Riferimento: Fattori comuni alle Psicoterapie
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willy61
...mi chiedo: senza variazioni delle condizioni, come si può pensare di ottenere un qualsiasi risultato? Voglio dire, non è proprio l'oscillazione ritmica tra momenti di comunicazione e contatto psicologico e momenti, invece, dove questi mancano o si spezzano - per poi ripristinarsi - a costituire uno dei "fattori comuni" di tutte le forme psicoterapeutiche?
Eh bella domanda! Me lo sto chiedendo anche io!
Io stessa, essendo stata paziente di una terapeuta rogersiana, mi chiedo come si possa nel tempo non far mai subire variazioni alle condizioni necessarie. Anche perchè credo sia umano che il terapeuta, vuoi per i cavolacci suoi, non sia sempre in pieno rapporto empatico col paziente. O la forza della terapia sta veramente in questo e la scuola tenta proprio di formarti a esserlo. Per ora posso dirti che è molto difficile: facciamo continuamente triadi di lavoro in cui sperimentarci come terapeuti empatici (oltre che come pazienti e come osservatori) ma davvero non è semplice fornire sempre una risposta empatica "corretta" al paziente, adattata a quelle che sono le sue esperienze e vissuti.
P.S.: chiedo a qualche terapeuta psicoanalitico di interpretarmi perchè continuo ad ostinarmi a chiamare "paziente" e non "cliente" (come voleva il buon Rogers) il mio interlocutore di seduta :tajo:
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ama77
Eh bella domanda! Me lo sto chiedendo anche io!
Io stessa, essendo stata paziente di una terapeuta rogersiana, mi chiedo come si possa nel tempo non far mai subire variazioni alle condizioni necessarie. Anche perchè credo sia umano che il terapeuta, vuoi per i cavolacci suoi, non sia sempre in pieno rapporto empatico col paziente. O la forza della terapia sta veramente in questo e la scuola tenta proprio di formarti a esserlo. Per ora posso dirti che è molto difficile: facciamo continuamente triadi di lavoro in cui sperimentarci come terapeuti empatici (oltre che come pazienti e come osservatori) ma davvero non è semplice fornire sempre una risposta empatica "corretta" al paziente, adattata a quelle che sono le sue esperienze e vissuti.
P.S.: chiedo a qualche terapeuta psicoanalitico di interpretarmi perchè continuo ad ostinarmi a chiamare "paziente" e non "cliente" (come voleva il buon Rogers) il mio interlocutore di seduta :tajo:
Sarà mica una proiezione di un desiderio inconscio?:asd: o una richiesta di essere paziente per la tua impazienza?:tajo::medito::medito:
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ama77
....
P.S.: chiedo a qualche terapeuta psicoanalitico di interpretarmi perchè continuo ad ostinarmi a chiamare "paziente" e non "cliente" (come voleva il buon Rogers) il mio interlocutore di seduta :tajo:
Beh, chi lo sa? Cosa ti fa venire in mente il termine "cliente"?
Buona vita
Guglielmo
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Cliente = persona che paga per ottenere un servizio o un bene
Paziente = persona in difficoltà che ha bisogno di aiuto
Sarà per questo?
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ama77
Eh bella domanda! Me lo sto chiedendo anche io!
Io stessa, essendo stata paziente di una terapeuta rogersiana, mi chiedo come si possa nel tempo non far mai subire variazioni alle condizioni necessarie. Anche perchè credo sia umano che il terapeuta, vuoi per i cavolacci suoi, non sia sempre in pieno rapporto empatico col paziente. O la forza della terapia sta veramente in questo e la scuola tenta proprio di formarti a esserlo. Per ora posso dirti che è molto difficile: facciamo continuamente triadi di lavoro in cui sperimentarci come terapeuti empatici (oltre che come pazienti e come osservatori) ma davvero non è semplice fornire sempre una risposta empatica "corretta" al paziente, adattata a quelle che sono le sue esperienze e vissuti.
P.S.: chiedo a qualche terapeuta psicoanalitico di interpretarmi perchè continuo ad ostinarmi a chiamare "paziente" e non "cliente" (come voleva il buon Rogers) il mio interlocutore di seduta :tajo:
Perchè sei consapevole di non vendere merci, ma di offrire un aiuto a qualcuno che te lo chiede perchè soffre.
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ama77
Eh bella domanda! Me lo sto chiedendo anche io!
Io stessa, essendo stata paziente di una terapeuta rogersiana, mi chiedo come si possa nel tempo non far mai subire variazioni alle condizioni necessarie. Anche perchè credo sia umano che il terapeuta, vuoi per i cavolacci suoi, non sia sempre in pieno rapporto empatico col paziente. O la forza della terapia sta veramente in questo e la scuola tenta proprio di formarti a esserlo. Per ora posso dirti che è molto difficile: facciamo continuamente triadi di lavoro in cui sperimentarci come terapeuti empatici (oltre che come pazienti e come osservatori) ma davvero non è semplice fornire sempre una risposta empatica "corretta" al paziente, adattata a quelle che sono le sue esperienze e vissuti.
P.S.: chiedo a qualche terapeuta psicoanalitico di interpretarmi perchè continuo ad ostinarmi a chiamare "paziente" e non "cliente" (come voleva il buon Rogers) il mio interlocutore di seduta :tajo:
Secondo te potrebbe essere perché non ti senti pronta ad effettuare questo passaggio verso una prospettiva terapeutica in cui non ti riconosci ancora pienamente e che ti fa porre molti dubbi in te stessa? Un modo per dirti che hai bisogno di un pò di tempo per comprendere qual'é la tua reale posizione da acquisire in questo campo, perché c'é qualcosa che ti crea un conflitto tra diverse opzioni interiormente tue, e con la quale poterti quindi relazionare con l'Altro? Altro, indipendentemente dal modo in cui lo si chiama; che pensi se la guardi da questa prospettiva, svincolata dalle due denominazioni più ufficiali? Prova a porti questa domanda.
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Noto solo ora che vengo chiamato in causa da Gieko e Rosa, innanzitutto vi ringrazio, è un momento un po' sovraccarico (lo dico anche a Rosa, con cui ho in sospeso un pm) ed ho poco tempo, ma appena posso cercherò di rispondere, anche perchè i dubbi di Ama sono davvero interessanti e toccano il cuore della nostra formazione... :approved:
A presto,
ikaro