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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Originalmente inviato da Braveheart84 Visualizza messaggio
infatti lo psicologo sa tutto di noi, compresi i segreti più profondi, ma noi non sappiamo nulla di lui/lei. Il rapporto quindi è assimetrico, non alla pari...come si può costruire una fiducia umana (non professionale, come sempre io l'ho vista) se c'è questa disparità di rapporto? NOn credete che, invece, un buon passo sarebbe quello di mettersi su un rapporto più paritario?
Non credo proprio che sia un buon passo per una serie di motivi importanti.Hai mai pensato ad esempio che chi soffre di depressione grave o ansia patologica non ha assolutamente bisogno di un 'amico'?o meglio ne ha bisogno come tutti ma questo non lo guarisce anzi spesso aggrava la sua situazione come accade a volte con i familiari che,nella inconsapevolezza,non fanno che cementificare strutture patogene di relazione...
Personalmente sostengo l'estrema utilità di una relazione di verticalità nel campo terapeutico con tutte le accortezze possibili e mi trovo d'accordo con gieko.
Saluti,
Luigi
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luigi '84
Originalmente inviato da Braveheart84 Visualizza messaggio
infatti lo psicologo sa tutto di noi, compresi i segreti più profondi, ma noi non sappiamo nulla di lui/lei. Il rapporto quindi è assimetrico, non alla pari...come si può costruire una fiducia umana (non professionale, come sempre io l'ho vista) se c'è questa disparità di rapporto? NOn credete che, invece, un buon passo sarebbe quello di mettersi su un rapporto più paritario?
Non credo proprio che sia un buon passo per una serie di motivi importanti.Hai mai pensato ad esempio che chi soffre di depressione grave o ansia patologica non ha assolutamente bisogno di un 'amico'?o meglio ne ha bisogno come tutti ma questo non lo guarisce anzi spesso aggrava la sua situazione come accade a volte con i familiari che,nella inconsapevolezza,non fanno che cementificare strutture patogene di relazione...
Personalmente sostengo l'estrema utilità di una relazione di verticalità nel campo terapeutico con tutte le accortezze possibili e mi trovo d'accordo con gieko.
Saluti,
Luigi
In realtà anch'io, più o meno l'ho sempre pensata così...forse allora sono influenzato dall'ultima esperienza terapeutica, nel quale il mio dottore mi parlava di affetto, di bene, e di vederlo come un "papà".
Ma a questo punto, sono io che sono tarato o forse il dottore si è allargato?:mumble::D
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"Ma a questo punto, sono io che sono tarato o forse il dottore si è allargato?"
Nessuno di noi può risponderti su questa questione, che potrai invece affrontare nella tua terapia.
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forse non hai capito...la terapia l'ho smessa perché NON HO I SOLDI. E il dottore che dice di voler essere mio padre, se non ci sono i soldi...non è più un papà.
Smettiamola di dare sempre addosso ai pazienti e giustificare sempre i terapeuti.
Ieri stavo parlando con un ragazzo che ha la madre psicoanalista: sapete quanto si prende l'ora?
25 euro.
Contro i 90 che mi chiedeva l'altro psicoanalista.
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gieko
Sei sicuro che sarebbe proprio utile? A cosa porterebbe? Credo che non vada confusa una necessaria neutralità, fondamentale quantomeno per mantenere il focus sul paziente (che chiede aiuto), con un atteggiamento asimmetrico dal punto di vista umano.
Un saluto
pienamente d'accordo...
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Braveheart84
forse non hai capito...la terapia l'ho smessa perché NON HO I SOLDI. E il dottore che dice di voler essere mio padre, se non ci sono i soldi...non è più un papà.
Smettiamola di dare sempre addosso ai pazienti e giustificare sempre i terapeuti.
Ieri stavo parlando con un ragazzo che ha la madre psicoanalista: sapete quanto si prende l'ora?
25 euro.
Contro i 90 che mi chiedeva l'altro psicoanalista.
su questo secondo me hai ragione... ma la questione è molto delicata... io spererei in un servizio pubblico che funzionasse come si deve in tutte le città del nostro paese.. ma so che purtroppo non è così...
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Gieko ha risposto cosi perkè il tema della 3d è il transfert e il controtransfert...vi prego di tornare in topic e parlare di questo...
Se volete parlare delle tariffazioni dei terapeuti aprite un altro post...
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Appunto, il transfert...
Probabilmente prima mi sono spiegato male ma volevo rimandare proprio a questo. Mi sembra che Braveheart84 stia domandando: "è gisuto che lo debba considerare un padre?", "è giusto pagare quella cifra?". Personalmente ritengo di dire che non lo possiamo sapere, per due motivi: è una questione dinamica, e quindi va vista nell'analisi (quando e se eventualmente la riprenderà); non sono sicuro che su queste questioni si possano applicare le categorie "giusto vs sbagliato".
Saluti
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gieko
Nessuno di noi può risponderti su questa questione, che potrai invece affrontare nella tua terapia.
:asd:
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Braveheart84
forse non hai capito...la terapia l'ho smessa perché NON HO I SOLDI. E il dottore che dice di voler essere mio padre, se non ci sono i soldi...non è più un papà.
Smettiamola di dare sempre addosso ai pazienti e giustificare sempre i terapeuti.
Ieri stavo parlando con un ragazzo che ha la madre psicoanalista: sapete quanto si prende l'ora?
25 euro.
Contro i 90 che mi chiedeva l'altro psicoanalista.
si sceglie... non è un obbligo...
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Originalmente inviato da
gieko
Appunto, il transfert...
Probabilmente prima mi sono spiegato male ma volevo rimandare proprio a questo. Mi sembra che Braveheart84 stia domandando: "è gisuto che lo debba considerare un padre?", "è giusto pagare quella cifra?". Personalmente ritengo di dire che non lo possiamo sapere, per due motivi: è una questione dinamica, e quindi va vista nell'analisi (quando e se eventualmente la riprenderà); non sono sicuro che su queste questioni si possano applicare le categorie "giusto vs sbagliato".
Saluti
per braveheart:
e se ti poni la questione del giusto o dello sbagliato.. io ci rifletterei.. perchè non porti lo voglio o meno davvero? o posso o non posso e che cosa me lo impedisce a parte il mondo, la società, l'economia.... perchè non riappropriarsi della propria vita? e appunto perchè aver fatto come primA SCELTA quella di una psicanalista "esosa", iniziare il percorso sapendo che era troppo oneroso? chiaramente non voglio alcuna risposta...:P
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per braveheart:
e se ti poni la questione del giusto o dello sbagliato.. io ci rifletterei.. perchè non porti lo voglio o meno davvero? o posso o non posso e che cosa me lo impedisce a parte il mondo, la società, l'economia.... perchè non riappropriarsi della propria vita? e appunto perchè aver fatto come primA SCELTA quella di una psicanalista "esosa", iniziare il percorso sapendo che era troppo oneroso? chiaramente non voglio alcuna risposta...:P
Lo vedete che si cerca sempre di distogliere l'attenzione dal terapeuta, per concentrarsi solo sul paziente?:D
Cmq, avevo iniziato il percorso perché m'interessava...e se potevo, avrei pure continuato...però è anche vero che ci sono cose che non mi hanno convinto, come questa di voler vedere lo psicologo addrittiura come un papà, e non come un rapporto professionale. E se io cercavo di impostare la cosa da questo punto di vista, mi veniva rinfacciato di non fidarmi di lui.
L'assimetria consiste anche in questo: lo psicologo non si può criticare, perché a ogni criica che si fa subito a rinfacciare la non fiudicia, le difese psicologiche, i transfert...tutte cose che esistono, ma su cui non mi sembra corretto pararsi il di dietro.
Cmq avrei continuato...ma i soldi non c'erano. E infatti vorrei chiarire una cosa: il punto non erano tanto i 70 euro l'ora, quanto proprio questo fatto di voler passare come "papà": un conto è dire "io pago lo psicologo", un conto "ho un papà da 70 euro l'ora"...è questo insomma il discorso che mi è puzzato.
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Originalmente inviato da
Braveheart84
forse non hai capito...la terapia l'ho smessa perché NON HO I SOLDI. E il dottore che dice di voler essere mio padre, se non ci sono i soldi...non è più un papà.
Smettiamola di dare sempre addosso ai pazienti e giustificare sempre i terapeuti.
Ieri stavo parlando con un ragazzo che ha la madre psicoanalista: sapete quanto si prende l'ora?
25 euro.
Contro i 90 che mi chiedeva l'altro psicoanalista.
Non esiste solo il privato :P
Hai mai provato a rivolgerti in una asl?
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Originalmente inviato da
Braveheart84
Lo vedete che si cerca sempre di distogliere l'attenzione dal terapeuta, per concentrarsi solo sul paziente?:D
Cmq, avevo iniziato il percorso perché m'interessava...e se potevo, avrei pure continuato...però è anche vero che ci sono cose che non mi hanno convinto, come questa di voler vedere lo psicologo addrittiura come un papà, e non come un rapporto professionale. E se io cercavo di impostare la cosa da questo punto di vista, mi veniva rinfacciato di non fidarmi di lui.
L'assimetria consiste anche in questo: lo psicologo non si può criticare, perché a ogni criica che si fa subito a rinfacciare la non fiudicia, le difese psicologiche, i transfert...tutte cose che esistono, ma su cui non mi sembra corretto pararsi il di dietro.
Cmq avrei continuato...ma i soldi non c'erano. E infatti vorrei chiarire una cosa: il punto non erano tanto i 70 euro l'ora, quanto proprio questo fatto di voler passare come "papà": un conto è dire "io pago lo psicologo", un conto "ho un papà da 70 euro l'ora"...è questo insomma il discorso che mi è puzzato.
Massì, anche a me spesso hanno detto "è come se fossimo un po' i tuoi genitori.."
Ma con questo non significa che vogliono passare per mamma e papà. Credo sia una "tattica" per far in modo che il paziente si possa fidare e quindi "aprire"... ;) per farti sentire più a tuo agio, per distruggere la distanza tra paziente e terapeuta, per rassicurarti, per far in modo che si crei una buona allenza.
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Originalmente inviato da
peste1987
Massì, anche a me spesso hanno detto "è come se fossimo un po' i tuoi genitori.."
Ma con questo non significa che vogliono passare per mamma e papà. Credo sia una "tattica" per far in modo che il paziente si possa fidare e quindi "aprire"... ;) per farti sentire più a tuo agio, per distruggere la distanza tra paziente e terapeuta, per rassicurarti, per far in modo che si crei una buona allenza.
Ciao Peste. Il tradizionale concetto di transfert, negli anni si è evoluto e ha avuto tante interpretazioni differenti.
Gill ad es. lo considera il risultato dell'interazione tra paziente e analista,
"un amalgama tra passato e presente e si costituisce come una risposta plausibile all'immediatezza della situazione analitica". Questa interpretazione si contrappone alla visione classica che ribadiva il proprio focus, non sulla coppia analitica, ma sul paziente e il proprio mondo interno:zott:.
Meltzer, ha una visione moderna del transfert, si perde la genesi infantile del comportamento e più che un residuo del passato, ne fa l'esternalizzazione di una realtà interna che "vive nel passato".
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Forse sarebbe più utile cercare di discutere alcuni concetti e coglierne le implicazioni, se no si rischia di buttare lì delle definizioni prive di significato, soprattutto per chi non ha conoscenze specifiche. Francesca che dici?
Un saluto
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Caro Gieko, per chiarire il mio post precedente, mi sono documentata su alcuni lavori di C.A. Barnà.
Nella sua evoluzione, il concetto di transfert è passato dalla veste di "ripetizione", che contiene traumi, esperienze, elementi patologici non elaborati, a tutto quello che avviene nel "qui ed ora" tra paziente e analista.
Di fatto la questione sta nella scelta del valore da assegnare, ai fini del cambiamento:
A) Alla presa di coscienza e al riconoscimento dei conflitti profondi rivissuti in analisi attraverso il transfert ed evidenziati attraverso la sistematica interpretazione di esso.
o invece, nel valore assegnare:
B) Alla specifica relazione vissuta con l'analista come riedizione e nuova occasione per elaborare i traumi del pz, trattati non tanto come elementi da riconoscere ma come vissuti da trasformare insieme, confidando non solo nella presa di coscienza come acquisizione cognitiva, ma nella sperimentazione di un assetto mentale, e di un clima relazionale, continuamente e sistematicamente proposti dall'analista, capaci alla fine di produrre il cambiamento, e sconfiggere la coazione a ripetere.
Il transfert, dunque, viene considerato non tanto e non soltanto una pura ripetizione di emozioni precedentemente vissute, ma un prodotto della stessa situazione analitica, vista come momento costruttivo di una nuova storia il cui contenuto è dovuto solo alle coordinate del trattamento analitico.
Questo modello "costruttivo" dell'analisi, consente il superamento di quello "archeologico", cioè del reperimento di ricordi traumatici nella storia personale infantile del pz, che gioverebbe alla ricostruzione della storia della genesi del suo mondo interno e dell'origine della nevrosi.
L'evoluzione del concetto di transfert suggerisce, come dice Camilleri, la "forma dell'acqua", come immagine per indicarne l'estrema plasticità assieme alla conservazione della sostanza.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Lascio sospesa la questione, per confrontarmi con le vostre opinioni da studiosi :libro:e professionisti della materia:ez:
Grazie
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Originalmente inviato da
francesca63
Nella sua evoluzione, il concetto di transfert è passato dalla veste di "ripetizione", che contiene traumi, esperienze, elementi patologici non elaborati, a tutto quello che avviene nel "qui ed ora" tra paziente e analista.
Avendo io una formazione di stampo psicoanalitico relazionale sfondi una porta aperta con questa e le altre considerazioni che fai sul transfert. Già autori come Ferenczi, negli ultimi anni di attività (1925-30) sembravano suggerire questa strada che, in maniera più o meno sotterranea, ha influenzato la psicoanalisi interpersonale (Sullivan, Thompson) e la sua moderna evoluzione, la psicoanalisi relazionale (Mitchell, Aron, Benjamin, Ehrenberg, Bromberg); sia alcuni kleiniani (Racker, Baranger) che hanno a loro volta influito sui teorici del campo psicoanalitico, tra cui molti autori italiani (Ferro, Gaburri, Neri, Civitarese...) e non (Ogden) che vi hanno accostato i concetti di Bion.
Ovvio che ne discende una concezione differente di analisi del transfert e di processo analitico molto più improntato all'elaborazione dell'esperienza in sè che non del transfert visto in un'ottica intrapsichica.
Un saluto
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Io mi ritiro...non vi seguo più :)
Troppo complicato
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Un saluto agli affezionati del thread.
Il confronto sul tema del transfert offre mille spunti su cui discutere :chat:.
Sarei molto interessata ad approfondire l'aspetto della risoluzione del legame di transfert, momento fondamentale del percorso analatico, che conduce al suo termine.
Spiegare il transfert è anche individuare le cause della nevrosi.
Tale individuazione, non deve essere rivolta solo al passato, agli avvenimenti della prima infanzia, ma anche al presente, all'immediatezza del setting e alle sue produzioni ed esigenze evolutive.
Da quest'ottica più attuale e complessa di concetto di traslazione mi interesserebbe approfondire l'aspetto della sua risoluzione. :mumble:
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
non vorrei intervenire inopportunamente, ho dato un lettura generica alla discussione. a me interessa cosa fa il terapeutauna volta che ha chiarito, o presume di aver chiarito, aspetti importanti nel rapporto transferale.
rifacendomi a questa definizione di transfert "Alla specifica relazione vissuta con l'analista come riedizione e nuova occasione per elaborare i traumi del pz, trattati non tanto come elementi da riconoscere ma come vissuti da trasformare insieme, confidando non solo nella presa di coscienza come acquisizione cognitiva, ma nella sperimentazione di un assetto mentale, e di un clima relazionale, continuamente e sistematicamente proposti dall'analista, capaci alla fine di produrre il cambiamento, e sconfiggere la coazione a ripetere." mi chiedevo quali possono essere alcuni modi di affrontarlo nell'agire clinco.
Questa visione si avvicina molto alla gestalt ed all'agire clinico dell'indirizzo teorico che ho scelto (integrato, con base fortemente gestaltica).
riassumo un esempio clinico:
la paziente parla al terapeuta del suo ex che la tormenta, ne parla in modo estremamente negativo evidenziando la sua sofferenza. l'aggressività ed il dolore sono chiari. il terapeuta sente forte attrazione prr la paziente, una bellissima modella, e si sente come rifiuatato. questo è un vissuto suo però. fa alcune domande "a difesa" del persecutore e lei risponde fermamente che non lo sopporta più, lo odia. lo vorrebbe veder scomparire. nel dialogo però al terapeuta sembra che in queste risposte vi sia la tendenza a compiacere il terapeuta, come se la paziente lo "corteggiasse". lui non si sente più rifiutato, e interpreta la situazione (senza comunicarlo alla paziente) come se la paziente avesse spostato l'aggressività dal terapeuta (che aveva tentato una difesa del persecutore) al persecutore, e che in seduta si stesse riattualizzando una modalità relazione che la paziente adottava con il suo ex. convincerlo che sbaglia (...). a questo punto suppone che vi siano delle forti componenti di piacere in questa "persecuzione", supponendo che la figura del persecutore abbia caratteristiche simboliche, archetipiche e quindi bipolari, sceglie di fare un monodramma. gli proponeo di recitare, come a teatro, che questo tipo gli piaccia da morire, tantissimo, che ne vada pazza. la seduta diventa divertente perchè la paziente finisce per dire che gli piacciono cose "terribili" di questa persona e si fanno delle grandi risate.
questo è un frammento di un percorso andato a buon fine. nelle fasi successive la paziente si è trovata a fare i conti con la sua parte più istintiva, curiosa, adolescenziale, con i vissuti adolescenziali eccetera eccetera, non soffrendo più di questa situazione, benché il persecutore è rimasto per molto tempo in agguato. (un persecutore non violento, per fortuna).
sono stato sintetico ma mi interessa molto questo aspetto del fare clinico.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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Originalmente inviato da
francesca63
Da circa tre anni seguo una psicoterapia e "inesorabilmente" sono stata "travolta" da un forte transfert verso il mio analista. All'inizio senza rendermene conto...era come se tutta la mia vita fosse concentrata sul teraputa e la terapia.
Le regole del setting molto rigide (anche se è junghiano), la sua impenetrabilità, i silenzi me lo facevano odiare, però poi arrivavo puntualmente alla seduta successiva.
Per fortuna non è mai stato un transfert nevrotico, nè erotico, ma positivo ed empatico, però ammetto che per un certo periodo è stato alquanto invalidante.
Adesso insieme al mio psi ne discutiamo tanto per decodificarlo.
Se avete vissuto o state vivendo lo stesso tipo di esperienza, vi va di parlarne?
Su psiconline c'è un forum che si intitola "e se ci si innamora dello psicologo?" è interessante e sono i pazienti che si confrontano.
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Originalmente inviato da
agnesetiziana
Su psiconline c'è un forum che si intitola "e se ci si innamora dello psicologo?" è interessante e sono i pazienti che si confrontano.
Grazie Agnese , lo so. Ho partecipato a quel forum per tanti mesi, mi ero anche integrata, ma poi ho lasciato perchè il clima si era fatto troppo pesante...:rosic::pugni::obiwan:perchè non condividevo il loro approccio al tema. Lì tutto è possibile e free...Sono tutte più o meno ragazze in terapia che giocano a: il mio psi è più figo, disponibile e open del tuo....Non partecipano moderatori o esperti, perchè se lo fanno li massacrano.
Anzichè riferirsi al transfert come qualcosa da gestire e contenere, il loro sogno è trovare il modo di agirlo:love:.
Io cerco un confronto sano e sereno con chi ne sa più di me e mi può arricchire e offrire spunti nuovi da un punto di vista più professionale e teorico oltre che umano, e su OPS lo trovo .Grazie comunque.
Un saluto.
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Citazione:
Originalmente inviato da
francesca63
Grazie Agnese , lo so. Ho partecipato a quel forum per tanti mesi, mi ero anche integrata, ma poi ho lasciato perchè il clima si era fatto troppo pesante...:rosic::pugni::obiwan:perchè non condividevo il loro approccio al tema. Lì tutto è possibile e free...Sono tutte più o meno ragazze in terapia che giocano a: il mio psi è più figo, disponibile e open del tuo....Non partecipano moderatori o esperti, perchè se lo fanno li massacrano.
Anzichè riferirsi al transfert come qualcosa da gestire e contenere, il loro sogno è trovare il modo di agirlo:love:.
Io cerco un confronto sano e sereno con chi ne sa più di me e mi può arricchire e offrire spunti nuovi da un punto di vista più professionale e teorico oltre che umano, e su OPS lo trovo .Grazie comunque.
Un saluto a te e a psiconline.
Mi trovi d'accordo sulla superficialità con cui il tema transfert viene affrontato, ma credevo che anche tu cercassi un confronto con chi si trova in una situazione analoga alla tua. Io leggo spesso quel forum, ma a volte mi viene il dubbio che ci sia qualcosa di esagerato in quello che scrivono. E poi si dicono esattamente quello che vogliono sentirsi dire. E poi non fa bene alla terapia. Comunque va bene ognuno affronta le cose a modo proprio. Baci e a presto.
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Originalmente inviato da
massimomassimo
non vorrei intervenire inopportunamente, ho dato un lettura generica alla discussione. a me interessa cosa fa il terapeutauna volta che ha chiarito, o presume di aver chiarito, aspetti importanti nel rapporto transferale.
rifacendomi a questa definizione di transfert "Alla specifica relazione vissuta con l'analista come riedizione e nuova occasione per elaborare i traumi del pz, trattati non tanto come elementi da riconoscere ma come vissuti da trasformare insieme, confidando non solo nella presa di coscienza come acquisizione cognitiva, ma nella sperimentazione di un assetto mentale, e di un clima relazionale, continuamente e sistematicamente proposti dall'analista, capaci alla fine di produrre il cambiamento, e sconfiggere la coazione a ripetere." mi chiedevo quali possono essere alcuni modi di affrontarlo nell'agire clinco.
Questa visione si avvicina molto alla gestalt ed all'agire clinico dell'indirizzo teorico che ho scelto (integrato, con base fortemente gestaltica).
riassumo un esempio clinico:
la paziente parla al terapeuta del suo ex che la tormenta, ne parla in modo estremamente negativo evidenziando la sua sofferenza. l'aggressività ed il dolore sono chiari. il terapeuta sente forte attrazione prr la paziente, una bellissima modella, e si sente come rifiuatato. questo è un vissuto suo però. fa alcune domande "a difesa" del persecutore e lei risponde fermamente che non lo sopporta più, lo odia. lo vorrebbe veder scomparire. nel dialogo però al terapeuta sembra che in queste risposte vi sia la tendenza a compiacere il terapeuta, come se la paziente lo "corteggiasse". lui non si sente più rifiutato, e interpreta la situazione (senza comunicarlo alla paziente) come se la paziente avesse spostato l'aggressività dal terapeuta (che aveva tentato una difesa del persecutore) al persecutore, e che in seduta si stesse riattualizzando una modalità relazione che la paziente adottava con il suo ex. convincerlo che sbaglia (...). a questo punto suppone che vi siano delle forti componenti di piacere in questa "persecuzione", supponendo che la figura del persecutore abbia caratteristiche simboliche, archetipiche e quindi bipolari, sceglie di fare un monodramma. gli proponeo di recitare, come a teatro, che questo tipo gli piaccia da morire, tantissimo, che ne vada pazza. la seduta diventa divertente perchè la paziente finisce per dire che gli piacciono cose "terribili" di questa persona e si fanno delle grandi risate.
questo è un frammento di un percorso andato a buon fine. nelle fasi successive la paziente si è trovata a fare i conti con la sua parte più istintiva, curiosa, adolescenziale, con i vissuti adolescenziali eccetera eccetera, non soffrendo più di questa situazione, benché il persecutore è rimasto per molto tempo in agguato. (un persecutore non violento, per fortuna).
sono stato sintetico ma mi interessa molto questo aspetto del fare clinico.
Massimo ciao. Non credo che il caso clinico che hai citato possa riferirsi ad un percorso psicoterapeutico tipico.
C'è pure una componente di controtransfert gestita, a mio modesto avviso, dall'analista in modo molto singolare.
Si tratta di una terapia gestaltica?
Non mi è molto chiaro come l'aggressività spostata sul terapeuta possa consentire alla paziente di portare il percorso a buon fine e come il suo transfert sia stato spiegato.
Un saluto.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
era solo la sintesi di un caso clinico. niente di più.
si, si tratta di una terapia fondamentalmente gestaltica.
sulla tipicità non sono d'accordo, poichè moltissime terapie oramai hanno integrato una figura terapeutica più attiva, autori americani forniscono moltissimi esempi che escono fuori da cliché derivati dalla tradizione psicanalitica del primo mezzo secolo, o dal primo cognitivo-comportamentismo. La prima ha gettato le basi del terapeuta silenzioso che raramente interpreta, la seconda di un terapeuta insegnante o guida che conduce il paziente. Basta pensare a Whitaker e Malone, le radici della psicoterapia. Oppure alla bioenergetica, lo psicodramma analitico o moreniano, la terapia funzionale, la bio-sistemica e la sistemico relazionale. La gestalt è solamente la più "eccentrica".
Il terapeuta è partito da un'analisi del qui ed ora della relazione terapeutica. Il comportamento seduttivo della paziente verso di lui e la rabbia espressa verso il partner. Cogliendo la possibile dissociazione tra una parte attratta dal partner e una parte risentita, rancorosa, offesa dallo stesso ha favorito la libera espressione in seduta della prima, in modo da far emergere quei lati in cui la paziente era narcisisticamente soddisfatta dal rapporto che si era venuto a creare, per cui se vogliamo si inseriscono concetti come vantaggio secondario, tentata soluzione. si tratta comunque di una singola seduta. mi rendo conto di lasciare molto spazio all'interpretazione libera di chi legge ma un resoconto dettagliato richiederebbe davvero troppo tempo per essere trascritto. sarebbe ipotizzabile una fase successiva dove la paziente prende consapevolezza dei lati che la attraggono e che la spingono a colludere col partner, richiamare dei ricordi, esperienza di vita in cui le emozioni provate erano simili a quelle esperite in questa relazione. ovvero quei momenti in cui, benché avesse rifiutato qualcuno, utilizzava un comportamento sottilmente ambivalente tanto da "favorire", tra virgolette, il comportamento di persecuzione. Inoltre c'è tutto l'aspetto relativo alla personalità della paziente, cioè quelle parti di sé che la spingono alla ricerca di personaggi che poi hanno difficoltà a separarsi da lei emotivamente, spingendoli a ricercarla in più modi.
in molti modelli si agiscono tenciche atte a favorire l'emergere di materiale emotivo non mediato dalla comunicazione. Far ripetere, come in questo caso, una frase ad un paziente (mi piace quando mi segue....eccetera) non è una frase che riassume il sentire emotivo, ma uno stimolo che produce una reazione emotiva (rabbia, umiliazione, svalutazione, paura, tristezza....). ovviamente il terapeuta non sa mai cosa emergerà, la reazione può esse re una sorpresa, e su quel che emerge in un secondo momento si lavora per raggiungere un maggiore grado di consapevolezza emotiva e conoscenza di sé. c'è differenza tra chiedere ad una persona cosa prova e suscitare in essa una emozione in altro modo, poichè nel primo caso il paziente ha la possibilità di congitivizzare la propria risposta, utilizzando frasi e parole che provengono dalla sua educazione, cultura, dalle modalità espressive a cui è stato abituato. Non sempre queste ricalcano fedelmente il proprio sentire emotivo. La gestione del controtransfert in questo caso vede importante la consapevolezza del sentire del terapeuta che sentendo la propria attrazione riconosce alcune possibilità patologiche del suo agire. Una potrebbe essere quella di dover piacere alla paziente, magari apparendo come buon terapeuta. Oppure se il suo narcisismo sarà in grado con la paziente di fare a meno di cercare in lei una gratificazione edacquisire un valore terapeutico.
spero di essere stato più chiaro
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Grazie Massimo, ora mi è tutto più chiaro.
Quello che sostieni tu:
-in molti modelli si agiscono tenciche atte a favorire l'emergere di materiale emotivo non mediato dalla comunicazione. Far ripetere, come in questo caso, una frase ad un paziente (mi piace quando mi segue....eccetera) non è una frase che riassume il sentire emotivo, ma uno stimolo che produce una reazione emotiva (rabbia, umiliazione, svalutazione, paura, tristezza....). ovviamente il terapeuta non sa mai cosa emergerà, la reazione può esse re una sorpresa, e su quel che emerge in un secondo momento si lavora per raggiungere un maggiore grado di consapevolezza emotiva e conoscenza di sé. c'è differenza tra chiedere ad una persona cosa prova e suscitare in essa una emozione in altro modo, poichè nel primo caso il paziente ha la possibilità di congitivizzare la propria risposta, utilizzando frasi e parole che provengono dalla sua educazione, cultura, dalle modalità espressive a cui è stato abituato. Non sempre queste ricalcano fedelmente il proprio sentire emotivo.
lo riconosco anche nel metodo di relazionarsi tra terapeuta e paziente, classico della psicoterapia; come sostieni tu, non è riferibile solo alla terapia gelstaltica.
Forse anche la gestione del controtransfert, ma non essendo un'esperta, non voglio affrontare argomenti, troppo tecnici, che mi sfuggono.
Quello della gratificazione del narcisismo dell'analista :rolleyes: è un discorso molto intrigante...:mumble: Ne parliamo?
Buona domenica.
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Citazione:
Originalmente inviato da
massimomassimo
era solo la sintesi di un caso clinico. niente di più.
si, si tratta di una terapia fondamentalmente gestaltica.
sulla tipicità non sono d'accordo, poichè moltissime terapie oramai hanno integrato una figura terapeutica più attiva, autori americani forniscono moltissimi esempi che escono fuori da cliché derivati dalla tradizione psicanalitica del primo mezzo secolo, o dal primo cognitivo-comportamentismo. La prima ha gettato le basi del terapeuta silenzioso che raramente interpreta, la seconda di un terapeuta insegnante o guida che conduce il paziente. Basta pensare a Whitaker e Malone, le radici della psicoterapia. Oppure alla bioenergetica, lo psicodramma analitico o moreniano, la terapia funzionale, la bio-sistemica e la sistemico relazionale. La gestalt è solamente la più "eccentrica".
Il terapeuta è partito da un'analisi del qui ed ora della relazione terapeutica. Il comportamento seduttivo della paziente verso di lui e la rabbia espressa verso il partner. Cogliendo la possibile dissociazione tra una parte attratta dal partner e una parte risentita, rancorosa, offesa dallo stesso ha favorito la libera espressione in seduta della prima, in modo da far emergere quei lati in cui la paziente era narcisisticamente soddisfatta dal rapporto che si era venuto a creare, per cui se vogliamo si inseriscono concetti come vantaggio secondario, tentata soluzione. si tratta comunque di una singola seduta. mi rendo conto di lasciare molto spazio all'interpretazione libera di chi legge ma un resoconto dettagliato richiederebbe davvero troppo tempo per essere trascritto. sarebbe ipotizzabile una fase successiva dove la paziente prende consapevolezza dei lati che la attraggono e che la spingono a colludere col partner, richiamare dei ricordi, esperienza di vita in cui le emozioni provate erano simili a quelle esperite in questa relazione. ovvero quei momenti in cui, benché avesse rifiutato qualcuno, utilizzava un comportamento sottilmente ambivalente tanto da "favorire", tra virgolette, il comportamento di persecuzione. Inoltre c'è tutto l'aspetto relativo alla personalità della paziente, cioè quelle parti di sé che la spingono alla ricerca di personaggi che poi hanno difficoltà a separarsi da lei emotivamente, spingendoli a ricercarla in più modi.
in molti modelli si agiscono tenciche atte a favorire l'emergere di materiale emotivo non mediato dalla comunicazione. Far ripetere, come in questo caso, una frase ad un paziente (mi piace quando mi segue....eccetera) non è una frase che riassume il sentire emotivo, ma uno stimolo che produce una reazione emotiva (rabbia, umiliazione, svalutazione, paura, tristezza....). ovviamente il terapeuta non sa mai cosa emergerà, la reazione può esse re una sorpresa, e su quel che emerge in un secondo momento si lavora per raggiungere un maggiore grado di consapevolezza emotiva e conoscenza di sé. c'è differenza tra chiedere ad una persona cosa prova e suscitare in essa una emozione in altro modo, poichè nel primo caso il paziente ha la possibilità di congitivizzare la propria risposta, utilizzando frasi e parole che provengono dalla sua educazione, cultura, dalle modalità espressive a cui è stato abituato. Non sempre queste ricalcano fedelmente il proprio sentire emotivo. La gestione del controtransfert in questo caso vede importante la consapevolezza del sentire del terapeuta che sentendo la propria attrazione riconosce alcune possibilità patologiche del suo agire. Una potrebbe essere quella di dover piacere alla paziente, magari apparendo come buon terapeuta. Oppure se il suo narcisismo sarà in grado con la paziente di fare a meno di cercare in lei una gratificazione edacquisire un valore terapeutico.
spero di essere stato più chiaro
Vorrei farti una domanda sul significato che il terapeuta attribuisce al proprio sentire; in qs tipo di terapia della gestalt (perdonami, ma so che anche in qs campo, ci sono piu' "correnti", attualmente, anche se i punti cardine mi sembrano simili), se ho ben capito, qd sente attivarsi in lui determinate emozioni, non le attribuisce immediatamente, per fare un es., ad identificazioni proiettive del pz o alla proiezione dello stesso ma è anche capace di pensare che tali emozioni, siano in realta' riconducibili a proprie modalita' patologiche, come il voler essere gratificato narcisticamente dalla pz, assumendo il ruolo di buon terapeuta. Qd, se la pz, non gradisce qs aspetto del terapeuta -ti sto proponendo una domanda- ed il terapeuta lo sente e si sente arrabbiato per qs o agisce la propria rabbia, in modi non troppo adeguati alla situazione, ma cmq contenibili, è capace di capire che la rabbia è dovuta alla mancata gratificazione del suo personale bisogno patologico, sz attribuirlo alla paziente?
In alternativa, puo' invece rinunciare a qs tentativo di gratificazione narcistica ed utilizzare il suo sentire per fini terapeutici, giusto?
Quindi, dato che in qs terapia che si basa sulla consapevolizzazione di cio' che emerge durante una seduta e che il terapeuta, differentemente, almeno in modo parziale, da altre terapie, non conosce in anticipo, è molto importante che il terapeuta sia attento al proprio controtransfert, per capire il modo in cui gestirlo volta per volta?
Scusami, non mi è molto chiaro, qs aspetto, anche se mi sembra molto interessante.
Grazie della risposta.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Diciamo che si basa su un sacco di cose la gestalt, tu hai colto un aspetto ma riguarda più l'agire clinico. Le basi della gestalt, credimi, io preferisco lasciarle ad un'altra discussione in futuro. Preferisco dare la bibliografia che scriverle io qui.
Per il resto si, il terapeuta si rende conto del proprio vissuto e lo usa per mettere in campo una tecnica o gioco o esercizio chiamalo come vuoi, che abbia uno scopo terapeutico. In questo approccio è fondamentale che il terapeuta sappia riconoscere i propri stati emotivi nel qui ed ora, distinguere se sono roba sua, del paziente o della relazione terapeutica, saper fare le giuste attribuzioni.
Le domande che fai hanno risposta affermativa, sono osservazioni corrette.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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Originalmente inviato da
massimomassimo
Diciamo che si basa su un sacco di cose la gestalt, tu hai colto un aspetto ma riguarda più l'agire clinico. Le basi della gestalt, credimi, io preferisco lasciarle ad un'altra discussione in futuro. Preferisco dare la bibliografia che scriverle io qui.
Per il resto si, il terapeuta si rende conto del proprio vissuto e lo usa per mettere in campo una tecnica o gioco o esercizio chiamalo come vuoi, che abbia uno scopo terapeutico. In questo approccio è fondamentale che il terapeuta sappia riconoscere i propri stati emotivi nel qui ed ora, distinguere se sono roba sua, del paziente o della relazione terapeutica, saper fare le giuste attribuzioni.
Le domande che fai hanno risposta affermativa, sono osservazioni corrette.
Grazie per la risposta, che in effetti riguardava proprio un aspetto dell'agire clinico, come hai giustamente sottolineato tu, per comprenderne la "specificita'". Per il resto so che sia la teoria che la metodologia della gestalt, è complessa e comprende molteplici livelli e capisco che non ti sarebbe possibile descriverli qui, pero' mi piacerebbe se qd ti fosse possibile, potessi scrivere, a parte l'iniziale libro di F. Perls, che conosco, un po' di bibliografia, perchè è un approccio di cui mi piacerebbe approfondire un po' la conoscenza, intanto a livello teorico, anche se so bene che per conoscerlo, bisogna sperimentarlo su e con se' stessi per diverso tempo.
Ciao
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
ho letto sommariamente i vari post, si parla di transfert in psicoterapia (e teniamo presente che il concetto di transfert fa parte della psicoterapia a indirizzo dinamico). Ma ho visto che vari post sono anche andati fuori tema.
Per restare nel topic, vi ricordo alcuni punti fermi:
- Transfert in lingua originale significa letteralmente spostamento, quindi è lo spostamento di affetti, idee, sentimenti, ecc...da figure del passato su una figura del presente.
- Il transfert (come dice Freud, che è colui che ha elaborato tale concetto nel 1905, vittima del transfert di Dora su di lui) si instaura spontaneamente in tutte le relazioni. Solo che durante l'analisi, in un setting ben definito, il transfert diventa molto intenso (=nevrosi di transfert) e quindi si può lavorare nel transfert (Freud usava solo le interpretazioni, oggi ci sono anche altri modi) per correggerne gli aspetti patologici (pathos=patire, soffrire) del paziente.
- quindi c'è il transfert positivo (spostamento di sentimenti positivi) e il transfert negativo (spostamento di sentimenti negativi, ed è quello importante che costituisce la nevrosi di transfert, sempre secondo la psicoanalisi classica).
-E' mosso dalla coazione a ripetere, quindi si ripetono esperienze patologiche che non sono state elaborate e integrate.
-l'amore di transfert (di cui si parla molto in questo thread, anzi è l'amore di transfert che ha spinto l'apertura del thread, per essere precisi) è un transfert negativo perchè (Freud 1914) è un "tentativo di saggiare la propria irresistibilità, di abbassare il medico al rango di amante).
- Il Controtransfert è la reazione (o risposta, a seconda dell'approccio teorico) del terapeuta al transfert e/o alla persona del paziente (perchè si possa parlare di transfert e controtransfert deve esserci un setting, altrimenti, in una situazione comune, ci sarebbero solo due transfert reciproci)
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
ciao ras, a quel che hai scritto tu aggiungerei che molti orientamenti teorici sono stati influenzati da questo concetto, e lo hanno rivisitato in base agli aspetti che la singola teoria metteva maggiormente in risalto. del resto, come hai detto tu, essendo il transfert un fenomeno umano è inevitabile che tale fenomeno si manifesti in altri contesti clinici caratterizzati da altri presupposti teorici, e che di conseguenza se ne evidenzino caratteristiche differenti generate da un setting differente.
in questa prospettiva, in gestalt, la differenza pricipale dalla psicanalisi consiste nel fatto che viene posto un accento minore sulla nevrosi da transfert, che non viene favorita, poichè ritenuta causa di un allungamento della terapia, favorendo sia una forte regressione e meccanismi proiettivi del paziente sul terapeuta che sono visti come difese che impediscono al paziente di guardare in faccia la realtà sociale attuale. il transfert non è negato, ma le interferenze con esso vengono messe a fuoco mano a mano nel corso della terapia o persino della singola seduta, e non costituisce il motore principale della terapia. come afferma serge ginger è la strategia terapeutica che cambia, non la concettualizzazione del transfert. riferendosi a questo nuovo modo di agire come "coinvolgimento consapevole". sia chiaro però che queste differenze si rifanno alla psicanalisi che si stava formando a cavallo tra anni 50 e 70. di lì in poi si delineò in gestalt una nuova strada che non aveva più esigenza di confrontarsi con la psicanalisi per auto-definirsi, trovando nella psicoterapia umanistica un nuovo punto di incontro. all'epoca, tra l'altro, la terapia della gestalt si sarebbe dovuta chiamare psicoanalisi esistenziale, proprio per le differenze che sostanzialmente erano presenti più nella pratica clinica che nella teoria. poi questioni di marketing....eccetera eccetera....Terapia della Gestalt.
In questa prospettiva si avvicina molto di più alla transazionale, dove il primo passo terapeutico è quello di lavorare sull'adulto depurandolo dalle influenze degli altri stati dell'io. per cui anche qui il lavoro sulla responsabilizzazione, autonomia, ocnsapevolezza, fiducia e rafforzamento dell'io del paziente acquisiscono un differente peso.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Sul concetto di transfert, motore della cura psicoanalitica, si potrebbe scrivere senza fine, ma mettendo da parte tutte le teorizzazioni, una vi pongo un quesito semplice, semplice: come gestirlo e contenerlo?:mumble:
La domanda è indirizzata sopratutto ai terapeuti.
Grazie in anticipo. Un salutino.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Mah, nella mia prospettiva teorica, non lo si contiene e non lo si gestisce. Lo si analizza, che è cosa differente.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
nella mia prospettiva teorica si contatta, agisce, vive. contenerlo sarebbe considerato un rafforzare la difesa del paziente
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Se si parla di transfert credo che ci si debba riferire alla psicoanalisi perchè è termine proprio di questo orientamento e perchè la situazione analitica è strutturata in modo da far emergere il transfert nella coppia e prenderlo in esame. Non mi sembra che in altri orientamenti ciò avvenga in maniera così esplicita, ricercata o con modalità analoghe.
Quindi assolutamente d'accordo con willy, il transfert si analizza, si interpreta. Tutt'al più sono le emozioni (o meglio, gli stati proto-emotivi) che vanno contenute, metabolizzate, trasformate e rimmessi tramite le interpretazioni nella seduta.
Sul concetto di gestione dipende cosa si intende. L'interpretazione è già gestione del transfert.
Un saluto
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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Originalmente inviato da
francesca63
mettendo da parte tutte le teorizzazioni, una vi pongo un quesito semplice, semplice: come gestirlo e contenerlo?:mumble:
intanto, non è una domanda semplice, quindi la risposta non può essere semplice (o meglio, può essere semplice scrivere "bisogna analizzare il transfert", ma poi non è semplice metterlo in pratica e servono anni di formazione e analisi personale da parte dell'analista per riconoscere il trasnfert ed interpretarlo). Il transfert è il motore dell'analisi se viene riconosciuto ed analizzato, altrimenti ne diventa la rovina (come dimostrano vari casi celebri, all'inizio della psicoanalisi)
comunque, riferendoci alla psicoanalisi classica e per dare la risposta semplice, il setting permette di "isolare" il transfert ed elaborarlo secondo questo schema (sempre secondo la psicoanalisi classica)
transfert --> nevrosi di transfert --> interpretazioni di transfert
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
----Mah, nella mia prospettiva teorica, non lo si contiene e non lo si gestisce. Lo si analizza, che è cosa differente.
----nella mia prospettiva teorica si contatta, agisce, vive. contenerlo sarebbe considerato un rafforzare la difesa del paziente.
Willy e Massimo se non sapessi che siete psicologi o comunque addetti ai lavori, lo intuirei dal vostro modo di (non)rispondere, evasivo e penalizzante per chi pone la domanda.
Con un minimo di buona volontà, anche se il quesito è mal posto non essendo un'esperta, si capisce dove vuole parare.
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gieko
Se si parla di transfert credo che ci si debba riferire alla psicoanalisi perchè è termine proprio di questo orientamento e perchè la situazione analitica è strutturata in modo da far emergere il transfert nella coppia e prenderlo in esame. Non mi sembra che in altri orientamenti ciò avvenga in maniera così esplicita, ricercata o con modalità analoghe.
Quindi assolutamente d'accordo con willy, il transfert si analizza, si interpreta. Tutt'al più sono le emozioni (o meglio, gli stati proto-emotivi) che vanno contenute, metabolizzate, trasformate e rimmessi tramite le interpretazioni nella seduta.
Sul concetto di gestione dipende cosa si intende. L'interpretazione è già gestione del transfert.
Un saluto
Queste interpretazioni generalmente tardano ad arrivare e quando arrivano sono così ermetiche:swear: che difficilmente gestiscono(o metabolizzano) le emozioni che si scatenano in un transfert anche solo un pò nevrotico.
Ras sostiene: ----transfert --> nevrosi di transfert --> interpretazioni di transfert
Ma l'interpretazione di transfert --> gestisce la nevrosi?
Come vi prendete cura del malessere che vive il paziente? Non vi sembra di sottovalutare il problema?
La risposta "classica": lei pensa di amarmi o a seconda del caso, lei mi odia, perche vede traslata in me la figura di suo padre (o di sua madre), non vi sembra un insulto all'intelligenza dei pazienti?
Sorry se insisto. Un saluto
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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Ras sostiene: ----transfert --> nevrosi di transfert --> interpretazioni di transfert
non io, Freud
Citazione:
Ma l'interpretazione di transfert --> gestisce la nevrosi?
non so cosa intendi per "gestisce" la nevrosi, comunque l'interpretazione (=collegare il comportamento manifesto a cause inconsce, creando collegamenti tra i due livelli) fa capire al paziente che i suoi sentimenti attuali che prova sul terapeuta sono solamente degli spostamenti di sentimenti provati in passato verso figure significative
(correggetemi se sbaglio)
Citazione:
La risposta "classica": lei pensa di amarmi o a seconda del caso, lei mi odia, perche vede traslata in me la figura di suo padre (o di sua madre), non vi sembra un insulto all'intelligenza dei pazienti?
no
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francesca63
Queste interpretazioni generalmente tardano ad arrivare e quando arrivano sono così ermetiche:swear: che difficilmente gestiscono(o metabolizzano) le emozioni che si scatenano in un transfert anche solo un pò nevrotico.
Cara Francesca, ho come l'impressione che nessuno riuscirà a rispondere in maniera per te soddisfacente, anche perchè non mi sembra che quando si è tentato di sviluppare un tema da te proposto ti ci si sia soffermata. Ho l'impressione che si tenda sempre a passare ad altro e che l'argomento sfugga. D'altra parte permettimi di dirti che il concetto di transfert è complesso, che a tua detta ci sei immersa perchè stai facendo l'analisi, e quindi probabilmente diventa ancora più difficile parlarne in maniera compiuta. Capisco la curiosità ma così non si arriva da nessuna parte. Comunque
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Originalmente inviato da
francesca63
Ras sostiene: ----transfert --> nevrosi di transfert --> interpretazioni di transfert
Ma l'interpretazione di transfert --> gestisce la nevrosi?
Come vi prendete cura del malessere che vive il paziente? Non vi sembra di sottovalutare il problema?
Come ho già detto in un precedente post, da questo punto di vista interpretare è tutt'altro che sottovalutare il problema, anzi significa immergersi nella situazione che si viene a creare in seduta dal punto di vista emotivo e dare ad essi voce (non solo o necessariamente a parole...). Non è rimanendo sul piano reale che il processo analitico va avanti... Il malessere, come lo chiami, viene preso in cosiderazione più così che non in altri modi.
Citazione:
Originalmente inviato da
francesca63
La risposta "classica": lei pensa di amarmi o a seconda del caso, lei mi odia, perche vede traslata in me la figura di suo padre (o di sua madre), non vi sembra un insulto all'intelligenza dei pazienti?
Sorry se insisto. Un saluto
A volte può esserlo, a volte no, dipende dai tempi, dal momento del processo, dal materiale che viene portato, dalle dinamiche conosciute e ripetute. E comunque l'interpretazione si gioca sempre in uno spazio metaforico e non concreto, anche se spesso ci vuole tempo per arrivare ad uscire dalla dimensione della concretezza.
Un saluto
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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Originalmente inviato da
francesca63
...
Willy e Massimo se non sapessi che siete psicologi o comunque addetti ai lavori, lo intuirei dal vostro modo di (non)rispondere, evasivo e penalizzante per chi pone la domanda.
Con un minimo di buona volontà, anche se il quesito è mal posto non essendo un'esperta, si capisce dove vuole parare.
No, Francesca. Nessun tentativo di eludere alcunché. Ma la relazione analitica è l'unica relazione che viene costruita con l'esclusivo scopo di riflettere su se stessa. Sta lì la sua differenza e la sua capacità di "curare", di provocare un cambiamento. Il transfert è, a mio modo di vedere, un elemento relazionale che viene amplificato dalla situazione analitica. Ma, poiché lo scopo dell'analisi è quello di analizzare, anche il transfert va analizzato. Quindi non va né "contenuto", né "gestito". Non servirebbe, non sarebbe utile a nessuno dei due.
Diverso sarebbe il caso di una terapia "di sostegno", nella quale si decide di "utilizzare" il transfert (in particolare il transfert positivo) senza analizzarlo.
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Originalmente inviato da
francesca63
...Queste interpretazioni generalmente tardano ad arrivare e quando arrivano sono così ermetiche:swear: che difficilmente gestiscono(o metabolizzano) le emozioni che si scatenano in un transfert anche solo un pò nevrotico.
Qui non riesco a seguirti. La mia esperienza personale è diversissima dalla tua. Le emozioni provocate in me dalle interpretazioni della mia analista sono state forti, certo. Spesso molto forti. Ma non le ho mai vissute come "fuori tempo", o come "ermetiche". Probabilmente, dietro questa tua esperienza, vi sono fattori dinamici propri della vostra coppia analitica.
Citazione:
Originalmente inviato da
francesca63
...Come vi prendete cura del malessere che vive il paziente? Non vi sembra di sottovalutare il problema?
La risposta "classica": lei pensa di amarmi o a seconda del caso, lei mi odia, perche vede traslata in me la figura di suo padre (o di sua madre), non vi sembra un insulto all'intelligenza dei pazienti?
Sorry se insisto. Un saluto
In realtà, a me non è mai cpitato di sentirmi interpretare il transfert in questo modo. La domanda (più o meno) è sempre stata del tipo: "Questa situazione le ricorda qualcuno in particolare?". Anche perché non si tratta tanto di una traslazione della figura paterna o materna sull'analista, ma di quello che il paziente ha costruito dentro di sé come figura paterna o materna. Non si proiuetta mai una realtà, ma sempre una costruzione, un'interpretazione della realtà. Che può essere molto diversa dal padre o dalla madre reali. Tuttavia ho vissuto su di me la difficoltà nel discernere e nel separare la realtà dalla costruzione che me ne ero fatta, e capisco che l'interpretazione di transfert possa sconcertare.
Dietro al mio tentativo di dare alcune risposte, c'è anche la profonda convinzione che esiste un inconscio dinamico, e che molte delle cose che ci accadono sono comprensibili solamente se teniamo conto della sua esistenza. E disponibili a lasciarci sorprendere.
Buona vita
Guglielmo
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
[QUOTE=gieko;1594662]Cara Francesca, ho come l'impressione che nessuno riuscirà a rispondere in maniera per te soddisfacente, anche perchè non mi sembra che quando si è tentato di sviluppare un tema da te proposto ti ci si sia soffermata. Ho l'impressione che si tenda sempre a passare ad altro e che l'argomento sfugga. D'altra parte permettimi di dirti che il concetto di transfert è complesso, che a tua detta ci sei immersa perchè stai facendo l'analisi, e quindi probabilmente diventa ancora più difficile parlarne in maniera compiuta. Capisco la curiosità ma così non si arriva da nessuna parte. Comunque
Caro Gieko, ti ringrazio per le tue risposte ,per me sempre molto chiarificatrici.
La mia, non è pura curiosità, è un cercare di farmi una ragione e riuscire a condividere certe vostre idee che più o meno sono rimaste ferme ai tempi di Freud, che raccomandava agli analisti di procedere come se l'amore non fosse reale:"Si tenga in pugno la traslazione amorosa, ma la si tratti come qualcosa di irreale, come qualcosa che deve verificarsi durante la cura e va fatta risalire alle sue cause inconsce". " Analista e paziente devono considerare irreali i loro sentimenti, in modo da incoraggiare entrambe le parti ad analizzarli piuttosto che viverli"
Ma da allora, non è cambiato nulla?
Saluti.