilisci l'identità psicologia = psicologia clinica (o dinamica), e questo mi pare qualcosa di piuttosto ingiusto: anche se nell'immaginario collettivo, lo psicologo è in realtà uno psicologo clinico, che segue un qualche tipo di psicologia dinamica, c'è *molto altro*, per la psicologia ;)
Detto questo, perchè ha tanto successo?
Provo a dare qualche motivazione, che non debbono per forza essere viste tutte come positive.
E' intersoggettivo: c'è meno variabilità nel trattamento rispetto ad altre terapie
I dati sono raccolti con piu' rigore rispetto ad altre terapie
E' un tipo di terapia meno impegnativo personalmente
E' un tipo di terapia meno costoso
E' un tipo di terapia efficace sul breve periodo, e talvolta (spesso, dicono loro) anche sul lungo
Infine: per quanto riguarda psiche, cause, soggettività, eccetera eccetera: è semplicemente un'altra teoria. Non si occupa di quelle cose, trova non sia utile o forse non si possa intervenire su quegli stati mentali, e quindi non lo fa; in un certo senso salvaguardandoli, evitando di interferire con i lati piu' "profondi" dell'anima in quanto non pensa ci sia un modo scientifico di farlo.
Capisco che umanamente questa idea di psicologia asettica, di "gommisti dell'anima", come dice il mio professore, sia meno attraente, ma non per questo si può dire che la psicologia si riduca a una cosa.
Re: Re: approcci cognitivo-comportamentale....come mai è così diffuso?
Citazione:
Originariamente postato da Dreamstalker
Beh, prima di tutto tu stabilisci l'identità psicologia = psicologia clinica (o dinamica), e questo mi pare qualcosa di piuttosto ingiusto: anche se nell'immaginario collettivo, lo psicologo è in realtà uno psicologo clinico, che segue un qualche tipo di psicologia dinamica, c'è *molto altro*, per la psicologia ;)
Detto questo, perchè ha tanto successo?
Provo a dare qualche motivazione, che non debbono per forza essere viste tutte come positive.
E' intersoggettivo: c'è meno variabilità nel trattamento rispetto ad altre terapie
I dati sono raccolti con piu' rigore rispetto ad altre terapie
E' un tipo di terapia meno impegnativo personalmente
E' un tipo di terapia meno costoso
E' un tipo di terapia efficace sul breve periodo, e talvolta (spesso, dicono loro) anche sul lungo
Infine: per quanto riguarda psiche, cause, soggettività, eccetera eccetera: è semplicemente un'altra teoria. Non si occupa di quelle cose, trova non sia utile o forse non si possa intervenire su quegli stati mentali, e quindi non lo fa; in un certo senso salvaguardandoli, evitando di interferire con i lati piu' "profondi" dell'anima in quanto non pensa ci sia un modo scientifico di farlo.
Capisco che umanamente questa idea di psicologia asettica, di "gommisti dell'anima", come dice il mio professore, sia meno attraente, ma non per questo si può dire che la psicologia si riduca a una cosa.
fermo restando che con psicologia, essendo nella stanza psicoterapie, mi riferisca ad esse.....:D
è proprio questi concetti che hai elencato che mi sebra assurdo condividere :(
ha ragione il tuo prof, sembra quasi che i pazienti vadano dal meccanico per cambiarsi qualche pezzo che funziona male :(
ma non capisco perchè ci sia tutta questa esigenza di rimanere nel superficiale, (e quindi nel più facile), non capisco perchè sia scomparsa la voglia di capire veramente a persona che si ha di fronte ed aiutarla a capire se stessa (che è ciò che dovrebbe fare una psicoterapia x aiutare veramente una persona), tutto in nome di una fantomatica validità scientifica e della rischiesta del mercato :(
tutte queste nuove discipline non hanno un'anima, non danno spiegazione, nè interpretazione e i pazienti magari perderanno momentaneamente i sintomi ma non risolveranno mai ciò che li ha causati...perchè investire tempo e soldi per una cosa incompleta....?
certo...perchè è la via più facile e proponendo queste terapie semplici, superficiali, veloci e poco costose, gli psicoterapeuti non fanno altro che colludere con la fuga del paziente....
mah, a me mette una tristezza infinita, appunto perchè essendo la via più semplice (ma che non porta a nulla), rischia di spazzare via la vera cura della persona (che mette paura) a causa delle collusioni tra pazienti, terapeuti e comunità scientifica :(
Re: Re: Re: approcci cognitivo-comportamentale....come mai è così diffuso?
Ci sono due modi in cui potrei rispondere: potrei dire che tu parli di concetti condivisi solo da una parte delle persone, e niente affatto verificati in maniera scientifica (e tu potresti dirmi: e cosa mi interessa della scientificità? Io voglio aver fare con le persone, non con la scienza. E io ti dico: a me interessa la scienza; e dunque su questo non possiamo dibattere)
Tuttavia dirò: trovo che tra il livello epistemologico e quello metafisico ci sia una grossa differenza, e che tutta la scuola psicoanalitica, e altre scuole, supponga che esistano davvero le entità che postula per dare spiegazioni a un certo fenomeno.
Come e perchè queste entità esistano, non è dato saperlo.
In un certo senso, una terapia che non si occupa di queste cose, evita di contrarre un debito metafisico: rimanendo nella sfera del sensibile, si evita di modificare quella del sottosensibile (che non si sa bene come trattare), ed evitando queste trappole del sottosensibile, evita di fare danni.
Danni che una psicoterapia "classica" può fare, almeno a mio avviso.
Detto questo, è innegabile che le persone hanno paura di "scavare" per trovare i lati piu' oscuri di sè stessi, ma in un certo senso io trovo che questa paura sia salutare... diciamo adattativa.
Da un altro punto di vista, abbiamo che le due concezioni della terapia rispondono a due esigenze diverse: se uno ha una fobia, o un disturbo ossessivo, o attacchi di panico, e lo vuole curare ORA, perchè gli rende impossibile la vita sociale, perchè dovrebbe intraprendere il percorso psicoanalitico?
Non si tratta solo di voler scavare a fondo della propria persona, ma anche di poterlo fare, cosa che non è sempre possibile, temo.
Infatti spesso ci sono associazioni psicofarmaci (sul breve periodo)-psicoterapia (sul lungo), specie da parti degli psichiatri.
Ma allora, se sul breve periodo le terapie brevi hanno la stessa efficacia degli psicofarmaci, perchè non utilizzarle?
Ecco, il problema penso sia proprio questo: le terapie "mirate" brevi, rimuovono il problema in modo di permettere al paziente-cliente di poter pensare ad altro.
Il percorso psicoanalitico è un percorso di introspezione, di conoscenza di sè, che deve essere intrapreso spontaneamente, e che trovo poco adatto a curare un malessere "acuto".
Forse è meglio che ci siano le due alternative, in modo da dare alle persone la cosa di cui maggiormente hanno bisogno
Re: Re: Re: Re: approcci cognitivo-comportamentale....come mai è così diffuso?
Citazione:
Originariamente postato da Dreamstalker
Ci sono due modi in cui potrei rispondere: potrei dire che tu parli di concetti condivisi solo da una parte delle persone, e niente affatto verificati in maniera scientifica (e tu potresti dirmi: e cosa mi interessa della scientificità? Io voglio aver fare con le persone, non con la scienza. E io ti dico: a me interessa la scienza; e dunque su questo non possiamo dibattere)
Tuttavia dirò: trovo che tra il livello epistemologico e quello metafisico ci sia una grossa differenza, e che tutta la scuola psicoanalitica, e altre scuole, supponga che esistano davvero le entità che postula per dare spiegazioni a un certo fenomeno.
Come e perchè queste entità esistano, non è dato saperlo.
In un certo senso, una terapia che non si occupa di queste cose, evita di contrarre un debito metafisico: rimanendo nella sfera del sensibile, si evita di modificare quella del sottosensibile (che non si sa bene come trattare), ed evitando queste trappole del sottosensibile, evita di fare danni.
Danni che una psicoterapia "classica" può fare, almeno a mio avviso.
Detto questo, è innegabile che le persone hanno paura di "scavare" per trovare i lati piu' oscuri di sè stessi, ma in un certo senso io trovo che questa paura sia salutare... diciamo adattativa.
Da un altro punto di vista, abbiamo che le due concezioni della terapia rispondono a due esigenze diverse: se uno ha una fobia, o un disturbo ossessivo, o attacchi di panico, e lo vuole curare ORA, perchè gli rende impossibile la vita sociale, perchè dovrebbe intraprendere il percorso psicoanalitico?
Non si tratta solo di voler scavare a fondo della propria persona, ma anche di poterlo fare, cosa che non è sempre possibile, temo.
Infatti spesso ci sono associazioni psicofarmaci (sul breve periodo)-psicoterapia (sul lungo), specie da parti degli psichiatri.
Ma allora, se sul breve periodo le terapie brevi hanno la stessa efficacia degli psicofarmaci, perchè non utilizzarle?
Ecco, il problema penso sia proprio questo: le terapie "mirate" brevi, rimuovono il problema in modo di permettere al paziente-cliente di poter pensare ad altro.
Il percorso psicoanalitico è un percorso di introspezione, di conoscenza di sè, che deve essere intrapreso spontaneamente, e che trovo poco adatto a curare un malessere "acuto".
Forse è meglio che ci siano le due alternative, in modo da dare alle persone la cosa di cui maggiormente hanno bisogno
sono d'accordissimo, una terapia focale nel caso di disturbi acuti è d'obbligo....solo che se non risolvi la causa che sta alla base finisce che il sintomo lo sposti da un'altra parte.
Io non critico a priori queste terapie, hanno la loro validità e la loro necessaria applicazione, solo che ho il serio timore che stia cercando di avere il monopolio del campo proprio in nome della sua "validità scientifica", soppiattando del tutto il campo analitico e levando del dutto la dimensione 'umana' della relazione terapeutica
Re: Re: Re: approcci cognitivo-comportamentale....come mai è così diffuso?
Citazione:
Originariamente postato da kiky
fermo restando che con psicologia, essendo nella stanza psicoterapie, mi riferisca ad esse.....:D
è proprio questi concetti che hai elencato che mi sebra assurdo condividere :(
ha ragione il tuo prof, sembra quasi che i pazienti vadano dal meccanico per cambiarsi qualche pezzo che funziona male :(
ma non capisco perchè ci sia tutta questa esigenza di rimanere nel superficiale, (e quindi nel più facile), non capisco perchè sia scomparsa la voglia di capire veramente a persona che si ha di fronte ed aiutarla a capire se stessa (che è ciò che dovrebbe fare una psicoterapia x aiutare veramente una persona), tutto in nome di una fantomatica validità scientifica e della rischiesta del mercato :(
tutte queste nuove discipline non hanno un'anima, non danno spiegazione, nè interpretazione e i pazienti magari perderanno momentaneamente i sintomi ma non risolveranno mai ciò che li ha causati...perchè investire tempo e soldi per una cosa incompleta....?
certo...perchè è la via più facile e proponendo queste terapie semplici, superficiali, veloci e poco costose, gli psicoterapeuti non fanno altro che colludere con la fuga del paziente....
mah, a me mette una tristezza infinita, appunto perchè essendo la via più semplice (ma che non porta a nulla), rischia di spazzare via la vera cura della persona (che mette paura) a causa delle collusioni tra pazienti, terapeuti e comunità scientifica :(
ciao kiky, se uno parte dalla premessa secondo cui una persona che viene in terapia non si capisce, non si conosce, già si parte con un tipo di relazione terapeuta/utente che pone il primo in una posizione simile a quella del salvatore del mondo e il secondo in quello che "non ha mai capito niente". Di converso, se si parte dalla premessa secondo cui la persona che viene in terapia sia competente, che conosce se stessa fino al punto da capire che qualcosa non va (e quindi andare in terapia per continuare a capire), la relazione terapeutica assume tutto un altro aspetto come le 'figure' che partecipano a tale relazione. Stesso principio se io, psicoterapeuta, definisco la persona che viene nello studio o struttura pubblica che sia, paziente, utente o cliente.. sono termini che possono sembrare simili, ma dietro questi modi di definire, c'è tutto un modo di considerare l'approccio, i ruoli, gli obiettivi e tante altre cose. Se dovesse venire in terapia un 'narcisista' che è stato inviato da un'altra struttura (chessò, tipo dal tribunale), e il terapeuta 'parte' dal fatto che lui deve conoscersi meglio e per di più lo si definisce paziente, la collusione può diventare il menù preferito degli incontri.. certi narcisisti 'sanno' tutto di loro e se io, emerito sconosciuto, provo anche per sbaglio a farlo 'ragionare' su certi suoi comportamenti, con buona probabilità è 'guerra'.
Riguardo la critica che poni sulla terapia cognitivo comportamentale (che anche io per certi aspetti critico) essa, lavora sui comportamenti e le cognizioni. Può sembrare (o è) fredda, distaccata, comunque sia, è sempre un punto di partenza per innescare il meccanismo del cambiamento. Lo psicoanalista classico preferisce che si percorra la strada del cambiamento attraverso la storia raccontata dal 'paziente', l'emergere dell'inconscio, analisi dei sogni..ecc., che avranno come effetto quello di modificare comunque dei comportamenti e pensieri nella persona in cura.. il cognitivo comportamentale parte dal comportamento o dalla cognizione per giungere lo stesso obiettivo: il cambiamento. Lo psichiatra, lavora con gli psicofarmaci che hanno un effetto sui pensieri (ad esempio inibendo i pensieri tristi) che poi si traducono in comportamenti differenti e dunque stessa finalità: il cambiamento. Nelle terapie individualiste, ci vedo un limite (quasi sicuramente perchè frequento la scuola sistemica :P ) e cioè che queste funzionano più che bene, solo che questi 'interventi' non fanno i conti con l'ambiente in cui, la persona che esce dallo studio, ha poi a che fare. L'ex ansioso che torna in una casa dove l'ansia è come l'aria che si respira, si ritrova solo a cercare di cambiare l'aria pesante che circola.. diverso è nel momento in cui (ad esempio) le cinque persone che abitano quella casa decidono di cambiare quell'aria così pesante.. mentre nel primo caso è solo una persona che apre le finestre per poi ritrovarsele chiuse dagli altri che abitano la casa e che sono talmente assuefatti dall'odore ansia da non accorgersene, nel secondo caso sono tutti che vogliono che quelle finestre siano aperte in modo che entri un'altra aria.. magari la tranquillità.
Re: Re: Re: Re: approcci cognitivo-comportamentale....come mai è così diffuso?
Citazione:
Originariamente postato da Accadueo
ciao kiky, se uno parte dalla premessa secondo cui una persona che viene in terapia non si capisce, non si conosce, già si parte con un tipo di relazione terapeuta/utente che pone il primo in una posizione simile a quella del salvatore del mondo e il secondo in quello che "non ha mai capito niente". Di converso, se si parte dalla premessa secondo cui la persona che viene in terapia sia competente, che conosce se stessa fino al punto da capire che qualcosa non va (e quindi andare in terapia per continuare a capire), la relazione terapeutica assume tutto un altro aspetto come le 'figure' che partecipano a tale relazione. Stesso principio se io, psicoterapeuta, definisco la persona che viene nello studio o struttura pubblica che sia, paziente, utente o cliente.. sono termini che possono sembrare simili, ma dietro questi modi di definire, c'è tutto un modo di considerare l'approccio, i ruoli, gli obiettivi e tante altre cose. Se dovesse venire in terapia un 'narcisista' che è stato inviato da un'altra struttura (chessò, tipo dal tribunale), e il terapeuta 'parte' dal fatto che lui deve conoscersi meglio e per di più lo si definisce paziente, la collusione può diventare il menù preferito degli incontri.. certi narcisisti 'sanno' tutto di loro e se io, emerito sconosciuto, provo anche per sbaglio a farlo 'ragionare' su certi suoi comportamenti, con buona probabilità è 'guerra'.
Riguardo la critica che poni sulla terapia cognitivo comportamentale (che anche io per certi aspetti critico) essa, lavora sui comportamenti e le cognizioni. Può sembrare (o è) fredda, distaccata, comunque sia, è sempre un punto di partenza per innescare il meccanismo del cambiamento. Lo psicoanalista classico preferisce che si percorra la strada del cambiamento attraverso la storia raccontata dal 'paziente', l'emergere dell'inconscio, analisi dei sogni..ecc., che avranno come effetto quello di modificare comunque dei comportamenti e pensieri nella persona in cura.. il cognitivo comportamentale parte dal comportamento o dalla cognizione per giungere lo stesso obiettivo: il cambiamento. Lo psichiatra, lavora con gli psicofarmaci che hanno un effetto sui pensieri (ad esempio inibendo i pensieri tristi) che poi si traducono in comportamenti differenti e dunque stessa finalità: il cambiamento. Nelle terapie individualiste, ci vedo un limite (quasi sicuramente perchè frequento la scuola sistemica :P ) e cioè che queste funzionano più che bene, solo che questi 'interventi' non fanno i conti con l'ambiente in cui, la persona che esce dallo studio, ha poi a che fare. L'ex ansioso che torna in una casa dove l'ansia è come l'aria che si respira, si ritrova solo a cercare di cambiare l'aria pesante che circola.. diverso è nel momento in cui (ad esempio) le cinque persone che abitano quella casa decidono di cambiare quell'aria così pesante.. mentre nel primo caso è solo una persona che apre le finestre per poi ritrovarsele chiuse dagli altri che abitano la casa e che sono talmente assuefatti dall'odore ansia da non accorgersene, nel secondo caso sono tutti che vogliono che quelle finestre siano aperte in modo che entri un'altra aria.. magari la tranquillità.
hai ragione, è sottointeso che non tutti possono fare psicoanalisi e che anzi, in molti casi, può essere anche controproducente :) come scrivevo sopra, la cosa che mi mette tristezza è l a così poca attenzione verso la disciplina dinamica, dalla quale poi bene o male si è aperto tutto il resto. Soprauttto nelle università la sua pratica si riduce ad 1 esame del 1° anno per poi averne altri 6 di cognitivismo, sistemica, famiglia etc...e la cosa è deprimente :(
qua in cattolica è tutto sistemico, la laurea specialistica in clinica si è ridotta ad una specializzazione dell'approccio sistemico e a me sinceramente non va di farmi due anni di scuola sistemica (benchè sia un ottima scuola:) ) dove l'aspetto analitico non viene mai menzionato...
Il punto è questo: moltissime univeristà italiane e tutte le altre scuole stanno facendo di tutto per soffocare il campo analitico, a partire proprio dalla cattolica di milano dove la simpaticissima Scabini negli ultimi anni ha fatto fuori tutti i professori di impostazione analitica per mettere il suo team sistemico-familiare.
Ed è una tendenza che è in aumento e che mi spaventa abbastanza :(
[ot] ma qua in italia, qualche università con un approccio un poì più analitico nel la ls non c'è??? :asd: [/ot]