AT e integrazione (e quella con la maiuscola?)
Dear Elisa,
ad agosto sembra siamo rimasti noi...cmq:
Avendo conosciuto da vicino l'AT...credo di poter dire (o scrivere)che l'integrazione dei due aspetti a cui Ti riferisci non solo sia auspicabile, ma sia "doverosa" da parte del terapeuta (anche lo Psicologo/a in formazione).
Importante in AT è quel "in base al paziente": il contratto iniziale->gli obiettivi. Lo sviluppo e l'esplicitazione dell'obiettivo del paziente per me valgono il 70/80 % di tutto il "lavoro a due".
E' giusto e naturale, soprattutto all'inizio, preoccuparsi di "sapere come muoversi" ed un approccio "strutturato" può aiutare molto.
Ma la preoccupazione più grande è che nel paziente l'impressione e il vissuto sia "ci stiamo muovendo..." fino a dopo la "digestione della terapia" poter pensare: "...si è mosso bene".
Spesso, invece, dall'altra parte vengono identificati (anche se grossolanamente) i tentativi "di manovra" e l'impressione di un approccio "by doing" (strada facendo) che lascia l'amaro in bocca, almeno in quei momenti/giorni/mesi. E anche dopo.
Per me nella formazione del terapeuta la preoccupazione più grande deve rimanere il paziente e non (o non solo) l'approccio tecnico. Dall'altra parte c'è una persona.
C'è bisogno di "grounding" e di "umanità", ma di questo sento parlare poco e leggo poco, molto poco, anche su questo sito.
A presto,
Flessibilità, Umanità e Integrazione
Elisa,
capisco perfettamente il Tuo desiderio di soddisfare il paziente con qualcosa che possa farGli/Le provare il miglioramento...e anche farTi "sentire soddisfatta".
Sicuramente con il cognitivo-comportamentale otterrai "quel miglioramento", anzi dal punto di vista della mia esperienza (di percorso personale) è un'ottima idea di integrazione, xchè in effetti l'AT non prevede risultati "a breve" anzi si parla di medio-lungo periodo (quando si voglia "scavare" ed andare a fondo si privilegia il primo termine "Analisi"...con diversi tempi e distanze).
Quello che volevo e vorrei ancora sottolineare è che quella "professionalità", che mi sembra di capire è il Tuo obiettivo finale, non dipende solo dal tipo, numero ed integrabilità degli approcci, ma anche e sopratutto da quanta umanità e positività - queste secondo me sono gli elementi più importanti - il terapeuta impiegherà in quella integrazione.
Altrimenti come è capitato a me, mi è stato detto: "Sì, conosciamo anche noi V. Satir, anzi è un modello di studio anche x i transazionalisti!" - poi, però, mio malgrado, mi sono dovuto accorgere che probabilmente, non era passato nulla o quasi dell'aspetto umano...la Satir può e deve considerarsi un Modello di terapia (integrata) umanistica!
La responsabilità allora di chi è? Della scuola o del terapeuta?
Il mio concetto di professionalità va oltre quello che può offrire "una scuola". La p. x me dipende dal terapeuta: che almeno abbia la curiosità (e lo scrupolo) di vedersi un filmato di Virginia Satir: quello avrebbe chiarito e chiarirebbe molte cose...anche l'umanità si può apprendere!