Originalmente inviato da
Megiston Matema
Penso di essere in accordo con quanto ti ha risposto Gieko. Non credo ci sia alcuna sottovalutazione della “soddisfazione” del “cliente”, anzi tengo in così grande considerazione la sua risposta che non mi accontento di una risposta parziale. Vedo di spiegarmi meglio: se una persona che è violenta con la moglie, con i figli , con i vicini e a cui capita di creare pretesti per una rissa, si rivolge ad una terapia e questa terapia fa in modo che questo individuo non sia più violento, questo è un successo terapeutico senza alcun dubbio. Può darsi che questo successo sia limitato nel tempo, come è possibile che sia duraturo; potrei considerarmi soddisfatto di aver risolto il problema e di sapere come ciò è avvenuto (ho applicato delle tecniche standardizzate di provata efficacia e queste hanno funzionato).
E invece io sono molto curioso e mi chiedo perché* [*Sulla ricerca del “perché” sono di parere avverso al tuo, la concezione scientifica positivista (e neo-positivista) guardava con sospetto la ricerca del perché, considerandola prossima ad un finalismo e ad un teleologismo estraneo a ciò che si intendeva per scienza rigorosa, in cui tutto era legato da precisi nessi causali linerari e tutto aveva un senso. La scienza che sui ispira al paradigma costruttivista non teme di misurarsi con la ricerca del “perché”, sapere perché una terapia ha funzionato è altrettanto importante del sapere il “quanto” e il “come”. Solo chiedersi perché una terapia ha funzionato ci permette di interrogarci a fondo su quali sono stati i suoi “fattori terapeutici”, quale il “processo”) seguito e di trarne insegnamento per i futuri percorsi] ciò ha funzionato e dove è andata a finire tutta l’aggressività di questa persona? Perché per me l’aggressività non è soltanto un comportamento manifesto, se uno picchia è aggressivo altrimenti non lo è, e più picchia più è aggressivo; io credo, piuttosto, che l’aggressività appartenga ad un assetto di personalità, faccia parte della coerenza di un sistema uomo, se privo quell’uomo della sua aggressività metto in pericolo la sua coerenza e il suo equilibrio. E’ pur vero che ogni sistema che subisca un mutamento si riassesta cercando il miglior equilibrio che può trovare in quella situazione data e in base alle risorse di cui dispone; per questo ha molto senso la domanda precedente, per questo non posso accontentarmi del fatto che non è più aggressivo. In psicoanalisi io posso sospettare la presenza di aggressività anche in assenza di manifestazioni aggressive manifeste, anzi addirittura in presenza di comportamenti apparentemente opposti (in base al meccanismo della formazione reattiva).
L’osservazione della variabilità del sintomo discende dai resoconti degli antichi esorcisti ed è stata descritta con un certo rigore e frequenza dai primi ipnotisti; le lezioni del venerdì di Charcot con i pazienti isterici della Salpêtrière in cui il grande neurologo francese induceva con l’ipnosi a suo piacimento qualsiasi sintomo, oppure eliminava quelli presenti nei pazienti, o ancora scatenava o bloccava un attacco isterico, a cui assistette anche Freud oltre ai maggiori neurologi e psichiatri dell’epoca, la vicenda clinica di Anna O. curata attraverso la terapia catartica, e che alla fine quando tutti i sintomi sembravano miracolosamente sconfitti, sembra abbia annunciato una gravidanza (isterica) e abbia individuato il dr. Breuer come il responsabile del suo stato e padre del bambino. Le prime vicende dello stesso Freud, dalla giovane madre incapace di allattare il proprio bambino, che viene sbloccata attraverso la suggestione ipnotica con sole due sedute, ma che necessita dello stesso intervento un anno dopo, in occasione della nascita di un altro figlio.
Negli scritti di Freud dei primi anni si nota tutta l’insoddisfazione per uno strumento (come quello dell’ipnosi) che da risultati straordinari immediati, ma che non sempre era applicabile (la variabilità soggettiva e la permeabilità dei soggetti in momenti diversi era ben nota anche ai suoi tempi) e non dava risultati affidabili nel tempo.
Freud ha faticosamente cercato e trovato un metodo diverso, più impegnativo in termini di tempo ed energie, che va più in profondità e non si occupa soltanto dei sintomi, ma dell’intero soggetto. Di recente il cognitivismo costruttivista ha messo in discussione il dogma dell’efficacia delle tecniche e del focus sintomatologico per mettere mano ad una più onerosa ristrutturazione della personalità, concedendosi più tempo per realizzarla.
L’insistenza di alcuni modelli teorici sul breve e sul sintomatico, non mi creerebbero alcun problema se fossero corredate da una certa correttezza e da un certo rigore nell’esplicitare ciò che realmente fanno; in fondo non è cosa di poco conto privare una persona del suo sintomo, spesso molto fastidioso, in alcuni casi sostituendolo con una modalità relazionale o comportamentale più adattiva.
Capita anche in analisi che alcuni pazienti si ritengano soddisfatti della sparizione (o attenuazione) sintomatica e che decidano unilateralmente di interrompere la terapia; io in genere in questi casi dico che a mio parere il lavoro non è concluso, che il sintomo è diventato transfert, che occorrerebbe comprenderlo a fondo, analizzarlo per essere sicuri di aver capito qual’era il significato soggettivo di quel sintomo e pensare di poterlo padroneggiare davvero. Se il paziente è risoluto nel voler concludere, rispetto la sua volontà e non mi oppongo in alcun modo.
La nota dolente a mio parere non sta nella soluzione sintomatologia, che può anche essere definitiva per quel che riguarda quel sintomo, ma nel pensare che in fondo le terapie più o meno brevi e quelle più lunghe psicodinamiche o cognitive facciano la stessa cosa, solo che le prime la realizzano in un tempo molto minore, con un minor dispendio di risorse psicologiche e materiali.
Questa insistenza sui criteri sintomatici e quantitativi mi pare paragonabile al modo di lavorare di quella cameriera che scopa il salotto e butta la polvere sotto il tappeto, poi alla padrona mostra il pavimento pulito, soprattutto negli angoli più visibili, ma cerca in tutti i modi di evitare che si alzi il tappeto, perché si scoprirebbe il suo inganno.
O come quell’illusionista che ha fatto sparire la carta con molta maestria e mostra bene il palmo delle mani, ma evita accuratamente di mostrare il dorso perché la carta è li, tenuta fra le pieghe di due dita e proprio la dimostrazione ostentata che non c’è nasconde accortamente dov’è.
Un meccanico onesto, di fronte ad una vecchia carretta ti dice che forse sarebbe meglio comprarne una nuova, ma se non vuoi o se non puoi, ti dice che può sistemarla per farla durare ancora qualche anno, dopo forse bisognerà rimetterci le mani, fare qualche altra modifica; un meccanico disonesto ti dice di lasciare fare a lui che te la renderà come nuova.
In fondo, gli stregoni, gli esorcisti, i maghi, gli ipnotizzatori da piazza, i santoni, le ostensioni della Sindone, i luoghi sacri di culto, non è detto che non abbiano dei risultati, talvolta anche miracolosi; si diceva che persino il solo toccare il re di Francia fosse taumaturgico e puntualmente i cronisti raccontano di guarigioni impressionanti e miracolose avvenute davvero.
Lo scienziato differisce da tutta questa gente, che pure ha dei risultati, beninteso, per la serietà della sua proposta e perché oltre ad accettare che il risultato c’è stato, e spiegare come è avvenuto (anche loro sono in grado di dar conto, a modo loro, di queste cose) è anche capace di spiegare il perché è avvenuto, cioè di averne compreso il processo.
Un saluto.