Stai aprendo una discussione potenzialmente enorme... un certo Carl Rogers, ormai il secolo scorso, ebbe un'intuizione geniale (oggi ci pare una banalità...): ciò che la vita può riservarci è da intendere come momento di "crisi" (nel senso etimolgico di "rottura") e non necessariamente è riconducibile ad una patologia specifica.
L'ansia, i dubbi, le paure di quando un genitore vede il proprio figlio andare via di casa per formare una nuova famiglia, non necessariamente sono inquadrabili come sintomi di un disturbo d'ansia generalizzato. Lo stesso esempio si potrebbe fare per tante altre situazioni.
Rogers parlava di libertà individuale (libertà di scegliere rispetto a ciò che la vita ci riserva) e di responsabilità individuale (ogni scelta comunque rappresenta una responsabilità con cui il singolo deve interfacciarsi per tutta la vita). Rogers parlava di scelte, di opzioni di scelta, di necessità di essere artefici del proprio futuro.
Un errore madornale della Psicologia, a mio modo di vedere, è quello di occuparsi sempre meno di prevenzione e di benessere e di ritenere sempre di più (in maniera sempre più simile al modello medico) che tutto sia riconducibile ad una qualche forma di patologia o di disadattamento.
Ecco perché, tra l'altro, le nuove professioni tanto osteggiate dalla Psicologia stanno avendo sempre più successo: perché si discostano dal paradigma medico-paziente che vede nel paziente un soggetto sostanzialmente passivo nel processo.
Rogers questo lo intuì e cercò di riformulare il setting terapeutico nella direzione di vedere il paziente (che in Rogers diventa "cliente", "persona" - da qui l'approccio centrato sulla persona, la client-centered therapy) come un soggetto prevalentemente "sano" e attivo nel processo.
In parte avete senz'altro ragione: oggi c'è molto la tendenza a deresponsabilizzarsi su qualcosa di altro rispetto a sé stessi: il farmaco, la terapia, il disturbo, etc. quasi a mo' di giustificazione.
Non tutti gli uomini rispondono agli stimoli (positivi o negativi è indifferente) che la vita propone loro, e non tutti hanno le medesime risorse (cognitive, affettive e comportamentali). In alcuni casi certo sono più opportuni quegli interventi volti non tanto ad individuare e a curare una qualsivoglia patologia, quanto a valorizzare le risorse individuali, a potenziarle e comunque a incentivare la libertà di scelta da una parte così come la resaponsabilità dall'altra.
Mi spiace che oggi, sempre di più, la Psicologia voglia scimmiottare il paradigma medico. La società avrebbe tanto bisogno di interventi psicologici "sani", cioé non necessariamente rivolti a curare qualcosa.
Tema interessante, davvero, questo. Forse troppo e troppo vasto per essere dibattutto su un forum.
Ciao

