Forse perchè, più che una 'passione'...è una vera ossessione!:sbonk:...però, a pensarci bene, ogni passione è pure ossessione quindi...vabbè!Meglio che sto zitto và!:asd:
Saluti,
Luigi
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Carissima, passato e presente permeano sempre contemporaneamente il transfert, così come elementi difensivi uniti a modalità adattive. Il setting permette sì di mettere in luce più alcuni aspetti, ma è soprattutto l'assetto mentale dell'analista e la sua modalità di lavoro che illumina il materiale in maniera differente.
Saluti
Papa Freud, però, di cose ne diceva anche altre.
Ad esempio, diceva che tra le inclinazioni di Natura e la faccenda dello psichico ci sono ulteriori giri. Prendiamo un tema molto caro alla Chiesa: la sessualità.
Ecco, quando Freud parla della libido, dice che all'inizio questa si mimetizza. La libido si appoggia alle funzioni dettate dall'istinto, su tutte quella del nutrimento. Tanto che, ad una osservazione superficiale (cioè non del profondo), il piacere provato dall'infans sembra dovuto esclusivamente alla nutrizione. In seguito il piacere, lo stesso piacere (senza la nutrizione), l'infans lo ottiene mettendosi in bocca il pollicione. Piacere d'organo. E l'istinto? E questa cosa del pollicione chi gliela spiega a Mamma Natura? E a Papa Ratzinger? Il bambino gode, e da solo. Solo più tardi scoprirà che questa cosa potrebbe farlo diventare cieco, ma lì c'è già un accento in più rispetto a Benedetto XVI. Ah, il bambino gode da solo, con tanto di sberleffo a Mamma Natura e alla faccia dell'Anima (di chi, poi?), visto che lui lo fa per il proprio piacere. Ora, questo piacere verrà riunito sotto il primato della genitalità. In che senso? Nel senso che alla fine il piacere verrà convogliato tutto verso il fine ultimo della Natura, sempre che una certa Morale non si metta a pontificare che c'è una e una sola maniera per rispettare questo fine.
P.S.: i dati dell'Infant Observation... cosa dicono questi dati rispetto al discorso psicoanalitico?
Caro Megiston,
ti ringrazio per la tua consueta disponibilità.
Ho appena iniziato la lettura dell'ultimo libro che citi: ad onor del vero un tuo collega me l'aveva segnalato un bel po' di tempo fa, ma io procedo come una lumachina per i miei evidenti limiti!
Ed è proprio partendo da ciò che qualche post fa mi domandavo se non possa essere proprio la co-costruzione relazionale (considerando anche i termini in cui l'ha espressa pure gieko) a rispondere a quella mancanza o modifica di contenuti rappresentativi dell'inconscio femminile di cui la Giuffrida parla nel suo pezzo; per cercare almeno di ridurre quel fantasmatico che arriva ad assumere i connotati di una “miseria simbolica”. E allora se in tal caso non si può parlare di una “riedizione” da analizzare, perché non co-costruire?
Un caro saluto
Digli che sei la Spielrein, è più facile che ti risponda!Citazione:
Originalmente inviato da complicata
Questa è carina :approved:Citazione:
Originalmente inviato da RosadiMaggio
Saluti
Beh, vedi di scoprirlo allora, perchè non esiste che in una analisi non si possa parlare del presente, mi pare un'assurdità... :skunk:Citazione:
E questo vale per la modalità relazionale, giusto?
Perché se mai dovessi parlare di presente al mio analista non lo so che cosa mi succederebbe... :tajo:
La DeLorean è uscita di produzione nel 1983. Penso che abbia un senso che le cose si ripetano, per quanto uguali possano essere ad un modello arcaico e ormai mitizzato. Le cose si ripetono nell'hic et nunc, quindi se dici a "Doc" che stai parlando al presente... ma perché non glielo dici? Temi il paradosso dei gemelli?
:tajo:
Sì, quella che è diventata famosa con "Prendimi l'anima". Aspettiamo il nuovo film di Cronenberg per rivederla sugli schermi :D
Guarì??? Non direi proprio, diventò psicoanalista, che è diverso! Noi siamo come gli insegnanti, eterni ripetenti, mentre i loro allievi finito il loro ciclo scolastico vanno via e fanno altro, gli insegnanti si ritrovano sempre nella stessa scuola a ripetere perpetuamente l'anno scolastico (almeno fino alla pensione).
Noi, allo stesso modo, non guariamo, continuiamo la nostra analisi attraverso i nostri pazienti :D
Ciao, buon fine settimana.
E soprattutto, a differenza degli insegnanti, non andiamo in pensione...! :new:Citazione:
Noi, allo stesso modo, non guariamo, continuiamo la nostra analisi attraverso i nostri pazienti :D
Cara Benedetta,
nella concezione classica freudiana l’inconscio contiene rappresentazioni incompatibili rimosse, tutto ciò che potrebbe essere soggetto a veto (e quindi non avere possibilità realistiche di gratificazione) crea un surplus energetico che non solo è spiacevole per l’ “apparato”, ma è addirittura pericoloso. Ecco perché si impiegano massicci contro-investimenti affinché la rappresentazione incompatibile rimanga stabilmente al di sotto della soglia di coscienza.
Più tardi, nel 1914 con Totem e tabù, Freud aggiunse (e in qualche caso sostituì) a dei contenuti rappresentativi ontogeneticamente formati attraverso il meccanismo della rimozione, dei contenuti rappresentativi atavici, filogeneticamente ereditati: l’Edipo.
Egli fu costretto a fissare un punto di consistenza capace di mettere in movimento l’apparato psichico, che può funzionare a partire da qualcosa di concreto (come un trauma reale e realmente accaduto) e non certo a partire da una “fantasia” (la stimolazione energetica dell'apparato può aver luogo soltanto da qualcosa che produca energia, non da chiacchiere o da fantasie).
E’ vero che Freud sostiene che l’inconscio non è capace di distinguere fra realtà e fantasia (quindi: "questa o quella per me pari sono...", ma Freud non è capace di dimostrare come questa fantasia sia giunta nell’inconscio, visto che quest’ultimo non è mitopoietico (cioè non produce immagini e rappresentazioni proprie).
Se c’era una fantasia sessuale poteva provenire soltanto dall’esperienza (trauma reale), oppure (e qui Freud escogita uno stratagemma che non ha niente da invidiare ai 36 di tarda epoca Ming sull’arte della guerra: “Solcare il mare all’insaputa del cielo”; Freud formula il suo: “Dotare l’inconscio di un trauma che il soggetto non ha mai vissuto”).
Il trauma reale si sarebbe verificato una volta per tutte in un tempo imprecisato nell’ “orda selvaggia” viene trasmesso attraverso un processo più lamarckiano che darwiniano a tutti i discendenti come una sorta di copione inconscio da seguire che produce fantasie e che presiede allo sviluppo sessuale e psicologico del cucciolo dell’uomo.
Ora, la Giuffrida, di cui tu citi un brano, è ben consapevole che il sistema Prec/Coscienza utilizza esclusivamente meccanismi regolatori difensivi per arginare le pretese edipiche (possedere la madre e eliminare il padre), non a caso si esce dall’Edipo non attraverso una modifica rappresentazionale, ma attraverso una rinuncia difensiva (perché altrimenti si rischia la castrazione).
I cambiamenti nella società non intaccano minimamente l’inconscio freudiano, perché la realtà viene rappresentata e la rappresentazione può finire nell’inconscio solo se incompatibile (cioè solo se soggetta a difesa).
Anche quando le rappresentazioni potessero circolare nell’inconscio senza soggiacere alla difesa, non scalfirebbero minimamente le rappresentazioni già esistenti, perché non esiste contraddizione e quindi nemmeno una polarità dialettica fra le rappresentazioni che possa spingere ad un superamento o a una modifica delle stesse.
Nel caso dell’Edipo, poi, si tratterebbe di rappresentazioni ataviche, ancestrali, codificate geneticamente attraverso trasmissione ereditaria, quindi assolutamente intoccabili (su di esse si fonda la sessualità umana, il Super-Io e la socialità dell’individuo).
Se vogliamo un soggetto capace di catturare e interiorizzare davvero il mutamento dei tempi, non possiamo semplicemente pensare di dare una rinfrescatina all’impalcatura metateorica freudiana per farci entrare più cose, ci serve un’impalcatura teorica che sia fondata sullo scambio dialettico con l’esterno, non qualcosa per cui l’esterno è soltanto una necessaria valvola di sfogo, utile tuttalpiù per scaricare un surplus energetico.
La co-costruzione, per come la intendo io, non si riferisce ai contenuti (o alle rappresentazioni), ma ai processi; non è mia intenzione sostituire contenuti "più adattivi" a quelli "meno adattivi" del paziente, né scaricare una versione più aggiornata di software (il relational 2.0) nell'inconscio del paziente.
Ciao, buon fine settimana.
Bella questa immagine di voi come eterni ripetenti, e non sono ironica. In effetti, da paziente, a me capita spesso di avere la sensazione tangibile che il mio analista si stia analizzando attraverso di me.
Comunque, Megiston, le questioni di rivendicazione femminile uscivano da uno scambio con le ragazze dopo un mio intervento più serio su cosa un paziente può percepire del transfert, poi ci siamo solo un po' divertite. Speravo avessi qualcosa da commentare su quello, un confronto e soprattutto una tua chiave di lettura mi sarebbe stata molto utile, i tuoi scritti sono molto interessanti per me, e generosi.
Anche la questione "passato-presente" nella relazione analitica e che sta' emergendo negli ultimi vostri interventi mi sembra valga la pena di approfondirla se ne avete voglia, era quello che maldestramente cercavo di focalizzare con il mio intervento ma che ora, grazie a te e a Gieko, sta' assumendo un significato molto più strutturato di quanto disordinatamente vagheggiava la mia mente.
Buon weekend
Giulietta.O
"Maria ignorata da un Edipo ormai scaltro
mima una sua nostalgia di natività"
Hai riprodotto esattamente il mio pensiero, almeno nella parte che ho segnalato. Ovviamente io ne traggo le conclusioni opposte, ma... vai a capire se io sono la tua nemesi o tu la mia! Facciamo un po' per uno?
Tornando [semi]seria. Mi trovi d'accordo sull'idea che passato e presente permeano contemporaneamente il transfert, anche se la percepisco una cosa molto complessa, e mi domandavo in che misura e in che termini differissero questo passato e questo presente proprio per una maggiore necessità di comprensione. Ma mi rendo conto che non c'è una risposta univoca. Condivido anche l'idea che elementi difensivi si presentino unitamente a modalità adattive, tuttavia quì forse bisognerebbe comprendere quale sia l'origine di questi elementi, in quanto credo che - come dicevo - possono manifestarsi come sovrapposti e soprattutto non necessariamente originare nello stesso luogo. Forse, in questo caso, ciò che è importante è che sia ben chiaro all'analista; che egli riesca a discriminare tra proiezioni del passato ed elementi che possono essere intrinseci delle modalità relazionali del paziente e quindi presentarsi in modo separato dalle manifestazioni transferali e a prescindere da queste; proprio perché appartengono al presente. Del resto pare che un accenno anche abbastanza forte all'intrinseca conflittualità del transfert sia riscontrabile già in Freud quando lo definisce come un compromesso tra le forze tendenti alla guarigione e quelle che ad essa invece, sembrano opporsi. O ancora, penso che si possa avere una conflittualità inerente i sentimenti "teneri e ostili" rintracciabili in termini di componenti positive e negative del complesso edipico. Quello che mi lascia un senso di difficoltà è proprio il fatto che penso esista un continuum tra stato per così dire "nevrotico" e "normale" in un paziente; e che questi si presentino a intermittenza. Certamente credo che questo accada nella vita di ogni uomo, a prescindere dalle varie terapie, tuttavia penso che durante un'analisi questi due stati vengano esasperati e si presentino, forse, in un modo che non sempre consentirebbe facilissime separazioni.
A questo proposito Laplanche e Pontalis pongano una questione interessante che rimanda al rapporto tra transfert e realtà. E cioè, che sostegno forniscono concetti problematici come quello di dereale e di realtà della situazione analitica, al fine di valutare se un fenomeno comparso nella cura sia adattato o meno a tale realtà, se sia transferale o meno? (cfr. Laplanche e Pontalis). Chiaramente pare altrettanto complessa la spiegazione che ne viene data. Quando si riferiscono ad un concetto di realtà pare che lo intendono come il contenuto di un desiderio scevro dei suoi ricordi, ché sono quelli che poi ci consentirebbero di collocare quello stesso desiderio nel passato (e credo che questo sia uno dei principali motivi di confusione per un paziente). E in questo caso il desiderio, per quanto reale, bisognerebbe intenderlo come falso nesso direzionato all'analista; quì si vede ancora il transfert come riedizione di impulsi e fantasie... è interessante invece il fatto che i transfert siano molti, non qualitativamente ma quantitativamente; inoltre Freud rilevava che questi non fossero di natura diversa a seconda che si rivolgessero all'analista o a un'altra persona. Questo mi fa venire in mente un'altra cosa che poi forse coinciderebbe anche con il più generale scopo di una terapia di questo tipo (intesa in senso ortodosso, non so in termini relazionali). Sostanzialmente tutto questo processo legato al desiderio - come è stato detto se non erro proprio da Lalangue - porterebbe alla sostituzione della nevrosi con una "nevrosi di traslazione" che appare come nuova e che condurrebbe alla guarigione (che forse oggi sarebbe più opportuno definire cambiamento strutturale, almeno credo) attraverso il lavoro terapeutico. Ora, quello che mi domando rispetto a questo ultimo punto è quante nuove nevrosi di traslazione possano darsi all'interno di un'analisi; non c'è il pericolo che questo conduca sulla via di una guarigione impossibile?
@Ikaro; RosadiMaggio; Megiston; Lalangue: Chiaramente era un modo di estremizzare l'ortodossia del mio analista (in un momento di insonnia e di ubriachezza, quasi molesta). Si veda l'ora.
@Lalangue: temo sicuramente il redshift dei buchi neri; ma soprattutto i tuoi interventi su Lacan.
Se per guarigione intendiamo il completo disvelamento di tutti i complessi inconsci, delle fantasie rispetto alla scena primaria, di soluzione di qualsiasi conflitto e di dissolvimento di ogni difficoltà e di ogni elemento "storico", come probabilmente ha inteso Freud nel suo momento più "positivista", siamo fuori strada. In ogni caso, al fondo, rimane uno strato roccioso, la riserva dell'increato di Green. Per questo alla fine si parla di costruzioni in analisi come qualcosa di verosimile, mentre invece, rispetto alle interpretazioni, si può dire che siano esatte rispetto al loro cogliere la realtà del desiderio e al loro portare a livello conscio una parte del conflitto che prima era sottratta alla coscienza. Inoltre è impossibile pensare di risolvere ogni tipo di residuo arcaico, perché si tratterebbe di dissolvere sia l'Io (che è il precipitato di tutte le identificazioni con l'oggetto) sia il Super-Io (che è il risultato della rimozione delle relazioni tra gli oggetti interni genitoriali, intesi come figura del padre e della madre).
Una guarigione intesa in tal senso è impossibile, perché si distruggerebbe qualsiasi entità psichica e qualsiasi contenitore.
Ci si accontenterà di ottenere un Io più dinamico rispetto alle richieste delle altre istanze, liberandolo dalla sua tirannia rispetto a se stesso. Questa operazione si ottiene sciogliendo i vari nodi che vengono a galla nella situazione transferale. Il transfert non è solo ripetizione, in quanto sfocia, appunto, in una "nevrosi di transfert", in cui il desiderio viene vivificato e l'energia pulsionale è disponibile per essere diretta sul nuovo oggetto (l'analista). La differenza tra l'attuale e l'arcaico passa in secondo piano. Ciò che conta sono i punti di arresto nelle associazioni del paziente, segni tangibili di una difficoltà ad accettare la realtà del proprio desiderio. Risolvendo questi inciampi si può costruire con il paziente la sua storicità, la sua nuova storia, creando anche la possibilità di una futurizzazione (altrimenti impossibile, visto il peso dell'Inconscio che, come è già stato detto, è atemporale, perciò se ne sbatte delle categorie del "prima" e del "dopo", rimanendo tendenzialmente uguale a se stesso).
Sono d'accordo con quello che dici, e temo di aver utilizzato male il termine guarigione in fase di chiusura; volevo piuttosto intendere la fine di un'analisi e non la guarigione del paziente in senso stretto (tant'è che precedentemente ho anche utilizzato "cambiamento strutturale" per evitare fraintendimenti). Temo che il continuo e approssimativamente infinito ripetersi di nevrosi transferali possa determinare un'impossibilità di terminarla, o almeno questo era il mio dubbio... intesa come potenziale inesauribilità della nevrosi. Ed era a questo che volevo collegarmi con la molteplicità dei transfert... (!).
Non mi stavo chiedendo dei punti di arresto, so che sono molto importanti.
E so che tendenzialmente l'inconscio se ne sbatte di cosa venga prima o dopo (non era in discussione).
Proverò a spiegarmi meglio in seguito, perché non è a questo che mi riferivo.
Caro lalangue,Citazione:
"Maria ignorata da un Edipo ormai scaltro
mima una sua nostalgia di natività"
Hai riprodotto esattamente il mio pensiero, almeno nella parte che ho segnalato. Ovviamente io ne traggo le conclusioni opposte
non posso che essere d'accordo con te! Complimenti per la citazione... :jd:
Come dicevo, lungi da me citare il lato positivista di Freud, non penso che questo possa evincersi da quel che ho scritto. Temo che affermiamo la stessa cosa quando parli di riportare in luce la realtà del desiderio e non era mia intenzione risolvere ogni tipo di residuo arcaico; mi domando piuttosto in che modo ti sia fantasticato che io volessi avanzare la pretesa di mettere in moto un meccanismo simile (mi pare che non sia contemplato in alcun posto). Infatti la prima parte del tuo intervento mi pare lontana dalle risposte che cercavo o dalle domande che mi ponevo. Quanto alla seconda parte, sono ancora daccordo quando parli di nevrosi di transfert, esattamente come lo ero prima. Tuttavia la differenza che volevo mettere in evidenza non era riducibile ad elementi inconsci, né alle loro generali caratteristiche; non era una questione "topica" quella che mi ponevo, proprio in virtù del fatto che pare non basti semplicemente trasferire i contenuti dell'inconscio nella coscienza, mi pare che i due registri siano differenti, cosa che implicherebbe una certa traduzione (e temo che questo rimandi alla distinzione tra rappresentazione di cosa e di parola); sicché è proprio improbabile che un'ipotesi di quel tipo possa avanzarsi, a prescindere dalla questione, per così dire, "temporale": l'inconscio se ne sbatte anche del modo in cui comunichiamo, se proprio vogliamo essere precisi.
Procediamo con cautela. Suppongo che le caratteristiche dell'inconscio - che non erano in discussione - siano ben distinguibili dalle modalità di relazionarsi del paziente. Ma anche questo è un concetto fraintendibile, quindi provo a spiegarmi meglio: con questo voglio dire che normalmente l'inconscio è sopito e tende ad emergere solo a seguito del lavoro dell'analista che allenta le resistenze. La modalità relazionale del paziente, invece - buona o cattiva che essa sia - esiste a prescindere dal lavoro analitico. Tenuto presente questo, non credo che il paziente possa essere preda di un "transfert perpetuo", sicché, nel momento in cui si presenta uno "stallo transferale" in cui il paziente riesce ad essere se stesso nella misura in cui lo sarebbe fuori dal setting, quello che mi domandavo è se l'analista riesca a distinguere questa sua propria modalità per ciò che effettivamente è, o se non possa, talvolta, confonderla con l'emergere di materiale inconscio. E dunque, erroneamente attribuirlo ad altro.
Credo sia in questi termini che Laplanche e Pontalis volessero porsi la questione quando parlano di transfert e "di realtà della situazione analitica, al fine di valutare se un certo fenomeno comparso nella cura sia adattato o meno a tale realtà, sia transferale o meno". Lascio perdere il resto perché pare sia già complicata una comprensione in pillole.
Non potrebbe essere altrimenti, se la pulsione è il dato ultimo del soggetto, la rappresentazione non può che derivare da un meccanismo difensivo alle spinte interne di derivazione biologica, ho capito bene?
Per cui è inutile che Freud mi parli di “relazionalità” se di questa ne fa quasi un corollario e non va a modificare sostanzialmente questa impostazione.
Nella concezione classica l'analista deve tendere alla neutralità non tanto per evitare la sua influenza a livello di contenuti, quanto perché è solo il singolo che può analizzarsi fino alla sua essenza biologica, considerando le interazioni con l'esterno solo come effetto e non come (parziale?) chiave interpretativa del suo essere?
Se si riconoscesse il potere di modificare l'inconscio alle relazioni esterne (quanto meno in parte?), la relazione stessa con l'analista diventerebbe un fattore terapeutico che va oltre la sua funzione di “strumento di comprensione”?
Non mi riferivo ai contenuti, quanto alla co-costruzione di un punto terzo di osservazione, nei termini in cui l'ha espresso gieko.
Saluti.
Non credo di aver capito, potreste rispiegarmelo? Sento forti echi giekiani, ad ogni modo. A parte questo, sembra quasi che si debba concludere che esista una sola idea di 'relazionalità' (che poi sarebbe quella dei relazionali, appunto, con l'eccezione di Sandro Panizza), forse sarebbe bene esplicitare perchè la relazionalità di Freud sarebbe solo un corollario e quella dei relazionali no, forse perchè questi hanno eliminato il concetto di 'pulsione', che continua peraltro ad essere ridotta ad una 'mera spinta interna di origine biologica' (ridotta cioè ad istinto, alla fin fine)? Ribadisco e cerco di approfondire che il concetto di 'pulsione' è articolato in quattro elementi: la fonte, la spinta, l'oggetto e la meta. Ora Freud definisce la pulsione come il concetto di qualcosa al limite tra il somatico e lo psichico, perchè? Perchè da un lato appare chiaro che si tratta di un tendere in modo completamente diverso da quello animale: data la spinta della pulsione, infatti, l'oggetto occasione della soddisfazione è in fondo indifferente e il raggiungimento della meta non è per nulla garantito nella struttura stessa della pulsione. Ciò che è implicito è qui il problema della meta, e non l'effettivo raggiungimento di essa, che è affidato al giro più largo delle vicissitudini simboliche del soggetto nelle relazioni con i suoi altri. Ora, forse questa non è l'idea di una relazionalità secondo i relazionali, ma potreste dire che non c'è un'idea di relazionalità in questo? E' solo ed esclusivamente una questione di scarica energetica per soddisfare un istinto biologico? Dall'altro lato è sempre di corpo vivente che si tratta in questo tendere pulsionale, e infatti la fonte è una zona del corpo, e guarda caso in genere un'apertura del corpo (apertura a chi?!), che diventa elettivamente zona di relazione e scambio con l'altro, o no? Non è forse qualcosa di relazionale questo, o è solo un effetto? Se sì, vorrei capire perchè. E poi, se solo il singolo -e da solo- può analizzarsi, come sostieni, perchè avrebbe bisogno di andare dall'analista? Non basterebbe lo specchio del suo bagno? Per tornare, infine, alla questione dell'inconscio -che a quanto pare non è più in nessun modo quello freudiano, e mi piacerebbe sapere se esiste un'altra teoria dell'inconscio, al di là dell'idea del superamento delle rappresentazioni per i processi, a cui ci sono arrivati anche i cognitivisti, almeno credo- mi piacerebbe capire come i contemporanei spiegano, in una teoria epistemologica complessa e coerente, quel che Freud ha individuato e cercato di spiegare nel suo lavoro: il sogno e i suoi meccanismi, l'atto mancato, il lapsus, il motto di spirito, la teoria del sintomo e tutte le altre formazioni dell'inconscio e il loro rapporto con il desiderio, e soprattutto l'uso che ce ne facciamo, ammesso che ci sia quest'uso, nella cura. Mi piacerebbe anche sapere se queste teorie contemplano, come fece Freud, una psicoanalisi che vada al di là della terapeutica e quindi che possa applicarsi anche ad altri ambiti dell'esistenza umana e della civiltà: magari a partire dal posto che questa occupa rispetto ad altri discorsi, in primis quello della scienza, posto che è sempre stato piuttosto instabile e scomodo, mentre qui si dà per scontata una linearità che a mio parere è estranea alla natura stessa della psicoanalisi.Citazione:
Non potrebbe essere altrimenti, se la pulsione è il dato ultimo del soggetto, la rappresentazione non può che derivare da un meccanismo difensivo alle spinte interne di derivazione biologica, ho capito bene?
Per cui è inutile che Freud mi parli di “relazionalità” se di questa ne fa quasi un corollario e non va a modificare sostanzialmente questa impostazione.
Un saluto,
ikaro
Prima cercavo di aprire un po' il discorso e di specificare tutti gli "addentellati" che crea. Ora cercherò di rispondere in modo più sintetico e specifico.
Secondo me, la modalità di relazione del paziente e delle persone in genere, fuori e dentro l'analisi, è comunque il frutto della sintesi tra una modalità "sua proprio sua", strutturale e intenzionale (il soggetto e la parte conscia dell'Io) e una parte inconscia, più o meno rimossa, più o meno sintomatica, non necessariamente dannosa. In analisi non c'è pura "nevrosi di transfert". Modalità relazionali pure, scevre da riferimenti all'arcaico, sono per me inconcepibili. Il frutto del nostro comportamento è determinato dalla sintesi di queste parti. Di fatto sì, la risposta che devo dare è: "sì, il transfert, come modalità organizzativa pulsionale-relazionale, rimarrà sempre e comunque attivo". Non credo che sia utile distinguere se quello che agisco in questo momento appartenga all'arcaico o al nuovo, perché di fatto qualcosa si è inceppato e va analizzato. Se va liscio, che appartenga alla mia storia o al mio futuro o al mio presente, è comunque il benvenuto.
Mi sono piaciuti anche alcuni spunti più o meno critici di benedetta. Più tardi, forse, avrò il tempo di evidenziarli.
"Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno
accesa soltanto a metà
quel poco che mi basta per contare i caduti,
stupirmi della loro fragilità,
e adesso puoi togliermi i piedi dal collo
amico che m'hai insegnato il "come si fa"
se no ti porto indietro di qualche minuto
ti metto a conversare, ti ci metto seduto
tra Nelson e la statua della Pietà,
al ballo mascherato della celebrità".
La tua citazione, come anche la mia, appartengono ad una canzone di Fabrizio de André: Al ballo mascherato, del 1973, tratta dall'album Storia di un impiegato.
Questo per quanti non hanno colto il riferimento e magari avrebbero voluto sapere di che si tratta e da dove saltava fuori il virgolettato; ed anche per togliere la conversazione da una sorta di egocentrismo e di autoreferenzialità, come quei bambini che ti dicono: "Sai. oggi Andrea ...." senza curarsi se tu sai chi sia l'Andrea di cui parlano.
Nemesi dici? Io non ho niente in contrario al lacanismo, considero anzi Lacan fra i più grandi psicoanalisti mai esistiti, e sono circondato da colleghi lacaniani con cui abbiamo accese dispute, purché sia comprensibile :D!
Buona domenica.
Cara Benedetta,
per Freud le rappresentazioni inconsce o sono dinamiche, cioè secondarie alla rimozione, quindi provengono dall’esperienza del soggetto, oppure sono ereditarie, attraverso un complesso sistema che non ha mai convinto nessuno, come l’Edipo, quindi travalicano l’esperienza ontologica del soggetto per fissarsi nella filogenesi della specie umana.
Queste rappresentazioni sono immodificabili, tuttalpiù dopo aver rinunciato alle loro pretese (che sono fondamentalmente quelle dell’incesto e del patricidio), puoi sublimarle, cioè modificarne la meta. Nel senso che se hai delle pulsioni sessuali irrisolte potresti in alternativa fare una collezione di farfalle, hai visto mai che ti aiutino nella tua vita sentimentale (puoi sempre invitare qualcuno a vederle); oppure, se se si tratta di pulsioni aggressive, puoi sempre fare il chirurgo e porle al servizio della collettività.
Il conflitto freudiano è intrapsichico, fra istanze differenti, solo in casi di grave malattia (la nevrosi narcisistica) il conflitto è fra l’Io e la realtà esterna; per i relazionali le polarità dialettiche sono fra due soggetti distinti.
Con buona pace dei colleghi che sostengono il contrario, Freud non avrebbe mai potuto dirsi “relazionale”, perché il relazionale presuppone un cambiamento di paradigma epistemologico, dal positivismo al costruttivismo, e presuppone l’esistenza di due soggetti in interazione, mentre Freud non ne concepisce nemmeno uno (non è soggetto l’Io e non è soggetto l’oggetto della pulsione).
Per non parlare dell’apparato psichico che è chiuso alla nascita (narcisismo primario) e si apre all’esterno soltanto per necessità (la scelta d’oggetto “anaclitica” e quella “narcisistica”; come dire che noi ci cerchiamo per bisogno oppure ricerchiamo noi stessi nell'altro, nulla di più, nulla di meno ... molto limitativo rispetto alla pluralità delle modalità relazionali che osserviamo); in questa visione gli stimoli esterni sono soltanto un fastidio, anzi un pericolo da eliminare al più presto possibile per ripristinare un livello energetico ottimale.
Niente a che vedere con la concezione di un bambino aperto fin dalla nascita alla relazione e che, anzi, la ricerca attivamente per se stessa come cosa altamente gratificante in sé (al pari, se non più importante della gratificazione dei bisogni primari).
La rispettiva concezione del transfert rispecchia fedelmente la concezione dell’ altro; se penso che l’altro sia da intendere come l’oggetto della pulsione, che può essere anche parziale, che in ogni caso è la parte più variabile della stessa quindi intercambiabile (“questa o quella per me pari sono...” come Don Giovanni), allora è bene che io sia neutro, quasi trasparente (ma l’analista trasparente “riflette”, non interpreta; l’interpretazione comprende sempre l’aver colto un po’ di sé e un po’ dell’altro: è sempre il cogliere il sé in relazione all’altro); se penso che l’altro sia un soggetto specifico e la relazione sia un riconoscimento reciproco di specificità e di unicità che ci definisce entrambi, allora sono relazionale.
Non credo che l’obiettivo terapeutico sia quello di modificare l’inconscio (o le sue rappresentazioni; ammesso che si possa ancora concepire l’inconscio come un contenitore di rappresentazioni e non come un processo che sottrae alla coscienza esperienze soggettive o l’assenza di potenzialità mai sviluppate, come se non avessimo mai imparato ad usare un arto pur avendolo, anzi come se non sapessimo neppure di averlo).
Obiettivo della terapia, per ciò che mi riguarda, è la “presenza a se stessi”, che non è l’insight freudiano o post freudiano, troppo razionalizzato per essere un’esperienza completa, né qualcosa di meramente metafisico da essere impalpabile; si tratta piuttosto di esclamare “Questo sono io!” di fronte a qualche aspetto dell’altro che suscita forti emozioni (positive o negative) e che alimenta il rapporto fra me e l’altro (è come se ci accorgessimo di non usare un nostro arto, per riprendere l'esempio precedente, solo perché vediamo l'altro che ne ha due). Da associare alla dialettica “servo-padrone” di Hegel, dove il servo si scopre anche padrone e il padrone si scopre anche servo, e alla fine entrambi si riconoscono in qualcosa di completamente diverso da ciò che erano prima, ma anche di ciò che scoprono essere e persino della somma delle due cose.
Attraverso l’altro avviene un’espansione diadica della coscienza, un ampliamento che accade nel soggetto ma che non sarebbe pensabile senza l’altro.
Gieko ha un’ottima conoscenza della Relational Psychoanalysis, che coniuga felicemente con i più recenti sviluppi della psicoanalisi bioniana; al momento attuale non sono in grado di valutare a fondo, per una mia ignoranza parziale su questi ultimi, quanto potrei riconoscermi in questa sua concezione.
Sono d’accordo con lui, comunque, che l’analista debba non soltanto interpretare le dinamiche del paziente, ma quelle della relazione; non ho invece riflettuto a sufficienza sul fatto che per guardare la relazione l’analista debba porsi all’esterno, da un punto terzo, usando quella sorta di “secondo sguardo” dei Baranger (in questo caso mi pare che la “oggettivi”), oppure può dirne qualcosa pur rimanendo all’interno ed esprimendone così l’immediatezza del vissuto.
Concludo col dire che non è la relazione ad essere strumento terapeutico, ma la “presenza a se stessi” che viene veicolata e facilitata attraverso la relazione.
Buona domenica.
Touché, monsieur Megiston!
La questione è che se dico tutto subito, poi gli altri, che non conoscono, non si interessano. Anche i cognitivisti sostengono che l'attenzione sia importante, e persino il clima emotivo in cui si apprende, perché si impari qualcosa. Insomma, dobbiamo lavorare in ambiente K.
La rappresentazione nasce a fatica quando la scarica non può avvenire attraverso il motorio. Da lì parte tutta una serie di meccanismi che permette di mentalizzare progressivamente tutto ciò che è perdita, mancanza ad essere. Per inciso, Freud sostiene che, per differenziare l'interno dall'esterno, lo psichismo faccia questa operazione: posso evitarlo attivando il sistema motorio, quindi è esterno; non mi posso sottrarre alla sua influenza tramite il motorio, quindi è interno.
La rappresentazione è adattiva, non difensiva. Aggiunge la possibilità di non essere sopraffatti dall'angoscia e quindi di non frantumare l'apparato per pensare i pensieri, da un lato, mentre dall'altro prova a dilazionare la scarica, ottenendo quella parziale indipendenza dal biologico e dalla causalità lineare che tanto spesso viene ricercata in chissà quale anfratto della relazionalità. A questo proposito, Megiston, prova a chiedere ai tuoi colleghi cosa intendeva Lacan quando diceva che "il rapporto sessuale non esiste".
Qui tocchiamo l'apice, vabbè inutile continuare a discutere. Come sostenevo esiste una sola idea di 'relazionale', e soprattutto esiste una sola teoria di Freud: quella che ha in testa Megiston Matema. Un bel paradosso, per uno che si professa costruttivista...Citazione:
Con buona pace dei colleghi che sostengono il contrario, Freud non avrebbe mai potuto dirsi “relazionale”, perché il relazionale presuppone un cambiamento di paradigma epistemologico, dal positivismo al costruttivismo, e presuppone l’esistenza di due soggetti in interazione, mentre Freud non ne concepisce nemmeno uno (non è soggetto l’Io e non è soggetto l’oggetto della pulsione).
Domenica intensa a quanto vedo...nessuno alla partita? Ho dato una rapida occhiata a quanto avete scritto, ma dovrò rileggerlo con calma.
Se intendi il reale secondo Lacan non so risponderti.
Caro ikaro, premesso che quando metti più di tre parole in riga mi piace pure quello che scrivi, ti esorto ad aprirlo sto benedetto thread sulle pulsioni secondo Freud per evitare rimbalzini che prendon ciascuno vie e viuzze per proprio conto! Sullo specchio da autoanalisi non ti rispondo neanche perché torneremmo troppo indietro con la discussione. Per il resto, ti devo rileggere (sai...i miei limiti!).
Caro Megiston, che pensi di quanto scritto da ikaro? Perché non prendere in considerazione questo relazionale di Freud?Citazione:
Originalmente inviato da ikaro78
Ah ecco ora ho capito....se non rispondi, lo fai per me, per stimolare il mio interesse! Che carino!.....:hug:Citazione:
Originalmente inviato da lalangue
Vuol dire che mi scervellerò ancora per arrivare a farti amorevolmente disvelare riguardo alla domanda che ti posi su quanto incide il biologico nelle tue interpretazioni in relazione alla teoria dell'affetto.
Saluti a tutti
Ti rispondo solo perché mi aspetto qualcosa di più di un risicato "carino".
Il biologico è da intendersi, innanzitutto, come comunemente viene inteso, come base del temperamento. In questo senso non vi è nulla di straordinario nell'affermare che alcune patologie psichiche hanno un correlato biologico. Ad esempio, nella schizofrenia è sempre più evidente una maggiore sensibilità alle stimolazioni esterne. Al solito, la cosa viene ricompresa da vari autori (tra cui mi fa piacere ricordare Nancy McWilliams e Ping-Nie Pao) come un'incrinatura nel rapporto madre-bambino: detto in termini bioniani, la capacità di rêverie della madre viene seriamente messa in discussione dalla particolarità costituzionale del bambino.
La seconda accezione di biologico, che immagino sia quella su cui ponevi la questione, riguarda la pulsione. Ora, la pulsione, e qui mi tocca dirlo così come va detto, è un po' un trucco di Freud, una magia che, se utilizzata correttamente, consente di non ipostatizzare il concetto di legame tra il corpo e lo psichico. Le due derive possibili, non mi ricordo se l'ho già detto, sono la deriva biologica (ad esempio il ridurre lo psichico alle neuroscienze in generale) e la deriva filosofico-ermeneutica (lo psichico come entità a sé stante, come si può vedere nel cognitivismo e in alcuni sviluppi relazionali).
A cosa portano queste derive? Alla perdita del concetto di causalità psichica (e qui giù a darmi del vetero-positivista).
La pulsione è un concetto limite, uno shibboleth. La teoria psicoanalitica dell'affetto e della rappresentazione si basa proprio su questo concetto. L'affetto-rappresentazione è il rappresentante psichico di una cosa, la pulsione, che è "il tentativo di svolgere coerentemente un'idea, per la curiosità di vedere dove va a finire" (Freud, OSF Vol. IX, p. 210).
Già il fatto che quello che noi vediamo in analisi sia il rappresentante psichico, detto anche rappresentante rappresentativo, rappresentante di rappresentanza o come diavolo lo si voglia chiamare, ti dà la misura di quanto lontani siamo dal biologico in senso stretto. Tuttavia la questione della pulsione serve per ancorare l'interpretazione ad un discorso etico. Ovviamente non parlo di etica nel senso di morale, ma di orientamento. La teoria pulsionale ci dice che dobbiamo sempre tenere conto di varie "spinte", non tutte alla diretta portata del paziente. Il fatto che ci siano queste spinte costituisce anche un limite alle interpretazioni: queste spinte avranno dei sensi (e ci sta l'ermeneutica) e delle direzioni (e qui ci sta un po' di meno).
L'interpretazione dovrebbe portare a livello conscio l'intersezione di tutte queste linee "di condotta", riallacciando quindi rappresentazioni ed affetti.
Ora mi ricollego al mio biologico e vado a mangiare. Ci metto anche un po' di soddisfazione orale.
Ti rispondo con le parole di uno scritto che, per caso o no, mi hai fatto venire in mente riguardo alla possibilità di un cedimento della volontà interpretante a favore di un lasciar-accadere storico dei fenomeni clinici e a proposito di una loro paradossale dialettizzazione:
''È invece importante osservare che l'asserzione di
strutture immanenti e universali nell'organismo
psichico implica immediatamente in Jung la
contemporanea asserzione del processo secondo cui
l'archetipo (la «struttura») è assunto In
una concreta storicità connotata principalmente dalla
nozione di unicità irripetibile.
L'inconscio non si risolve in «struttura» perché è per
Jung altresì il «luogo» del processo, inteso come
costruzione dell'irripetibile o come emergere dell'individuo
dalla matrice collettiva che lo sottende.
Tutto il nucleo del pensiero junghiano che riguarda il
«processo di individuazione» insiste su questo polo
opposto alla «struttura», e pertanto sulla possibilità
che la struttura inalterabile e astorica sia assunta
nella storicità come costruzione del nuovo.
La dialettica tra conscio e inconscio si risolve cosi in
una duplice dialettica. Da una parte l'Io è portato a
confrontarsi con la struttura e a riconoscere che alla
base della vita psichica devono essere considerate
forme inalterabili, le stesse che fondano l'uomo nella
sua specificità; dall'altra l'Io o chiamato a intervenire
in un mutamento della realtà psichica che ha i
caratteri del processo irripetibile e innovatore. Da una
parte I’lo deve riconoscere la presenza di forme
strutturanti, dall'altra deve assumere faticosamente il
compito di una trasformazione instauratrice di
concreta storicità. DI fronte a questo duplice impegno il monito-programma
freudiano « Wo Es war, soli Ich werden » almeno nello
ambito di una vita psichica assunta nella sua totalità,
appare insufficiente, sia che ad esso si voglia dare
un'interpretazione Illuministica che annulli la potenza
delle matrici strutturanti dell'inconscio, sia che ad
esso si voglia dare l'interpretazìone opposta, di
riduzione dell'Io all'Es o di assunzione da parte del
primo della causalità del secondo. Nella prima
interpretazione è ovviamente abolita la struttura, nella
seconda la storia. Laddove l'inconscio come matrice
della vita conscia deve, prima o poi, essere abolito,
vengono tolte di mezzo anche le strutture attraverso
le quali l'uomo è riconoscibile come tale e mediante le
quali è possibile all'uomo di condurre un discorso
coerente su se stesso; ma dove è tolto di mezzo, in
nome della struttura, il soggetto stesso che dialettizza
con esse, è tolta di mezzo anche la storia, è tolto di
mezzo anche il nuovo imprevedibile che colloca
l'uomo nell'ambito della possibilità, sottraendolo alla
necessità dell'oggetto naturale.
Per Jung la trasformazione Implicita nella presa di
coscienza non abolisce la struttura e tanto meno
consegna l'lo alla struttura stessa. Ne l'Inconscio ne
l'Io possono esaurirsi. Il loro dialogo inarrestabile è il
processo di individuazione.
Differenziazione e integrazione rappresentano qui gli
opposti correlati entro cui è possibile pensare un
processo altrimenti impensabile. Al di fuori di questa
coppia di opposti, o l'individuazione si risolve in
sviluppo naturalistico che ha per meta una astratta
normalità, o si risolve in ricerca esasperata e
dispersiva dell'individualità.
Qualora si tenda a isolare il momento dinamico dell'integrazione,
il processo di individuazione rischia di
confondersi con uno sviluppo naturalistico; qualora,
al contrario, si tenda a isolare il momento della
differenziazione, il processo di individuazione rischia
di risolversi nell'ineffabilità dell'individuo.
Ma per Jung l'individuo è il «punto» in cui la struttura
collettiva si innesta nella storia, in cui la ripetizione si
congiunge con il nuovo. In tal senso il fine
dell'individuazione esprime anche il superamento
della contraddizione in cui inevitabilmente si dibatte il
pensiero quando si scontra con la problematica della
storia: la presenza delle forme ripetitive e
l'incontestabilità del nuovo, le «strutture» della natura
umana e il concreto processo realizzatore della
storia.
Il processo di individuazione è il mezzo con cui le forme ripetitive che definiscono l'uomo nella sua
specificità si assoggettano al processo liberatore, o
meglio, il mezzo con cui le strutture divengono la
materia indispensabile di un processo che le travalica.
Mario Trevi ''Struttura e processo nella concezione junghiana dell'inconscio''
Saluti,
Luigi
Mi trovi d'accordo con quanto dici prima, ma non con questa frase; affermare una cosa simile potrebbe equivalere a creare confusione tra la viscosità della nevrosi e la superficie liscia di tutto il resto, presente o futuro che esso sia. Dunque, da quello che lasci intendere - o che bonariamente io fraintendo - non ci interessa di capire se l'odio del paziente sia il derivato di un presunto e passato "odio paterno" né comprendere se questa stessa aggressività possa invece dirsi di modalità relazionali proprie del paziente e che esistono sin da prima che egli possa proiettare transferalmente alcunché, le quali, contrariamente, fanno parte del presente. Però mi verrebbe da chiedermi se distinguere non significhi pure analizzare; e cioè capire quale siano le motivazioni di certi agiti, poiché se non si capisce l'origine non vedo come si faccia a capirne il funzionamento o come si faccia a stabilire che esiste una nevrosi. Come si riesce a identificare l'inceppo di cui bisogna effettuare l'analisi se non lo si colloca nella storia del paziente e se non lo si mette in relazione con quello che sarebbe il suo funzionamento presunto-sano? Ho la vaga sensazione che si stia estremizzando qualche cosa; la mia necessità non è quella di formulare una topica dei nodi del paziente e di scioglierli come fossero neve tra le mani, ma confesso che non mi dispiacerebbe sapere che è possibile identificare un certo agito come una proiezione piuttosto che come qualcosa d'altro (checché se ne dica temo che sia possibile, oltre che auspicabile). Sarà pur vero che l'analisi non è un processo lineare ma credo che tutto il mondo sia basato su questo processo di non-linearità, e dal momento che anche noi tendenzialmente procediamo in questo senso non mi pare sia peculiare dell'analisi.
Dunque che qualche cosa si è inceppato posso capirlo anche da me, ascoltandomi, nel silenzio della mia solitudine, ed è lo stesso meccanismo che mi spinge ad iniziare un'analisi probabilmente. Sarebbe importante capire cosa e quale sia l'origine (per me, e per me soltanto). Di fatto io lo sto capendo. Sicché, la morale è che "qualcosa si è inceppato e va analizzato" è una frase che spetta a me, prima che l'analisi abbia inizio; in seguito mi piacerebbe che vi fosse altro (molto altro). Sicché non mi accontenterei di sapere che una cosa va liscia... certamente vorrei sapere perché, se e a cosa appartiene, e quanto va liscia. Soltanto in seguito posso decidere se è la benvenuta. :rolleyes:
La curiosità è femmina!
Di certo è importante sapere da dove vengano certe cose, ma, ad un certo punto, Freud si "arrende" al costruzionismo. Proprio in "Costruzioni in analisi" rende esplicito il suo pensiero in merito, dicendo che è importante che il paziente, tramite l'analista, costruisca una sua storia, non necessariamente vera, ma verosimile, in cui inserire i suoi "perché".
Relativamente a quello che si inceppa, a prescindere da che origine abbia, l'importante è che si trovi una soluzione alternativa, onde ricomprendere nello psichico ciò che viene semplicemente ripetuto come comodamente invariante (anche se un po' angosciante). Solo questo passaggio, che scompagina un po' la storia che il paziente già si racconta in merito al suo sintomo, consente di creare una storia aperta verso il futuro, verso il nuovo, verso uno psichico progettuale e verso fantasie creative e "feconde", spiegando (cioè togliendo le grinze da) ciò che era ripiegato su un passato tanto magnetico quanto mortifero.
Infatti non puntualizzavo il fatto che la storia in sé debba essere vera; lungi da me, anzi. Ma anche quella che può essere una fantasia, secondo me, ha una collocazione tale da consentire l'inserimento di quei perché. Quanto al resto devo dedurre che, prima o poi, il mio analista potrebbe non avere vita facile. E io neppure. :rolleyes:
Mio caro Lalangue,
cosa intendeva Lacan con la sua affermazione “Il rapporto sessuale non esiste” (e cosa intendi tu introducendo questa affermazione in questo contesto) nessuno meglio di te può spiegarcelo, non credi? Poi, se vuoi, possiamo discuterne, visto che una vaga idea di ciò di cui stai parlando ce l’ho anch’io.
Quanto a queste asserzioni, a me non pare proprio che Freud nel suo “Costruzioni in analisi” intendesse dire ciò che tu esprimi, anzi, direi proprio che il suo intento fosse quello di ricercare delle conferme indirette fra le righe di ciò che il paziente dice, associa, sogna o fa (la sua reazione, insomma) alla costruzione dell’analista. Non saprebbe che farsene di una ricostruzione che non sia vera, ma soltanto verosimile. Naturalmente, è possibile che sia io a sbagliarmi, ma di questo potrei convincermene citazioni alla mano dal testo che tu hai nominato.
Trovo, inoltre, assurdo che il paziente (indipendentemente da ciò che dice Freud) ricostruisca, attraverso il suo analista, una storia “verosimile” in cui inserire i suoi “perché”; perché mai un individuo dovrebbe pagare un analista per avere l’assenso a mistificarsi in questa maniera?
Un saluto.
Mi spiegheresti questo salto da Freud a Bion? (con gli omaggi forse a Lacan?). A proposito delle origini, ti riferisci al cosidetto punto "O"? Da cui poi re-inizia un altro processo di costruzione?:mumble:
Ti riferisci forse all'idea che l'individuo possa essere come ri-captato dal/nel suo passato, nell'ultima parte, a discapito della progettualità nel presente e verso il futuro?