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Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
Allego un estratto del Regolamento del CNCP (Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti) in Italia.
ARTICOLO 6 - DEFINIZIONI
Il Counselling è un processo relazionale tra Counsellor e Cliente, o Clienti (individui, famiglie, gruppi o istituzioni).
Il Counsellor è la figura professionale che aiuta a cercare soluzioni di specifici problemi di natura non psicopatologica e, in tale ambito, a prendere decisioni, a gestire crisi, a migliorare relazioni, a sviluppare risorse, a promuovere e a sviluppare la consapevolezza personale su specifici temi.
L’obiettivo del Counselling è fornire ai Clienti opportunità e sostegno per sviluppare le loro risorse e promuovere il loro benessere come individui e come membri della società affrontando specifiche difficoltà o momenti di crisi.
Il Cliente è la persona, la coppia, la famiglia o l’organizzazione che richiede di essere aiutata mediante un’opera di supporto, in un percorso formativo o un processo di sviluppo personale inerente una specifica problematica.
CRITERI DI ACCREDITAMENTO PER I PROGRAMMI DI FORMAZIONE AL COUNSELLING
In vista dell’accreditamento, il CNCP definisce come “programma” una sequenza strutturale di esperienze e di studio, riconoscendo che un’ Ente, un’ Istituzione o una Scuola possono avere più programmi.
I programmi di formazione possono includere la formazione a distanza, ma questa non può ricoprire più di un terzo dell’intero monte ore.
Gli standard stabiliti dal CNCP comprendono livelli minimi di conoscenze, esperienze e competenze.
La Commissione preposta all’accreditamento, prima di valutare i programmi, deve assicurarsi che siano soddisfatti i seguenti criteri iniziali:
1. Un terzo del monte ore teorico deve essere dedicato ad elementi di psicologia.
2. Le unità didattiche di cui al punto 1. devono essere effettuate da Docenti che abbiano conoscenze
approfondite in psicologia e siano iscritti all’Albo degli Psicologi.
3. Per la qualifica di Counsellor, tutti gli allievi dovranno effettuare esperienze e conseguire conoscenze e competenze nelle seguenti aree comuni di base:
• Identità professionale
• Crescita e sviluppo umano nei diversi contesti culturali e sociali
• Relazioni di aiuto e ambiti applicativi
• Lavoro di gruppo
• Assessment
• Ricerca e programmi di valutazione
4. Gli ambiti applicativi del Counselling riconosciuti dal CNCP sono i seguenti:
• Orientamento professionale ed universitario
• Counselling socio-educativo
• Counselling di comunità
• Counselling per la terza età
• Counselling per la coppia e per la famiglia
• Counselling per la salute
• Counselling scolastico
• Counselling aziendale
ART. 1) STANDARD CORSI
I criteri di accreditamento dei programmi di formazione sono contenuti nell’Allegato A.
I livelli di competenza professionale per la qualifica di Counsellor sono 3 (tre) e sono autonomi l’uno dall’altro: Counsellor, Counsellor Professionista e Counsellor Professionista Avanzato.
In questo articolo sono riportati i requisiti minimi per il conseguimento delle differenti qualifiche.
Qualifica di Counsellor:
a) per l’ammissione: titolo di studio corrispondente almeno alla licenza di scuola
superiore;
b) attività formative con le seguenti caratteristiche:
1) almeno 450 ore da espletare in non meno di due anni e comprensive di
tirocinio alla fine del percorso;
2) tra gli insegnamenti impartiti devono essere presenti “elementi di etica e
deontologia professionale” e “fondamenti di psicologia”;
c) il Corso deve fare riferimento ad un modello di Counselling riconosciuto dalla cultura
nazionale o internazionale;
d) al termine del Corso deve essere prevista la verifica (prova pratica e tesina).
Qualifica di Counsellor professionista:
a) per l’ammissione: qualifica di Counsellor (450 ore);
b) attività formative, comprensive di tirocinio e supervisione, per un totale di almeno
450 ore da espletare in non meno di un anno.
Qualifica di Counsellor professionista avanzato:
a) per l’ammissione: qualifica di Counsellor professionista (900 ore);
b) attività formative per un totale di almeno 850 ore costituite in prevalenza da tirocini e attività supervisionata.
Qualifica di Formatore in Counselling:
In attesa della definizione di propri standard di formazione, il CNCP riconosce i criteri per Docenti Formatori in counselling e Supervisori adottati dalle Scuole, Istituti e Centri che presentano i loro programmi all’accreditamento.
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Citazione:
Originalmente inviato da
rosablu77
Allego un estratto del Regolamento del CNCP (Coordinamento Nazionale Counsellor Professionisti) in Italia.
....
Ciao Rosablu
L'ho letto, come ho letto altri documenti dello stesso tipo prodotti da scuole di counselling.
Se posso, riprendo la domanda che avevo posto, e a cui ITModeler (del quale apprezzo molto il contenuto e la forma degli interventi) aveva onestamente risposto.
Un'associazione può avere tutti i regolamenti che vuole. E possono contenere cose bellissime. Ma non esistono sanzioni contro chi li violi.
Non siamo nella situazione inglese, o statunitense, dove se l'associazione di appartenenza ti butta fuori, non lavori più. Siamo in Italia. Dove se un counsellor viola il segreto professionale, nessuno gli può contestare nulla.
A me non importa denigrare uno o l'altro. Né sostenere che io ce l'ho più lungo del tuo (gioco cui indulgono con particolare facilità i maschietti, psicologi o meno che siano). Però davvero me lo chiedo chi protegga il cliente, e come.
Per quanto riguarda il rapporto tra educazione e malessere, sinceramente, non comprendo la tua posizione. A meno che tu non ritenga che la salute psichica sia una questione che dipende dall'educazione (il che, magari, è pure possibile, ma ti chiedo di spiegarmi come funziona, perché io non ne ho mai sentito parlare).
Buona vita
Guglielmo
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Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
Citazione:
Originalmente inviato da
rosablu77
Quindi secondo questa definizione una persona che attraversa un momento nella sua vita di malessere deve avere per forza un problema psicologico e non di natura educativa e quindi di conseguenza non patologico.
Beh interessante questo...
La distinzione tra problemi "psicologici" ed "educativi" non è sostenibile. La mente è relazionale ed, in quanto tale, il soggetto è prodotto dell'incontro tra le proprie istanze organizzative (vd. ad es. quanto Maturana e Varela hanno scritto in proposito) e l'ambiente parentale e sociale. Se poi ci sono argomenti a sostegno di questa scissione, sarebbe interessante conoscerli.
La definizione di counselling che hai postato sotto dice il contrario, il problema è che è tutto da dimostrare che sia così...
Citazione:
Originalmente inviato da
rosablu77
Mette in evidenza una differenza sostanziale tra un pedagogista o un educatore ad esempio e uno psicologo..
La differenza è che come professionista non svaluto e ritengo professionalmente diversa e utilissima la professione di psicologo ma non colgo questo stesso apprezzamento inversamente...
Mi pare di cogliere, ma vedete se vi torna, come avevo già detto, l'onniscenza di alcuni psicologi su tutto ciò che riguarda le relazioni d'aiuto...
Sinceramente non capisco dove tu veda questa svalutazione. Mi sembra più che corretto che ci siano distinzioni e specificità di intervento.
Saluti
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[QUOTE=willy61;1892693]Ciao Rosablu
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Ciao Rosablu
Un'associazione può avere tutti i regolamenti che vuole. E possono contenere cose bellissime. Ma non esistono sanzioni contro chi li violi.
Non siamo nella situazione inglese, o statunitense, dove se l'associazione di appartenenza ti butta fuori, non lavori più. Siamo in Italia. Dove se un counsellor viola il segreto professionale, nessuno gli può contestare nulla.
A me non importa denigrare uno o l'altro. Né sostenere che io ce l'ho più lungo del tuo (gioco cui indulgono con particolare facilità i maschietti, psicologi o meno che siano). Però davvero me lo chiedo chi protegga il cliente, e come.
Per quanto riguarda il rapporto tra educazione e malessere, sinceramente, non comprendo la tua posizione. A meno che tu non ritenga che la salute psichica sia una questione che dipende dall'educazione (il che, magari, è pure possibile, ma ti chiedo di spiegarmi come funziona, perché io non ne ho mai sentito parlare).
Buona vita
Guglielmo
Io ci lavoro quotidianamente nel rapporto tra educazione e malessere...
Se parliamo dell'assenza o meno di regole ad es. in famiglia, a scuola, nei vari contesti sociali come la vedi la relazione educazione-malessere???
Se parliamo di regole interiorizzate senza essere passate al vaglio di una riflessione critica e che poi creano malessere perchè l'individuo non le riconosce come proprie???
In questo non vedo psicopatologie!!!
La differenza cmq non è tra educazione e psicologia ma tra patologia e cura di questa e benessere e promozione di questo.
E' chiaro che l'approccio è psicopedagogico e che si prendono in esame tanto le teorie dell'educazione, dell'apprendimento quanto quelle di tipo psicologico...
Il counselling non si focalizza sulla malattia cosa che invece fa la psicoterapia.
Il counsellor si occupa prevalentemente del livello relazionale del problema del cliente con il quale si lavora nel qui-e-ora mentre il terapeuta invita a lavorare sui vissuti regressivi. Sia per un clinico che per un counsellor, il cliente è prima di tutto una persona che è "disfunzionale" a più livelli: a livello sociale o psicologico; Il counsellor lavora sul primo livello.
Riguardo la protezione del cliente credo di aver già risposto.
Io sarei x una regolamentazione che ovviamente dipende però dallo Stato che in questo momento pare assente, tuttavia ci sono già professionisti che svolgono relazioni d'aiuto senza la presenza di un albo (come nel mio caso).
Riprendo poi come qualcuno ha già fatto notare che difficilmente un cliente o paziente può riconoscere una terapia fatta bene o male a meno di comportamenti moralmente scorretti (es. abusi, relazioni sessuali, etc).
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Citazione:
Originalmente inviato da
rosablu77
Io ci lavoro quotidianamente nel rapporto tra educazione e malessere...
Se parliamo dell'assenza o meno di regole ad es. in famiglia, a scuola, nei vari contesti sociali come la vedi la relazione educazione-malessere???
Se parliamo di regole interiorizzate senza essere passate al vaglio di una riflessione critica e che poi creano malesere perchè l'individuo non le riconosce come proprie???
In questo non vedo psicopatologie!!!
E allora in che cosa le vedi "le psicopatologie"?
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Citazione:
Originalmente inviato da
rosablu77
Io ci lavoro quotidianamente nel rapporto tra educazione e malessere......
Per questo ho chiesto a te. Perché capisco che ne sai qualcosa. Io sono psicologo e non ne so nulla di pedagogia ed educazione, quindi chiedo a chi ne sa. Per capire.
Però, chi dice che la psicoterapia "invita a lavorare sui vissuti regressivi"? Se ti sente un terapeuta sistemico o cognitivo-comportamentale, o della Gestalt, probabilmente inorridisce...
Buona vita
Guglielmo
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Originalmente inviato da
willy61
Però, chi dice che la psicoterapia "invita a lavorare sui vissuti regressivi"? Se ti sente un terapeuta sistemico o cognitivo-comportamentale, o della Gestalt, probabilmente inorridisce...
OT: inorridisce anche qualche psicoanalista...
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Beh proprio gli psicoanalisti non credo!!!
Cmq chi più chi meno..
Anche l'A.T. lavora sul qui e ora ma è normale che faccia dei collegamenti con il passato...
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Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
Non per forza la psicoterapia si basa sui vissuti regressivi e non sul quì ed ora. C'è molta disinformazione e a volte i counselors ci marciano su questo. Un esempio può essere la psicoterapia della Gestalt dove si lavora nel quì ed ora, ma ce ne sono altre. Dal post che hai scritto prima si vede come sostituendo la parola Psicologia con Counseling si abbia un'altra figura (e le scuole stanno in piedi): counseling scolastico, counseling dello sport, counseling ecc.
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Citazione:
difficilmente un cliente o paziente può riconoscere una terapia fatta bene o male a meno di comportamenti moralmente scorretti (es. abusi, relazioni sessuali, etc).
Questa non è una risposta, a mio parere. Come se tu dicessi che difficilmente chi compera un'automobile può riconoscere una ruota montata bene o male.
Comunque, dato che fai una distinzione tra il lavoro del counsellor e quello dello psicoterapeuta in termini di "lavoro/non lavoro su vissuti regressivi", dal momento in cui esistono psicoterapeuti che non lavorano su vissuti regressivi la tua distinzione non sta in piedi.
Tornando alla questione del rapporto tra educazione e malessere, secondo te, la capacità di porre limiti al proprio comportamento in che misura dipende dall'educazione? E che ruolo ha l'educazione ricevuta su questo aspetto?
Se hai anche alcune indicazioni bibliiografiche per approfondire il tema, te ne sarei grato.
Buona vita
Guglielmo
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Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Questa non è una risposta, a mio parere. Come se tu dicessi che difficilmente chi compera un'automobile può riconoscere una ruota montata bene o male.
questione del rapporto tra educazione e malessere, secondo te, la capacità di porre limiti al proprio comportamento in che misura dipende dall'educazione? E che ruolo ha l'educazione ricevuta su questo aspetto?
Se hai anche alcune indicazioni bibliiografiche per approfondire il tema, te ne sarei grato.
Buona vita
Guglielmo
Si stanno prendendo le parole che più fanno comodo..
Ho detto anche che la psicoterapia lavora sulla patologia e su questo credo siamo tutti d'accordo..
Non lo dico io ma il regolamento del counselling.
La mia risposta sulla questione che il cliente o paziente non può valutare non voleva non dare importanza al fatto ma focalizzare l'attenzione su una realtà concreta fatta di professionisti che lavorano anche senza un albo e non per questo meno professionali...
Se non c'è un albo dei consellor cosa possiamo farci???
Non è la sola professione che va regolamentata ma invece mi sembra che qui non si faccia altro che puntare su quello perchè molti si sentono minacciati da questo...
Gli unici che dovrebbero essere preoccupati sono proprio i counsellors che non si vedono riconosciuti!!!
Per quanto riguarda il rapporto tra educazione e malessere, credo di non aver compreso esattamente cosa mi vuoi chiedere...
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Citazione:
Originalmente inviato da
evolution
Dal post che hai scritto prima si vede come sostituendo la parola Psicologia con Counseling si abbia un'altra figura (e le scuole stanno in piedi): counseling scolastico, counseling dello sport, counseling ecc.
Scusa non ho afferrato il significato, puoi riformulare???
Dello sport cmq non esiste.
Vi sarete accorti cmq che manca l'ambito clinico.
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Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
Citazione:
Originalmente inviato da
rosablu77
...Per quanto riguarda il rapporto tra educazione e malessere, credo di non aver compreso esattamente cosa mi vuoi chiedere...
Allora richiedo, sperando di riuscire a farmi capire.
Qual'è la relazione (se esiste) tra educazione e sofferenza? In che termini la sofferenza dipende dall'educazione? In che modo l'educazione modifica od elimina la sofferenza?
Te lo chiedo perché, in un tuo post di risposta a Giek, affermavi:
Citazione:
Quindi secondo questa definizione una persona che attraversa un momento nella sua vita di malessere deve avere per forza un problema psicologico e non di natura educativa e quindi di conseguenza non patologico.
Beh interessante questo...
Mette in evidenza una differenza sostanziale tra un pedagogista o un educatore ad esempio e uno psicologo..
Ecco, se mi aiuti a capire questa differenza di cui parli, te ne sarò grato.
Buona vita
Guglielmo
P.S.: Guarda che non sono qui a fare un processo né a te né alla rofessione di counsellor. Sono qui a cercare di comprendere. Magari sono un po' testardo e faccio fatica a capire, ma mi interessa imparare, non giudicare né svalutare.
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Originalmente inviato da
rosablu77
Vi sarete accorti cmq che manca l'ambito clinico.
Occuparsi della sofferenza, benchè "momentanea", significa fare clinica. Che poi ufficilamente non si chiami così è un altro discorso.
La domanda centrale è, comunque: come si giustifica la distinzione di cui si parlava tra patologia e assenza della stessa? C'è un qualche argomento che vada oltre considerazioni superficiali su eventi esterni ed interni, quando è risaputo che i due sono in continua interazione? Cosa sarebbe "patologico" secondo questa visione?
PS: A proposito dell'OT, molta psicoanalisi contemporanea non utilizza la regressione. Ma è un argomento complesso, al massimo ci si può aprire un thread in altra stanza...
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Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
Rosablu 77, intendevo dire che le scuole di counseling non fanno altro che togliere la parola "psicologia" e mettere quella di "counseling". Tu hai detto che c'è il Counseling di comunità, il Counseling per la terza età, il Counseling per la salute, il Counseling scolastico, ecc. Volevo dire che queste cose già esistono nella psicologia e si chiamano Psicologia per la salute, ecc. Mi sembra un trucchetto non molto carino sostituire una parola, ridurre il programma delle scuole di psicoterapia per poter insegnare a tutti (e quindi incassare soldi). Credo sia molto difficile dire se stai trattando un disagio o una nevrosi, soprattutto senza saper fare una diagnosi.
Ricordo che corsi di counseling sono aperti a tutti. Tu almeno qualche nozione umanistica l'hai, ma pensa a un meccanico che decide che il suo lavoro è troppo pesante e con qualche week-end può fare COUNSELING PER LA SALUTE.
Spero di essere stato più chiaro. Grazie
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Citazione:
Originalmente inviato da
evolution
Rosablu 77, intendevo dire che le scuole di counseling non fanno altro che togliere la parola "psicologia" e mettere quella di "counseling". Tu hai detto che c'è il Counseling di comunità, il Counseling per la terza età, il Counseling per la salute, il Counseling scolastico, ecc. Volevo dire che queste cose già esistono nella psicologia e si chiamano Psicologia per la salute, ecc. Mi sembra un trucchetto non molto carino sostituire una parola, ridurre il programma delle scuole di psicoterapia per poter insegnare a tutti (e quindi incassare soldi). Credo sia molto difficile dire se stai trattando un disagio o una nevrosi, soprattutto senza saper fare una diagnosi.
Ricordo che corsi di counseling sono aperti a tutti. Tu almeno qualche nozione umanistica l'hai, ma pensa a un meccanico che decide che il suo lavoro è troppo pesante e con qualche week-end può fare COUNSELING PER LA SALUTE.
Spero di essere stato più chiaro. Grazie
Esiste anche la pedagogia x la terza età, quella scolastica, di comunità, penitenziaria, sociale, clinica, etc...
Non sono ambiti esclusivi della psicologia!!!!!
Capisco poi il tuo discorso e ripeto che anch'io sono per una regolamentazione.
Il requisito d'accesso cmq per i master in counselling è il diploma di scuola superiore.
Pesonalmente nella mia professione educativa applico già i principi di counselling che ho appreso; la considero, per quanto mi riguarda una specializzazione e devo dire che mi stanno servendo parecchio.
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Originalmente inviato da
gieko
Occuparsi della sofferenza, benchè "momentanea", significa fare clinica. Che poi ufficilamente non si chiami così è un altro discorso.
La domanda centrale è, comunque: come si giustifica la distinzione di cui si parlava tra patologia e assenza della stessa? C'è un qualche argomento che vada oltre considerazioni superficiali su eventi esterni ed interni, quando è risaputo che i due sono in continua interazione? Cosa sarebbe "patologico" secondo questa visione?
PS: A proposito dell'OT, molta psicoanalisi contemporanea non utilizza la regressione. Ma è un argomento complesso, al massimo ci si può aprire un thread in altra stanza...
Ribalto la domanda..
Secondo questa visione tutto ciò che rientra nella sfera della relazione d'aiuto sarebbe patologico????
Per vissuto regressivo intendo lavorare su procedimenti appresi che risalgono quindi al passato e che hanno dato origine, consolidandosi, a una psicopatologia.
Questo non significa focalizzarsi su questi o solo su questi (a seconda dell'approccio che si abbraccia) ma tenerli presenti e creare un ponte con le manifestazioni che il cliente o il paziente manifesta oggi.
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Rispondo a Guglielmo..
La sofferenza può essere di diversa entità.
In questo caso la chiamerei disagio.
Ti porto un esempio pratico.
Lavoro con un utente con una disabilità specifica.
Ho potuto osservare che al di là di alcune caratteristiche che sono tipiche del la disabilità stessa e che non vanno sottovalutate, ve ne sono altre dovute all'ambiente esterno e cioè al tipo di educazione che ha ricevuto in famiglia.
Queste lo hanno portato ad es. a sviluppare emozioni come la rabbia nel momento in cui viene contraddetto perchè abituato ad es. a fare tutto quello che vuole.
In questo caso quello che mi interessa è andare ad effettuare con lui e la sua famiglia un confronto sulle modalità alternative a questo comportamento. Intervenendo a livello sociale-educativo, a livello di relazione educativa e comunicativa intervengo sul disagio.
Qui si ferma il mio lavoro educativo.
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Originalmente inviato da
gieko
Occuparsi della sofferenza, benchè "momentanea", significa fare clinica. Che poi ufficilamente non si chiami così è un altro discorso.
Allora, anch'io...quando me ne occupo nelle aziende "faccio clinica"...mi pare un po' troppo!
Bisogna vedere di che "sofferenza" si tratta.
Non mi sembra questa la modalità migliore per delimitare i rispettivi campi d'azione: allargandone uno in modo eccessivo, l'altro deve retrocedere.
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Citazione:
Originalmente inviato da
rosablu77
Ribalto la domanda..
Secondo questa visione tutto ciò che rientra nella sfera della relazione d'aiuto sarebbe patologico????
Per vissuto regressivo intendo lavorare su procedimenti appresi che risalgono quindi al passato e che hanno dato origine, consolidandosi, a una psicopatologia.
Questo non significa focalizzarsi su questi o solo su questi (a seconda dell'approccio che si abbraccia) ma tenerli presenti e creare un ponte con le manifestazioni che il cliente o il paziente manifesta oggi.
Piuttosto che ribaltare la domanda si potrebbe tentare di rispondere...
Ad ogni modo, considerando "patologia" la situazione di stallo legato al livello strutturale (di personalità), vanno inquadrate nel contesto di un intervento psicoterapico le richieste di cura psicologica portate dall'utenza. Come si spiega che una separazione, per quanto fonte di sofferenza, porti alcuni coniugi a chiedere un aiuto professionale ed altri coniugi ad affrontare la situazione autonomamente? E' evidente che ci sono tratti di personalità che hanno comportato una situazione di stallo non risolvibile autonomamente. Non lavorare a questo livello significa, per me, non accogliere la richiesta di cura che porta il paziente, la sua domanda più profonda.
Sono però molto d'accordo con quanto hai scritto sotto riguardo l'intervento educativo, di cui delimiti correttamente l'area specifica e l'utilità.
Saluti
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Citazione:
Originalmente inviato da
IT_Modeler
Allora, anch'io...quando me ne occupo nelle aziende "faccio clinica"...mi pare un po' troppo!
Bisogna vedere di che "sofferenza" si tratta.
Non mi sembra questa la modalità migliore per delimitare i rispettivi campi d'azione: allargandone uno in modo eccessivo, l'altro deve retrocedere.
Contestualizziamo prima di tutto. Io mi sto riferendo a tutta quella serie di interventi psicologici (singolo, gruppali o istituzionali) volti ad accogliere e trattare una domanda di cura. Un intervento formativo in azienda, l'educazione sentimentale o l'orientamento nelle scuole, e così via non sono interventi clinici perchè non c'è una richiesta relativa a "problemi".
Si tratta invece di "curare" se il professionista viene chiamato ad affrontare situazioni di difficoltà a livello individuale o istituzionale. Infatti dinamiche più o meno apertamente problematiche possono essere alla base di situazioni di stallo produttivo. Anche in questo caso si lavora quindi sulla struttura, sulla "personalità dell'azienda" (gli psicoanalisti che si sono occupati di gruppi e istituzioni - Bion, Foulkes, Kaes - hanno scritto pagine molto interessanti su questo tema).
Per quanto mi riguarda non si tratta di delimitare con dei paletti il campo di azione nell'ottica di "questo è mio, questo è tuo", come purtroppo il sovrannumero di professionisti delle "relazioni d'aiuto" spinge sempre più a fare. Ritengo che sia molto più proficuo rimanere al livello epistemico e fondare su questo la natura dell'intervento.
Saluti
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Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
Come educatrice e come futura counsellor non lavorerò a livello strutturale ma a livello funzionale o descrittivo.
Per chi conosce l'analisi transazionale, la differenza è netta.
Se parlo di modello funzionale vado a intervenire sulle interazioni tra le persone (utilissimo anche in azienda o a scuola);
se parlo di struttura considero invece cosa avviene all'interno dell'individuo.
Gli aspetti interpersonali dell'attività dell'A.T richiedono il modello funzionale (ambito counselling); gli aspetti intrapsichici il modello strutturale (di competenza dello psicoterapeuta).
Come vedete non si interviene in alcun modo in maniera intrapsichica.
Il counsellor, sempre rifacendomi all'A.T. usa gli straumenti della "diagnosi comportamentale" (osservazione del comportamento quale tono di voce, gesti, parole e via discorrendo)" e "sociale".
Sono tutti strumenti che vengono già usati nel lavoro educativo pedagogico attraverso le tecniche di comunicazione e che permettono al'individuo di individuare delle disfunzionalità a livello sociale e di interazione con gli altri e di poterle correggere.
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Originalmente inviato da
gieko
Piuttosto che ribaltare la domanda si potrebbe tentare di rispondere...
Come si spiega che una separazione, per quanto fonte di sofferenza, porti alcuni coniugi a chiedere un aiuto professionale ed altri coniugi ad affrontare la situazione autonomamente?
Ci sono persone che riescono a trovare le risorse per gestire una situazione difficile dentro di sè ed altre che si rivolgono a un professionista perchè hanno bisogno che qualcuno li aiuti a trovarle in quello specifico momento.
Questo non significa che ci sia un problema a livello strutturale.
Ad es in un caso di separazione coniugale, come counsellor potresti chiedere alla persona se ha già affrontato situazioni simili nella sua vita e in che modo le ha risolte.
Può essere che la persona a quel punto rivaluti le sue risorse e le sue potenzialità e compito del counsellor sarà semplicemente quello di aiutarla e riconoscerle e a valorizzarle.
Può anche essere che invece ti accorgi che la persona fa fatica a contattare dei vissuti e che abbia sempre avuto difficoltà a gestire situzioni di seprazione o simili.
A quel punto il lavoro del counsellor si interrompe e se vuole la persona può decidere di prendersi cura di questo aspetto attraverso lo psicoterapeuta.
(invio).
Spero di aver fatto un pò di chiarezza in merito al compito del counsellor.
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Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
Citazione:
Originalmente inviato da
rosablu77
Ci sono persone che riescono a trovare le risorse per gestire una situazione difficile dentro di sè ed altre che si rivolgono a un professionista perchè hanno bisogno che qualcuno li aiuti a trovarle in quello specifico momento.
Questo non significa che ci sia un problema a livello strutturale.
Dovresti spiegare il perchè di questa affermazione, perchè contrasta con l'evidenza teorica e di ricerca che mostra come il livello strutturale non sia scindibile da quello "comportamentale", e come vi sia un continuo tra mondo interno e mondo esterno, che altro non sono che due interfaccia differenti della realtà di una persona.
La tua definizione di counselling è molto chiara ma non cambia, proprio per i motivi di cui sopra, i termini della questione. Se la persona si rivolge ad un professionista significa che non è più in grado di utilizzare le proprie risorse che sono logica conseguenza dell'assetto di personalità della persona stessa. Ne consegue l'impossibilità di separare, in ambito di richiesta di intervento di cura da parte dell'utenza, i livelli con il rimando alla dimensione strutturale.
Oltrettutto faccio notare come il focalizzarsi su eventi simili a quello che conduce alla consultazione da parte del paziente, ed alle soluzioni precedenti, non permette di cogliere la natura patologica (di coazione, cioè), ovvero l'utilizzo di dinamiche problematiche per il soggetto stesso.
Saluti
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Originalmente inviato da
gieko
Contestualizziamo prima di tutto. Io mi sto riferendo a tutta quella serie di interventi psicologici (singolo, gruppali o istituzionali) volti ad accogliere e trattare una domanda di cura. Un intervento formativo in azienda, l'educazione sentimentale o l'orientamento nelle scuole, e così via non sono interventi clinici perchè non c'è una richiesta relativa a "problemi".
Si tratta invece di "curare" se il professionista viene chiamato ad affrontare situazioni di difficoltà a livello individuale o istituzionale.
"Cura" è un chunk (pezzo) di informazione più di dettaglio, rispetto a "difficoltà".
L'intervento formativo in azienda nei momenti di crisi, si può trovare di fronte anche a "problemi" sia individuali che istituzionali...anzi spesso quando c'è un problema individuale non isolato, ciò significa che c'è una o più difficoltà di tipo relazionale nell'istituzione. O anche funzionale.
Ho letto che la Tua formazione è psicoanalitica, la mia è diversa pur se tengo conti di alcuni aspetti "strutturali" che si possono evidenziare in aula che ho appreso frequentando dei seminari con una psicoanalista freudiana (pensa un po'!).
Poi mi trovo benissimo con gli strumenti di AT a cui faceva cenno la collega:
la funzionalità deve poter passare per la presa di coscienza delle proprie risorse e nella libertà di sperimentarle e sperimentarsi con successo verso l'obiettivo...tutto ciò passa attraverso la comunicazione, attraverso il linguaggio.
Delle risorse parlava già Carl Rogers e anche Virginia Satir...anzi proprio a lei ho pensato quando "Rosablu" ha parlato di "regole apprese in famiglia"...io aggiungerei apprese "e interiorizzate". E questo vale anche per le aziende.
E non tutto ciò che faceva Virginia era "psicoterapia".
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Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
Mi sembra che ti trovi abbastanza d'accordo nel pensare che, sotto la facciata del problema momentaneo, sono solitamente presenti dinamiche ben più consolidate (e quindi difficilmente coglibili dal soggetto, singolo o istuzione che sia). Il livello strutturale è quindi imprescindibile e comporta un intervento che ne tenga conto e che lavori sulle dinamiche di apertura-resistenza al fine di permettere processi trasformativi stabili.
Non nego l'esistenze di risorse personali nemmeno nelle patologie più gravi - e proprio per questo motivo ritengo infondata la distinzione che ormai sta sempre più diventando luogo comune tra "disagio occasionale" e "psicopatologia" -, ma fin a quando permane una struttura di un certo tipo, queste sono "imbrigliate". Gli obbiettivi personali di cui parli rimangono infatti legati alla stessa struttura (sono emanazione del desiderio inconscio). Per questo è necessario un intervento di tipo psicoterapico strutturale.
Non conosco Virginia Satir nè le sue modalità di lavoro. Il focalizzarsi dei terapeuti umanistici come Rogers sulle risorse, mi ha sempre fatto pensare che rimanga però tagliato fuori proprio ciò che ne impedisce l'utilizzo.
Saluti
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Citazione:
Originalmente inviato da
gieko
Mi sembra che ti trovi abbastanza d'accordo nel pensare che, sotto la facciata del problema momentaneo, sono solitamente presenti dinamiche ben più consolidate (e quindi difficilmente coglibili dal soggetto, singolo o istuzione che sia). Gli obbiettivi personali di cui parli rimangono infatti legati alla stessa struttura (sono emanazione del desiderio inconscio). Per questo è necessario un intervento di tipo psicoterapico strutturale.
Non conosco Virginia Satir nè le sue modalità di lavoro. Il focalizzarsi dei terapeuti umanistici come Rogers sulle risorse, mi ha sempre fatto pensare che rimanga però tagliato fuori proprio ciò che ne impedisce l'utilizzo.
Saluti
1) Si può lavorare su quel "difficilmente coglibili", attraverso la consapevolezza...credo lo saprai meglio di me...casomai l'abilità è sul "come" posso giungere a quella consapevolezza.
2) Su che cosa si può fondare il "goal setting"...l'espressione dell'obiettivo ha bisogno innazitutto di colmare un "gap"... quel "qualcosa" che sembra mancare per arrivarci (all'obiettivo) o che altri mi impediscano o che sembra che sia l'ambiente che mi impedisca...difficilmente i singoli o l'istituzione ammetteranno che la causa è "all'interno".
3) C'è qualcosa che non va che sembra ripetersi...
Per intervenire decido di spostare volutamente l'attenzione su "ciò che funziona", per Te potrà essere scandaloso, ma per me no...perchè non lo era proprio per Virginia Satir e per Carl Rogers!
Mi dispiace che Tu non conosca Virginia Satir.
Se vuoi, di Carl Rogers c'è un filmato meraviglioso "on line"...si vede il feedback di una cliente dopo un Suo intervento di Counseling.
Il Counseling esiste, può esistere anche in Italia...che manchi la regolamentazione è una grande lacuna, sì per i Counselor (i reali professionisti),ma soprattutto per i vantaggi per i clienti.
Perchè molti rinunciano a questa professione.
Avrai notato che ho evidenziato di aver appreso molto dai seminari di una psicoanalista freudiana: credo molto nell'integrazione...non ho mai accreditato crinali inviolabili.
Persino la mia fisioterapista (Metodo Mezier) mi ha detto una volta: posso incominciare bene con Te da ciò che conosci bene...la Tua postura...per poi portarTi ad un qualcosa di nuovo.
Tutti nella libertà dell'apprendimento, possiamo imparare "qualcosa di nuovo": è una citazione di Virginia Satir.
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Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
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Contestualizziamo prima di tutto. Io mi sto riferendo a tutta quella serie di interventi psicologici (singolo, gruppali o istituzionali) volti ad accogliere e trattare una domanda di cura. Un intervento formativo in azienda, l'educazione sentimentale o l'orientamento nelle scuole, e così via non sono interventi clinici perchè non c'è una richiesta relativa a "problemi".
Sono d'accordo con Gieko per come ha portato avanti il discorso.
Credo sia importante, come ha fatto Gieko, tenere sempre in mente il livello epistemico, senza il quale non potremmo orientare il nostro intervento. Richiamandomi però a Renzo Carli (Università La Sapienza) io credo che sia clinico ogni intervento fondato sull'analisi della dinamica istituzionale agita dall'utente che richiede l'intervento stesso. In quest'ottica anche l'intervento formativo in azienda o l'orientamento scolastico sono interventi clinici (non psicoterapeutico) in quanto interventi fondati sull'analisi delle simbolizzazioni affettive, la dinamica collusiva, il fallimento del processo collusivo (Carli, 1993).
Saluti,
ikaro
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ikaro78
Credo sia importante tenere sempre in mente il livello epistemico, senza il quale non potremmo orientare il nostro intervento. Io credo che sia clinico ogni intervento fondato sull'analisi della dinamica istituzionale agita dall'utente che richiede l'intervento stesso. In quest'ottica anche l'intervento formativo in azienda o l'orientamento scolastico sono interventi clinici (non psicoterapeutico) in quanto interventi fondati sull'analisi delle simbolizzazioni affettive, la dinamica collusiva, il fallimento del processo collusivo (Carli, 1993).
Tutti gli interventi postati finora hanno trattato il livello epistemico.
Ciò che scrivi con un linguaggio più aulico e tecnico del mio (il mio semplice l'ho scelto volutamente) è molto vicino a ciò che ho scritto io.
Una cosa è, infatti, intervenire sulla dinamica, magari sulle dinamiche che funzionano, un'altra è intervenire sulle cause che hanno provocato quelle dinamiche (i "blocchi").
Simbolizzazioni, dinamiche collusive o meno e successo dei comportamenti liberi (dalla collusione) passano in ogni caso attraverso il linguaggio.
Direi che tutto il linguaggio è una simbolizzazione che rimanda a diversi livelli...bisogna vedere a quelli di quei livelli si sceglie di far riferimento nell'intervento.
Proprio il Counseling, il percorso formativo che ho intrapreso otto anni fa e, naturalmente, concluso, mi permette di conoscere i limiti del territorio suo proprio e non psicoterapeutico. La sua regolamentazione (che è già cominciata) sarebbe la migliore tutela per i clienti (non pazienti) e anche gli psicoterapeuti e il loro territorio.
L'efficacia non passa, però, come ho cercato di dimostrare nell'ultimo mio intervento solo nella bontà dei Modelli teorici, ma anche, secondo me e gli ultimi undici anni di esperienza, anche nella bontà dei Modelli in carne e ossa.
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Mi sembra che spesso i counselors volgliano di fatto fare gli psicoterapeuti ma dicendo di concentrarsi sulla parte sana, sul potenziale, ecc. Ci sono orientamenti di psicoterapia che diono le stesse cose prima che fosse creato il counseling. Mi sembra triste che una persona con dei problemi si debba trovare di fronte una persona con una preparazione povera e che non possa aiutarlo a fare realmente un cambiamento profondo, non sia capace di fare una diagnosi psicologica in caso vi sia qualche problema più profondo di quello apparente.
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evolution
Mi sembra che spesso i counselors volgliano di fatto fare gli psicoterapeuti ma dicendo di concentrarsi sulla parte sana, sul potenziale, ecc. Ci sono orientamenti di psicoterapia che diono le stesse cose prima che fosse creato il counseling. Mi sembra triste che una persona con dei problemi si debba trovare di fronte una persona con una preparazione povera e che non possa aiutarlo a fare realmente un cambiamento profondo, non sia capace di fare una diagnosi psicologica in caso vi sia qualche problema più profondo di quello apparente.
...mi chiedevo...ma esiste l'invio del paziente o no? Mi sembra che qui si stia parlando di un'unica figura (che sia il counsellor, lo psicoterapeuta, lo psicologo...whatever!) che sembra debba fare tutto, sapere tutto...
Non sarebbe molto piu' realistico parlare di collaborazione inter-professionale magari semplicemente attraverso una migliore definizione dei ruoli (mi riferisco all'ancor poco consolidata regolamentazione circa il counselling) di ciascuno?
Il paziente/cliente e' qualcuno che ci si deve contendere o piuttosto un individuo che nel suo percorso curativo puo' incontrare professionisti diversi in momenti diversi? Secondo poi (e questa e' la parte piu' difficile, ma non impossibile) possono questi professionisti nell'inisieme conferire un sostegno unidirezionale ma allo stesso tempo diversificato al singolo individuo?
Secondo me l'unico modo per fare cio' e' attraverso una consapevolezza intra ed inter-professionale. E magari chi sente il proprio territorio 'invaso da degli incompetenti 'dovrebbe rivolgere la sua frustrazione a chi crea a livello burocratico/legislativo questa confusione sui ruoli (a volte e' solo disinformazione pero'...) invece che spendere energie, come ha detto qualcuno qui in precedenza, a misurare chi ce l'ha piu' lungo!
L'espressione preparazione 'povera' mi piace poco. Magari semplicemente...diversa???
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evolution
Mi sembra che spesso i counselors volgliano di fatto fare gli psicoterapeuti ma dicendo di concentrarsi sulla parte sana, sul potenziale, ecc. Ci sono orientamenti di psicoterapia che diono le stesse cose prima che fosse creato il counseling. Mi sembra triste che una persona con dei problemi si debba trovare di fronte una persona con una preparazione povera e che non possa aiutarlo a fare realmente un cambiamento profondo, non sia capace di fare una diagnosi psicologica in caso vi sia qualche problema più profondo di quello apparente.
La discussione è andata avanti: abbiamo cercato di chiarire (sperando di esserci riusciti) la differenza tra affrontare un "problema" e "cura".
Del "potenziale" non si occupa solo la psicoterapia.
Il Counseling non si occupa e non si può occupare di "ristrutturazione profonda" (v. SICo in Italia e BACP in Inghilterra, solo per fare due esempi).
Per "preparazione povera"...bisognerebbe sapere meglio a chi Ti rivolgi.
Gli orientamenti di psicoterapia hanno le loro radici lontane nel tempo...lo sappiamo e alcune ce le fanno anche studiare correttamente all'Università,
ma radici lontane e profonde ce le ha anche il Counseling che mi sembra risalga agli anni Venti negli Stati Uniti.
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Cara Silvia,
Comprendo quello che dici, e mi rendo conto che la tua situazione è molto diversa. Quando ho parlato di formazione "povera" non mi riferivo certo alla tua, ma a quella che viene data qui in Italia ai Counselors. Mi chiedo perchè uno Psicologo-Psicoterapeuta debba avere bisogno di lavorare in un team con un Counselor (formato in Italia, non conosco le altre realtà). Capisco che lo Psicologo possa e a volte debba collaborare con il Medico, lo Psichiatra, l'Educatore, ecc., ma non vedo l'utilità della figura del Counselor. Non hanno le basi scientifiche dell'università (uno può aver fatto alberghiera e dopo due o tre anni, un week-end al mese, è counselor). Così come è ora la formazione, credo sia giusto chiedere almeno la laurea magistrale in psicologia per diventare counselor.
Mi dispiace per chi abbia pensato che la mia potesse essere una competizione sulle "lunghezze" o sulla paura professionale. Vorrei chiarire col dire che non sono uno psicologo. Lavoro come massaggiatore e sono poco più che all'inizio del percorso universitario in psicologia. Per me ci saranno ancora molti lunghi anni di studio e formazione, sarebbe molto più comodo iscrivermi ad una scuola di Counseling, sia come impegno di studio che come numero di anni.
Grazie
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IT_Modeler
"Cura" è un chunk (pezzo) di informazione più di dettaglio, rispetto a "difficoltà".
L'intervento formativo in azienda nei momenti di crisi, si può trovare di fronte anche a "problemi" sia individuali che istituzionali...anzi spesso quando c'è un problema individuale non isolato, ciò significa che c'è una o più difficoltà di tipo relazionale nell'istituzione. O anche funzionale.
Ho letto che la Tua formazione è psicoanalitica, la mia è diversa pur se tengo conti di alcuni aspetti "strutturali" che si possono evidenziare in aula che ho appreso frequentando dei seminari con una psicoanalista freudiana (pensa un po'!).
Poi mi trovo benissimo con gli strumenti di AT a cui faceva cenno la collega:
la funzionalità deve poter passare per la presa di coscienza delle proprie risorse e nella libertà di sperimentarle e sperimentarsi con successo verso l'obiettivo...tutto ciò passa attraverso la comunicazione, attraverso il linguaggio.
Delle risorse parlava già Carl Rogers e anche Virginia Satir...anzi proprio a lei ho pensato quando "Rosablu" ha parlato di "regole apprese in famiglia"...io aggiungerei apprese "e interiorizzate". E questo vale anche per le aziende.
E non tutto ciò che faceva Virginia era "psicoterapia".
Grazie pei il tuo intervento che secondo me chiarisce molto a rigurado del counselling.
A quanti pensano sia ancora arbitraria, consiglio di informarsi ad es. sull'analisi transazionale e sulla distinzione (già citata) tra livello di struttura e di funzione.
L'A.T ha un codice ben strutturato e rigido a livello internazionale a cui tutti i professionisti devono attenersi.
Ai counsellor e agli specialisti educativi viene consentito l'uso della parte funzionale.
Come vedete è già stato regolamentato molto in materia già dagli anni '70 e cosa più importante a livello internazionale.
Mi auguro che l'Italia presto recepisca.
P.S. Modeler, con che scuola di counselling ti sei specializzata??
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evolution
Cara Silvia,
Comprendo quello che dici, e mi rendo conto che la tua situazione è molto diversa. Quando ho parlato di formazione "povera" non mi riferivo certo alla tua, ma a quella che viene data qui in Italia ai Counselors. Mi chiedo perchè uno Psicologo-Psicoterapeuta debba avere bisogno di lavorare in un team con un Counselor (formato in Italia, non conosco le altre realtà). Capisco che lo Psicologo possa e a volte debba collaborare con il Medico, lo Psichiatra, l'Educatore, ecc., ma non vedo l'utilità della figura del Counselor. Non hanno le basi scientifiche dell'università (uno può aver fatto alberghiera e dopo due o tre anni, un week-end al mese, è counselor). Così come è ora la formazione, credo sia giusto chiedere almeno la laurea magistrale in psicologia per diventare counselor.
Mi dispiace per chi abbia pensato che la mia potesse essere una competizione sulle "lunghezze" o sulla paura professionale. Vorrei chiarire col dire che non sono uno psicologo. Lavoro come massaggiatore e sono poco più che all'inizio del percorso universitario in psicologia. Per me ci saranno ancora molti lunghi anni di studio e formazione, sarebbe molto più comodo iscrivermi ad una scuola di Counseling, sia come impegno di studio che come numero di anni.
Grazie
Caro Evolution, scusami ma io non stavo parlando della mia situazione che come sai non si riferisce ad un contesto Italiano. Stavo solo dicendo che se il percorso per diventare counsellor in Italia e' strutturato in modo diverso rispetto al percorso di uno psicologo o psicoterapeuta, allora anche le sue competenze saranno diverse.
Poi parto sempre dal presupposto che ci sia una certa meritocrazia ad un certo punto, per cui l'esperienza accumulata dal singolo individuo che puo' ( e magari dovrebbe) essere il piu' possibile variegata, sia quella che conta nel momento in cui ci si mette in competizione con altri professionisti per aggiudicarsi un posto di lavoro.
Credo che se una struttura organizza un bando di concorso per uno psicologo, si aspetti certe competenze. Se come ho letto in precedenza, un counsellor ha 'preso il posto di uno psicologo' credo che sia perche' quello che la struttura richiedeva si avvicinasse di piu' alle competenze di un counsellor che di uno psicologo.
Forse sto dicendo cose banali. Ma mi sembra un po' superficiale pensare che la figura del counsellor sia stata introdotta in Italia per permettere a chi non e' psicologo di diventarlo tarmite scorciatoie. A beneficio di chi? E a discapito di chi altro? Non credo sia questo il punto da cui partire e dal quale osservare la situazione.
Come dice Rosablu77, ci sono regolamentazioni ben definite sul Counselling e sicuramente vista la 'novita'' del ruolo verranno via via sempre piu' definite...Non so, questo e' il mio pensiero (forse anche una speranza?).
Saluti, silviaxxx
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silviaxxx
Caro Evolution, scusami ma io non stavo parlando della mia situazione che come sai non si riferisce ad un contesto Italiano. Stavo solo dicendo che se il percorso per diventare counsellor in Italia e' strutturato in modo diverso rispetto al percorso di uno psicologo o psicoterapeuta, allora anche le sue competenze saranno diverse.
Poi parto sempre dal presupposto che ci sia una certa meritocrazia ad un certo punto, per cui l'esperienza accumulata dal singolo individuo che puo' ( e magari dovrebbe) essere il piu' possibile variegata, sia quella che conta nel momento in cui ci si mette in competizione con altri professionisti per aggiudicarsi un posto di lavoro.
Credo che se una struttura organizza un bando di concorso per uno psicologo, si aspetti certe competenze. Se come ho letto in precedenza, un counsellor ha 'preso il posto di uno psicologo' credo che sia perche' quello che la struttura richiedeva si avvicinasse di piu' alle competenze di un counsellor che di uno psicologo.
Forse sto dicendo cose banali. Ma mi sembra un po' superficiale pensare che la figura del counsellor sia stata introdotta in Italia per permettere a chi non e' psicologo di diventarlo tarmite scorciatoie. A beneficio di chi? E a discapito di chi altro? Non credo sia questo il punto da cui partire e dal quale osservare la situazione.
Come dice Rosablu77, ci sono regolamentazioni ben definite sul Counselling e sicuramente vista la 'novita'' del ruolo verranno via via sempre piu' definite...Non so, questo e' il mio pensiero (forse anche una speranza?).
Saluti, silviaxxx
Grazie Silvia,
nelle tue parole colgo l'accettazione e l'apertura di pensiero verso una nuova professione come è quella del counsellor in Italia.
Sul fatto che taluni psicologi ritengono che la figura sia stata creata x avere una scorciatoia x fare lo psicologo..è un'idea quanto meno bizzarra...
Tra l'altro questo significherebbe che gli psicologi stessi allora si stanno dando la zappa sui piedi visto che la maggior parte delle scuole sono dirette proprio da questi ultimi...
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gieko
Mi sembra che ti trovi abbastanza d'accordo nel pensare che, sotto la facciata del problema momentaneo, sono solitamente presenti dinamiche ben più consolidate (e quindi difficilmente coglibili dal soggetto, singolo o istuzione che sia). Il livello strutturale è quindi imprescindibile e comporta un intervento che ne tenga conto e che lavori sulle dinamiche di apertura-resistenza al fine di permettere processi trasformativi stabili.
Non nego l'esistenze di risorse personali nemmeno nelle patologie più gravi - e proprio per questo motivo ritengo infondata la distinzione che ormai sta sempre più diventando luogo comune tra "disagio occasionale" e "psicopatologia" -, ma fin a quando permane una struttura di un certo tipo, queste sono "imbrigliate". Gli obbiettivi personali di cui parli rimangono infatti legati alla stessa struttura (sono emanazione del desiderio inconscio). Per questo è necessario un intervento di tipo psicoterapico strutturale.
Non conosco Virginia Satir nè le sue modalità di lavoro. Il focalizzarsi dei terapeuti umanistici come Rogers sulle risorse, mi ha sempre fatto pensare che rimanga però tagliato fuori proprio ciò che ne impedisce l'utilizzo.
Saluti
Qui entriamo nel dettaglio dei diversi orientamenti psicologici.
Mi dispiace ma non condivido la teoria psicoanalitica ma invece mi rifaccio a Rogers, alla Satir e in particolare all'analisi transazionale che ritiene (anche in ambito psicoterapeutico) che il cliente possieda già in sè tutte le risorse e che abbia solo bisogno di riscoprirle...
Da qui anche la distinzione tra cliente e paziente!!!
Cmq qui si sta parlando sempre ed esclusivamente di cura, di struttura di personalità...
Come dice Silvia, dalla discussione pare non vi sia posto per altri professionisti, in questo caso counsellor, ma anche pedagogisti che affrontano situazioni di disagio e di cura.
Personalmente non ho nex problema ad effettuare un invio o meglio a dare un consiglio di questo genere (come mi è già capitato) perchè ritengo la persona capace di autodeterminarsi e gli riconosco sempre il libero arbitrio e quindi la capacità di effettuare la scelta migliore x se stessa.
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rosablu77
Qui entriamo nel dettaglio dei diversi orientamenti psicologici.
Mi dispiace ma non condivido la teoria psicoanalitica ma invece mi rifaccio a Rogers, alla Satir e in particolare all'analisi transazionale che ritiene (anche in ambito psicoterapeutico) che il cliente possieda già in sè tutte le risorse e che abbia solo bisogno di riscoprirle...
Da qui anche la distinzione tra cliente e paziente!!!
Cmq qui si sta parlando sempre ed esclusivamente di cura, di struttura di personalità...
Cara rosablu, non basta dire "non condivido la teoria psicoanalitica e mi rifaccio a Rogers". Bisogna fondare epistemicamente le proprie posizioni per poter discutere ad un livello di maggiore profondità.
Per questo motivo ritengo che sarebbe utile cercare di confrontarsi su quanto dite sia tu che IT_modeler, rispetto alla distinzione tra "funzionale" e "strutturale", tra "disagio" e "patologia", e quant'altro. Da parte mia ho già accennato al perchè non ritengo sostenibile questa distinzione: esiste un continuum tra la cosiddetta "sanità" e la "patologia conclamata", che non possono essere quindi distinte categorialmente, se non in termini puramente convenzionali. Inoltre il concetto di interazione tra struttura di personalità ed ambiente è un dato assodato che rende difficoltoso isolare una dimensione puramente psicopatologica ed una di disagio. Il riferimento ad esempio alla teoria dei sistemi dinamici rende tale modello sostenuto anche dal punto di vista epistemico.
Mi piacerebbe finalmente sentire da voi i motivi e le basi scientifiche della distinzione operata in AT o in altri orientamenti e che sostiene la scelta di effettuare un counselling piuttosto che una psicoterapia.
Rispetto alle risorse, ribadisco quanto detto: nessuna persona è priva di risorse, ma esse sono "al servizio" della struttura di personalità. Non lavorando su quest'ultima le risorse potranno anche essere utilizzate, riscoperte e tutto quello che volete, ma faranno riferimento sempre e solo alle dinamiche strutturali della persona (ponendo eventualmente le basi per una successiva crisi).
Un altro punto problematico è, a mio modo di vedere, l'accento sul linguaggio e sulla simbolizzazione posto da IT_modeler, dal momento che il campo emotivo non simbolico viene tagliato fuori da questa scelta. Ma è una questione più approfondita...
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rosablu77
Come dice Silvia, dalla discussione pare non vi sia posto per altri professionisti, in questo caso counsellor, ma anche pedagogisti che affrontano situazioni di disagio e di cura.
Personalmente ritengo che non vi sia spazio per altri professionisti in campi che non sono i propri. La domanda di cura psicologica è rivolta ad un professionista che deve intervenire per fare in modo che la persona possa "riprendersi in mano la propria vita". E' quindi domanda di psicoterapia e a questo settore spetta. La domanda di un intervento socio-educativo ha finalità differenti ed è di competenza di educatori e assistenti sociali.
Quanto alla critica che sono gli psicologi ad alimentare il mercato del counselling, mi trova d'accordo: la crisi lavorativa porta a non pensare più ai fondamenti scientifici ma a preoccuparsi solo del portafoglio.
Saluti
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gieko
Cara rosablu, non basta dire "non condivido la teoria psicoanalitica e mi rifaccio a Rogers". Bisogna fondare epistemicamente le proprie posizioni per poter discutere ad un livello di maggiore profondità.
Per questo motivo ritengo che sarebbe utile cercare di confrontarsi su quanto dite sia tu che IT_modeler, rispetto alla distinzione tra "funzionale" e "strutturale", tra "disagio" e "patologia", e quant'altro. Da parte mia ho già accennato al perchè non ritengo sostenibile questa distinzione: esiste un continuum tra la cosiddetta "sanità" e la "patologia conclamata", che non possono essere quindi distinte categorialmente, se non in termini puramente convenzionali. Inoltre il concetto di interazione tra struttura di personalità ed ambiente è un dato assodato che rende difficoltoso isolare una dimensione puramente psicopatologica ed una di disagio. Il riferimento ad esempio alla teoria dei sistemi dinamici rende tale modello sostenuto anche dal punto di vista epistemico.
Mi piacerebbe finalmente sentire da voi i motivi e le basi scientifiche della distinzione operata in AT o in altri orientamenti e che sostiene la scelta di effettuare un counselling piuttosto che una psicoterapia.
Rispetto alle risorse, ribadisco quanto detto: nessuna persona è priva di risorse, ma esse sono "al servizio" della struttura di personalità. Non lavorando su quest'ultima le risorse potranno anche essere utilizzate, riscoperte e tutto quello che volete, ma faranno riferimento sempre e solo alle dinamiche strutturali della persona (ponendo eventualmente le basi per una successiva crisi).
Un altro punto problematico è, a mio modo di vedere, l'accento sul linguaggio e sulla simbolizzazione posto da IT_modeler, dal momento che il campo emotivo non simbolico viene tagliato fuori da questa scelta. Ma è una questione più approfondita...
Personalmente ritengo che non vi sia spazio per altri professionisti in campi che non sono i propri. La domanda di cura psicologica è rivolta ad un professionista che deve intervenire per fare in modo che la persona possa "riprendersi in mano la propria vita". E' quindi domanda di psicoterapia e a questo settore spetta. La domanda di un intervento socio-educativo ha finalità differenti ed è di competenza di educatori e assistenti sociali.
Quanto alla critica che sono gli psicologi ad alimentare il mercato del counselling, mi trova d'accordo: la crisi lavorativa porta a non pensare più ai fondamenti scientifici ma a preoccuparsi solo del portafoglio.
Saluti
Ciao, sono perfettamente d'accordo con lei :mano:
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rosablu77
Grazie pei il tuo intervento che secondo me chiarisce molto a rigurado del counselling.
Come vedete è già stato regolamentato molto in materia già dagli anni '70 e cosa più importante a livello internazionale.
Mi auguro che l'Italia presto recepisca.
P.S. Modeler, con che scuola di counselling ti sei specializzata??
Sono maschietto, quindi... diplomato Counselor presso l'ASPIC.
Ma "about Virginia Satir"...l'ho conosciuta attraverso il lavoro di Modeling
a cui mi hanno invitato i diversi Corsi di Programmazione Neuro Linguistica che ho fatto all'estero, dove dopo giornate d'aula di fuoco (rapida alternanza tecnica/dimostrazione/esecuzione per tutti), la sera si formavano dei gruppi di studio che dovevano discutere ancora temi e tecniche e vedere filmati dei Modelli come Virginia: credo che ciò che ho imparato da quel lavoro, che ho proseguito negli anni successivi, non ha prezzo.
Ripeto: mi dispiace sentire in Italia che Virginia Satir non sia conosciuta, la sua esperienza ha aperto la strada alla terapia familiare in tutto il mondo ed è stato "Modello d'eccellenza" anche per l'AT.
In lei si ritrovano i fondamenti della teroria interazionale e della Gestalt, uniti però a una grande umanità, a un grande "personal power" evocativo delle risorse interne della persona, il tutto espresso attraverso abilissime tecniche linguistiche. E una grande empatia (bisogna vederla per capire ciò a cui mi riferisco).
Io, pure, sto ultimando il mio percorso universitario, ma ho anche concluso il mio percorso di Counseling, non "mi ha fatto comodo"...l'ho trovato semplicemente molto utile, si innesta sul quadro di riferimento universitario.
Quest'ultimo non l'avrebbe mai potuto sostituire.