Il richiamo alle evidenze neuroscientifiche per 'consolidare' le evidenze ottenuti con metodi comportamentali è un meccanismo comune, in cui si cercano risultati 'convergenti' emersi in discipline affini all'oggetto di studio. Così fanno gli psicologi sociali con la sociologia o la scienza della politica, così fanno gli psicologi dello sviluppo con l'etologia, e la lista potrebbe continuare.
Questo dovrebbe accadere in un dialogo sano e multidisciplinare tra discipline ben distinte.
dal poco che so le metodiche di indagine utilizzate nelle ricerche neuroscientifiche non sono molto più affinate di quelle utilizzate da psicologi e psicofisiologi in quanto ad attendibilità (a parte il costo!).
Problema molto serio e reale, che credo ci porterebbe lontano…
Il mio umile parere è che le neuroscienze non possono muoversi in campi già ampiamente indagati dal punto di vista psicologico ignari del già detto e del già fatto. Questo è un diktatum della ricerca scientifica: "studiare ciò che è già stato detto e fatto in materia".
D’accordo Maurizio, non a caso le 2 discipline che hanno presieduto alla nascita della scienza cognitiva sono la psicologia e l’IA (tanto per ribadire il corpus di conoscenze prodotto dalla psicologia cognitiva). Comunque stai parlando del già detto e del già fatto; il problema è che, a mio parere, gli studi puramente psicologici oggi stiano perdendo la propria centralità, a favore delle neuroscienze.
I neuroscienziati spesso fanno ricerca (spesso avvalendosi della collaborazioni di psicologi e neuropsicologi), con i paradigmi della ricerca psicologica. Poi sono bravi a non citarli, ma chi conosce gli esperimenti di psicologia ce li vede.
Chi sono questi neuroscienziati? Sicuramente in parte biologi/medici etc che si orientano verso tematiche psicologico/comportamentali, ma sono anche psicologi che usano i propri paradigmi di ricerca nelle neuroscienze. Come scrivi tu stesso:
E' un meccanismo che ben conosco. Ho visto molti psicologi sperimentali traghettare nelle terre delle neuroscienze in un viaggio senza ritorno. Li ho sentiti, per l'appunto, parlare di lobi parietali, di corteccia premotoria ventrale sinistra, etc... senza richiamarsi più alla psicologia e alla mente. Questo se mi permetti è un fare i piccoli neuroscienziati, non gli psicologi sperimentali.
Lo stesso vale spesso per alcuni neuropsicologi: scrivono articoli dove non c'è in bibliografia un solo studio psicologico
Quello che temo io è proprio questo: ho avuto l’impressione che, progressivamente, gli psicologi sperimentali (impiegando i paradigmi della psicologia) si stiano occupando, quasi esclusivamente, di neuroscienze, relegando gli aspetti psicologici al margine. L’intento della mia domanda era discutere di questa tendenza: come ha scritto Maurizio, un conto è una collaborazione sana, tra discipline autonome; un altro è farsi ‘assorbire’ dalle discipline limitrofe, perdendo la propria identità.
Qualche post indietro avevamo detto che la psicologia sperimentale doveva essere quasi una sorta di disciplina al centro di tutte le altre, che coordina e ‘mette insieme’ tutti i vari pezzi (dovrebbe essere la tua posizione, vero Itsuki?): se gli psicologi sperimentali assumessero questo tipo di ruolo, non ritenete che questo possa essere pericoloso per l’autonomia -soprattutto professionale- della psicologia?
P.S. Kia, si sta tutti parlando dello stesso Edelman :asd:
