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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
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willy61
Curumullo, non riesco a comprendere come la dimensione psichica possa venire eliminata dalle considerazioni su un qualsiasi aspetto dell'esistenza umana. Sarà un limite mio, ma ho avuto modo di osservare che la mente di una persona cambia se gli tagliano una gamba, anche se la gamba non ha un ruolo nel pensiero e nella formazione della personalità.
Quindi, affermare, come fai tu, che l'autismo è una malattia neurologica, intendendo con questo che la condizione autistica non comporta nulla a livello di formazione ed espressione degli stati mentali, delle strutture psichiche, della personalità o del carattere (termini diversi ma, entro certi limiti, simili tra di loro e in parte sovrapponibili), mi pare più un desiderata che altro.
Cosa impedisce di utilizzare la congiunzione "e", invece della disgiunzione "o", e provare ad immaginare che ogni stato fisico (e quindi ogni stato neurologico, ma non solo) implichi uno stato mentale, psichico, corrispondente?
Buona vita
Guglielmo
Il tuo discorso lo comprendo e lo condivido totalmente ma qui è fuori luogo.
Seguimi un attimo. L'autismo, mi sembra che siamo d'accordo, è una condizione neurologica. Questa condizione neurologica, facciamo per dire, comporta l'incapacità di comprendere gli stati mentali altrui. Questo è il suo corrispettivo a livello psicologico. Quindi fin qui sono d'accordo con te quando dici che ogni stato neurologico ha un corrispettivo psicologico.
E sono ben disposto anche a spingermi oltre dicendo che la condizione autistica e le particolarità cognitive che comporta hanno un impatto enorme sul processo di sviluppo della personalità. Quindi potremo trovare fra gli autistici maggiore omogeneità nei tratti di personalità presentati rispetto alla popolazione generale. Così come, ad esempio, ci aspettiamo di trovare sovrarappresentate le personalità dipendenti nella popolazione dei disabili fisici o nelle altre disabilità intellettive.
Ma tutto questo non fa dell'autismo una psicopatologia o un disturbo di personalità (come non è una psicopatologia essere senza una gamba)
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gieko
Eretica rispetto a chi, a che cosa? Alla tua non meglio giustificata posizione che non contempla il banale fatto che un qualsiasi tipo di organizzazione del soggetto, poniamo nel caso di natura complessa come l'autismo, non impatti con l'ambiente famigliare e non comporti scambi tali da strutturare la personalità in un certo modo?
A questo punto credo di avervi frainteso, pensavo steste sostenendo che l'autismo era una psicopatologia e che l'ambiente relazionale ne fosse una determinate.
Citazione:
Posto che sembra che tu dia una lettura tua delle concettualizzazioni psicoanalitiche in materia di autismo (peraltro non esplicitando quale e in base a quali fonti), Diego Napolitani, a sentire te, è un poveretto che ha preso una cantonata grossa come una casa. Meno male che è il "più grande psicologo e psicoanalista italiano".
Sono sicuro che la maggior parte degli autori psicoanalitici hanno abbandonato queste posizioni. Potrei citare giusto dei lacaniani che lavorano nel triveneto e te (ma neanche te visto che mi sembra di averti frainteso).
Napolitani utilizza l'autismo come concetto nella sua geniale teoria ma non si interessa di disabilità intellettive.
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Citazione:
Sono sicuro che la maggior parte degli autori psicoanalitici hanno abbandonato queste posizioni. Potrei citare giusto dei lacaniani che lavorano nel triveneto e te (ma neanche te visto che mi sembra di averti frainteso).
Beh, potresti citare anche me, anche se non sono nel triveneto. I lacaniani che citi, comunque, si riferiscono ad un lavoro clinico più che trentennale, forse ne sanno qualcosa...
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Originalmente inviato da
gieko
Poggia su elementi più complessi e comprensivi, come, appunto, la struttura di personalità, il funzionamento intra ed interpsichico del soggetto, sul suo modo di essere che diviene per il soggetto stesso problematico. Il perchè è presto detto: questa operazione serve ad avere indicazioni, ipotesi per orientare l'intervento clinico e produrre processi di cambiamento strutturali e quindi interni, andando quindi "al di là" dell'adattamento, che è sempre un fenomeno esterno (mi adatto a qualcuno, qualcosa).
Io però fatico a comprendere in base a cosa si possa decidere di produrre processi di cambiamento strutturali e quindi interni, se non "al di qua" di problematiche di adattamento.
Voglio dire: a partire da cosa, se non da problemi nel modo in cui una persona gestisce i suoi rapporti col mondo esterno (materiale, sociale, psicologico), si può cogliere il bisogno di costui di un intervento? Quali criteri adotta la psicoanalisi per dire che una persona ha un problema e quindi intervenire sulla sua struttura di personalità per aiutarla?
E poi un'altra cosa. Il ragionamento che fai mi sembra sottenda un assunto che ritengo opinabile, ovvero che un fenomeno esterno (mi adatto a qualcuno, qualcosa) sia meno importante, meno decisivo, meno stabile, in qualche modo meno degno, di un fenomeno interno. Io non vedo nell'adattamento una modalità passiva di cambiamento in funzione di pressioni esterne, ma anche un'opportunità di cambiare le condizioni esterne a partire dalle proprie modalità interne. C'è un'interazione circolare tra le due cose, e le due sfere, interna ed esterna, mi pare possano avere pari rango.
Non trovi che l'idea di produrre cambiamenti strutturali interni fa pensare ad una certa rigidità del modo di concepire la mente ed il comportamento? Come dire: favorisco in te un cambiamento strutturale e abbiamo risolto tutti i tuoi problemi. Invece, forse, il campo di esperienza continua a modificare le dinamiche psichiche, eludendo questa pretesa di risoluzione strutturale.
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ikaro78
Beh, potresti citare anche me, anche se non sono nel triveneto. I lacaniani che citi, comunque, si riferiscono ad un lavoro clinico più che trentennale, forse ne sanno qualcosa...
Sicuramente ne sanno qualcosa ma non è quello che sanno la maggior parte delle persone che si occupano di autismo.
Non fraintendermi io rispetto queste persone e il loro lavoro ma se vuoi sostenere la tua posizione non basta che ti rifai al principio di autorità.
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Citazione:
Sicuramente ne sanno qualcosa ma non è quello che sanno la maggior parte delle persone che si occupano di autismo.
Uno di loro ha scritto recentemente un saggio nel 2006 (M. Egge, La cura del bambino autistico), il primo capitolo esplora le principali teorie sull'autismo e relativi approcci terapeutici, quindi lo sanno...
Citazione:
ma se vuoi sostenere la tua posizione non basta che ti rifai al principio di autorità.
Ok, vale anche per te!
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ikaro78
Uno di loro ha scritto recentemente un saggio nel 2006 (M. Egge, La cura del bambino autistico), il primo capitolo esplora le principali teorie sull'autismo e relativi approcci terapeutici, quindi lo sanno...
Ok, vale anche per te!
Non capisco cosa sanno cmq.
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ariatsch
Io però fatico a comprendere in base a cosa si possa decidere di produrre processi di cambiamento strutturali e quindi interni, se non "al di qua" di problematiche di adattamento.
Voglio dire: a partire da cosa, se non da problemi nel modo in cui una persona gestisce i suoi rapporti col mondo esterno (materiale, sociale, psicologico), si può cogliere il bisogno di costui di un intervento? Quali criteri adotta la psicoanalisi per dire che una persona ha un problema e quindi intervenire sulla sua struttura di personalità per aiutarla?
Fai domande molto ampie per le quali sarebbe forse necessario aprire un thread a parte. In estrema sintesi, è il paziente a decidere l'intervento ed il terapeuta ad applicare un modello di comprensione e cura del problema. Il modello psicoanalitico prevede che l'intervento debba operare necessariamente a livello strutturale perchè è nell'organizzazione soggettuale di base che sorge l'aspetto problematico per il paziente, segnalato dal sintomo (che è un epifenomeno, quindi, di "modi di essere al mondo" che generano sofferenza). Il paziente, assieme ai problemi "esterni" porta sin dal primo colloquio anche i propri aspetti strutturali, coglibili negli aspetti "indiretti" del relazionarsi con l'analista, quindi nel tono emotivo, nel linguaggio non verbale, nella prossemica, nelle particolarità del discorso, nella modalità di descrivere la storia, i sintomi, nell'apporccio con la terapia ed il terapeuta.
Il piano strutturale è sempre presente, insomma, il problema è avere gli strumenti adeguati per poterlo considerare ed utilizzare.
Citazione:
Originalmente inviato da
ariatsch
E poi un'altra cosa. Il ragionamento che fai mi sembra sottenda un assunto che ritengo opinabile, ovvero che un fenomeno esterno (mi adatto a qualcuno, qualcosa) sia meno importante, meno decisivo, meno stabile, in qualche modo meno degno, di un fenomeno interno. Io non vedo nell'adattamento una modalità passiva di cambiamento in funzione di pressioni esterne, ma anche un'opportunità di cambiare le condizioni esterne a partire dalle proprie modalità interne. C'è un'interazione circolare tra le due cose, e le due sfere, interna ed esterna, mi pare possano avere pari rango.
Entri nello specifico di questioni epistemologiche e teoriche, su cui abbiamo probabilmente punti di vista differenti. Non ritengo che un fenomeno esterno sia meno importante, ma le moderne visioni dei sistemi complessi, e le le teorie biologiche e matematiche sono curiosamente risonanti con un assunto psicoanalitico che mette al centro la necessità che sia l'organizzazione stessa a dover andare incontro ad un processo di mutamento. Altrimenti i fenomeni esterni impattano su un nucleo (di significati attribuiti alla realtà, di emozioni collegate ad eventi) che è irrigidito e tende ad assimilazione piuttosto che accomodamento, per usare i termini di Piaget. Di conseguenza un intervento strutturale si differenzia proprio perchè incentrato sull'aspetto di maggiore resistenza (ma fonte potenziale di cambiamento, di movimento trasformativo) che è la dimensione dell'organizzazione soggettuale.
Non è sostenibile - e le critiche alla prima cibernetica lo dimostrano bene - che un cambiamento a livello epifenomenico si trasmettano a catena nel sistema, perchè esso, per poter continuare a sussistere è dotato di capacità di resilienza che annullano (assimilano) il cambiamento. Esso deve perciò partire dal sistema stesso.
Concludo dicendo che non è questione di maggiore o minore dignità del interno e dell'esterno, quanto una necessità terapeutica.
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Originalmente inviato da
ariatsch
Non trovi che l'idea di produrre cambiamenti strutturali interni fa pensare ad una certa rigidità del modo di concepire la mente ed il comportamento? Come dire: favorisco in te un cambiamento strutturale e abbiamo risolto tutti i tuoi problemi. Invece, forse, il campo di esperienza continua a modificare le dinamiche psichiche, eludendo questa pretesa di risoluzione strutturale.
Direi che è esattamente il contrario: il cambiamento strutturale implica modifiche sostanziali tali da poter poi permettere un approccio molto più produttivo con l'esperienza dell'ambiente.
Saluti
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
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curumullo
Non capisco cosa sanno cmq.
Curumullo, forse fai prima a dirci perchè ti infastidisce tanto che la psicoanalisi si occupi di autismo, mentre invece sembra che altre forme di psicoterapia siano legittimate a farlo.
A parte che l'autismo è considerato una psicopatologia essendo inserito nel DSM, e che non si tratta di un problema neurologico, ma tutt'al più genetico e multideterminato, non riesco a capire questo astio per il fatto che gli psicoanalisti, facendo il loro mestiere come gli altri psicoterapeuti, lavorino sul versante psichico di questa patologia.
Peraltro l'unico materiale che hai riportato fino ad oggi - di cui peraltro non è chiara la fonte, visto che il link non funziona - è nuovamente relativo a Bettelheim, la cui teoria ampiamente superata dalle concettualizzazioni psicoanalitiche contemporanee.
Meglio non commentare poi la ridicolizzazione di esperienze di lavoro con questa psicopatologia pluridecennali, come se questi professionisti fossero degli emeriti deficienti che vivono fuori dal mondo e non abbiano conosciuto in modo approfondito ciò di cui parlano.
Saluti
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Certo allora anche l'Alzheimer, il disturbo di Rett, le Amnesie sono tutte psicopatologie perchè sono inserite nel DSM.
Io non ho detto che si tratta di un problema neurologico ho detto che si tratta di una condizione neurologica che può essere determinata geneticamente.
La cosa interessante di quello che ho postato è la ricerca che dimostra che non ci sono differenze fra genitori di figli autistici o con ritardo mentale.
A me non dà per nulla fastidio la psicoanalisi che si occupa di autismo (il suo impatto è quasi nullo ormai) siete voi che state continuando a difendere teorie che forse neanche conoscete su argomenti che sicuramente non conoscete con argomenti quasi mai pertinenti dicendo prima una cosa poi un altra e poi una via di mezzo riempendovi la bocca con articoli in inglese che fanno figo ma non avete letto citando nomi a cazzo di autori che non conoscete e chiamando complessità la vostra confusione mentale
avete rovinato questo thread con le vostre cagate quando poteva essere interessante
basta mi sono rotto le palle, ti prego piccinini bannami questa in realtà è un'identità fasulla sono roscellino quello che hai bannato altre tre volte con altre identità
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Faccio io è lo stesso mi auguro
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Originalmente inviato da
curumullo
basta mi sono rotto le palle, ti prego piccinini bannami questa in realtà è un'identità fasulla sono roscellino quello che hai bannato altre tre volte con altre identità
Allora ci avevo beccato. Comunque complimenti, adoro i colpi di teatro...
Scherzi a parte, chiunque tu sia ti faccio notare come sia stato tu a deviare la discussione sull'eziologia dell'autismo, piuttosto che sul problema della diagnosi. Non mi sembra che nessuno di noi, a differenza di te, seppure di orientamento diverso, si sia permesso di esprimere giudizi sul metodo ABA, sulla terapia cognitivo-comportamentale o simili.
Io ho dichiarato fin dall'inizio di non essere un esperto in autismo, ma ritengo di avere qualche conoscenza spendibile in materia e di avere un minimo di lucidità per non dire scemenze. Se poi tu sei chiuso a qualsiasi possibilità di dialogo, nonostante risulti che nel trattamento dell'autismo il modello psicoanalitico si sia aggiornato e trovi utili applicazioni (conoscerai meglio di me Greenspan) e che, quindi, qualche risultato lo dia, è un problema tuo. Forse potresti raccontarci che esperienza hai con l'autismo, che metodo utilizzi, quali sono le criticità ed i vantaggi... Così la discussione potrebbe avere una qualche utilità.
Saluti
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Allora, Gieko. Faccio un'osservazione, un breve riassunto per capire dove siamo arrivati e una proposta.
L'osservazione è la seguente. Non mi sorprende l'idea che un intervento sui sintomi non incida efficacemente sul sistema interno, se si considerano i primi "epifenomeni" e il secondo qualcosa di più obiettivabile, con maggior valenza sostanziale, in qualche modo più reale. Ma questa considerazione mi sembra più la conseguenza di una premessa teorica (quella psicoanalitica), che non una evidenza empirica condivisibile. Mi potresti rispondere che anche pensare l'esatto opposto, cioè che i sintomi siano elementi reali e dotati di qualità obiettivabili, mentre il sistema interno un mero epifenomeno, è sostenibile solo se si accettano precise premesse teoriche (quelle del comportamentismo degli anni '50, che parlava della black box). Io non credo nella seconda ipotesi, ma, francamente, nemmeno nella prima. Il sospetto è che tutto questo rischi di diventare grandiosamente tautologico, se fermo ad una dimensione teorica e concettuale e non espliciti gli "strumenti adeguati per poterlo considerare ed utilizzare". Cioè, se tutti questi discorsi non vengono affrontati su un piano squisitamente applicativo, quindi pragmatico. Il limite del tuo modo di procedere mi pare proprio questo.
Passo al riassunto.
Ho posto il problema di come si concilia il postulato della permanenza della diagnosi di autismo, basata fondamentalmente su una raccolta di sintomi comportamentali, con la possibilità di estinzione di tali sintomi in base ad un positivo corso di sviluppo (circostanza comunque tutt'altro che frequente). Il problema, da te efficacemente titolato, della diagnosi sintomatica.
Dal tuo punto di vista, questo problema dimostra una volta di più la fallacia di tale percorso diagnostico, perché esso poggia su una raccolta di epifenomeni, per definizione variabili e accessori. Dunque, proponi il ricorso ad una impostazione che indaghi direttamente gli attributi strutturali dell'organizzazione della vita psichica, al fine di modificarli per scopi terapeutici.
Da come proponi la cosa, io rilevo una lacuna, ovvero una scarsa chiarezza su come, da tali rigorose premesse, derivi una efficace pratica terapeutica.
Quindi, propongo la seguente via d'uscita.
L'autismo è una condizione inquadrabile sia come psicopatologia, sia come disabilità. Io per mia formazione, sono più attento alla seconda delle due chiavi di lettura. E' una mia preferenza del tutto personale, ma mi sento poco psicoterapeuta e molto più psicopedagogista. Ciò che mi preme non è curare, ma educare. Al di la dei gusti personali, per come lo vedo io, le esigenze di un bambino con autismo (che lui lo sappia o meno) sono molto più relative ad apprendere abilità che non impara spontaneamente, che non guarire da patologie.
Perciò, il percorso diagnostico che mi serve non è quello sintomatico (fallace), ne' quello strutturale (poco maneggevole, passami il termine...), bensì quello FUNZIONALE, cioè quel processo di raccolta di dati che mi aiuta a descrivere il funzionamento della persona nelle sue differenti aree di sviluppo e che mi consente di individuare punti di forza e di debolezza, per decidere poi su cosa intervenire per sostenere al meglio il suo percorso di crescita.
I vantaggi, tra i tanti, sono: il ricorso a oggetti di analisi direttamente osservabili, condivisibili (con la famiglia, per esempio) e utilizzabili; la possibilità di rivedere continuamente i termini diagnostici, senza correre il rischio di incappare in fastidiosissimi corto circuiti logici ed epistemologici.
Volevo fa' un riassunto, e invece me sa' che ho scritto un mezzo trattato... oppsss!
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Citazione:
Originalmente inviato da
ariatsch
Ma questa considerazione mi sembra più la conseguenza di una premessa teorica (quella psicoanalitica), che non una evidenza empirica condivisibile. Mi potresti rispondere che anche pensare l'esatto opposto, cioè che i sintomi siano elementi reali e dotati di qualità obiettivabili, mentre il sistema interno un mero epifenomeno, è sostenibile solo se si accettano precise premesse teoriche (quelle del comportamentismo degli anni '50, che parlava della black box). Io non credo nella seconda ipotesi, ma, francamente, nemmeno nella prima. Il sospetto è che tutto questo rischi di diventare grandiosamente tautologico, se fermo ad una dimensione teorica e concettuale e non espliciti gli "strumenti adeguati per poterlo considerare ed utilizzare". Cioè, se tutti questi discorsi non vengono affrontati su un piano squisitamente applicativo, quindi pragmatico. Il limite del tuo modo di procedere mi pare proprio questo.
(...)
Da come proponi la cosa, io rilevo una lacuna, ovvero una scarsa chiarezza su come, da tali rigorose premesse, derivi una efficace pratica terapeutica.
Le evidenze delle intuizioni psicoanalitiche, come dicevo sopra, ci sono e provengono da vertici scientifici che non sono "inquinati" dalla teoria psicoanalitica. Quindi è interessante notare come in biologia siano state sviluppate teorie che sottolineano caratteristiche di resilienza delle strutture basiche degli esseri viventi (Von Bertalanffy), le tendenze all'autopoiesi (Maturana, Varela), o, se guardiamo alla matematica, la nozione di "attrattore" dei sistemi complessi (Thelen, Smith) e della teoria del caos (Prigogine) o la teoria dei frattali (Mandelbrot). Quanto alle conseguenze applicative esse sono sviluppate, nella clinica, dalla metodologia psicoanalitica su cui non è qui il caso di soffermarsi. Non fatico a credere che sia difficoltoso pensare in termini di efficacia quando si è abituati a considerare solo unicamente il cambiamento sintomatico, mentre le trasformazioni strutturali sono molto più complicate da cogliere e necessitano di un approccio allo studio differente (studi sul processo vs. outcome)
Citazione:
Originalmente inviato da
ariatsch
le esigenze di un bambino con autismo (che lui lo sappia o meno) sono molto più relative ad apprendere abilità che non impara spontaneamente, che non guarire da patologie.
Perciò, il percorso diagnostico che mi serve non è quello sintomatico (fallace), ne' quello strutturale (poco maneggevole, passami il termine...), bensì quello FUNZIONALE, cioè quel processo di raccolta di dati che mi aiuta a descrivere il funzionamento della persona nelle sue differenti aree di sviluppo e che mi consente di individuare punti di forza e di debolezza, per decidere poi su cosa intervenire per sostenere al meglio il suo percorso di crescita.
I vantaggi, tra i tanti, sono: il ricorso a oggetti di analisi direttamente osservabili, condivisibili (con la famiglia, per esempio) e utilizzabili; la possibilità di rivedere continuamente i termini diagnostici, senza correre il rischio di incappare in fastidiosissimi corto circuiti logici ed epistemologici.
Per come la presenti, questa "alternativa" non mi sembra dissimile dal cambiamento sintomale e dall'adattamento che mirano proprio alla funzionalità. Non sostengo certo che siano aspetti da trascurare, ma, come giustamente affermi, siamo su un piano educativo. Che, a mio parere, non esclude che un bambino autistico possa avere bisogno di effettuare anche un lavoro strutturale, quindi su un fronte differente. Capisco che possa essere percepito come "meno maneggievole" perchè molto più lento, incerto e meno "evidente" (anche se questo dipende dai punti di vista). Tuttavia arrendersi ai soli bisogni di "velocità" e "conseguimento di risultati" (deformazione tipicamente occidentale) mi sembra limitante. Ed incappare nelle difficoltà, se si è preparati e motivati, anzichè essere "fastidiosissimo" può comportare enormi risultati.
Un saluto
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Dai ragazzi mi dispiace di essermela presa in questo modo. Non penso veramente quello che ho detto.
Cmq io non sto esprimendo giudizi sulla psicoanalisi che pratico con successo ed evidenti risultati su me stesso, sto solo dicendo che l'autismo non è una psicopatologia e sono sicuro che la tua sensibilità di clinico, gieko, sarà dello stesso parere quando ti capiterà di incrociarne uno.
Detto questo vi saluto.
A scelta una liberamente card o un abbonamento ad un sito porno per chi indovina il mio prossimo nick.
Indizio, non finisce nè con ollo nè con ullo.
A presto
Roscellino
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Prima che ti bannino di nuovo ci tenevo a dirti che sono anche io sicuro che non te la prenderai più di tanto se continuerò a ritenere che la psicoanalisi serva anche con i bambini autistici, almeno per gli aspetti che le competono (la vita psichica). Se stai portando avanti un'analisi con successo senz'altro capirai che può essere così anche con patologie più gravi, seppur in condizioni e con risultati diversi. D'altronde l'articolo che hai postato mostra pittosto bene come, a tutt'oggi, non ci siano trattamenti (psicoterapici, psicoeducazionali, farmacologici) che non soffrano qualche limite con questa difficile forma di sofferenza.
Saluti, e chissà sotto quali altre mentite spoglie ti presenterai.
PS: Ma giocando al lotto le date nascita fasulle che inserisci nei tuoi diversi profili, si può vincere qualcosa?
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
ho sentito parlare molto ultimamente delle presunte basi biologiche dell'autismo. pare che ci siano degli studi che dimostrano in maniera convincente una forte componente biologica nell'autismo.
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Sì, e tutti gli studi autorevoli sono d'accordo nel ritenere l'eziologia dell'autismo estremamente complessa e, alla luce delle conoscenze attuali, ancora oscura.
Ad ogni modo, se le basi biologiche sono confermate, ciò non significa che non vi sia un funzionamento psichico autistico su cui è possibile intervenire psicoterapicamente.
Mi sembra che si presenti troppo spesso l'equazione biologico=immutabile, che non tiene conto della moderna biologia e genetica che hanno rimesso in discussione questa presunta "fissità".
Saluti
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Gieko, hai esperienza diretta di interventi di psicoterapia con soggetti autistici?
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Circa il fatto che l'autismo sia originato da fattori biologici, ovvero che l'individuo nasca autistico, non sembrano esserci più ragionevoli dubbi.
La ricerca attuale mira all'identificazione dei fattori genetici coinvolti e di geni implicati ne sono stati trovati già una certa quantità. Naturalmente, non esiste IL GENE dell'autismo, come scrivono di tanto in tanto i giornali.
E' poi condivisibile quello che dice Gieko, almeno nella misura in cui origine biologica non significa immutabilità. Anzi, i fenotipi comportamentali dell'autismo sono molto differenti tra loro proprio perché determinati da fattori multipli, prevalentemente evolutivi ed ambientali, che agiscono secondo percorsi variabili. E ciò è di grande importanza per l'individuazione dei percorsi di intervento abilitativo.
La frontiera della ricerca forse attualmente più interessante, dal punto di vista dei correlati neuroanatomici, è quella dei neuroni specchio. In particolare segnalo il seguente studio di
Dapretto et al.(2006) Understanding emotions in others: mirror neuron dysfunction in children with autism spectrum disorders
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
E' un articolo molto recente e non ho ancora il permesso di accesso al fulltext. Quindi vi posto solamente l'abstract. Ovviamente, se qualcuno lo trova e lo può leggere, gli chiedo la cortesia di averne una copia.
Secondo me, per la discussione in corso potrebbe essere interessante.
Table hockey: attack or linking? Psychoanalytic psychotherapy with an autistic boy.
By: Nilsson, May.
Journal of Child Psychotherapy, Aug2009, Vol. 35 Issue 2, p131-141,
11p, 3 color
Abstract: This paper explores some issues that might arise when one considers having a table hockey game in the therapy room, and describes how an autistic boy, aged four-and-a-half when starting treatment, used that game. The unfolding process from withdrawal to separateness, intersubjectivity and playfulness is illustrated by the progress of two years of twice-weekly psychoanalytic psychotherapy. Special attention is paid to how the play progressed through the intermediate area that the therapist provided. [ABSTRACT FROM AUTHOR] DOI: 10.1080/00754170902996056 (AN 42120542)
Database: Psychology and Behavioral Sciences Collection
buona vita
Guglielmo
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Faccio un salto indietro e torno al quesito iniziale, relativo alla diagnosi sintomatica.
Non che la discussione su diagnosi funzionale vs diagnosi strutturale di personalità non fosse interessante, ma, da come affrontata, mi pare giunta ad un punto di irriducibilità concettuale, in cui i termini rispettivi diventano difficilmente confrontabili.
Per comprendere meglio il rapporto tra permanenza della diagnosi e possibile estinzione dei sintomi comportamentali, faccio alcuni richiami che mi sembrano importanti. Vado per punti:
1- L'autismo, secondo il DSM-IV, si pone come diagnosi entro il 3° anno di vita. Parliamo perciò di bambini molto piccoli;
2- Nei fatti, diagnosi così precoci sono molto recenti (in Italia, diciamo degli ultimi 8-10 anni), frutto della diffusione di strumenti quali la CHAT di Baron-Cohen e l'ADOS-Toddlers di Sally Rogers;
3- Ciò significa che gli attuali adolescenti ed adulti con diagnosi di autismo sono stati individuati e presi in trattamento "dopo" il 3° anno di vita e presentano caratteristiche che, nella loro variabilità, si possono ipotizzare più marcate sotto il profilo sintomatologico di quelle che avranno adolescenti e adulti di domani, individuati e presi in trattamento in modo precoce;
4- In ogni caso, pochi clinici pongono una diagnosi certa di autismo in un bambino di 2 anni e mezzo. Normalmente, si parla di "sospetto autismo". Ciò per ovvi motivi. Il ritmo di crescita di un bambino di tale età è particolarmente elevato e le direzioni che può prendere lo sviluppo non sono rigorosamente prevedibili. Soprattutto se, come risultato di un efficace trattamento, tale sviluppo tende a tornare su binari di normalità;
5- Da questo punto di vista, una conseguenza ricade allora sull'idea della remissione dei sintomi. Se è vero quanto detto, più che remissione dei sintomi, si potrebbe parlare di assenza di sintomi. In altre parole, un efficace intervento precoce in un bambino con sospetto autismo, potrebbe comportare un recupero tale da non consentire ai sintomi di maturare. Da ciò, l'assenza della diagnosi di autismo.
Un bel casino eh?...
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Citazione:
Originalmente inviato da
dueparole
Gieko, hai esperienza diretta di interventi di psicoterapia con soggetti autistici?
Come ho già scritto all'inizio della discussione, non mi occupo di questo tipo di problematica. Spero non rappresenti un problema.
Saluti
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Citazione:
Originalmente inviato da
ariatsch
Faccio un salto indietro e torno al quesito iniziale, relativo alla diagnosi sintomatica.
Non che la discussione su diagnosi funzionale vs diagnosi strutturale di personalità non fosse interessante, ma, da come affrontata, mi pare giunta ad un punto di irriducibilità concettuale, in cui i termini rispettivi diventano difficilmente confrontabili.
Per comprendere meglio il rapporto tra permanenza della diagnosi e possibile estinzione dei sintomi comportamentali, faccio alcuni richiami che mi sembrano importanti. Vado per punti:
1- L'autismo, secondo il DSM-IV, si pone come diagnosi entro il 3° anno di vita. Parliamo perciò di bambini molto piccoli;
2- Nei fatti, diagnosi così precoci sono molto recenti (in Italia, diciamo degli ultimi 8-10 anni), frutto della diffusione di strumenti quali la CHAT di Baron-Cohen e l'ADOS-Toddlers di Sally Rogers;
3- Ciò significa che gli attuali adolescenti ed adulti con diagnosi di autismo sono stati individuati e presi in trattamento "dopo" il 3° anno di vita e presentano caratteristiche che, nella loro variabilità, si possono ipotizzare più marcate sotto il profilo sintomatologico di quelle che avranno adolescenti e adulti di domani, individuati e presi in trattamento in modo precoce;
4- In ogni caso, pochi clinici pongono una diagnosi certa di autismo in un bambino di 2 anni e mezzo. Normalmente, si parla di "sospetto autismo". Ciò per ovvi motivi. Il ritmo di crescita di un bambino di tale età è particolarmente elevato e le direzioni che può prendere lo sviluppo non sono rigorosamente prevedibili. Soprattutto se, come risultato di un efficace trattamento, tale sviluppo tende a tornare su binari di normalità;
5- Da questo punto di vista, una conseguenza
ricade allora sull'idea della remissione dei sintomi. Se è vero quanto detto, più che remissione dei sintomi, si potrebbe parlare di assenza di sintomi. In altre parole, un efficace intervento precoce in un bambino con sospetto autismo, potrebbe comportare un recupero tale da non consentire ai sintomi di maturare. Da ciò, l'assenza della diagnosi di autismo.
Un bel casino eh?...
Se stiamo sulla diagnosi sintomatica sì, è un bel casino. Ma mi sembra che anche tu concordavi sul fatto che al di là dei sintomi ci siano delle particolarità cognitive che nessun trattamento (neanche psicoanalitico) può modificare.
Anche se con un trattamento precoce intensivo ed efficacie riesci a adattare la persona a fargli acquisire tutta una serie di abilità cmq rimane autistico. Non calzerà nel dsm ma, voglio dire, "lo vedi" che è autistico.
Così quando si legge che il trattamento guarisce l'autismo io ci vedo malafede nel senso che stanno giocando o sul fatto che la diagnosi sintomatica non calza più o sul fatto che la diagnosi era in partenza sbagliata.
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Citazione:
Originalmente inviato da
parapollo
Se stiamo sulla diagnosi sintomatica sì, è un bel casino. Ma mi sembra che anche tu concordavi sul fatto che al di là dei sintomi ci siano delle particolarità cognitive che nessun trattamento (neanche psicoanalitico) può modificare.
Anche se con un trattamento precoce intensivo ed efficacie riesci a adattare la persona a fargli acquisire tutta una serie di abilità cmq rimane autistico. Non calzerà nel dsm ma, voglio dire, "lo vedi" che è autistico.
Così quando si legge che il trattamento guarisce l'autismo io ci vedo malafede nel senso che stanno giocando o sul fatto che la diagnosi sintomatica non calza più o sul fatto che la diagnosi era in partenza sbagliata.
Io invito a prendere decisamente le distanze da chiunque dichiari di poter guarire l'autismo. Per quanto mi riguarda, costui andrebbe perseguito penalmente, per frode o millantato credito.
In breve: NON ESISTE UNA CURA PER L'AUTISMO PERCHE' L'AUTISMO NON E' UNA MALATTIA!
Detto ciò, io sono convinto che la migliore chiave di lettura al problema è quella adattiva.
Mi spiego.
Una persona viene definita autistica perché esprime determinati attributi di funzionamento. Alcuni possono essere presi come peculiarità o preferenze cognitive (l'attitudine per gli aspetti visivi e iconici delle rappresentazioni, ad esempio); altri come veri e propri deficit (vedi le difficoltà di lettura degli stati intenzionali). Tutti questi vengono a definire la sindrome nel suo insieme: possono evolvere, ma, qualitativamente, restano per tutta la vita, da cui il postulato della permanenza diagnostica.
La misura in cui essi compromettono il funzionamento o creano limiti e problemi è variabilissimo, e questa misura in gran parte dipende dalla precocità o dalla tardività di un intervento efficace.
Se un individuo ha sviluppato buone capacità di compensazione e di autocontrollo, continuerà ad avere peculiarità percettive, resterà in difficoltà nella lettura intuitiva degli stati intenzionali, ma avrà di sicuro molti meno problemi.
Questo individuo autistico, allora, non solo non sarà un disabile, ma non avrà nemmeno alcuna psicopatologia. Pur soddisfacendo i ben noti criteri del DSM-IV.
In questo modo il problema non si pone più su un terreno clinico, bensì su un piano di inserimento sociale. Ovvero, quante possibilità avrà questo bizzarro individuo di poter vivere un'esistenza pacifica in un contesto popolato da altri individui, che leggono perfettamente gli stati intenzionali (e, spesso, ne approfittano) e magari esaminano il mondo in modo proposizionale invece che figurativo?
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Pensando e ripensando... sono giunto alla seguente storica conclusione!:yahoo:
Una diagnosi certa di autismo è e rimane definitiva. I sintomi, per definizione, non scompaiono.
Un individuo ben adattato continua a mostrare peculiarità e ad avere vulnerabilità come diretta conseguenza del fatto che è autistico. D'altro canto, il test sintomatologico per eccellenza (ADOS) riesce a scovare i sintomi anche in soggetti all'apparenza e nei fatti molto ben adattati, proprio perché stressa il soggetto sul piano delle richieste sociali, dove queste persone, tipicamente, cadono.
Ne consegue che l'unica possibilità di remissione dei sintomi deve implicare un errore diagnostico, ovvero un falso positivo: una persona descritta come autistica, quando in relatà non lo è.
In ogni caso, si tratta di una conclusione provvisoria e passibile di modifiche...:mumble:
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Un po' rischioso far dipendere la malattia dai criteri diagnostici adottati. Questa è l'impostazione del DSM ma i limiti mi sembrano evidenti.
E poi perchè l'unica possibilità di remissione dei sintomi deve implicare un "falso positivo"? Non è possibile che possano esserci dei miglioramenti significativi (almeno in situazioni meno marcate)?
Saluti
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Originalmente inviato da
gieko
Un po' rischioso far dipendere la malattia dai criteri diagnostici adottati. Questa è l'impostazione del DSM ma i limiti mi sembrano evidenti.
E poi perchè l'unica possibilità di remissione dei sintomi deve implicare un "falso positivo"? Non è possibile che possano esserci dei miglioramenti significativi (almeno in situazioni meno marcate)?
Saluti
La malattia in sé non dipende certo dai criteri diagnostici, nel senso che si presenta a prescindere. Ma come facciamo noi ad individuare e descrivere una malattia, se non da una raccolta di segni osservabili che, generalmente, vengono chiamati sintomi?
Posto che, ripeto, non considero l'autismo una malattia, ne' più, ne' meno di come non considero malato un individuo nato sordo, o cieco.
Circa la seconda osservazione, è certamente possibile avere miglioramenti significativi (è la ragione del quesito iniziale), ma, a questo punto, credo che dobbiamo deciderci su un punto. O parliamo di sintomi e allora accettiamo in toto il concetto, come proposto dal DSM-IV (con la proprietà della permanenza); oppure facciamo riferimento ad altro. La diagnosi funzionale non si riferisce a sintomi e, se ho capito bene, nemmeno quella da te proposta rispetto alla struttura di personalità.
Nel primo caso, allora, l'aspetto qualitativo della sintomatologia è e resta permanente. Quello che può cambiare, come miglioramento significativo, è l'impatto di tali sintomi sul funzionamento generale della persona (ciò che io intendo come adattamento), più o meno invalidante.
La contraddizione intrinseca al DSM-IV è che i sintomi descrivono per definizione una malattia, ma un soggetto autistico può continuare ad avere i sintomi pur non avendo alcuna malattia.
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Questa accezione della diagnostica rimanda ad un procedimento top-down, ovvero alla corrispondenza tra determinati criteri osservabili (e qui ci sarebbe tutto un capitolo da aprire, perchè è noto che diversi osservatori vedono cose differenti...) e problematiche portate dal soggetto. Per questo motivo dico che è un modo di fare diagnosi calato dall'alto.
Sarebbe invece interessante applicare una diagnosi di tipo bottom-up, che parte da ciò che il soggetto porta per giungere ad un astrazione sempre e necessariamente imprecisa. Una diagnosi idiografica, insomma...
Saluti
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Originalmente inviato da
gieko
Sarebbe invece interessante applicare una diagnosi di tipo bottom-up, che parte da ciò che il soggetto porta per giungere ad un astrazione sempre e necessariamente imprecisa. Una diagnosi idiografica, insomma...
Saluti
Devi spiegare cosa intendi quando dici "ciò che il soggetto porta". Posta così, in generale, il soggetto porta anche i suoi comportamenti sintomatici. Se ti riferisci a quello che la persona riferisce su sé stessa, i soggetti autistici non dispongono di grandi risorse di autoconsapevolezza. Quel che rimane è frutto dell'esame clinico (in primis osservazione del comportamento, ma anche colloquio).
D'accordissimo sul fatto che l'approccio deve essere idiografico. La diagnosi sintomatica in realtà è nomotetica. Per questo, personalmente, ci faccio poco in sede di definizione dell'intervento.
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Ciò che il soggetto porta è se stesso, e non c'è bisogno che sia dotato di chissà quale autoconsapevolezza. Può anche non dire alcunchè, porterà comunque la sua modalità di essere-con-gli-altri. Quindi anche piccoli gesti, posture, frasi, etc. etc. possono essere molto più significativi dei sintomi in sè.
Saluti
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Originalmente inviato da
gieko
Ciò che il soggetto porta è se stesso, e non c'è bisogno che sia dotato di chissà quale autoconsapevolezza. Può anche non dire alcunchè, porterà comunque la sua modalità di essere-con-gli-altri. Quindi anche piccoli gesti, posture, frasi, etc. etc. possono essere molto più significativi dei sintomi in sè.
Saluti
Ciao gieko (e anche a tutti gli altri!). Scusate se mi intrometto in questo discorso, ma sono nuovo:D. Ho letto tutto il thread ma, forse, un po' frettolosamente e dunque chiedo venia se eventuali osservazioni/domande parranno ridondanti.
Io non ho una formazione psicodinamica molto robusta, però mi affascina l'idea di cercare di creare una "interfaccia" con l'esperienza soggettiva altrui. Questo di certo non - per lo meno al momento - possibile tramite metodi rigorosamente scientifici, a mio avviso. Detto ciò, ti chiedo: come attribuire un "significato" a ciò che "il soggetto porta"? Come si può fare a dare un senso ai suoi "comportamenti", a comprenderne le determinanti psicologiche? Probabilmente si tratta di una domanda ingenua ma, per me, rappresenta un notevole enigma :D
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Barbacarlo84
Io non ho una formazione psicodinamica molto robusta, però mi affascina l'idea di cercare di creare una "interfaccia" con l'esperienza soggettiva altrui. Questo di certo non - per lo meno al momento - possibile tramite metodi rigorosamente scientifici, a mio avviso.
Dipende sempre da ciò che si intende per "rigorosamente scientifico": se si pensa a termini come oggettivabile, standardizzabile e simili allora credo che nè oggi nè mai si potrà anche solo tentare di considerare il processo di condivisione dell'esperienza soggettiva (e quindi unica e non replicabile) da un punto di vista scientifico. Ma un approccio così marcatamente positivistico sembra trovare sempre meno spazio, fortunatamente. Ed in questo senso anche il setting della stanza d'analisi può divenire un metodo rigorosamente scientifico, immancabilmente soggettivo e irripetibile.
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Originalmente inviato da
Barbacarlo84
Detto ciò, ti chiedo: come attribuire un "significato" a ciò che "il soggetto porta"? Come si può fare a dare un senso ai suoi "comportamenti", a comprenderne le determinanti psicologiche? Probabilmente si tratta di una domanda ingenua ma, per me, rappresenta un notevole enigma :D
Non è una domanda ingenua ed è una difficoltà per tutti. Anzitutto ritengo fondamentale il training personale, grazie al quale ci si può calare nei propri significati e vivere l'incontro tra soggettività che si produce nella situazione transferale, sperimentandone anche gli aspetti trasformativi. Si tratta in altre parole della capacità dell'analista di immergersi nel campo emotivo inconscio che costruisce col paziente per poi emergerne continuamente (producendo interpretazioni), ascoltando e misurando le variazioni dello stesso per il paziente e per sè.
Saluti
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Originalmente inviato da gieko
Dipende sempre da ciò che si intende per "rigorosamente scientifico": se si pensa a termini come oggettivabile, standardizzabile e simili allora credo che nè oggi nè mai si potrà anche solo tentare di considerare il processo di condivisione dell'esperienza soggettiva (e quindi unica e non replicabile) da un punto di vista scientifico. Ma un approccio così marcatamente positivistico sembra trovare sempre meno spazio, fortunatamente. Ed in questo senso anche il setting della stanza d'analisi può divenire un metodo rigorosamente scientifico, immancabilmente soggettivo e irripetibile.
Questo è un punto particolarmente interessante. Per esempio, secondo alcuni autori sarebbe possibile, in linea del tutto teorica, osservare in modo letteralmente scientifico l'esperienza soggettiva altrui: mi riferisco, per esempio, alla teoria del campo mentale cosciente formulata di Libet ed alla teoria della mente estesa di Manzotti e Tagliasco, che probabilmente conosci. Secondo te tali teorie sono poco plausibili? E' pur vero, dopotutto, che questo genere di teorie non fanno riferimento solamente alle conoscenze scientifiche che si possiedono ora, ma postulano la necessità di un radicale "cambiamento di paradigma" (soprattutto la teoria di Libet, da quel che ho capito).
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Originalmente inviato da gieko
Non è una domanda ingenua ed è una difficoltà per tutti. Anzitutto ritengo fondamentale il training personale, grazie al quale ci si può calare nei propri significati e vivere l'incontro tra soggettività che si produce nella situazione transferale, sperimentandone anche gli aspetti trasformativi. Si tratta in altre parole della capacità dell'analista di immergersi nel campo emotivo inconscio che costruisce col paziente per poi emergerne continuamente (producendo interpretazioni), ascoltando e misurando le variazioni dello stesso per il paziente e per sè.
Saluti
Ma dunque l'analista deve immergersi "solamente" nel campo emotivo inconscio per poi elaborare delle interpretazioni tramite il suo personale sistema conscio, oppure deve aiutare il paziente a fare in modo che ciò che è inconscio diventi per lui conscio? Oppure entrambe le cose?
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Originalmente inviato da
Barbacarlo84
Questo è un punto particolarmente interessante. Per esempio, secondo alcuni autori sarebbe possibile, in linea del tutto teorica, osservare in modo letteralmente scientifico l'esperienza soggettiva altrui: mi riferisco, per esempio, alla teoria del campo mentale cosciente formulata di Libet ed alla teoria della mente estesa di Manzotti e Tagliasco, che probabilmente conosci. Secondo te tali teorie sono poco plausibili? E' pur vero, dopotutto, che questo genere di teorie non fanno riferimento solamente alle conoscenze scientifiche che si possiedono ora, ma postulano la necessità di un radicale "cambiamento di paradigma" (soprattutto la teoria di Libet, da quel che ho capito).
Non conosco questi autori ma, da quello che vedo, si occupano di aspetti coscienti e discreti come l'azione e la volontà e quindi ritengo siano piuttosto distanti dal campo di osservazione della psicoanalisi che è la struttura identitaria e l'inconscio.
Non saprei dire nulla delle loro teorie, che, se desideri, potresti esporre sinteticamente (magari anche via pm, visto che non sono attinenti alla discussione sull'autismo). Riguardo al "cambio di paradigma" a cosa ci si riferisci? All'adozione di un'epistemologia differente? Se sì, di che tipo?
Citazione:
Originalmente inviato da
Barbacarlo84
Ma dunque l'analista deve immergersi "solamente" nel campo emotivo inconscio per poi elaborare delle interpretazioni tramite il suo personale sistema conscio, oppure deve aiutare il paziente a fare in modo che ciò che è inconscio diventi per lui conscio? Oppure entrambe le cose?
Direi che il compito fondamentale dell'interpretazione analitica è rendere evidente la struttura identitaria patogena, sottolinearne la ridondanza e la disfunzionalità e, di conseguenza, perturbarla. Ne segue un processo di riorganizzazione delle strutture soggettuali. Che tutto ciò abbia a che fare con la consapevolezza è solo una conseguenza del processo.
Saluti
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Originalmente inviato da
ariatsch
Pensando e ripensando... sono giunto alla seguente storica conclusione!:yahoo:
Una diagnosi certa di autismo è e rimane definitiva. I sintomi, per definizione, non scompaiono.
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Questo vale anche per gli Asperger e per l'autismo alto funzionamento...un bimbo Down rimane Down tutta la vita
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Originalmente inviato da
LePleiadi
Questo vale anche per gli Asperger e per l'autismo alto funzionamento...un bimbo Down rimane Down tutta la vita
Certo, perché la sindrome di Down è genetica..
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Originalmente inviato da
ariatsch
Io invito a prendere decisamente le distanze da chiunque dichiari di poter guarire l'autismo. Per quanto mi riguarda, costui andrebbe perseguito penalmente, per frode o millantato credito.
In breve: NON ESISTE UNA CURA PER L'AUTISMO PERCHE' L'AUTISMO NON E' UNA MALATTIA!
Detto ciò, io sono convinto che la migliore chiave di lettura al problema è quella adattiva.
Mi spiego.
Una persona viene definita autistica perché esprime determinati attributi di funzionamento. Alcuni possono essere presi come peculiarità o preferenze cognitive (l'attitudine per gli aspetti visivi e iconici delle rappresentazioni, ad esempio); altri come veri e propri deficit (vedi le difficoltà di lettura degli stati intenzionali). Tutti questi vengono a definire la sindrome nel suo insieme: possono evolvere, ma, qualitativamente, restano per tutta la vita, da cui il postulato della permanenza diagnostica.
La misura in cui essi compromettono il funzionamento o creano limiti e problemi è variabilissimo, e questa misura in gran parte dipende dalla precocità o dalla tardività di un intervento efficace.
Se un individuo ha sviluppato buone capacità di compensazione e di autocontrollo, continuerà ad avere peculiarità percettive, resterà in difficoltà nella lettura intuitiva degli stati intenzionali, ma avrà di sicuro molti meno problemi.
Questo individuo autistico, allora, non solo non sarà un disabile, ma non avrà nemmeno alcuna psicopatologia. Pur soddisfacendo i ben noti criteri del DSM-IV.
In questo modo il problema non si pone più su un terreno clinico, bensì su un piano di inserimento sociale. Ovvero, quante possibilità avrà questo bizzarro individuo di poter vivere un'esistenza pacifica in un contesto popolato da altri individui, che leggono perfettamente gli stati intenzionali (e, spesso, ne approfittano) e magari esaminano il mondo in modo proposizionale invece che figurativo?
Quello che citi è l'ormai classica distinzione tra "menomazione" e "disabilità"...
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Riferimento: Autismo e remissione dei sintomi
Ciao a tutti,
io lavoro in una scuola in cui c'è una bambina autistica e il dirigente scolastico mi ha chiesto di organizzare per le insegnanti un seminario sull'autismo in cui vengano illustrati anche gli aspetti "neuropsichiatrici" (testuali parole del dirigente). Ho cercato di spiegare che cos'è l'autismo e quali sono il ruolo e le funzioni dello psicologo scolastico, ma il dirigente insiste sugli aspetti "neuropsichiatrici"!!!