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luigi '84
Ma tutta la psicoanalisi (perlomeno quella che considera ancora l'inconscio) si fonda su una ipotesi dinamico-strutturale. La prima sistemazione è quella di Freud per intenderci. Purtroppo penso che sia molto importante basarsi quanto più possibile su dati empirico-clinici che non epistemologico-speculativi in quanto, ripeto, per una serie di motivi, l'inconscio è una zona liminare anche rispetto alla riflessione scientifico-filosofica. Ma questo è un altro discorso.
Saluti,
Luigi
Io mi riferisco ad uno strutturalismo di tipo costruttivistico. Ma, devo ammettere che trovo difficile poter organizzare una indagine empirica partendo da concetti come inconscio.
Non possiamo non partire comunque da una serie di concetti, formulare ipotesi coerenti, verificarle empiricamente.Passaggi e processi tutt'altro che semplici con la psicologia/psicoterapia.
ciaz.
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neuromancer
Anche perchè, le tematiche personali del terapeuta: non vanno mica scomparendo in terapia personale.
Infatti vanno trasformandosi. Questo è un punto che mi pare sfugga alquanto alla tua visione. Non si tratta di prendere coscienza o di esplicitare. Si tratta di cambiare.
Saluti
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gieko
Infatti vanno trasformandosi. Questo è un punto che mi pare sfugga alquanto alla tua visione. Non si tratta di prendere coscienza o di esplicitare. Si tratta di cambiare.
Saluti
Cambiare da dove a dove? si trasformano per te i tuoi temi, e per chi sennò? o per entrambi, ma allora fino a che punto?
ciaz.
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Per luigi si mi riferivo a quello lì,per gieko e neuromancer le tematiche personali di un terapeuta,possono essere coscienti,esplicite,trasformarsi e anche cambiare,purchè uno ci pensi.Infine l'Umanesimo non è un pantano è un faro di civiltà.
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darlinda
Infine l'Umanesimo non è un pantano è un faro di civiltà.
Oh, per carità. Bisognerebbe vederci chiaro anche su questa tanto osannata ''civiltà'' però. Perchè, quando sento questo termine, spesso mi viene l'orticaria.:asd:
Saluti,
Luigi
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Ma luigi voglio sperare che tu non ti occupi solo di psicologia che è un campo vasto ma limitato rispetto alla civiltà.
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neuromancer
Cambiare da dove a dove? si trasformano per te i tuoi temi, e per chi sennò? o per entrambi, ma allora fino a che punto?
ciaz.
Si trasformano per entrambi, l'analisi è, in un certo senso, sempre reciproca. Il cambiamento giunge fin dove deve giungere, non è questo il problema. L'importante è che la terapia contempli il cambiamento.
Saluti
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gieko
Si trasformano per entrambi, l'analisi è, in un certo senso, sempre reciproca. Il cambiamento giunge fin dove deve giungere, non è questo il problema. L'importante è che la terapia contempli il cambiamento.
Saluti
Pienamente d'accordo sulla reciprocità. Anche la non prevedibilità del cambiamento, concordo. Ma ritornando al tema: il cambiamento è asimmetrico in fondo, al servizio del paziente. A prescindere dalla terapia personale.
ciaz.
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luigi '84
Oh, per carità. Bisognerebbe vederci chiaro anche su questa tanto osannata ''civiltà'' però. Perchè, quando sento questo termine, spesso mi viene l'orticaria.:asd:
Saluti,
Luigi
Potremmo approfondire, ma si andrebbe fuori tema in effetti. Ma ci importerebbe tanto la civile osservanza delle regole...? Eppure mi incuriosisce la tua orticaria. :approved:
ciaz.
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neuromancer
Pienamente d'accordo sulla reciprocità. Anche la non prevedibilità del cambiamento, concordo. Ma ritornando al tema: il cambiamento è asimmetrico in fondo, al servizio del paziente. A prescindere dalla terapia personale.
Correggerei il tiro dicendo che il cambiamento è asimmetrico solo per questioni temporali (il terapeuta vi ha già avuto accesso) e che quindi, per essere al servizio del paziente, è intimamente legato con il personale percorso di cura.
Saluti
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gieko
Correggerei il tiro dicendo che il cambiamento è asimmetrico solo per questioni temporali (il terapeuta vi ha già avuto accesso) e che quindi, per essere al servizio del paziente, è intimamente legato con il personale percorso di cura.
Saluti
E quindi se non abbiamo proceduto al personale cambiamento non riusciremo a prestare un servizio ottimale (di cambiamento) al paziente. Questa mi sembra la tua conclusione. Ma ritorniamo al paradosso. Il cambiamento personale appartiene al mondo emotivo personale del terapeuta. I cambiamenti che avvengono in seduta sono piuttosto orientati al paziente, personalizzati dal paziente. Restando il fatto che la condivisione ha tutta una serie di sfumature emotive, cognitive, persinio storiche del mondo del terapeuta.
Tu affermi che si tratta di una sfasatura temporale, ma seguono due logiche e due scopi diversi.
Ti faccio osservare che a me interessano maggiormente le procedure di indagine che scopri nella personale che possono essere estremamente utili in terapia con l'utente.
ciaz.
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neuromancer
E quindi se non abbiamo proceduto al personale cambiamento non riusciremo a prestare un servizio ottimale (di cambiamento) al paziente. Questa mi sembra la tua conclusione. Ma ritorniamo al paradosso. Il cambiamento personale appartiene al mondo emotivo personale del terapeuta. I cambiamenti che avvengono in seduta sono piuttosto orientati al paziente, personalizzati dal paziente. Restando il fatto che la condivisione ha tutta una serie di sfumature emotive, cognitive, persinio storiche del mondo del terapeuta.
Il mondo emotivo del terapeuta è e non può che essere interpersonale e condiviso con il paziente. Su questo punto mi sembra che continui a proporre una divisione che non è proprio sostenibile epistemicamente. Come se il mondo emotivo di terapeuta e paziente girasse su se stesso. I cambiamenti che avvengono in seduta avvengono in entrambi i partecipanti, invece, con le relative modifiche emotive, cognitive e - soprattutto - strutturali.
Certo, se si rimane solo a livello cognitivo (o ad una osservazione razionalistica del mondo emotivo) possiamo pure illuderci che siamo fuori dall'agone, ma non eri proprio tu che lamentavi il perdurare dell'insostenibile concetto di neutralità?
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neuromancer
Tu affermi che si tratta di una sfasatura temporale, ma seguono due logiche e due scopi diversi.
Ti faccio osservare che a me interessano maggiormente le procedure di indagine che scopri nella personale che possono essere estremamente utili in terapia con l'utente.
Ma come due scopi e logiche diversi. La terapia personale non serve per imparare (il termine "analisi didattica" è quantomeno fuoriviante), ma per cambiare. L'apprendimento delle procedure di indagine viene solo in una fase molto avanzata del trattamento, o meglio, successivamente ad esso.
Saluti
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gieko
Il mondo emotivo del terapeuta è e non può che essere interpersonale e condiviso con il paziente. Su questo punto mi sembra che continui a proporre una divisione che non è proprio sostenibile epistemicamente. Come se il mondo emotivo di terapeuta e paziente girasse su se stesso. I cambiamenti che avvengono in seduta avvengono in entrambi i partecipanti, invece, con le relative modifiche emotive, cognitive e - soprattutto - strutturali.
Certo, se si rimane solo a livello cognitivo (o ad una osservazione razionalistica del mondo emotivo) possiamo pure illuderci che siamo fuori dall'agone, ma non eri proprio tu che lamentavi il perdurare dell'insostenibile concetto di neutralità?
Ma infatti non capisco perchè questa replica. Che abbia scritto il contrario di quanto dici? Non me ne sono avveduto. Magari mi illumini te. Per il resto, quello che scrivi detto e ridetto, e lo risottoscrivo. Sebbene non capsico cosa c'entrino queste nostre condivisioni con la terapia personale che dovrebbe sostenere obbligatoriamente un terapeuta.
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gieko
Ma come due scopi e logiche diversi. La terapia personale non serve per imparare (il termine "analisi didattica" è quantomeno fuoriviante), ma per cambiare. L'apprendimento delle procedure di indagine viene solo in una fase molto avanzata del trattamento, o meglio, successivamente ad esso.
Saluti
Gieko, io ti ho detto a cosa potrebbe servire l'analisi personale nell'ambito professionale. Non ho mica scritto e sostenuto che bisgona fare l'analisi personale per imparare a fare lo psicoterapeuta. Se mi sono espresso in modo tale da fraintederci, hai fatto bene a ribadire il concetto. Si va in analisi per motivi personalissimi, per cambiare ect ect.
Ritornando al punto di partenza, ribadisco che ho forti dubbi che una analisi personale sia indispensabile per il proprio lavoro.
Strano però che ti sto fornendo molti equivoci. Non era proprio il mio intendimento.
ciaz.
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neuromancer
Ritornando al punto di partenza, ribadisco che ho forti dubbi che una analisi personale sia indispensabile per il proprio lavoro.
Da osservatore esterno penso invece che un paziente abbia diritto si saper se il teraputa che ha di fronte si sia affrancato dalle proprie nevrosi, e non cerchi solamente qualcuno che le confermi, usandolo come suo alimento.
La conoscenza dei propri bisogni affettivi e di realizzazione, pur non essendo la chiave interpretativa dei bisogni altrui, permette almeno di contenerli, e di non abusarne in sede teraputica.
In pratica si dovrebbe stabilire una sorte di parita' dialogica fra i due, di intima accettazione dell'altro, che priverebbe l'operatore del suo presunto potere di detentore della chiave di accesso al mondo altrui, e lo esporrebbe alla stessa esplorazione che lui stesso si accinge a fare.
Nella pratica, ascoltando i commenti degli analizzati, questo avviene regolarmente, perché anche il terapeuta è analizzato e giudicato dall'utente.
E non si dica che il giudizio e' escluso, perché sappiamo bene che cio' e' impossibile alla mente umana.
Almeno mi pare.
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neuromancer
Strano però che ti sto fornendo molti equivoci. Non era proprio il mio intendimento.
Non ho dubbi che sia così. Tuttavia da un lato sostieni che io abbia ragione nel ritenere la terapia personale un fattore fondamentale nello sviluppo (successivo) dell'ambito professionale, e dall'altro hai forti dubbi che "una analisi personale sia indispensabile per il proprio lavoro". Quindi?
Saluti
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Certo un analista non si farà analizzare tutta la vita, o non si autoanalizzerà in continuazione, immagino..
sarebbe una nevrosi anche quella...
poveretti, che mestieraccio hanno scelto.
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Originalmente inviato da
gieko
Non ho dubbi che sia così. Tuttavia da un lato sostieni che io abbia ragione nel ritenere la terapia personale un fattore fondamentale nello sviluppo (successivo) dell'ambito professionale, e dall'altro hai forti dubbi che "una analisi personale sia indispensabile per il proprio lavoro". Quindi?
Saluti
Allora, te lo ripeto: io ritengo che l'analisi personale non sia indispensabile nel proprio ambito professionale. Mi pare chiaro.
POI, potrebbe dare sicuramente utilissimi elementi di aiuto a livello di metodo, può farci capire cosa succede al paziente quando viene in analisi da noi (come sottolinei te), ect ect. ma questo non significa che per questi personali specifici motivi siano elementi per migliorare la capacità di prestare servizio al paziente.
Infine, sosteniamo entrambi mi pare che in quanto osservatori dobbiamo spostarci da una realtà di sistema osservato ad una di sistema oservante, la prima basata sull'oggettività, la seconda sull'idea che possiamo conoscere solo attraverso la nostra costruzione del mondo. Bene. Questo passaggio credo che dia adito ad una serie di fraintendimenti.
Mi spiego meglio allora.
Converrai col fatto che il terapeuta non è un osservatore privilegiato. Secondo, che etologicamente parlando costruisce relazioni in base ai propri sitemi motivazionali, quindi emozioni, cognizioni, memorie. Quindi, mette in campo relazionale tutto il suo bagaglio che non può controllare al dettaglio. Ma non può controllare nemmeno in generale. Può riconoscerselo in supervisione, o come tu sostenieni in terapia personale. Può essere. Ma in quest'ultimo caso potrebbe dare l'illusoria immagine che la mia ricostruzione personale abbia effetti conoscitivi che vanno a corrispondere a cambiamenti omologhi. Ecco perchè dico, non solo allora abbiamo due percorsi diversi, due logiche diverse, due scopi diversi, ma due (macro)realtà diverse, tra terapia personale e terapia con l'utenza.
Nella mia ottica sono due livelli diversi che sicuramente la linea di confine è più sfumata di quanto immagino io stesso e spesso determinata dal tipo di formazione teorica. Ripeto:il mondo condiviso col paziente per me deve essere monitorato in supervisione attentamente, mi pare di essere stato chiaro su questo. Perché? per non far sì di andare dietro al paziente secondo i propri temi. Mi pare una spiegazione non indifferente.
Alllora abbiamo questo doppio binario, da un lato ripeto il terapeuta è un primate umano con tutte le relazioni emotive che costruirà col paziente, dall'altro i suoi specifici e personalissimi problemi o meglio i propri temi individuali sono diversi e attingono alla propria vita personale. Tu mi dici che in seduta potrebbe non avere la possibilità di osservare e discernere temi propri da quelli altrui. Vero eccome! Allora perchè insisto sul tema della supervisione? Anzi, magari come mi hai fatto osservare ci sono casi in cui ti imbatti in temi altrui che non riesci a sostenere per i tuoi specifici temi. Allora? Pensi che una terapia personale possa risolvere l'inconveniente? Non lo posso dare per scontato.
ciaz.
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Tutto molto bello se non fosse che manca qualcosa nella tua prospettiva: la possibilità di cambiamento strutturale. Mi sembra sempre più chiaro, infatti, che tu ti riferisca ad un cambiamento a livello di conoscenza e di organizzazione di significati, non a livello di organizzazione del soggetto. Da questo punto di vista diventa naturale e ovvio pensare che la mia riorganizzazione di significati non abbia nulla a che vedere con quella del paziente. Ma si ignora che il guadagno di conoscenza non rappresenta una via d'uscita dalla patologia se non fa seguito ad un cambiamento dell'organizzazione psichica (inconscia più che preconscia o conscia) del soggetto. La possibilità di "far ammalare il campo analitico" della stessa malattia del paziente (e dell'analista) per poterla poi curare ha invece a che vedere con un livello di lavoro eminentemente strutturale dove entrambi gli attori sono coinvolti a livello inconscio e gli aspetti conoscitivi sono solo un effetto secondario.
Per questo motivo nel training psicoanalitico viene prima per importanza e urgenza l'analisi personale e solo dopo la supervisione (il lavoro di conoscenza che si innesta su un lavoro strutturale precedentemente svolto).
Saluti
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gieko
Tutto molto bello se non fosse che manca qualcosa nella tua prospettiva: la possibilità di cambiamento strutturale. Mi sembra sempre più chiaro, infatti, che tu ti riferisca ad un cambiamento a livello di conoscenza e di organizzazione di significati, non a livello di organizzazione del soggetto. Da questo punto di vista diventa naturale e ovvio pensare che la mia riorganizzazione di significati non abbia nulla a che vedere con quella del paziente. Ma si ignora che il guadagno di conoscenza non rappresenta una via d'uscita dalla patologia se non fa seguito ad un cambiamento dell'organizzazione psichica (inconscia più che preconscia o conscia) del soggetto. La possibilità di "far ammalare il campo analitico" della stessa malattia del paziente (e dell'analista) per poterla poi curare ha invece a che vedere con un livello di lavoro eminentemente strutturale dove entrambi gli attori sono coinvolti a livello inconscio e gli aspetti conoscitivi sono solo un effetto secondario.
Per questo motivo nel training psicoanalitico viene prima per importanza e urgenza l'analisi personale e solo dopo la supervisione (il lavoro di conoscenza che si innesta su un lavoro strutturale precedentemente svolto).
Saluti
Due sole note.
Quando parlo di organizzazioni significato personale, non faccio riferimento a cotruzioni razionalistiche/cognitive, ma a configuraizoni emotive/relazionali/storiche/sistemiche. Appunto personali.
Secondo, è chiaro che il guadagno di conoscenza dal punto di vista razionalistico/ingenuo non mi fa uscire dalla problematica personale, ma soltanto aquando la esploriamo nei processi emotivi e sitemici quindi suddetti. Qui divergiamo enormemente, perchè il cambiamento strutturale lo fai certamente in terapia personale, ma non è il presupposto per il cambiamento del paziente.
Che in terapia con l'utenza siano in gioco due narrative affettive e storiche, non l'ho mai messo in dubbio, che invece quando affermi
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Originalmente inviato da
gieko
entrambi gli attori sono coinvolti a livello inconscio e gli aspetti conoscitivi sono solo un effetto secondario.
qui c'è una sostanziale differenza (la formazione teorica conta moltissimo in questo caso), perchè il cambiamento nella relazione avviene dal lato del paziente, non dal nostro. Lo sfondo emotivo del terapeuta deve in qualche modo non pilotare il lavoro che sta facendo il paziente (e qui ci allontaniamo). Non solo, gli elementi emotivi vanno di pari passo ai significati che il paziente e il terapeuta stanno esplorando (altra profonda divergenza). Tu la ritieni quest'ultima di seconda importanza, un effetto secondario, ma il grado di organizzare significativamente gli scenari emotivi mnestici è al pari del cambiamento strutturale inconscio che tu invochi. I due processi vanno in parallelo, non nin direzione gerarchica (almeno clinicamente parlando).
La corticalizzazione ci ha resi diversi emotivamente dagli animali. Scusami l'acceno teorico, ma temo che venga troppo sottovalutato da chi proviene dall'orientamento psicoanalitico.
ciaz.
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Prendo atto delle note, che però non modificano di molto ciò che ritengo sia un aspetto profondamente problematico del tuo approccio e penso anche dei sistemici contemporanei (correggimi se sbaglio, ma dai dialoghi con altri colleghi mi pare ci siano molte assonanze): esplorate molto, in modo anche estremamente raffinato, immagino, ma non ritenete possibile un cambiamento soggettuale. Scusa se insisto su questo punto ma mi sembra veramente fondamentale.
Ad ogni modo dicendo che "il cambiamento nella relazione avviene dal lato del paziente, non dal nostro" confermi che, al di là di ciò che si può considerare un accidente, il coinvolgimento emotivo e strutturale del terapeuta non è preso in considerazione e questo è secondo il mio modo di vedere, alla base dell'impossibilità di operare cambiamenti ad altri livelli che non siano quelli dell'organizzazione narrativo-emotiva.
Saluti
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Originalmente inviato da
neuromancer
La corticalizzazione ci ha resi diversi emotivamente dagli animali. Scusami l'acceno teorico, ma temo che venga troppo sottovalutato da chi proviene dall'orientamento psicoanalitico.
Ma non penso proprio, visto che già il buon vecchio Sigmund aveva intuito che proprio in questo scarto (il "disagio della civiltà") risiedesse il seme della psicopatologia. E da allora ce n'è di psicoanalisti che del tema se ne sono occupati...
Saluti
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complicata
Certo un analista non si farà analizzare tutta la vita, o non si autoanalizzerà in continuazione, immagino..
sarebbe una nevrosi anche quella...
poveretti, che mestieraccio hanno scelto.
Immagini male cara!...:asd:
E dopotutto, nevrosi per nevrosi, meglio ''sapere'' che vivere la vita come un lungo, lento funerale della propria libertà!
Sul 'mestieraccio' hai proprio ragione!:asd:
Saluti,
Luigi
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complicata
Certo un analista non si farà analizzare tutta la vita, o non si autoanalizzerà in continuazione, immagino..
sarebbe una nevrosi anche quella...
poveretti, che mestieraccio hanno scelto.
Io penso dipenda da cosa si voglia intendere per analisi e autoanalisi.
Se vogliamo anche l'esame di coscienza tanto raccomandato dalla dottrina cattolica e' un'auto analisi, e comunque tutti siamo in vari momenti sottoposti all'analisi dei nostri pensieri, alla ricerca del messaggio ulteriore, quando abbiamo l'impressione che ci sia.
Questo mi riporta a pensare che nel momento di uno scambio non c'e' un terapeuta e un malato, ma ci sono due persone che si confrontano, ognuna con le proprie nevrosi.
E non e' detto che il terapeuta, forte della sua preparazione, sia in ogni situazione capace di gestire le proprie inclinazioni nevrotiche, piu' di un paziente intelligente o arguto e astuto.
Mi sbagliero'...
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moscarorolus
Se vogliamo anche l'esame di coscienza tanto raccomandato dalla dottrina cattolica e' un'auto analisi
Si, come no...un padre nostro, un'ave maria e voilà!:asd:
Saluti,
Luigi
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luigi '84
Si, come no...un padre nostro, un'ave maria e voilà!:asd:
Saluti
Luigi
Ma che stai dicendo?!?:look:
Così ti lavi la "coscienza"?:rolleyes:
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E ora sarei curiosa di sapere se vi siete autoanalizzati dopo l'Avemaria e il Paternoster e cosa avete dedotto..:climb::D
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moscarorolus
Io penso dipenda da cosa si voglia intendere per analisi e autoanalisi.
Se vogliamo anche l'esame di coscienza tanto raccomandato dalla dottrina cattolica e' un'auto analisi, e comunque tutti siamo in vari momenti sottoposti all'analisi dei nostri pensieri, alla ricerca del messaggio ulteriore, quando abbiamo l'impressione che ci sia.
Questo mi riporta a pensare che nel momento di uno scambio non c'e' un terapeuta e un malato, ma ci sono due persone che si confrontano, ognuna con le proprie nevrosi.
E non e' detto che il terapeuta, forte della sua preparazione, sia in ogni situazione capace di gestire le proprie inclinazioni nevrotiche, piu' di un paziente intelligente o arguto e astuto.
Mi sbagliero'...
Secondo me non ti sbagli affatto.
Però il paziente intelligente o astuto, sempre secondo me, apprende anche dalle ipotetiche nevrosi del terapeuta, e il terapeuta apprende da lui.
Trattandosi di uno scambio, di una società per pensieri e non per azioni, qualcosa ne esce fuori.
Anche scintille.
Ma poi la psicoterapia non sono tutte chiacchiere?
A volte sono arrampicate d'intelletto, si campa anche sospesi per aria.
Non solo di pane vive l'uomo..
:ciao:
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Originalmente inviato da
complicata
E ora sarei curiosa di sapere se vi siete autoanalizzati dopo l'Avemaria e il Paternoster e cosa avete dedotto..:climb::D
Beh, ma i peccati, da cui se ne deduce il bisogno, non vengono prima delle preghiere "espiative"? :asd::P
(Lasciando da parte la religione in senso stretto naturalmente ed il credo di riferimento di ognuno).
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Mi ha telefonato or ora il parroco e conferma la tua ipotesi.:asd:
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Originalmente inviato da
gieko
Prendo atto delle note, che però non modificano di molto ciò che ritengo sia un aspetto profondamente problematico del tuo approccio e penso anche dei sistemici contemporanei (correggimi se sbaglio, ma dai dialoghi con altri colleghi mi pare ci siano molte assonanze): esplorate molto, in modo anche estremamente raffinato, immagino, ma non ritenete possibile un cambiamento soggettuale. Scusa se insisto su questo punto ma mi sembra veramente fondamentale.
Ad ogni modo dicendo che "il cambiamento nella relazione avviene dal lato del paziente, non dal nostro" confermi che, al di là di ciò che si può considerare un accidente, il coinvolgimento emotivo e strutturale del terapeuta non è preso in considerazione e questo è secondo il mio modo di vedere, alla base dell'impossibilità di operare cambiamenti ad altri livelli che non siano quelli dell'organizzazione narrativo-emotiva.
Saluti
Ci sarebbe da approfondire parecchio su cosa vuoi intendere con cambiamento soggettuale. Anche perchè un post razionalista prevede nella sua strategia perturbatrice un cambiamento di natura vera e propria epistemologica. Ma li cambiamento è di tipo ortogenetico, intorno ad una organizzazione personale, questa rimane costante per definizione di sistema ccomplesso. (Sicuramente un ottimo spunto di approfondimento reciproco).
Forse sottovaluti troppo il lavoro sistemico, mentre per un post razionalista è uno strumento indispensabile e fondamentale. Come si formano le emozioni se non attraverso il sistema familiare transgenerazionale?
Infine, il coinvolgimento emotivo e strutturale (non ho proprio capito a questo punto cosa intendi per strutturale) del terapeuta non è accidentale, anzi, con tutte le considerazioni fatte sia da un punto di vista epistemico che metodologico che clinico, mi sembra piuttosto insolito che mi replichi in questo modo, per me è un pezzo di lavoro importante, sia clinicamente sia in supervisione, proprio per non confondere il lavoro che si fa sul paziente con quello che è il mondo emotivo/narrativo del terapeuta. Non per proporre una immagine dellla neutralità, sarebbe fuorviante questo discorso, ma per fare attenzione a non complicare il lavoro del paziente, e a parte tutte le premesse, aggiungerei pure per una importante precauzione di non essere causa di effetti iatrogeni (argomento purtroppo fin qui trascurato).
Insomma, è chiaro che i diversi percorsi formativi ripropongono perentoriamente le rispettive differenze.
ciaz.
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Originalmente inviato da
gieko
Ma non penso proprio, visto che già il buon vecchio Sigmund aveva intuito che proprio in questo scarto (il "disagio della civiltà") risiedesse il seme della psicopatologia. E da allora ce n'è di psicoanalisti che del tema se ne sono occupati...
Saluti
Il buon vecchio Freud parlava di civiltà, io sto parlando delle sfumature cognitive che organizzano ritmicamente le scene emotive, al punto che se in natura abbiamo emozioni di base tra i primati (e non è proprio così), noi abbiamo decine di espressioni e di sentimenti emotivi su ciascuna emozione. Come spiega il buon vecchio Freud che ci sono mille tipi di rabbia, di paura, di disgusto, di piacere, di tristezza, di angoscia, ect ect.? O sono sempre effetti secondari?
Quindi, l'aspetto narrativo, semantico, del significato che organizza la modulazione emotiva, va di pari passo al processo emotivo, al contrario dell'aspetto quasi gerarchico che sembrava indicare il tuo discorso che postavo (a meno che abbia fatto un'ennesimo fraintendimento... sarà mica anche che te ti esprimi un po' equivocamente?:asd:).
ciaz.
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Originalmente inviato da
neuromancer
Ci sarebbe da approfondire parecchio su cosa vuoi intendere con cambiamento soggettuale. Anche perchè un post razionalista prevede nella sua strategia perturbatrice un cambiamento di natura vera e propria epistemologica. Ma li cambiamento è di tipo ortogenetico, intorno ad una organizzazione personale, questa rimane costante per definizione di sistema ccomplesso. (Sicuramente un ottimo spunto di approfondimento reciproco).
Sarebbe a dire che, nonostante tutto, il sistema non può che continuare a ruotare intorno ai propri attrattori? O, con altra terminologia, che non può abbandonare la propria coerenza, ma solo affinarla? Se così fosse ci siamo intesi, e la mia rispost sarebbe che infatti il cambiamento necessita di una vera e propria catastrofe della struttura per poter poi trasformarsi.
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Originalmente inviato da
neuromancer
Forse sottovaluti troppo il lavoro sistemico, mentre per un post razionalista è uno strumento indispensabile e fondamentale. Come si formano le emozioni se non attraverso il sistema familiare transgenerazionale?
Anche qui, non capisco bene cosa c'entri, e, soprattutto perchè ritieni che sottovaluti questo aspetto. E' ovvio che non solo le emozioni ma anche diversi altri elementi si formano attraverso complessi micro e macro processi di natura relazionale, ma sempre su livelli di organizzazione compresenti, tra cui quello inconscio.
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Originalmente inviato da
neuromancer
proprio per non confondere il lavoro che si fa sul paziente con quello che è il mondo emotivo/narrativo del terapeuta. [...] ma per fare attenzione a non complicare il lavoro del paziente, e a parte tutte le premesse, aggiungerei pure per una importante precauzione di non essere causa di effetti iatrogeni (argomento purtroppo fin qui trascurato).
Il problema è che è vano sperare che il mondo emotivo/narrativo (ma soprattutto motivazionale!) del terapeuta non si confonda con quello del paziente. Anzi è proprio in questa "complicazione" che risiede la possibilità di cura, ovvero in un incontro a tutto campo tra terapeuta e paziente. (ovviamente ciò può non essere iatrogeno solo a patto che il terapeuta possa gestire questa situazione perchè ne ha già sperimentato la portata e la possibilità di cambiamento che implica)
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neuromancer
Il buon vecchio Freud parlava di civiltà, io sto parlando delle sfumature cognitive che organizzano ritmicamente le scene emotive, al punto che se in natura abbiamo emozioni di base tra i primati (e non è proprio così), noi abbiamo decine di espressioni e di sentimenti emotivi su ciascuna emozione. Come spiega il buon vecchio Freud che ci sono mille tipi di rabbia, di paura, di disgusto, di piacere, di tristezza, di angoscia, ect ect.? O sono sempre effetti secondari?
Beh, il buon vecchio Sigmund non poteva spiegare tutto, su questo non c'è dubbio, non aveva di certo un'idea precisa delle emozioni (ne penso gli interessasse particolarmente). Tuttavia ha intuito che è nella peculiarità dell'essere umano (ovvero in ciò che hai chiamato "corticalizzazione" e che ha il suo correlato psichico nella capacità di simbolizzazione e di autoriflessione) risiede la cività e quindi la base della psicopatologia. Mi sembra che di più non si potesse chiedergli.
Saluti
Quindi, l'aspetto narrativo, semantico, del significato che organizza la modulazione emotiva, va di pari passo al processo emotivo, al contrario dell'aspetto quasi gerarchico che sembrava indicare il tuo discorso che postavo (a meno che abbia fatto un'ennesimo fraintendimento... sarà mica anche che te ti esprimi un po' equivocamente?:asd:).
ciaz.[/QUOTE]
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Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti
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gieko
Il problema è che è vano sperare che il mondo emotivo/narrativo (ma soprattutto motivazionale!) del terapeuta non si confonda con quello del paziente. Anzi è proprio in questa "complicazione" che risiede la possibilità di cura, ovvero in un incontro a tutto campo tra terapeuta e paziente. (ovviamente ciò può non essere iatrogeno solo a patto che il terapeuta possa gestire questa situazione perchè ne ha già sperimentato la portata e la possibilità di cambiamento che implica)
Ottimo! Fra junghiani saresti acclamato!;):approved:
Saluti,
Luigi
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gieko
Il problema è che è vano sperare che il mondo emotivo/narrativo (ma soprattutto motivazionale!) del terapeuta non si confonda con quello del paziente. Anzi è proprio in questa "complicazione" che risiede la possibilità di cura, ovvero in un incontro a tutto campo tra terapeuta e paziente. (ovviamente ciò può non essere iatrogeno solo a patto che il terapeuta possa gestire questa situazione perchè ne ha già sperimentato la portata e la possibilità di cambiamento che implica)
No, no, nessuna speranza, ma molto lavoro di riflessione (almeno dal punto di vista post razionalista) su quanto si viene a sovrapporre tra terapeuta e paziente. Rimangono in fondo le differenze, perchè al centro del lavoro clinico per me è il paziente che lavora sui suoi pezzi piuttosto che pure con quelli del terapeuta.
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gieko
(ovviamente ciò può non essere iatrogeno solo a patto che il terapeuta possa gestire questa situazione perchè ne ha già sperimentato la portata e la possibilità di cambiamento che implica)
Troppo ambizioso il progetto, perchè implicherebbe un lavoro onniscente su se stessi (mettendo da parte che i temi personali sono completamente diversi da quelli del paziente) e tuttavia semplificherebbe non poco la relazione, presupponendo che il mondo emotivo/relazionale e narrativo del paziente possa essere analogo a quello del terapeuta (se interpreto bene la tua strategia).
Non solo: e se i cambiameti presunti in terapia personale non avvenissero, se non vi fossero le catastrofi strutturali? Niente terapia? Se vi fossero, quali ambiziose catastrofi auspicheresti sul lavoro del paziente?
ciaz.
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gieko
Beh, il buon vecchio Sigmund non poteva spiegare tutto, su questo non c'è dubbio, non aveva di certo un'idea precisa delle emozioni (ne penso gli interessasse particolarmente). Tuttavia ha intuito che è nella peculiarità dell'essere umano (ovvero in ciò che hai chiamato "corticalizzazione" e che ha il suo correlato psichico nella capacità di simbolizzazione e di autoriflessione) risiede la cività e quindi la base della psicopatologia. Mi sembra che di più non si potesse chiedergli.
Saluti
Beh, allora perchè lo tiri fuori il buon vecchio Freud quando non ci capiva un'acca di emozioni (con tutto il rispetto)? Le intuizioni le hanno avute anche tremila ani fa quando inventarono le tragedie greche, ma non riterrei che fosero precursori delle ricerche neuroscientifiche. Troppo rapido il passaggio che fai tra corticalizzazione, individuo, civiltà e psicopatologia (il mondo e la storia non sono così lineari).
Anche perchè la civiltà di gruppo preesisteva alla corticalizzazione (evolutivamente parlando, senza chiedere il permesso a Freud).
Forse sei proprio te che chiedi troppo a Freud.
ciaz.
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neuromancer
Freud non ci capiva un'acca di emozioni (con tutto il rispetto)
E beh? Son cose che si dicono??:asd:
A parte gli scherzi, spero si stia un pò allegerendo la cosa; in caso contrario non capisco...cioè, Freud, il più grande teorico del desiderio, non capiva un'acca di emozioni?? Suvvia!
Ma lo so che stavi scherzando, quindi non mi arrabbio!:asd::P
Saluti,
Luigi
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luigi '84
E beh? Son cose che si dicono??:asd:
A parte gli scherzi, spero si stia un pò allegerendo la cosa; in caso contrario non capisco...cioè, Freud, il più grande teorico del desiderio, non capiva un'acca di emozioni?? Suvvia!
Ma lo so che stavi scherzando, quindi non mi arrabbio!:asd::P
Saluti,
Luigi
Per carità, seppellita l'ascia (sotto al cuscino....:asd:) contro la psicoanalisi grazie a voi. Ma Luigi, il desiderio è una cosa, l'emozione è un'altra.
suvvia!
ciaz.
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neuromancer
No, no, nessuna speranza, ma molto lavoro di riflessione (almeno dal punto di vista post razionalista) su quanto si viene a sovrapporre tra terapeuta e paziente. Rimangono in fondo le differenze, perchè al centro del lavoro clinico per me è il paziente che lavora sui suoi pezzi piuttosto che pure con quelli del terapeuta.
Appunto forse proprio troppo lavoro di riflessione (che dovrebbe avvenire solo a posteriori), quando si ha a che fare con qualcosa che è immensamente più rapido ed agito. E' quindi inevitabile che il paziente ed il terapeuti lavorino con pezzi di entrambi, che tu ci possa riflettere sopra o no.
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neuromancer
Troppo ambizioso il progetto, perchè implicherebbe un lavoro onniscente su se stessi (mettendo da parte che i temi personali sono completamente diversi da quelli del paziente) e tuttavia semplificherebbe non poco la relazione, presupponendo che il mondo emotivo/relazionale e narrativo del paziente possa essere analogo a quello del terapeuta (se interpreto bene la tua strategia).
Mah, a quanto pare non così impossibile - sebbene difficile -, visto che la comunità psicoanalitica è tra le più numerose e storicamente ha avuto modo di rifletterci sopra a lungo. La questione è che, liberandosi da contenuti emotivi e narrativi, ma attestandosi sul livello della struttura, possiamo vedere come invece gli esseri umani son fatti tutti della stessa pasta.
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neuromancer
Non solo: e se i cambiameti presunti in terapia personale non avvenissero, se non vi fossero le catastrofi strutturali? Niente terapia? Se vi fossero, quali ambiziose catastrofi auspicheresti sul lavoro del paziente?
Eh sì, temo proprio che un analista che non abbia portato a termine il proprio percorso di cambiamento e riorganizzazione debba far conto di avere importanti limiti. Il che significa che in determinate situazioni non è in grado di fare terapia.
Le catastrofi auspicabili sono la possibilità di ritornare all'origine dell'organizzazione psichica (smantellandone la struttura) per poi poter ristrutturare. E ciò che dovrebbe avvenire di volta in volta, seduta per seduta.
Saluti
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gieko
Mah, a quanto pare non così impossibile - sebbene difficile -, visto che la comunità psicoanalitica è tra le più numerose e storicamente ha avuto modo di rifletterci sopra a lungo. La questione è che, liberandosi da contenuti emotivi e narrativi, ma attestandosi sul livello della struttura, possiamo vedere come invece gli esseri umani son fatti tutti della stessa pasta.
Beh la domanda allora è piutttosto scontata: perchè liberarsi dei contenuti emotivi e narrativi? Mi ricorda un grosso abbaglio dei cognitivisti, che pensano sempre di doversi liberare delle emozioni disfunzionali (generate da assuinti cognitivi non corretti).
E poi ne verrebbe fuori un'altra di domanda: tolto il processo emotivo e narrativo, rimarrebbe la struttura, cioè? A questo punto mi lasci con questa suspense....:approved:
No, gli esseri umani non sono fatti tutti della stessa pasta, e lo sai bene. Concetti come evoluzione, complessità, nicchie etologiche, sistemi relazionali, che come ti facevo notare prima ci spiegano come l'uomo va al di là delle clasiche sei emozioni di base che puoi riscontrare tra i primati, e si costruisce un mondo emotivo e biografico estremamente complesso vincolato dall'ambiente relazionale, fornendoci conoscenze emergenti valide che incrementano le possibilità cliniche e di ricerca.
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gieko
Eh sì, temo proprio che un analista che non abbia portato a termine il proprio percorso di cambiamento e riorganizzazione debba far conto di avere importanti limiti. Il che significa che in determinate situazioni non è in grado di fare terapia.
[/QUOTE]
Accidenti, questa non me la aspettavo! anche perchè fai un giro speculativo enorme per dire dunque che se non ti fai una personale non puoi fare lo psicoanalista! E sappiamo che in una relazione condivisa le variabili non possono essere anticipate. che ogni relazione terapeutica non può essere riprodotta.
poi, chi stabilisce che il paziente/terapeuta abbia portato a termine il percorso di cambiamento e di organizzazione? chi ci dice poi, terminato il percorso significa conseguentemente che possa operare su tutti i pazienti (piuttosto improbabile, come sappiamo)?
Quindi se seguo bene il tuo percorso, il presupposto sarebbe che esistendo a priori una base strutturale, lavorando su questa nella terapia personale, posso approtare le giuste catastrofi condivise con l'utente? Lo so benissimo che sto semplificando alquanto. Ma.... mi pare di averci azzeccato un po'.... Mmi limito a dirti, nei miei limiti post razionalisti, che ho forti dubbi su questo tipo di approccio.
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gieko
Le catastrofi auspicabili sono la possibilità di ritornare all'origine dell'organizzazione psichica (smantellandone la struttura) per poi poter ristrutturare. E ciò che dovrebbe avvenire di volta in volta, seduta per seduta.
Saluti
Quale sarebbe allora l'origine? Improbabile dal punto di vista di un post razionalista tornare indietro, l'incremento conoscitivo (racconto di sè emotivamente), seduta per seduta, attua un cambiamento diverso da quello precedente. Non accade in realtà seduta per seduta, ma con molta gradualità e lentezza (i sistemi sono autopoietici), con i tuoi picchi catastrofici (concordo). Ma è qualcosa di altamente raro che passa attraverso innumerevoli casi (esperienza) piuttosto che attraverso la propria singola terapia personale..
ciaz.