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Riferimento: psicoterapia e amicizia
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lalangue
La cura avviene per mezzo del transfert, quindi è strettamente necessario che si crei quel "falso nesso" e che venga anche sostenuto
In questa necessità relativa al transfert del paziente non si può ravvedere un'azione attiva del terapeuta, che per curare ha bisogno che venga sostenuto ? Altro che mera funzione....
In parole povere, in psicoanalisi, se non si riconduce il transfert a qualcosa di fittizio che si rivolge al passato, non ci può essere cura. Ma non è partire già con un preconcetto?
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lalangue
La fascinazione che il paziente subisce è parte integrante dell'analisi. Risulta difficile fare distinzioni tra un "vero innamoramento" ed un "falso innamoramento" (cioè tra amare un personaggio reale e uno di fantasia) perché gli unici indici utilizzabili per discriminare tra le due ipotesi sono interni allo psichismo del paziente. Nella stanza d'analisi, grazie all'astinenza (cioè alla sospensione dell'agire e al dominio della psiche), è possibile studiare a fondo questa situazione, senza necessariamente essere vincolati alla realtà "esterna" (alla prova dei fatti, che, come ben sappiamo, a volte rende il quadro ancora più confuso).
Ma come fai a studiare a fondo questa situazione interna allo psichismo del paziente se parti già escludendo il fatto che quello che prova il paziente per l'analista non è un sentimento reale?
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lalangue
La cosa strana è che la maggior parte dei pazienti prova una fascinazione molto alta per il proprio analista, tanto da poter essere definita "amore". Gli analisti saranno una categoria affascinante, ma non credo fino a questo punto!
Io non liquiderei con così poco la questione. Innanzi tutto l'analista, come tutti i rapporti significativi, non è mai una scelta a caso.
E poi questa considerazione dovrebbe far riflettere su cosa siamo abituati a pensare come "amore".
Più avanti parli dell'analista che dovrebbe creare spazi di pensiero all'analizzando. Ebbene, se quello che prova come amore non viene considerato un sentimento reale, in virtù di una necessità teorica terapeutica, quali spazi di pensiero si possono aprire a quel paziente? Quelli che l'analista avalla (come fa con il transfert)?
A volte mi sembra che la stanza d'analisi - sebbene peculiare e preziosa per il lavoro che vi viene svolto - diventi il luogo eletto di un astrattismo psichico che, almeno in certe fasi, tende a rendere il soggetto ancora più isolato e non soltanto perché diventa il centro di ogni sua attenzione, ma perché vengono posti certi vincoli necessari al sostenimento di un'architettura teorica.
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giulietta.o
In analisi, per ovvie ragioni, non si evolve nel modo in cui l’agito potrebbe farlo evolvere perchè non è questo il suo fine ma quello di capire, invece, le dinamiche personali inconscie che si innescano nelle relazioni con l’altro - d’amore o altro, perchè ci si può anche non innamorare dell’analista ma sentirlo comunque molto vicino - e quindi prenderne consapevolezza.
Il termine astinenza che usa Lalangue secondo me è molto azzeccato: l’astinenza è una scelta ben precisa, indica per esempio che - pur in presenza di sentimenti molto forti e reciproci - si sceglie di non agirli perchè altrimenti non solo non potrebbe esserci cura, ma essi diventano strumento di indagine da parte dello stesso analista, oltre che dal paziente: il capire cioè cosa i sentimenti che quel tale paziente sollecita in me e in che modo le informazioni che scaturiscono possono essere usate nella terapia. Intendo che alla base c’è una rinuncia, e mi sembra un fatto di estrema importanza. La rinuncia è reciproca, e anche questo mi sembra un fatto importante.
Il fine è capire le dinamiche personali inconsce, giusto, ma con l'"astinenza" questa conoscenza parte già con la preclusione di qualcosa. Ed infatti anche tu parli di rinuncia.
Wéé non mi fraintendete, non dico che l'analista debba per forza agire il desiderio dei pazienti, dico solo che tra “scegliere di non agire altrimenti non c’è cura” e “scegliere di non agire perché il sentimento non è corrisposto allo stesso modo” c’è la sua differenza, anche per come poi verranno interpretati questi sentimenti che “diventano strumento di indagine”.
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Johnny
Uscendo dall'ambito prettamente psicoanalitico, comunque, è una norma deontologica che prescinde dall'orientamento teorico
Io penso che questa norma deontologica si riferisca più che altro al fatto che le persone che si rivolgono ad uno psicologo hanno una gran sofferenza che non riescono a gestire da sole e pertanto molto sensibili a suggestioni. Per cui una conoscenza precedente all'instaurarsi il rapporto professionale influenzerebbe oltre modo il lavoro terapeutico.
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complicata
Sì, sì, comunque anche quando te l'ha analizzato in tutti i suoi aspetti, il transfert resta tale e quale, così com'è, della stessa intensità, fantasmi o non fantasmi.
L'unica differenza è che lo chiami "transfert", dandogli aria di "freud", bella soddisfazione!Lui supera e aggira gli ostacoli, e il paziente è sempre col culo per terra, scusate la crudezza dell'espressione, oh.
E poi un'altra cosa: in mezzo a tutto questo bailam, espressione che trovate pure sul Devoto-Oli, ci si mettono proprio le interpretazioni, che aggiungono confusione a confusione, finchè il paziente non sa più a che cosa attribuire cosa.
Sta bene solo quando non ci pensa, e questa non è una generalizzazione mia, perchè ho sentito un monte di testimonianze simili.
Quindi non è una cosa così semplice come la fate voi con tutte le teorie, i codici, le astinenze e blablabla.
Forse avviene questo quando l'analista "sostiene" il transfert. ;)
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lalangue
Io faccio già fatica a gestire i miei tempi tra le relazioni che mi sono costruito negli anni. Vorrei tenere il mio lavoro separato dalle altre questioni.
E l'analista senza memoria né desiderio dov'è andato a finire? ;)
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benedetta14
In questa necessità relativa al transfert del paziente non si può ravvedere un'azione attiva del terapeuta, che per curare ha bisogno che venga sostenuto? Altro che mera funzione....
In parole povere, in psicoanalisi, se non si riconduce il transfert a qualcosa di fittizio che si rivolge al passato, non ci può essere cura. Ma non è partire già con un preconcetto?
Ma come fai a studiare a fondo questa situazione interna allo psichismo del paziente se parti già escludendo il fatto che quello che prova il paziente per l'analista non è un sentimento reale?
Io non liquiderei con così poco la questione. Innanzi tutto l'analista, come tutti i rapporti significativi, non è mai una scelta a caso.
E poi questa considerazione dovrebbe far riflettere su cosa siamo abituati a pensare come "amore".
Più avanti parli dell'analista che dovrebbe creare spazi di pensiero all'analizzando. Ebbene, se quello che prova come amore non viene considerato un sentimento reale, in virtù di una necessità teorica terapeutica, quali spazi di pensiero si possono aprire a quel paziente? Quelli che l'analista avalla (come fa con il transfert)?
A volte mi sembra che la stanza d'analisi - sebbene peculiare e preziosa per il lavoro che vi viene svolto - diventi il luogo eletto di un astrattismo psichico che, almeno in certe fasi, tende a rendere il soggetto ancora più isolato e non soltanto perché diventa il centro di ogni sua attenzione, ma perché vengono posti certi vincoli necessari al sostenimento di un'architettura teorica.
Ci siamo quasi.
Il transfert non è solo uno strumento teorico e/o una mera riproposizione del passato, ma è una rivivificazione, che lega insieme il qui ed ora ed il là ed allora. Il materiale di cui è costituito è in parte roccia lavica, in parte lava incandescente, in parte materiale che verrà a galla nelle sedute future. L'analista sostiene il transfert nella misura in cui non cede ad esso e/o non lo interpreta precocemente (entrambi meccanismi difensivi: ricorso all'azione e razionalizzazione), permettendo di indagare in vivo ciò che accade nello psichismo del paziente.
Al massimo il lato scabroso e poco chiaro di tutto ciò è il transfert omosessuale.
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benedetta14
Il fine è capire le dinamiche personali inconsce, giusto, ma con l'"astinenza" questa conoscenza parte già con la preclusione di qualcosa. Ed infatti anche tu parli di rinuncia.
Wéé non mi fraintendete, non dico che l'analista debba per forza agire il desiderio dei pazienti, dico solo che tra “scegliere di non agire altrimenti non c’è cura” e “scegliere di non agire perché il sentimento non è corrisposto allo stesso modo” c’è la sua differenza, anche per come poi verranno interpretati questi sentimenti che “diventano strumento di indagine”.
Io penso che questa norma deontologica si riferisca più che altro al fatto che le persone che si rivolgono ad uno psicologo hanno una gran sofferenza che non riescono a gestire da sole e pertanto molto sensibili a suggestioni. Per cui una conoscenza precedente all'instaurarsi il rapporto professionale influenzerebbe oltre modo il lavoro terapeutico.
Forse avviene questo quando l'analista "sostiene" il transfert. ;)
Lo scegliere di non agire è dettato dalla posizione in cui si pone l'analista (rimane un professionista, anche se senza memoria né desiderio), visto che percepirà un compenso pecuniario per l'attività che andrà a svolgere. Spero sia abbastanza soddisfatto dalla sua vita e abbastanza libero di pensiero grazie alla sua analisi pregressa per non cedere alle lusinghe di un paziente. La capacità di sostenere il transfert e di analizzarlo sta tutta tra questi due binari: non cedere al richiamo sessuale e non arroccarsi nella propria teoria/psiche, utilizzando la libertà e la curiosità di pensiero che sono le proprietà emergenti dello psichismo.
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benedetta14
E l'analista senza memoria né desiderio dov'è andato a finire? ;)
"Tiresia: Avere senno è un gran dono, ma non usarlo è cosa grave. Ebbene, ammetto di non averne fatto uso, altrimenti non sarei qui." (Sofocle - Edipo Re)
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complicata
Sì, sì, comunque anche quando te l'ha analizzato in tutti i suoi aspetti, il transfert resta tale e quale, così com'è, della stessa intensità, fantasmi o non fantasmi.
L'unica differenza è che lo chiami "transfert", dandogli aria di "freud", bella soddisfazione!
Lui supera e aggira gli ostacoli, e il paziente è sempre col culo per terra, scusate la crudezza dell'espressione, oh.
E poi un'altra cosa: in mezzo a tutto questo bailam, espressione che trovate pure sul Devoto-Oli, ci si mettono proprio le interpretazioni, che aggiungono confusione a confusione, finchè il paziente non sa più a che cosa attribuire cosa.
Sta bene solo quando non ci pensa, e questa non è una generalizzazione mia, perchè ho sentito un monte di testimonianze simili.
Quindi non è una cosa così semplice come la fate voi con tutte le teorie, i codici, le astinenze e blablabla.
Il pensiero è quello strumento che ci permette di elaborare la sofferenza. Nessuna sorpresa, quindi, se "sta bene solo quando non ci pensa". Non è affatto solo una "cosa" di teorie, codici, astinenze e blablabla, ma è fatta anche di carne, vissuti, lacrime e fatiche. Se le fatiche sono spese bene, se ne esce. Se facciamo gli amici (o il partner), non si capisce il perché dell'onorario.
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Wéé non mi fraintendete, non dico che l'analista debba per forza agire il desiderio dei pazienti, dico solo che tra “scegliere di non agire altrimenti non c’è cura” e “scegliere di non agire perché il sentimento non è corrisposto allo stesso modo” c’è la sua differenza, anche per come poi verranno interpretati questi sentimenti che “diventano strumento di indagine”.
Wéééé, ragassuola, va che non fraitendo mica vé...
Ciao Benede, certo, hai ragione, ma qui poi si ragionava in un’ipotesi di sentimenti corrisposti, o che comunque il paziente avverte in questo senso, poi non è mica un babbeo visionario per forza sto povero paziente...
Diventano strumento di indagine, dici bene, si è lì per quello. Ho più dubbi su quell’insieme di concetti che portano ad una cornice di finzione e che secondo me vanno intesi con cautela, sennò sembra di partecipare a qualcosa di fasullo e questo non è ciò che avviene, o per lo meno non nella mia esperienza personale.
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Il problema è che il terapeuta da una parte sospinge verso la piena confidenza, e la piena confidenza, si sa, è qualcosa che ti fa avvicinare alle persone in modo "pericoloso", secondo me, insomma la confidenza ce l'hai con gli intimi, a volte nemmeno con quelli, figuriamoci.
D'altro canto, mantiene la distanza, eh, la "frustrazione", l'"astinenza", non si deve "agire", solo pensarlo.
Insomma si pretende una netta divisione tra fantasia e realtà, che non è tanto facile.
Lì in un modo, fuori in un altro, tante belle distinzioni tutte funzionali, ma insomma le persone comuni non ci sono abituate.
Di solito se si pensa a come sarebbe poi nella realtà, effettivamente, ti passa anche il transfert, perchè uno ha la sua vita già incasinata, figuratevi un po' a infilarci anche un casino di questo genere, meglio tenere separate le cure dalla vita privata.
Se per l'analista è lavoro, anche per il paziente è "lavoro", non siamo così scemi, suvvia.
Comunque il terapeuta è un diavolo tentatore, a volte, forse involontariamente, perchè non è un computer, è fatto di carne e ossa, e siamo umani,l'onorario ci si scorda.
Sentite come sono saggia, oggi, sempre stata, di una saggezza impressionante, uh.
e io fui sesta tra cotanto senno.
Ah, se il terapeuta corrisponde o no, diventa un problema secondario, secondo me, secondo come e secondo icchè ti dice,ti scordi anche questo da quanto sei allucinata in seduta,guarda, almeno nel mio caso.
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lalangue
Lo scegliere di non agire è dettato dalla posizione in cui si pone l'analista (rimane un professionista, anche se senza memoria né desiderio), visto che percepirà un compenso pecuniario per l'attività che andrà a svolgere. Spero sia abbastanza soddisfatto dalla sua vita e abbastanza libero di pensiero grazie alla sua analisi pregressa per non cedere alle lusinghe di un paziente. La capacità di sostenere il transfert e di analizzarlo sta tutta tra questi due binari: non cedere al richiamo sessuale e non arroccarsi nella propria teoria/psiche, utilizzando la libertà e la curiosità di pensiero che sono le proprietà emergenti dello psichismo.
Ecco, io invece credevo che il non agire fosse dettato dal fatto di aver affrontato la questione e essersi resi conto che semplicemente si sente di non farlo, indipendentemente dal ruolo professionale che si ricopre.
Per me l'analista è un professionista che viene pagato perché il paziente vuole superare una sofferenza ingestibile, anche a costo di dare un prezzo alla sua intimità. Quando lo stesso paziente avvertirà maggiormente la necessità di non pagare per la propria intimità, non ci sarà più analisi.
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giulietta.o
Ciao Benede, certo, hai ragione, ma qui poi si ragionava in un'ipotesi di sentimenti corrisposti, o che comunque il paziente avverte in questo senso, poi non è mica un babbeo visionario per forza sto povero paziente...
Io non parlavo di sentimenti corrisposti; parlavo di sentimenti autentici, è un'altra cosa. Mi sembra chiaro che, in caso di sentimenti corrisposti, non ci possa essere analisi, neanche se si opera una scelta di rinuncia ad agirli.
Saluti
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complicata
Ma scusa Lalangue, ma io non ci vedo nulla di strano.
Te metti un uomo e una donna a chiacchierare su un'isola deserta per molto tempo, e poi voglio vedere se prima o poi uno dei due non subisce il fascino dell'altro.:asd:
ma la natura dove la mettete?
Io non lo so come ragionate voi analisti, senz'altro in modo contorto rispetto a noi.:sbonk:
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benedetta14
Ecco, io invece credevo che il non agire fosse dettato dal fatto di aver affrontato la questione e essersi resi conto che semplicemente si sente di non farlo, indipendentemente dal ruolo professionale che si ricopre.
Per me l'analista è un professionista che viene pagato perché il paziente vuole superare una sofferenza ingestibile, anche a costo di dare un prezzo alla sua intimità. Quando lo stesso paziente avvertirà maggiormente la necessità di non pagare per la propria intimità, non ci sarà più analisi.
Insomma, stiamo parlando di intimità. L'intimità, si sa, genera strani pruriti. Breuer è scappato in seconda luna di miele con la moglie, mentre Bertha Pappenheim è rimasta incinta del suo desiderio (lascio quel "suo" volutamente ambiguo).
La questione sessuale non è solo una metafora, né una cifratura: è una cosa evidente. Se si è in grado di sostenerla, la si può anche contestualizzare a livello psichico, riportandola ad una specie di dialetto della pulsione. Se, invece, le si va incontro, scoprendola, si finisce per cedere al desiderio di concludere.
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benedetta14
Io non parlavo di sentimenti corrisposti; parlavo di sentimenti autentici, è un'altra cosa. Mi sembra chiaro che, in caso di sentimenti corrisposti, non ci possa essere analisi, neanche se si opera una scelta di rinuncia ad agirli.
Saluti
Ora, però, tocca a te spiegare la differenza.
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Riferimento: psicoterapia e amicizia
Scusate se mi inserisco sempre, ma tanto c'ho poche cose da fare di migliori.:zott:
Finisco il discorso, non si tratta solo di intimità, ma anche di quando il paziente viene sollecitato dicendogli cose del tipo Qui lei può dire di tutto, Qui è consentito, Qui lei può perdere il controllo e blablabla.
Ma si scherza?!
Vorrei vedere se lo dite a Jack lo Squartatore, che può perdere il controllo.
Tutto questo martellamento è deleterio, oh, per una persona normale.
Ho finito, proseguite pure.:asd:
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lalangue
Insomma, stiamo parlando di intimità. L'intimità, si sa, genera strani pruriti. Breuer è scappato in seconda luna di miele con la moglie, mentre Bertha Pappenheim è rimasta incinta del suo desiderio (lascio quel "suo" volutamente ambiguo).
La questione sessuale non è solo una metafora, né una cifratura: è una cosa evidente. Se si è in grado di sostenerla, la si può anche contestualizzare a livello psichico, riportandola ad una specie di dialetto della pulsione. Se, invece, le si va incontro, scoprendola, si finisce per cedere al desiderio di concludere.
Mi sembra un concetto un po' troppo circoscritto di intimità: non è forse intimo anche dire tutto ciò che passa per la testa? Quel "si sa" mi sembra un po' riduttivo, ma comunque ammettiamo pure la questione sessuale: se èpossibile contestualizzarla a livello psichico solo precludendola (perché l'analista riesce a sostenerla solo se non l'ammette),in realtà questa contestualizzazione è frutto di un qualcosa che non è stato preso in considerazione, qualcosa a cui non si è andati incontro. Per cui cos'è che si è contestualizzato se non il desiderio di non cedere dell'analista?
Citazione:
Ora, però, tocca a te spiegare la differenza.
Il mio discorso non verteva sul corrispondere o meno i sentimenti del paziente, ma sul riconoscere che ciò che prova è autentico. E' sufficiente per chiarire la differenza? (non vorrei ripetere troppo quanto già scritto).
Ciao
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complicata
Scusate se mi inserisco sempre, ma tanto c'ho poche cose da fare di migliori.:zott:
Finisco il discorso, non si tratta solo di intimità, ma anche di quando il paziente viene sollecitato dicendogli cose del tipo Qui lei può dire di tutto, Qui è consentito, Qui lei può perdere il controllo e blablabla.
Ma si scherza?!
Vorrei vedere se lo dite a Jack lo Squartatore, che può perdere il controllo.
Tutto questo martellamento è deleterio, oh, per una persona normale.
Ho finito, proseguite pure.:asd:
La regola fondamentale è abbastanza paradossale: si chiede al paziente di fare una cosa che non solo è impensabile per lui, dal momento in cui sta chiedendo aiuto per un blocco, ma è impossibile per chiunque, analista in primis. Come al solito, l'analisi si gioca all'interno di questo paradosso, altrettanto quanto si gioca all'interno del paradosso dell'intimità tra due sconosciuti.
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benedetta14
Mi sembra un concetto un po' troppo circoscritto di intimità: non è forse intimo anche dire tutto ciò che passa per la testa? Quel "si sa" mi sembra un po' riduttivo, ma comunque ammettiamo pure la questione sessuale: se èpossibile contestualizzarla a livello psichico solo precludendola (perché l'analista riesce a sostenerla solo se non l'ammette),in realtà questa contestualizzazione è frutto di un qualcosa che non è stato preso in considerazione, qualcosa a cui non si è andati incontro. Per cui cos'è che si è contestualizzato se non il desiderio di non cedere dell'analista?
L'analista deve ammetterla, ma deve astenersi dal trarne vantaggio personale. Quello che accade deve andare a vantaggio dell'esplorazione della psiche del paziente.
Se l'analista la considera una bufala, una pura finzione, non riuscirà a sfruttare la spinta propulsiva del transfert e ad inserirsi in una dinamica di reale cambiamento.
Se, al contrario, la considera completamente vera, ne avrà paura o ne verrà irresistibilmente attratto (smetterà di essere una funzione e diventerà persona in carne ed ossa, con tutte le implicazioni del caso), causando danni irreparabili (nel primo caso giocherà in difesa, esasperando il paziente; nel secondo, approfitterà delle soddisfazioni che può dare plagiare la mente altrui).
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benedetta14
Il mio discorso non verteva sul corrispondere o meno i sentimenti del paziente, ma sul riconoscere che ciò che prova è autentico. E' sufficiente per chiarire la differenza? (non vorrei ripetere troppo quanto già scritto).
Ciao
Ciò che prova è un suo vissuto. In quanto tale, autentico. Quanto ci sia di sovraordinato in tutto questo, è da stabilirsi tramite il transfert.
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Originalmente inviato da
lalangue
L'analista deve ammetterla, ma deve astenersi dal trarne vantaggio personale. Quello che accade deve andare a vantaggio dell'esplorazione della psiche del paziente.
Se l'analista la considera una bufala, una pura finzione, non riuscirà a sfruttare la spinta propulsiva del transfert e ad inserirsi in una dinamica di reale cambiamento.
Se, al contrario, la considera completamente vera, ne avrà paura o ne verrà irresistibilmente attratto (smetterà di essere una funzione e diventerà persona in carne ed ossa, con tutte le implicazioni del caso), causando danni irreparabili (nel primo caso giocherà in difesa, esasperando il paziente; nel secondo, approfitterà delle soddisfazioni che può dare plagiare la mente altrui).
Caro Lalangue,
ciò che un paziente mi racconta è vero, nel senso che è li a raccontarmelo, con la sua presenza sorregge il suo dire, che è fondamentalmente un dire a me qualcosa; ciò che mi dice è sempre importante, anche se mi parlasse del tempo, figuriamoci se mi dovesse dire che si è innamorato di me.
Se il paziente mi parla di qualcosa, non è importante analiticamente parlando appurare la veridicità di questa cosa, Lacan diceva che il paziente mente sempre o quantomeno non dice tutta la verità, perché la verità non si può mai dire tutta. E in questo senso hai ragione nel dire chela grundregel (o regola fondamentale) si basa su una impossibilità non si può dire tutto ciò che passa per la testa senza interporre alcuna censura.
Trovo più interessante, piuttosto, che me lo stia dicendo, che mi stia dichiarando qualcosa. Questa qualcosa io devo accoglierla, e devo aiutare il paziente a far luce sul senso che ha par noi in quel momento, su cosa significa e ciò posso farlo solo a partire dall’impatto emotivo che questa dichiarazione di amore ha dentro di me, come uomo in carne ed ossa che non può rimanere indifferente di fronte alla dichiarazione di un sentimento.
Devo interrogarmi, sentire cosa smuove dentro di me, magari (relazionalmente parlando) è andato a toccare qualche nervo scoperto, qualcosa di indicibile per un analista (forse l’attrazione per il paziente?); perché una cosa così non proviene solo dal passato, o da distanze siderali, il senso vero in analisi va cercato all’interno della relazione, se vai altrove (la moda del trauma infantile, quella delle linee di discendenza familiari, ecc.) è comunque già uno spostamento, perché qualunque cosa sia, da dovunque provenga, il paziente la sta dicendo a te in quel momento.
Non capisco poi il passaggio quasi ineluttabile fra il fatto che l’analista consideri vera la cosa che gli dichiara il paziente e l’attrazione irresistibile da parte dell’analista stesso; che significa, che se il paziente mi dicesse che mi ama immancabilmente io sentirei un’attrazione fortissima verso di lui (o lei)? Perderei il mio ruolo di pura funzione terapeutica diventando improvvisamente in carne ed ossa (ma non lo sono sempre stato?) e causerei immani danni allo stesso per il semplice fatto di esistere come uomo e non come pura funzione?
Non so, come prima considerazione mi viene da dire che porsi come pura funzione quando sei in carne ed ossa crea una finzione nella relazione, è utile davvero sostenere una finzione? Non sarebbe magari più semplice, e più rassicurante per tutti, che ci ponessimo per ciò che siamo, due persone in carne ed ossa, l’uno chiede aiuto all’altro per operare un’esperienza esistenziale avendone come unica garanzia solida il fatto che questa persona a cui chiede aiuto questa esperienza l’ha già fatta e potrebbe testimoniarne sulla sua carne.
Perché nascondere la carne? Il Cecchini di Panzano dissentirebbe, e ho idea che prima o poi si arrabbi sul serio nel sentire tutta questa avversione per la bistecca nella psicoanalisi :botte:.
http://www.youtube.com/watch?v=kAkQK...eature=related
Un saluto
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Ciao, io penso che, codice deontologico a parte, una relazione terapeutica non può funzionare senza un setting che sia un contenitore della relazione stessa, che quindi possa delimitare tutto ciò che accade nel "qui ed ora" dell'incontro con un professionista: emozioni, vissuti, transfert, ecc.
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Riferimento: psicoterapia e amicizia
Citazione:
Originalmente inviato da
lalangue
L'analista deve ammetterla, ma deve astenersi dal trarne vantaggio personale. Quello che accade deve andare a vantaggio dell'esplorazione della psiche del paziente.
Certo che l'analista deve astenersi dal trarne vantaggio personale: sarebbe sempre assecondare il proprio desiderio!
Citazione:
Originalmente inviato da
lalangue
Se l'analista la considera una bufala, una pura finzione, non riuscirà a sfruttare la spinta propulsiva del transfert e ad inserirsi in una dinamica di reale cambiamento.
Se, al contrario, la considera completamente vera, ne avrà paura o ne verrà irresistibilmente attratto (smetterà di essere una funzione e diventerà persona in carne ed ossa, con tutte le implicazioni del caso), causando danni irreparabili (nel primo caso giocherà in difesa, esasperando il paziente; nel secondo, approfitterà delle soddisfazioni che può dare plagiare la mente altrui).
Quando ho letto questo passaggio ho pensato esattamente la stessa cosa che riporta Megiston:
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Megiston Matema
Non capisco poi il passaggio quasi ineluttabile fra il fatto che l’analista consideri vera la cosa che gli dichiara il paziente e l’attrazione irresistibile da parte dell’analista stesso; che significa, che se il paziente mi dicesse che mi ama immancabilmente io sentirei un’attrazione fortissima verso di lui (o lei)? Perderei il mio ruolo di pura funzione terapeutica diventando improvvisamente in carne ed ossa (ma non lo sono sempre stato?) e causerei immani danni allo stesso per il semplice fatto di esistere come uomo e non come pura funzione?
Non so, come prima considerazione mi viene da dire che porsi come pura funzione quando sei in carne ed ossa crea una finzione nella relazione, è utile davvero sostenere una finzione? Non sarebbe magari più semplice, e più rassicurante per tutti, che ci ponessimo per ciò che siamo, due persone in carne ed ossa, l’uno chiede aiuto all’altro per operare un’esperienza esistenziale
E non considerarla completamente vera non è forse averne paura? E non può quella paura nascondere l'irresistibile attrazione?
Non capisco perché non si contempli il caso che questa benedetta intimità possa non costituire una paura né un'attrazione, ovvero che, a fronte del desiderio del paziente non corrisponda da parte dell'analista un desiderio speculare, della stessa natura. Il paziente è innamorato, l'analista no; ma i sentimenti sono veri. Se fossi la moglie di un analista-funzione, mica mi sentirei tanto sicura dei sentimenti che proverebbe per me, sai... :D
Il plagio in psicoterapia non si sostanzia soltanto nell'agire i sentimenti amorosi nei confronti del paziente; vi può essere plagio anche convincendo il paziente di provare qualcosa non reale solo per evitare di turbare l’equilibrio dell’analista, per esempio. Il plagio provoca danni in tutti i casi in cui non viene rispettata l’integrità della persona. A guardar bene, anche l’amore è plagio perché ha in sé un’idealizzazione inscindibile, ma diventa dannoso quando non si rispetta la persona.
A volte penso che questo principio di astinenza serva più all’analista per mettersi al riparo dalla difficile gestione del “rifiuto” di una persona. Però, pensandoci, quale migliore spazio di pensiero può offrire una situazione di tal genere? A mio modo di vedere non ci può essere migliore occasione per il paziente di sperimentare la frustrazione di un rifiuto amoroso che però non intacca l’intimità, il rispetto ed una diversa forma di affetto che l’analista ha per lui (e che altre persone possono avere nei suoi riguardi). Altrimenti per ogni forma di intimità si presuppone un’attrazione sessuale e l’unicità del rapporto che si può avere con il proprio amante nasce solo dalla rinuncia forzata di entrare in profondo contatto con gli altri. ( :( )
Citazione:
Originalmente inviato da
lalangue
Ciò che prova è un suo vissuto. In quanto tale, autentico. Quanto ci sia di sovraordinato in tutto questo, è da stabilirsi tramite il transfert.
Quanto c'è di sovraordinato è da stabilirsi tramite ciò che una teoria della mente qualifica all'interno del transfert (è bene averlo presente).
Saluti
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Riferimento: psicoterapia e amicizia
Citazione:
Originalmente inviato da
Federicapal
Ciao, io penso che, codice deontologico a parte, una relazione terapeutica non può funzionare senza un setting che sia un contenitore della relazione stessa, che quindi possa delimitare tutto ciò che accade nel "qui ed ora" dell'incontro con un professionista: emozioni, vissuti, transfert, ecc.
Cara Federicapal,
certo, il setting è importante, è importante stabilire una cornice, ma non perdiamo mai di vista che la cosa più preziosa è il quadro :-)
Un saluto
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Riferimento: psicoterapia e amicizia
Citazione:
Originalmente inviato da
benedetta14
Quanto c'è di sovraordinato è da stabilirsi tramite ciò che una teoria della mente qualifica all'interno del transfert (è bene averlo presente).
Saluti
Citazione:
Originalmente inviato da
Federicapal
Ciao, io penso che, codice deontologico a parte, una relazione terapeutica non può funzionare senza un setting che sia un contenitore della relazione stessa, che quindi possa delimitare tutto ciò che accade nel "qui ed ora" dell'incontro con un professionista: emozioni, vissuti, transfert, ecc.
Citazione:
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Cara Federicapal,
certo, il setting è importante, è importante stabilire una cornice, ma non perdiamo mai di vista che la cosa più preziosa è il quadro :-)
Un saluto
Infatti, la cosa più importante è le cadre, tanto che, in francese, hors cadre vuol dire "fuori ruolo".
E allora parliamo del quadro. Anzi, dell'autore: Michelangelo Merisi di Caravaggio. Questo pittore soleva dipingere i suoi ritratti avvalendosi di uno specchio, un po' come Perseo si avvalse del suo scudo/specchio per tagliare la testa a Medusa.
Quindi, sotto l'egida di Atena, la dea della sapienza e della tessitura, possiamo fare da specchio al paziente e mostrargli, in base a quello che abbiamo udito (o che lui ha ordito), la sua trama. Poi possiamo fissare l'opera sulla nostra cornice analitica e, da bravi strateghi quali siamo, mostrargli la via del ritorno alla petrosa Itaca.
Ricorda Benedetta, ed è bene tenerlo presente sul serio, che quanto facciamo, come possiamo ritrovare anche in Megiston e in Federica, è comunque mosso da una teoria (non necessariamente e solamente della mente). Ben difficile non avere preconcetti, soprattutto dopo le varie lezioni dell'ermeneutica ("Verità e Metodo" di Gadamer è lì a spiegarlo).
Occorre ricordarsi anche che il fare da specchio al paziente non è l'unico compito che ha un analista (ammesso che sia compito suo). Entrare nella logica del fantasma del paziente e colmare quel vuoto che sente ci dovrebbe aiutare a capire come funziona quella logica, per poi tirarcene fuori.
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Riferimento: psicoterapia e amicizia
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Originalmente inviato da
lalangue
Infatti, la cosa più importante è le cadre, tanto che, in francese, hors cadre vuol dire "fuori ruolo".
E allora parliamo del quadro. Anzi, dell'autore: Michelangelo Merisi di Caravaggio. Questo pittore soleva dipingere i suoi ritratti avvalendosi di uno specchio, un po' come Perseo si avvalse del suo scudo/specchio per tagliare la testa a Medusa.
Quindi, sotto l'egida di Atena, la dea della sapienza e della tessitura, possiamo fare da specchio al paziente e mostrargli, in base a quello che abbiamo udito (o che lui ha ordito), la sua trama. Poi possiamo fissare l'opera sulla nostra cornice analitica e, da bravi strateghi quali siamo, mostrargli la via del ritorno alla petrosa Itaca.
Ricorda Benedetta, ed è bene tenerlo presente sul serio, che quanto facciamo, come possiamo ritrovare anche in Megiston e in Federica, è comunque mosso da una teoria (non necessariamente e solamente della mente). Ben difficile non avere preconcetti, soprattutto dopo le varie lezioni dell'ermeneutica ("Verità e Metodo" di Gadamer è lì a spiegarlo).
Occorre ricordarsi anche che il fare da specchio al paziente non è l'unico compito che ha un analista (ammesso che sia compito suo). Entrare nella logica del fantasma del paziente e colmare quel vuoto che sente ci dovrebbe aiutare a capire come funziona quella logica, per poi tirarcene fuori.
Ho ben presente che ciò che fate è mosso da una teoria (mi sembra di averlo scritto più volte), ma il punto è chi c'è al centro dell'attenzione: il paziente o la teoria insindacabile?
Se mi dici: "Ben difficile non avere preconcetti", capisco quello che fai e come lo fai, ma lo prendo per un credo, come ne esistono molti. E' un atto di fede quello che viene chiesto ad un paziente in psicoanalisi?
Come fa un analista a svolgere il ruolo di mera funzione, di schermo opaco, di analista neutro se è ben difficile non avere preconcetti ?
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"La relazione tra l’analizzante (così chiamato da Lacan poiché è lui a essere attivo) con l’analista non è affatto simmetrica. E’ dissimmetrica, anzi, di disparità, proprio come la relazione che il soggetto analizzante ha con il proprio inconscio. L’analista si presta unicamente a essere il rappresentante o il portabandiera dell’inconscio dell’analizzante o, per essere più precisi, si presta a incarnare l’oggetto causa del desiderio dell’analizzante: è quanto vuol dire il lemma lacaniano che l’analista incarna l’oggetto a piccolo nella cura. In una cura, insomma, l’unico soggetto in causa è il soggetto dell’inconscio dell’analizzante. L’analista, invece, dopo essere stato investito tramite il transfert della funzione di soggetto supposto sapere, dovrà saper occupare la posizione di oggetto, per la precisione di oggetto a piccolo, causa del desiderio dell’analizzante.
Qualunque distanza da questa posizione, nel migliore dei casi, situa la relazione tra l’analizzante e l’analista in una posizione immaginaria, spingendola verso il binario dell’identificazione oppure verso quello della comprensione, che sono però dei binari morti, per quanto riguarda l’emergere della struttura dell’inconscio. Oppure, nel peggiore dei casi, se utilizza gli strumenti simbolici che l’inconscio gli offre, scostandosi però dalla posizione corretta, l’analista rischia di ritrovarsi nelle vesti dell’impostore, del perverso o della canaglia.
E’ compito dell’analista, a partire dall’investitura ricevuta dall’analizzante in quanto facente funzione di soggetto supposto sapere, favorire, con la sua attenzione disattenta o flottante, lo svolgimento della catena significante verso il punto di desiderio inconscio a cui tende, tramite tutto ciò che comunemente viene chiamata interpretazione e che per Lacan non è affatto né comunicazione né informazione, ma piuttosto qualcosa che è sottolineatura, punteggiatura, messa in questione tramite l’equivoco, la citazione, l’enigma; infine che è, propriamente parlando, taglio, poiché l’interpretazione isola quel o quei significanti che hanno ingabbiato quel godimento che si è iscritto come trauma per l’analizzante fin dalla più tenera età, se non addirittura fin da generazioni precedenti"
(Antonio Di Ciaccia, 2009 La formazione psicoanalitica nella Scuola di Lacan, in Rivista di psicologia clinica)
Il lavoro non lo fa l'analista, ma l'analizzante. Se lo fa l'analista, si finisce in un "ti insegno io come si fa, perché ci sono già passato", oppure nel "cerchiamo di capire insieme cosa succede" (come se un paziente, dopo anni di ripetizione, non avesse già capito abbastanza).
L'analista deve inserirsi in quel punto dove c'è la mancanza e cercare di mostrare al paziente, attraverso interventi di rottura, che quella mancanza non è una ferita, ma il nucleo della possibilità.
[mi rendo disponibile per una esegesi parziale del testo citato, anche se, non essendo un adepto, può darsi che io commetta degli errori]
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Post ineccepibile. Ma si stava parlando di come l'analista si inserisce in quella mancanza cui ti riferisci e di quale desiderio può portare con sé. Non credo che chiedersi ciò faccia crollare tutta l'architettura teorica, il setting e la funzione/ruolo dell'analista, addirittura il presupposto del fare analisi (perché é questo che stai dicendo).
Buona notte
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L'oggetto a piccolo nella cura?!:look:
Ma che lingua è?!:jd:
Ma come avete fatto a studiare tutta la vita questa roba, me lo spiegate?
Certo ci deve voler vocazione, eh?:asd:
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complicata
Vorrei vedere se lo dite a Jack lo Squartatore, che può perdere il controllo.
Tutto questo martellamento è deleterio, oh, per una persona normale.
Ho finito, proseguite pure.:asd:
:tajo::tajo::tajo: Potresti sempre provare qualche seduta...:tajo:
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r.chavo74
:tajo::tajo::tajo: Potresti sempre provare qualche seduta...:tajo:
Sì, bisognerebbe provassi, magari non so, spiritica.:argh:
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Originalmente inviato da
complicata
Sì, bisognerebbe provassi, magari non so, spiritica.:argh:
Si ma non presentarti alla seduta con la moto sega eh:argh:?????? Mi preoccuperebbe leggermente il transfer e il contro transfer :asd:(heheh)
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benedetta14
Post ineccepibile. Ma si stava parlando di come l'analista si inserisce in quella mancanza cui ti riferisci e di quale desiderio può portare con sé. Non credo che chiedersi ciò faccia crollare tutta l'architettura teorica, il setting e la funzione/ruolo dell'analista, addirittura il presupposto del fare analisi (perché é questo che stai dicendo).
Buona notte
Rileggendo e ripensandoci, ho capito qual è il punto (e forse la mia pudicizia nell'evitarlo è un po' troppo marcata).
Possiamo parlare di controtransfert, ma occorre intenderci bene: proprio per come articolo la questione della teoria della tecnica, nella maggior parte dei casi l'utilizzo di vissuti controtransferali in analisi è un errore.
L'analista può provare, esattamente come il paziente, qualsiasi tipo di emozione. Può darsi anche che l'analista provi, per uno specifico paziente, qualcosa di simile all'innamoramento. Una volta riconosciuto questo sentimento, si può: a) negarlo; b) riconoscerlo e comunicarlo al paziente in qualsivoglia maniera; c) riconoscerlo e farsene qualcosa, ma tenendolo nella propria testa.
Ipotesi a)
"Io provo questo sentimento nei confronti di Anna, ma so che non è vero: me l'ha detto Freud, e l'ha chiamato transfert"
Da qui in poi, l'analisi va a rotoli, perché tutto verrà interpretato alla luce di un vissuto che è solo dell'analista, cioè quello di un sentimento pericoloso che non si può provare. Tutto si raggrumerà lì.
Ipotesi b)
Il terapeuta comunica al paziente, direttamente, qualcosa che potrebbe suonare come:
"lei mi sta facendo vivere un sentimento che non è in grado di gestire: mi ha messo su una scena del suo passato e sta cercando di farmi vivere dei sentimenti al posto suo, oppure mi sta mettendo al posto di una persona che voleva sedurre"
Una specie di rispecchiamento, grezzo e stilizzato, ma tutto va a rotoli.
Ipotesi c)
So che il paziente mi sta mettendo in una posizione particolare, nelle sue fantasie. Cerco di capire quale sia mentre sostengo "il gioco" (mentre sopporto che il paziente mi seduca). Non gli rispecchio nulla. Esploro con il paziente la scena e cerco di capire a che cosa servo, messo lì (in quel punto preciso dell'economia psichica del paziente).
[Ipotesi d)
Cedo alle lusinghe e mi concedo, quindi vengo interdetto alla pratica di qualsivoglia terapia
Ipotesi e)
Credo che ci possa essere del vero (ma quello c'è per forza) e che, soprattutto, la relazione potrebbe proseguire in maniera diversa. (questa non la commento)]
Le ultime due sono tra parentesi quadra perché non ritengo che abbiano a che fare con l'analisi (non aggiungono né tolgono niente al processo analitico)
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lalangue
L'analista può provare, esattamente come il paziente, qualsiasi tipo di emozione. Può darsi anche che l'analista provi, per uno specifico paziente, qualcosa di simile all'innamoramento. Una volta riconosciuto questo sentimento, si può: a) negarlo; b) riconoscerlo e comunicarlo al paziente in qualsivoglia maniera; c) riconoscerlo e farsene qualcosa, ma tenendolo nella propria testa.
Per quanto riguarda quello che sostenevo io, solo il fatto che tu dica "Una volta riconosciuto questo sentimento" è sufficiente, perché significa che è stato preso in considerazione e non si è precluso niente. Ma volevo farti una domanda: tu hai elencato dei casi nei quali l'analista prova qualcosa di simile all'innamoramento. E se invece è sicuro di non provare quel tipo di sentimento, cosa fa?
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Originalmente inviato da
benedetta14
Per quanto riguarda quello che sostenevo io, solo il fatto che tu dica "Una volta riconosciuto questo sentimento" è sufficiente, perché significa che è stato preso in considerazione e non si è precluso niente. Ma volevo farti una domanda: tu hai elencato dei casi nei quali l'analista prova qualcosa di simile all'innamoramento. E se invece è sicuro di non provare quel tipo di sentimento, cosa fa?
Nulla di più e nulla di meno di capire in quale punto delle fantasie del paziente viene inserito. Eventualmente può utilizzare come volàno le emozioni che prova lui stesso (controtransfert).
Sempre più stilizzato, per quanto riguarda la triangolazione edipica, il paziente mi può raccontare un episodio come se lui fosse parte della scena, come se fosse il pubblico, come se fosse il protagonista, come se fosse uno che non ha pagato il biglietto ma si è intrufolato; da come lo racconta, occorre capire se mi mette nella posizione dell'osservatore, di un attore, del regista, di quello che non ha pagato il biglietto e spia, di quello che vede attraverso i muri, da qualsiasi angolazione, e sa cosa accade sulla scena, in tutto il teatro e persino fuori.
Ciascun racconto significativo è fatto più o meno consapevolmente per smuovere qualcosa nella persona che ascolta.
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Originalmente inviato da
lalangue
Nulla di più e nulla di meno di capire in quale punto delle fantasie del paziente viene inserito. Eventualmente può utilizzare come volàno le emozioni che prova lui stesso (controtransfert).
Sempre più stilizzato, per quanto riguarda la triangolazione edipica, il paziente mi può raccontare un episodio come se lui fosse parte della scena, come se fosse il pubblico, come se fosse il protagonista, come se fosse uno che non ha pagato il biglietto ma si è intrufolato; da come lo racconta, occorre capire se mi mette nella posizione dell'osservatore, di un attore, del regista, di quello che non ha pagato il biglietto e spia, di quello che vede attraverso i muri, da qualsiasi angolazione, e sa cosa accade sulla scena, in tutto il teatro e persino fuori.
Ciascun racconto significativo è fatto più o meno consapevolmente per smuovere qualcosa nella persona che ascolta.
Ho capito. Grazie
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Originalmente inviato da
giulietta.o
Poi, avrei da dire “sull’abbassare qualcuno facendone il proprio amante”. Perchè l’analista dove sta’? Su un piedistallo per caso? Amare qualcuno è “abbassarlo”?
"abbassare" l'analista al rango di amante significa che i "sentimenti" che il paziente "prova" nei confronti dell'analista sono il risultato di un transfert, quindi non si tratta di un vero "amore", ma di qualcos'altro (transfert, appunto). L'analista ovviamente trattare questo transfert come ogni altro, cioè analizzarlo e interpretarlo, in modo che possa essere utilizzato ai fini dell'analisi.
Però qui stiamo parlando specificatamente dell'ambito psicoanalitico, in cui è molto importante la "relazione" che si viene a instaurare, ed ecco perché soprattutto in psicoanalisi si è molto rigidi su questao aspetto. Il codice deontolgico comunque, da cui è partita tutta questa discussione, è vincolante per tutti lgi psicologi indipendentemente dall'approccio teorico .
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Mi sembra che la discussione si fosse via via arricchita di punti di vista alternativi a quello che tu esponi, legittimissimo, ma come gli altri del resto.
Se per taluni orientamenti trattasi di sentimenti non reali, per altri non è questa la chiave di lettura che viene adottata: non a caso Jung utilizza i contenuti dell’alchimia come metafora di ciò che avviene nel transfert e a quale scopo.
Il transfert, per alcuni, non è appannaggio della relazione analitica ma di qualsiasi relazione significativa per l’individuo salvo che qui - a differenza delle relazioni non analitiche - ci si è impegnati, tramite un contratto, ad analizzarlo. Diversamente, non avrebbe senso ritrovarsi lì tutte le settimane.
Il codice di questo si occupa, di garantire cioè il rispetto di un contratto stipulato tra due persone, come del resto accade con tale strumento in tutte le professioni regolate anch’esse da un codice; fatico a vederlo come la soluzione ad una situazione di finzione. Mi auguro cioè che il suo senso si spinga ben oltre a questo.
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Originalmente inviato da
gukovaleksey
essere "psicoterapeuta" per un/a tuo/a amico/a..
essere amico per un/a tuo/a paziente, ex-paziente..
cosa ne pensate?
Ciao a tutti io penso che non si possa essere un amico/a di un proprio paziente, anche perché la professionalità ed i ruoli verrebbero a mancare.
Come si sa ci sono regole che bisogna rispettare come è giusto che sia,affinché si possa dare il giusto aiuto....
A differenza per un amico possiamo essere d'aiuto facendolo riflettere e dandogli il giusto sostegno morale e facendogli capire qual'è il motivo dei suoi problemi...
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Riferimento: psicoterapia e amicizia
Questi puntini cosa significano?
Come mai Megiston invia puntini al posto dei messaggi?
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Ora se continui, carissimo, ti posto un argomento esplosivo, per dispetto, ti faccio saltare sulla sedia.:asd:
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Riferimento: psicoterapia e amicizia
Sentite un po', ma voi come fate a risolvere i problemi di natura sessuale, con l'analisi?
Cioè, dove andate a parare?
Cioè, nelle vostre scuole, vi insegnano come si fa?
Ci delucidate un po'?
Grazie.
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Mai sentito parlare di un certo Edipo?
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Originalmente inviato da
gieko
Mai sentito parlare di un certo Edipo?
Parti dalle basi.
Sì, vagamente.
E dunque?
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Ciao ragazzi,
sono una neo iscritta. Mi piace molto qst forum, e su questo argomento vorrei esporre qualche mia perplessità sulle dinamiche che si stanno verificando nella mia psicoterapia con il mio psicoterapeuta.....a chi potrei sottoporle che magari è a sua volta uno psicoterapeuta!? Sapete darmi qualche dritta di psicoterapeuti presenti nel forum?
Cmq a mio avviso dopo la terapia non ci vedo nulla di male in un'eventuale amicizia ma mi chiedo come sia possibile viverla in modo naturale e spontaneo...
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Originalmente inviato da
rosarosina
Ciao ragazzi,
sono una neo iscritta. Mi piace molto qst forum, e su questo argomento vorrei esporre qualche mia perplessità sulle dinamiche che si stanno verificando nella mia psicoterapia con il mio psicoterapeuta.....a chi potrei sottoporle che magari è a sua volta uno psicoterapeuta!? Sapete darmi qualche dritta di psicoterapeuti presenti nel forum?
Cmq a mio avviso dopo la terapia non ci vedo nulla di male in un'eventuale amicizia ma mi chiedo come sia possibile viverla in modo naturale e spontaneo...
Cara Rosarosina,
sulle perplessità dinamiche di cui dici, a chi potresti sottoporle? Ma al tuo psicoterapeuta, ovvio, a chi altri??? :D Nascono dal fatto che fai terapia con lui, tu hai scelto di fare terapia con lui, perché adesso vorresti sottoporle altrove? E' quello il luogo più adatto.
Un saluto