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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
Citazione:
Originalmente inviato da
lalangue
La curiosità è femmina!
Di certo è importante sapere da dove vengano certe cose, ma, ad un certo punto, Freud si "arrende" al costruzionismo. Proprio in "Costruzioni in analisi" rende esplicito il suo pensiero in merito, dicendo che è importante che il paziente, tramite l'analista, costruisca una sua storia, non necessariamente vera, ma verosimile, in cui inserire i suoi "perché".
Visto che il pezzo di Trevi non se l'è cagato nessuno (scusate il linguaggio!:asd:) torno con il mio dubbio, la mia perplessità rispetto ad una supposta ''certezza'' o rassegnazione che intuisco da alcuni ultimi interventi di lalangue.
Mi riferisco ad una presunta incompatibilità (forse in realtà solo da me percepita tale) che sembri attribuire ad una dimensione strutturale ed una costruttiva. A dire la verità, non mi interessa il costruttivismo ne le inutili derive ermeneutiche. Mi sembra una polarizzazione senza senso: le invarianti strutturali della psiche possiedono in sè una certa propulsività a divenire. O non stiamo, nel sottosuolo, chiamando in causa il livello pulsionale? Pulsionale o energetico è per me la stessa cosa: c'è un punto insondabile ''storicamente'' (egoicamente) in cui la pulsionalità dell'inconscio (una sorta di livello puramente formale, un contenitore) ha dato vita autonomamente ai primi contenuti; forse per una sorta di aggregazione complessuale dei primi elementi mondani (succede sempre così nel bambino). Come può la dimensione strutturale non storicizzarsi? Se è proprio questa spinta primordiale a definire il destino dell'Io! Come può altrimenti l'Io spingersi indietro fino alle proprie invarianti? E cosa scoprirà oltretutto? Scoprirà appunto la propria 'matrice', i momenti del suo magmatico costituirsi. Quindi, in questo senso, vorrei contestare l'attributo che dai alla ''storia'' analizzata dell'Io: essa è, per me, ''vera'' nella misura in cui appunto è stata analizzata, cioè nella misura in cui la storia dell'Io raggiunge le proprie invarianti, i momenti a-temporali del suo costituirsi; non è ''verosimile'' perchè tale è sempre una ''storia'' che non raggiunge il livello strutturale, cioè la propria 'verità'.
E' una specie di de-stino quello che esprime la ''storia'': l'Io non potrà mai consegnarsi alla struttura ne tantomeno questa possibilità di soppressione sembra essere una dimensione ''pensabile''; dato che, come ho detto, ''struttura'' è il luogo (contenitore) dell'inizio di ogni ''processo''. Anzi, la condizione di possibilità di un processo. Ne l'inconscio ne l'Io possono esaurirsi: come facciamo? Sembra che anche Freud fosse consapevole di questo fatto di cruciale importanza: la psicoanalisi non per altro è anche ''cura''. Una cura del tutto particolare dato che non prevede nessun tipo di ''soppressione violenta'' (a questo ci hanno abituato le psicologie dell'adattamento nelle varianti comportamentali e cognitive) ma appunto l'instaurarsi di un solco nella storia, di un sospetto, di un altro, di un dia-logo fra le due istanze destinate a palleggiarsi la vita, Io e Inconscio. Ora, questo dialogo avviene comunque, con o senza analisi in verità (piu che un dialogo, una 'comunicazione a distanza'): senza analisi l'inconscio produce sintomi secondo un modo anancastico che sopprime ogni libertà, con l'analisi (con la breccia che essa produce) l'inconscio trova inaspettatamente nuove vie, gentilmente concesse dal signor Io, che si de-centra, si sposta (sto banalizzando ovviamente). Chiudo:
''la trasformazione implicita nella presa di
coscienza non abolisce la struttura e tanto meno
consegna l'lo alla struttura stessa.
L'individuo è il «punto» in cui la struttura
collettiva si innesta nella storia, in cui la ripetizione si
congiunge con il nuovo.''
Se le cose stanno così, non c'è bisogno di contrapporre nulla a nulla, e non c'è bisogno di chiamare in soccorso costruttivismi di sorta: la dimensione strutturale cui la psicoanalisi sogguarda contiene in sè il seme di ogni costruzione di là da venire.
Saluti,
Luigi
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Citazione:
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Mio caro Lalangue,
cosa intendeva Lacan con la sua affermazione “Il rapporto sessuale non esiste” (e cosa intendi tu introducendo questa affermazione in questo contesto) nessuno meglio di te può spiegarcelo, non credi? Poi, se vuoi, possiamo discuterne, visto che una vaga idea di ciò di cui stai parlando ce l’ho anch’io.
Digli che è carino...è probabile che ti risponda! :asd:
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@Megiston: "non c'è rapporto sessuale" vuol dire che non ci si incontra, che il desiderio dell'uno va da una parte e quello dell'altra da un'altra. Non c'è un rapporto da costruire. Non c'è un buco reale da turare. Lì dove si vede la "realtà ultima", ogni psichico ci mette la sua pezza, la sua "scena primaria". Il momento di disillusione maggiore è quando pensiamo di incontrare il desiderio dell'Altro e lì di aver "concluso", ma quell'incontro non c'è. Qualcosa non combacia. La riserva dell'increato, le Urphantasien, la pezza che ci mettiamo in fondo allo psichico, la rimozione primaria. Più un là non si può andare; più in qua siamo costretti nel gioco del desiderio, che ogni volta si rinnova perché non trova mai la Cosa freudiana (das Ding, la Madre). Purtroppo o per fortuna non ricordo i brani del Vecchio a memoria, ma a breve rileggo con piacere "Costruzioni" e trovo la parte in cui spiega la faccenda delle interpretazioni e delle costruzioni/ricostruzioni.
Sono o non sono carino?! :P
@Luigi: credo di aver già risposto parzialmente. L'ora è tarda e domani si lavora. Sempre più stringato: il brano mi è piaciuto molto. Volevo darti la mia stima :) , ma questo forum ha i suoi ritmi e le sue regole :(
L'Inconscio è costituito da un magma pulsionale (serbatoio dell'Es), dal rimosso primario (fantasmi originari) e dal secondario. Le pulsioni, in sé, sonoo una garanzia del cambiamento, in un certo senso. Sono la molla. Il rimosso primario è l'accesso al simbolico, più o meno parziale (nevrosi/psicosi). La verosimiglianza del racconto riguarda proprio questa faccenda: noi non sapremo mai esattamente come sono andate le cose (e non che ce ne debba fregare molto, tanto che il Green ci mette una pietra sopra e chiama quella cosa lì "riserva dell'increato", dove "riserva" sta per "divieto d'accesso"). Possiamo creare un numero n di storie sulla nascita psichica, sull'evoluzione del nostro Io, sulle nostre scelte e sui vari "perché". Tutto funziona, purché sia verosimile. La struttura, con un cerotto lì dove non possiamo guardare, è il complesso dei fantasmi (in senso psicoanalitico). Il processo è sulla linea indicata dal desiderio. "[...] passato, presente e futuro, come infilati al filo del desiderio che li attraversa" (Freud, Il poeta e la fantasia, OSF Vol. 5, cit. in: Masciangelo, Su Freud per il dopo Freud, in: Semi, Trattato di Psicoanalisi, Vol. 1, pag. 395).
Poco chiaro, ma con più calma il resto.
@Rosa: il passaggio Freud-Bion è meno traumatico di quanto possa apparire. La "O" di Bion è più una cosa affettivo-viscerale, presimbolica, protomentale. Quello che intendo io come "ripiegamento sul passato" è quel fenomeno per cui l'animale uomo perde all'improvviso (ma neanche così tanto velocemente) ogni interesse per il nuovo e va avanti a raccontare/raccontarsi la sua storia, quasi che questa serva a giustificare il suo stallo e la sua incapacità di pensare il futuro (non è in grado di liberarsi dalla logica del sintomo, preferendo, più o meno consapevolmente, la stasi moderatamente angosciante piuttosto che la fatica e l'angoscia di un pensiero radicalmente spaesante, nuovo, perturbante).
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lalangue;2262609 Sono o non sono carino?! :P
Non lo so, c'ho da pensare!
Comunque fai progressi, ragazzo: prima rispondevi perché ti aspettavi qualcosa di più del semplice carino ed ora hai il dubbio se lo sei o meno. :mano:
Sono sempre più convinta che relazionarsi con gli altri faccia compiere dei passi da giganti nella comprensione di se stessi! ;)
Citazione:
Originalmente inviato da
lalangue
@Megiston: "non c'è rapporto sessuale" vuol dire che non ci si incontra, che il desiderio dell'uno va da una parte e quello dell'altra da un'altra. Non c'è un rapporto da costruire. Non c'è un buco reale da turare. Lì dove si vede la "realtà ultima", ogni psichico ci mette la sua pezza, la sua "scena primaria". Il momento di disillusione maggiore è quando pensiamo di incontrare il desiderio dell'Altro e lì di aver "concluso", ma quell'incontro non c'è. Qualcosa non combacia. La riserva dell'increato, le Urphantasien, la pezza che ci mettiamo in fondo allo psichico, la rimozione primaria. Più un là non si può andare; più in qua siamo costretti nel gioco del desiderio, che ogni volta si rinnova perché non trova mai la Cosa freudiana (das Ding, la Madre). Purtroppo o per fortuna non ricordo i brani del Vecchio a memoria, ma a breve rileggo con piacere "Costruzioni" e trovo la parte in cui spiega la faccenda delle interpretazioni e delle costruzioni/ricostruzioni.
Citazione:
Originalmente inviato da ikaro78
Ora Freud definisce la pulsione come il concetto di qualcosa al limite tra il somatico e lo psichico, perchè? Perchè da un lato appare chiaro che si tratta di un tendere in modo completamente diverso da quello animale: data la spinta della pulsione, infatti, l'oggetto occasione della soddisfazione è in fondo indifferente e il raggiungimento della meta non è per nulla garantito nella struttura stessa della pulsione. Ciò che è implicito è qui il problema della meta, e non l'effettivo raggiungimento di essa, che è affidato al giro più largo delle vicissitudini simboliche del soggetto nelle relazioni con i suoi altri. Ora, forse questa non è l'idea di una relazionalità secondo i relazionali, ma potreste dire che non c'è un'idea di relazionalità in questo?
Considerando questi due interventi, allora posso pensare che l'idea di relazionalità di Freud non contempla la costruzione di un rapporto, per cui si sta parlando di una cosa diversa da quella teorizzata dai relazionali, sbaglio? Per cui è corretto dire che in Freud c'è solo un'idea di relazionalità, non di più, giusto?
Saluti
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Considerando questi due interventi, allora posso pensare che l'idea di relazionalità di Freud non contempla la costruzione di un rapporto, per cui si sta parlando di una cosa diversa da quella teorizzata dai relazionali, sbaglio? Per cui è corretto dire che in Freud c'è solo un'idea di relazionalità, non di più, giusto?
Mah, non saprei bene cosa risponderti a questo punto, il discorso incomincia a prendere pieghe diverse, usiamo le parole 'relazionale' e 'soggetto' come se fossero uguali per tutti, invece mi accorgo -meglio tardi che mai!- che a questo punto le incomprensioni e divergenze sono veramente molte. Non capisco perchè, in questo marasma, quel casinista di lalangue abbia aggiunto ulteriore carne al fuoco con quell'aforisma ("Non c'è rapporto sessuale") che condensa in poche parole aspetti molto complessi della teoria e che comunque è di Lacan, quindi non mettiamolo in conto a Freud. Se parliamo di Lacan, credo che la sua idea di 'relazionale' vada al di là di quella espressa dai relazionali, che lui forse descriverebbe in termini di intersoggettività. Se parliamo di Freud posso dire che da un punto di vista teorico, a mio parere, contempla un'idea di 'relazione', che poi questa non coincida con quella dei 'relazionali' è un altro discorso (anche se non ne sono sicuro, richiamo in causa il saggio di Panizza). Se per 'relazionale' intendiamo l'incontro tra due soggetti, la pratica dell'analisi, da Freud in poi, secondo me lo è, fosse solo per il fatto di essere una talking cure, cioè un incontro tra un persona che soffre e che parla e un'altra che ascolta e, ogni tanto, parla. Mi sembra che almeno a questo livello minimo si possa essere d'accordo.
Saluti,
ikaro
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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
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Originalmente inviato da
ikaro78
Se per 'relazionale' intendiamo l'incontro tra due soggetti, la pratica dell'analisi, da Freud in poi, secondo me lo è, fosse solo per il fatto di essere una talking cure, cioè un incontro tra un persona che soffre e che parla e un'altra che ascolta e, ogni tanto, parla. Mi sembra che almeno a questo livello minimo si possa essere d'accordo.
Saluti,
ikaro
Che bello questo intervento...davvero! Sembra come se avesse raggiunto il 'nocciolo' della questione senza dibattersi nelle oscurità delle posizioni personali, senza chiamare in causa immaginarie teorie...ma forse restando ancorato a ciò che nella psicoanalisi vi è di essenziale. Questo 'essenziale', a volte, viene solo oscuramente intuito, vagamente percepito e si rivela solo quando, cadute le rispettive recinzioni, si è capaci di stringersi la mano...per così dire.;)
Saluti,
Luigi
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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
Citazione:
Originalmente inviato da
ikaro78
Mah, non saprei bene cosa risponderti a questo punto, il discorso incomincia a prendere pieghe diverse, usiamo le parole 'relazionale' e 'soggetto' come se fossero uguali per tutti, invece mi accorgo -meglio tardi che mai!- che a questo punto le incomprensioni e divergenze sono veramente molte. Non capisco perchè, in questo marasma, quel casinista di lalangue abbia aggiunto ulteriore carne al fuoco con quell'aforisma ("Non c'è rapporto sessuale") che condensa in poche parole aspetti molto complessi della teoria e che comunque è di Lacan, quindi non mettiamolo in conto a Freud. Se parliamo di Lacan, credo che la sua idea di 'relazionale' vada al di là di quella espressa dai relazionali, che lui forse descriverebbe in termini di intersoggettività. Se parliamo di Freud posso dire che da un punto di vista teorico, a mio parere, contempla un'idea di 'relazione', che poi questa non coincida con quella dei 'relazionali' è un altro discorso (anche se non ne sono sicuro, richiamo in causa il saggio di Panizza). Se per 'relazionale' intendiamo l'incontro tra due soggetti, la pratica dell'analisi, da Freud in poi, secondo me lo è, fosse solo per il fatto di essere una talking cure, cioè un incontro tra un persona che soffre e che parla e un'altra che ascolta e, ogni tanto, parla. Mi sembra che almeno a questo livello minimo si possa essere d'accordo.
Saluti,
ikaro
:asd:
Comunque anche qui mi sento di dissentire (bello, vero?): la psicoanalisi è una talking cure in cui sono più importanti i silenzi che non le parole.
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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
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Originalmente inviato da
lalangue
la psicoanalisi è una talking cure in cui sono più importanti i silenzi che non le parole.
Mah...perchè...perchè? Vedi, in questi casi mi sento molto più freudiano del solito...Freud non stava mica zitto...già...
Saluti,
Luigi
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Originalmente inviato da
luigi '84
Mah...perchè...perchè? Vedi, in questi casi mi sento molto più freudiano del solito...Freud non stava mica zitto...già...
Saluti,
Luigi
Mica i silenzi dell'analista! Quelli del paziente sono molto più importanti :approved:
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Originalmente inviato da
lalangue
Mica i silenzi dell'analista! Quelli del paziente sono molto più importanti :approved:
oh..pardon! Ero già partito con le mie masturbazioni!;)
Saluti,
Luigi
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"C'è un unico punto che esige di essere indagato e chiarito. La via che parte dalla costruzione dell'analista dovrebbe terminare nel ricordo dell'analizzato; non sempre essa giunge tanto innanzi. Ci capita abbastanza frequentemente di non riuscire a suscitare nel paziente il ricordo del rimosso. In sua vece, se l'analisi è stata svolta correttamente, otteniamo in lui un sicuro convincimento circa l'esattezza della sua costruzione; ebbene, tale convincimento, sotto il profilo terapeutico, svolge la stessa funzione di un ricordo recuperato. Rimane da vedere (le indagini future daranno una risposta) in quali circostanze ciò accada, e come sia possibile che un sostituto all'apparenza incompleto agisca cionondimeno con piena efficacia" (Freud, Costruzioni nell'analisi, OSF Vol. 11, p. 549).
Mi sono meritato una birra? Vado a bermela!:jd:
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Caro Lalangue,
in tutti i vocabolari trovi che il significato di verosimile è sostanzialmente quello di essere simile al vero, assomigliargli, senza necessariamente esserlo; e tu sembri ben consapevole di questo quando dici: “Proprio in "Costruzioni in analisi" [Freud] rende esplicito il suo pensiero in merito, dicendo che è importante che il paziente, tramite l'analista, costruisca una sua storia, non necessariamente vera, ma verosimile, in cui inserire i suoi "perché"”.
Si tratta, a tuo parere, di costruire una storia (una costruzione) credibile per il paziente, anche se non necessariamente vera; questo elemento di “credibilità” dovrebbe, per ricollegarci alla tua citazione freudiana, fornire il “sicuro convincimento” e gli effetti terapeuti sperati, esattamente come avviene quando il ricordo rimosso viene recuperato (quando cioè la “verità” viene a galla).
Ora, Freud non parla di verosimiglianza in questo brano, né afferma che la costruzione possa non essere vera, dice soltanto che tale costruzione non incontra la conferma consueta dell’emergere del ricordo patogeno.
Che la ricostruzione debba essere “vera” Freud lo dice molto chiaramente in tutto il testo da cui hai tratto la citazione; ad esempio dice che:
“Ciò che ci interessa è un quadro, attendibile e completo in tutti i suoi elementi essenziali, degli anni dimenticati della vita del paziente” (OSF, Costruzioni nell’analisi, vol. 11, p. 542).
“Tutti sappiamo che l’analizzato deve essere portato a ricordare qualcosa che egli stesso ha vissuto e rimosso ...” (op. cit. p. 542).
Freud paragona il lavoro psicoanalitico a quello dell’archeologo, entrambi “scavano” per dissotterrare l’uno la struttura portante della mente umana, la matrice della nevrosi individuale, il passato inconscio del paziente, l’altro una civiltà o le vestigia del passato sepolte dagli strati del tempo.
Questo paragone non è inedito, Freud non nasconde quanto ammirasse l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann e quanto, all’età di 17 anni, avesse infiammato la sua immaginazione la scoperta di questi dell’antica città di Troia in una pianura costiera dell’attuale Turchia. Freud stesso era appassionato di archeologia, ce ne parla in occasione dei suoi viaggi in Grecia e in Italia, di alcune sue opere come la Gradiva e il suo studio assomigliava più a quello di un archeologo, con tutte quelle sculture e quei reperti storici, che a quello di un medico.
Psicoanalista e archeologo sono accomunati dalla ricerca della verità storica, vogliono ricostruire ciò che è stato così come è stato; ma fra i due studiosi esistono delle differenze: mentre l’archeologo spesso si trova alle prese con materiale che non sempre è in buono stato di conservazione, l’analista è facilitato dal fatto che il suo materiale è sempre in ottimo stato perché è stato conservato così com’era allora ed in qualche modo è ancora “vivo” e aspetta solo di essere liberato.
Scrive Freud:
“Inoltre c’è da tener presente che chi effettua uno scavo ha a che fare con oggetti distrutti di cui senza alcun dubbio pezzi grandi e importanti sono andati perduti a causa di enormi forze meccaniche, di incendi o di saccheggi. Non c’è sforzo che possa riportare questi pezzi alla luce per ricomporli coi ruderi rimasti; l’unica cosa su cui si può fare affidamento sono le ricostruzioni, che, proprio per questo motivo, abbastanza spesso non possono andar oltre un certo grado di verosimiglianza. La faccenda è diversa se si ha a che fare con l’oggetto psichico di cui l’analista vuol fare emergere la storia passata. Qui si vede invariabilmente ciò che per l’oggetto archeologico è accaduto solo in circostanze eccezionali e fortunate, come per esempio a Pompei e nel caso della tomba di Tutankhamen. Tutto l’essenziale si è preservato, persino ciò che sembra completamente dimenticato è ancora presente in qualche guisa o da qualche parte, solo che è sepolto, reso indisponibile all’individuo. Com’è noto, si può addirittura mettere in dubbio che una formazione psichica qualsivoglia possa davvero andare soggetta a completa distruzione. Se riusciremo o meno a portare compiutamente alla luce il materiale nascosto è soltanto un problema di tecnica analitica” (op. cit. p. 543-544).
Forse l’archeologo dovrà accontentarsi di ricostruzioni verosimili, magari attendendo conferme da altre fonti storiche (la “verosimiglianza di Freud non è costruzione ipotetica, non perde mai di vista l’elemento della “realtà” del dato da ricostruire nemmeno nell’ambito dell’archeologia), l’analista invece può scoprire la realtà così come è stata e si è conservata fino adesso, proprio come Pompei sigillata dai lapilli dell’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. La formazione psichica è indistruttibile e rimane identica a se stessa nell’inconscio (non subisce alcuna modifica); è soltanto un problema di tecnica psicoanalitica riportare alla luce questo prezioso materiale.
Di seguito Freud individua quali elementi nel paziente possono rappresentare una conferma indiretta a tali ricostruzioni dell’analista (associazioni, sogni, atti mancati, sintomi, ma soprattutto il transfert: il paziente non “ricorda”, ma “rivive” con l’analista ciò che ha rimosso).
L’attenzione a non andare fuori strada con costruzioni inesatte o addirittura sbagliate è costante in tutta la breve opera, ma:
“Se la costruzione è falsa nel paziente non cambia nulla; se invece è giusta o si avvicina alla verità egli reagisce ad essa con inequivocabile aggravamento dei suoi sintomi e del suo stato generale” (op. cit. 549).
Non si può fare affidamento sul singolo elemento di conferma del paziente, come non si può contare sul suo “si” o “no”, poiché:
“... queste reazioni del paziente sono perlopiù polivalenti e non consentono di prendere una decisione definitiva. Solo il prosieguo dell’analisi può permetterci di valutare se la nostra costruzione era esatta o inutilizzabile. Alla singola costruzione attribuiamo solo il valore di un’ipotesi in attesa di verifica, conferma o confutazione. [...] In breve, assumiamo come modello per il nostro comportamento un famoso personaggio di Nestroy, quel servo che ad ogni domanda o obiezione aveva pronta la seguente unica risposta: “Tutto si chiarirà nel corso degli eventi” ”. (op. cit. p. 549).
L’elemento fondamentale di verifica e di conferma è, appunto, la “piena efficacia” che il “corso degli eventi” fornirà immancabilmente se la ricostruzione è esatta (anche se non emerge alla coscienza alcun ricordo, ma solo un “sicuro convincimento”).
Più avanti Freud avanza l’ipotesi che le allucinazioni e i deliri, così come i sogni, i sintomi, gli atti mancati, ecc., siano anch’esse il prodotto finale dello spostamento e della deformazione di alcuni vissuti storicamente accaduti nella vita dell’individuo.
Compito dell’analista, anche in questo caso, potrebbe essere quello di:
“ ... liberare il brano di verità storica dalle sue deformazioni e dai suoi agganci con la realtà presente e nel riportarlo al punto del passato cui propriamente appartiene” (op. cit. p. 551).
Perché:
“Come la nostra costruzione solo in tanto è efficace in quanto restituisce un brano dell’esistenza andato perduto, così anche il delirio deve la propria forza di convinzione alla parte di verità storica che ha inserito al posto della realtà ripudiata. [...] Se ci domandiamo perché, ciononostante, queste formazioni riescano a esercitare sugli uomini un potere così straordinario, la conclusione cui ci porta la ricerca è la stessa cui siamo pervenuti nel caso dell’individuo singolo: esse devono il loro potere al contenuto di verità storica che hanno ricavato dalla rimozione di epoche antichissime e dimenticate”. (op. cit. p. 552).
Non ti replico con questo commento per una puerile voglia di vittoria o per ribadire che ho ragione io, ma perché ritengo che l’elemento del “dato reale” sia molto importante in Freud, più di quanto lui stesso voglia ammettere (ad esempio in Totem e tabù riguardo alla verità del patricidio o nell’Uomo dei Lupi riguardo alla veridicità della “scena primaria”). Penso che il “trauma reale” sia compatibile con l’apparato psichico energetico deterministico e meccanicistico che descrive Freud e che funziona alla stregua dell’arco diastaltico riflesso.
Penso che Freud abbia soltanto sostituito un trauma reale ontogenetico ad uno filogenetico, accaduto una volta per tutte in un tempo imprecisato a dei nostri lontanissimi progenitori (vedi Totem e tabù).
Penso che la fantasia, intesa come libera creazione della mente, non può nascere da un “apparato psichico”, non dall’Es che non ha capacità mitopoietiche, né dall’Io che è soltanto una specie di vigile urbano, attento a far defluire i flussi energetici che attraversano l’apparato, applicando un codice stradale che non ha creato lui, ma che applica meccanicamente.
Quando Freud fa riferimento a fantasie inconsce le ricava tutte dalla “fantasia primaria”, che non è creata dall’inconscio stesso, ma è ivi depositata dall’eredità filogenetica che narra in Totem e tabù.
Ma per porre quella fantasia primaria Freud necessita di creare un punto di consistenza reale (anche se molto remoto nel tempo e accaduto ad altre persone che ce lo avrebbero trasmesso ereditariamente come struttura inconscia) che è l’unico che può produrre effetti reali in una struttura funzionante energeticamente.
Un saluto.
P.S. La birra te la offro io :approved:!!!
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Grazie per la birra! :)
Per il resto... Freud, appunto, dice che una "formazione psichica" permane, tale e quale, com'era al momento del suo formarsi. Il passare del tempo crea successive stratificazioni, tanto che è difficile datare un certo reperto psichico (inserire un'espressione dello psichismo in una "fase psicosessuale" precisa). A questo punto, se proprio devo fare una critica a Freud, anche se penso sia già nel suo pensiero (o magari è un'aggiunta mia, ma tanto meglio), credo che il nostro concetto attuale di memoria (in senso cognitivo) tenda ad escludere la possibilità di ritrovare qualcosa di vero e conservato, soprattutto se relativo ad un periodo arcaico. L'ipotesi che faccio io, e non credo di essere tanto distante dal "vero", è che lo psichismo si struttura e si stratifica su varie esperienze "relazionali" significative (tramite introiezioni di relazioni e identificazioni). Questa è la realtà che si cerca in psicoanalisi: la storia dello psichismo del paziente. Peraltro, proprio per il meccanismo dell'après coup (Nachtraeglichkeit, cioè posteriorità, significazione a posteriori), difficilmente si potrà accedere a qualcosa che sia "prima dell'Edipo", se non tramite speculazioni (le fase precoci descritte da Melanie Klein). Una costruzione "esatta", quindi, è una costruzione che funziona, cioè una costruzione che permette al paziente di collocarsi in una storia che racconti delle sue difficoltà, delle sue modalità difensive, delle sue capacità, delle relazioni significative e di tutte le vicissitudini che gli servono per spiegarsi come soggetto. Tutte legate dal filo rosso del desiderio, che costituisce il senso (la direzione) della storia stessa. La fantasia è qualcosa che lo psichico utilizza per superare l'assenza, prima negandola (onnipotenza/pensiero magico/narcisismo primario), poi superandola (fase depressiva). Ricompresa l'assenza nello psichico, superata la dipendenza e l'Hilflosigkeit, il soggetto si svincola dall'autismo onnipotente del narcisismo primario e, contemporaneamente, dalla dipendenza dal bisogno, creando la struttura del desiderio. Il simbolico e l'utilizzo del processo secondario ci permettono di trattenere nello psichico ciò che prima doveva essere scaricato nel motorio. In fondo in seduta non si insegna altro che questo.
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Citazione:
Originalmente inviato da
lalangue
Il simbolico e l'utilizzo del processo secondario ci permettono di trattenere nello psichico ciò che prima doveva essere scaricato nel motorio. In fondo in seduta non si insegna altro che questo.
A parte che ci sarebbe molto da discutere su affermazioni precedenti, ma questa poi mi sembra quanto di peggiore abbia proposto una certa psicoanalisi: adattamento. Peraltro con questa idea decisamente poco compatibile con le conoscenze che abbiamo del funzionamento del vivente, per cui ci sarebbero energie da contenere e preservare dalla "scarica motoria".
Siamo a mio parere ben lontani da una concezione trasformativa dell'esperienza analitica (che è a ben vedere una delle eredità del pensiero di Bion più feconde e rivoluzionarie...) che, lungi dal cercare di insegnare alcunchè, si occupa unicamente di fare lavoro di analisi, per poi lasciare che l'analizzando possa mettere in atto i propri processi sintetici.
Saluti
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Citazione:
Siamo a mio parere ben lontani da una concezione trasformativa dell'esperienza analitica (che è a ben vedere una delle eredità del pensiero di Bion più feconde e rivoluzionarie...) che, lungi dal cercare di insegnare alcunchè, si occupa unicamente di fare lavoro di analisi, per poi lasciare che l'analizzando possa mettere in atto i propri processi sintetici.
Caro Gieko,
con questa affermazione però sembra quasi che l’esperienza analitica coincida con l’analista o con il suo lavoro: “una concezione trasformativa dell'esperienza analitica che […] si occupa unicamente di fare lavoro di analisi”, e questo è in sé problematico, almeno nella costruzione della frase. Certo, poi chiami in causa il lavoro dell’analizzando con i suoi “processi di sintesi”, ma a ben vedere questa concezione non è molto lontana dalla posizione di Freud, forse è solo più raffinata. Mi e ti chiedo pertanto: in che cosa consista l’aspetto rivoluzionario? Mi spiego: il fatto che l’analista “si occupi unicamente di fare il lavoro di analisi” non significa per forza che “non insegni alcunché”: questo infatti dipende dalla posizione in cui si pone l’analista certamente ma, soprattutto, dalla posizione in cui lo pone l’analizzando. Finchè l’analizzando non rettifica qualcosa della sua posizione sintomatica (e questo implica, dal mio punto di vista, anche un cambiamento nella sua economia libidica) l’analista sarà comunque posto nella posizione di maitre e, come tale, sarà comunque e suo malgrado insegnante per il suo analizzando. Quindi vorrei chiederti se vedi questo rischio e, eventualmente, come pensi che se ne possa uscire. Premetto infine che non mi sono ancora fatto un’idea precisa dei processi di analisi e sintesi nell’orientamento bioniano -mi scuso quindi nel caso in cui avessi frainteso in toto la questione- mi chiedo se contempli la possibilità che il lavoro di analisi possa spettare invece al paziente, a questo punto analizzante della propria esperienza analitica, e all’analista un lavoro di sintesi.
Saluti,
ikaro
PS Lalangue dice ai francesi, ma io non ho capito quasi niente del suo ultimo intervento! :argh: Ritornerò su Costruzioni.
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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
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ikaro78
Caro Gieko,
con questa affermazione però sembra quasi che l’esperienza analitica coincida con l’analista o con il suo lavoro: “una concezione trasformativa dell'esperienza analitica che […] si occupa unicamente di fare lavoro di analisi”, e questo è in sé problematico, almeno nella costruzione della frase.
Eh, beh, l'analisi è analisi, è tautologico ma forse è necessario ribadirlo...
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ikaro78
il fatto che l’analista “si occupi unicamente di fare il lavoro di analisi” non significa per forza che “non insegni alcunché”: questo infatti dipende dalla posizione in cui si pone l’analista certamente ma, soprattutto, dalla posizione in cui lo pone l’analizzando. Finchè l’analizzando non rettifica qualcosa della sua posizione sintomatica (e questo implica, dal mio punto di vista, anche un cambiamento nella sua economia libidica) l’analista sarà comunque posto nella posizione di maitre e, come tale, sarà comunque e suo malgrado insegnante per il suo analizzando.
Ecco, posizione di insegnante occupata malgrado tutto, il che mi sembra diverso dal sostenere che sia l'obbiettivo (In fondo in seduta non si insegna altro che questo)...
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ikaro78
Quindi vorrei chiederti se vedi questo rischio e, eventualmente, come pensi che se ne possa uscire. Premetto infine che non mi sono ancora fatto un’idea precisa dei processi di analisi e sintesi nell’orientamento bioniano -mi scuso quindi nel caso in cui avessi frainteso in toto la questione- mi chiedo se contempli la possibilità che il lavoro di analisi possa spettare invece al paziente, a questo punto analizzante della propria esperienza analitica, e all’analista un lavoro di sintesi.
Direi che il rischio è sempre presente e va interpretato, quindi è necessario il contatto con i propri fantasmi di controllo.
Saluti
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Eh, beh, l'analisi è analisi, è tautologico ma forse è necessario ribadirlo...
Sì, ma non è la stessa cosa, l'analisi è l'analisi, e non: l'analisi è l'analista, o il lavoro dell'analista.
Per il resto vabbè, quando avrai voglia di rispondere...
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ikaro78
Sì, ma non è la stessa cosa, l'analisi è l'analisi, e non: l'analisi è l'analista, o il lavoro dell'analista.
Per il resto vabbè, quando avrai voglia di rispondere...
Beh, se ti piace fare il sofisticato... la funzione logica dell'analisi che passa attraverso l'esperienza d'analisi o il lavoro dell'analista. Chè, volenti o nolenti, in quella stanza c'è...
Saluti
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Beh, se ti piace fare il sofisticato... la funzione logica dell'analisi che passa attraverso l'esperienza d'analisi o il lavoro dell'analista. Chè, volenti o nolenti, in quella stanza c'è...
Per me non era una questione di fare il sofisticato, che in quella stanza c'è anche lo psicoanalista lo so da me, ma che c'entra con quello che ho scritto? Boh... Comunque non ha importanza.
Saluti,
ikaro
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ikaro78
Per me non era una questione di fare il sofisticato, che in quella stanza c'è anche lo psicoanalista lo so da me, ma che c'entra con quello che ho scritto? Boh... Comunque non ha importanza.
Saluti,
ikaro
Sì, ma a ben vedere nemmeno io ho identificato l'analisi con l'analista, bensì con il lavoro che si fa insieme al paziente nella stanza.
Saluti
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Spezzo un po' il discorso e faccio parlare altri: INTERPRETAZIONE
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L’antropologa Audrey Richards, che negli anni 30 del secolo scorso si trovava ospite della comunità bemba della Rhodesia del Nord, una volta raccontò ad un gruppo di indigeni una favola popolare inglese su un giovane principe che scalava montagne di vetro, attraversava precipizi e combatteva draghi, per conquistare la donna che amava. I bemba erano sconcertati, ma non replicarono, finché uno degli anziani del gruppo formulò alla Richards una domanda che esprimeva i sentimenti di tutto il gruppo: “Perché non prendeva semplicemente un’altra ragazza?”.
Per la Richards era scontato che il principe cercasse ad ogni costo di conquistare la donna che amava ed era scontato che potesse amare soltanto quella donna, per i bemba le cose non andavano nella stessa direzione, si chiedevano, molto più prosaicamente, che senso avesse fare tante cose "assurde", superare ardue prove, quando il giovanotto poteva semplicemente rivolgersi ad una ragazza più accessibile o meno pretenziosa?
Nella nostra cultura, a differenza dei bemba, è presente il senso di “unicità” e di “specificità” della persona amata, che comincia a farsi strada nel medioevo e arriva intatto fino a noi; ci piace far sentire unica la persona che amiamo e sentirci ricambiati in questo, pensiamo che se si tratta di amore vero, allora non potremmo amare altra persona da quella che amiamo e sentirci dire che nessun altro potrebbe sostituirci nel cuore di quella persona.
Viviamo in un’epoca e in una cultura in cui tutto è intercambiabile, persino le persone, e nessuno è strettamente indispensabile; molte delle cose che facciamo sono anonime, come prendere un treno, andare al cinema, fare la spesa, ecc. Le città oggi sono spersonalizzanti, allora tendiamo a contrastare questa depersonalizzazione che ci rende socialmente “invisibili”, introducendo l’unicità e la specificità nei nostri rapporti intimi (l’amore e l’amicizia). Possiamo accettare che un collega dimentichi il nostro nome di battesimo, ma non che lo faccia un amico, possiamo accettare di sentirci dei funzionari, dei turnisti, degli erogatori di un servizio mentre lavoriamo, ma pretendiamo di essere insostituibili per il nostro partner.
Questo senso di unicità, a ben vedere, non lo rintracciamo soltanto nell’amore, ma in ogni rapporto “intimo”, in tutti quei rapporti a cui affidiamo il compito di definirci, di riconoscerci, di rispecchiarci e di farci narrare.
Certamente uno di questi rapporti è quello con il nostro partner, ma anche i rapporti con i nostri genitori, i nostri figli, i nostri amici, i nostri insegnanti preferiti, ecc. godono del privilegio dell’unicità.
Se volessimo dare uno sguardo alla relazione terapeutica da un punto di vista fenomenologico (e non teorico come abbiano cercato di fare fin’ora) ci accorgeremmo che l’analista è unico per il proprio paziente, non è un funzionario, un erogatore di saggezza, un dispensatore di consigli, un esperto e basta.
C’è un’attenzione selettiva per ciò che dice, un’apertura al suo discorso maggiore che in altri tipi di rapporto, le sue parole, i suoi gesti, persino un suo battito di ciglia ha un’incidenza enorme per il paziente; un po’ come accadeva all’ipnotizzato con il suo ipnotizzatore.
E’ come se il paziente decidesse il momento opportuno (kairòs) per una maggiore apertura e per una possibilità di cambiamento (o di conoscenza di sé) e scegliesse la persona più adatta che faccia da catalizzatore, da garante, da facilitatore di questo complesso movimento soggettivo.
Naturalmente, anche il terapeuta guarda al suo paziente come un soggetto unico, impara a conoscerlo con una profondità inedita in altri tipi di rapporto, percepisce, sente e si emoziona esattamente come lui, perché attraversano insieme quel percorso che stanno facendo.
Si tratta di un complesso gioco di reciprocità e di riconoscimento, dove ciascuno dei due si pone per ciò che è e vuole essere riconosciuto dall’altro in quanto tale; ma il suo porsi è parziale, nel rapporto ciascuno dei due personifica una delle polarità soggettive, e un lungo processo di rispecchiamento e di trasmissione di presenza a se stesso può facilitare l’integrazione di tutte queste polarità.
E’ in un certo senso come il percorso dello “spirito” hegeliano, che si pone in un certo modo, che si relaziona con la sua antitesi e che è finalizzato a raggiungere una sintesi auto-conoscitiva; un’incessante dialettica per riappropriarsi di sé, attraverso l’altro.
Ho cercato di porre all’attenzione di tutti un elemento fondamentale in una relazione autentica, che è quello dell’unicità, ritengo che sia uno dei pilastri del transfert ed essendo un elemento descrittivo ci sottrae dal discorso teorico in cui ci siamo impantanati fino adesso, perché le divergenze teoriche fanno perdere il discorso del transfert in mille rivoli diversi, mentre possiamo ritrovarne il senso a livello fenomenologico.
Un livello che può consentire, forse, di rendere questo dibattito più accessibile e più interessante anche per coloro che sanno poco di teoria, ma possono contribuire (e lo hanno fatto prima che lo scontro teorico si facesse più serrato) enormemente con la loro sensibilità e con la loro esperienza.
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Una buona parte di una psicoterapia è compresa in quello che dici. La vedo più come un riferimento alla relazione (fenomenologia) che non al transfert (psicoanalisi), ma è la solita polemica teorica. Da un punto di vista fenomenologico è interessante questo discorso dell'unicità e del feeling che si crea tra paziente e analista, soprattutto quando si sente il bisogno di un certo rispecchiamento. A questo punto vorrei domandare a tutti in che modo sentite l'empatia del vostro terapeuta e che sensazioni evoca in voi.
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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
Vorrei aggiungere un'altra domanda: come viene scelto il terapeuta?
Voglio dire, nei rapporti profondi ci scegliamo perché in qualche modo ci riconosciamo e ripetiamo ed assecondiamo le dinamiche a noi note. Ma cosa avviene durante il primo colloquio; il terapeuta come viene scelto: perché asseconda le dinamiche conosciute o perché trasmette qualcosa di diverso? Cosa?
Molto generalizzando, se io scegliessi un terapeuta uomo, ci vedrei mio padre o il padre che non ho?
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lalangue
Una buona parte di una psicoterapia è compresa in quello che dici. La vedo più come un riferimento alla relazione (fenomenologia) che non al transfert (psicoanalisi), ma è la solita polemica teorica. Da un punto di vista fenomenologico è interessante questo discorso dell'unicità e del feeling che si crea tra paziente e analista, soprattutto quando si sente il bisogno di un certo rispecchiamento. A questo punto vorrei domandare a tutti in che modo sentite l'empatia del vostro terapeuta e che sensazioni evoca in voi.
Caro Lalangue,
con il termine “fenomenologia” non intendevo riferirmi alla corrente filosofica di Edmund Husserl, né alla peculiare teoria che intreccia insieme psichiatria, psicoanalisi e filosofia fenomenologica ed esistenziale che ha le sue origini in Binswanger, Jaspers, Laing, Cooper, Minkowski, fino a Benedetti, Resnik e Borgna.
Intendevo invece il termine “fenomenologico” come sinonimo di “fenomenico”, cioè di visibilmente manifesto, di osservabile e di descrivibile; questo per sottrarci alle ricostruzioni teoriche differenti sul transfert che si basano fondamentalmente su delle inferenze e perché in 61 pagine di forum non abbiamo nemmeno descritto ciò di cui stiamo parlando, ciascuno di noi ha preferito esporre come lo intende lui secondo la teoria a cui fa riferimento.
Quello dell’unicità mi pare qualcosa che è sempre presente in una relazione terapeutica, l’analista per il proprio paziente è “unico”, e unico è anche il paziente per ciascun analista, c’è un’attenzione e una curiosità reciproca che si ritrova soltanto nei rapporti molto intimi al di fuori dell’analisi: senza questo presupposto, credo, non ci sarebbe analisi.
Ora, l’unicità è strettamente collegata con l’incidenza che assegniamo su di noi alle persone che riteniamo “uniche”, ogni loro gesto e ogni parola incide molto di più se proviene da un rapporto con queste persone piuttosto che da una nostra interazione con altri.
L’unicità potrebbe essere vista come una variabile direttamente proporzionale al grado di incidenza su di noi che attribuiamo ad una persona; ed è per questo che è molto importante considerarla non solo in riferimento al transfert analitico, ma in ogni tipo di rapporto con cui abbiamo a che fare.
Il discorso, ovviamente ha un suo reciproco: ci sentiamo di poter essere influenti per una persona tanto più pensiamo di poter essere “unici” per questa persona e tanto più sentiamo questa persona come unica.
Un saluto
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benedetta14
Vorrei aggiungere un'altra domanda: come viene scelto il terapeuta?
Voglio dire, nei rapporti profondi ci scegliamo perché in qualche modo ci riconosciamo e ripetiamo ed assecondiamo le dinamiche a noi note. Ma cosa avviene durante il primo colloquio; il terapeuta come viene scelto: perché asseconda le dinamiche conosciute o perché trasmette qualcosa di diverso? Cosa?
Molto generalizzando, se io scegliessi un terapeuta uomo, ci vedrei mio padre o il padre che non ho?
Cara Benedetta,
quali siano le dinamiche in base alle quali un paziente sceglie il proprio analista è una domanda che passo volentieri a chi è paziente in questo momento, la mia doppia esperienza di ex-paziente/analista mi suggerisce che esistano motivazioni che attingono più a sorgenti emotive profonde e a meccanismi procedurali e dinamici piuttosto che a motivazioni consapevoli e conoscibili dal paziente nel preciso momento della scelta. C’è da aggiungere che la scelta non è certamente un’esperienza che avviene una volta per tutte, ma qualcosa che si rinnova di seduta in seduta, ed è fondamentalmente un processo che si costruisce insieme.
Nell’ottica dell’analista, crisi economica permettendo, oltre alle valutazioni strutturali, diagnostiche, ad una attenta analisi della domanda e delle motivazioni sottostanti, mi affido a ciò che l’incontro col paziente deposita nella mia emotività, in particolare alla simpatia/antipatia che provo verso di lui (intesa nell’accezione corrente e non uso “empatia” appositamente) come indice per "prendere in carico" un paziente.
Il paziente che mi sta simpatico faccio meno fatica a capirlo, lo tollero di più e, soprattutto, ho più speranza e fiducia sull’esito dell’analisi; mi sembra che un’analisi che parta da questa “simpatia” più difficilmente vada incontro ad una prematura interruzione e sono più facilmente soddisfatto del suo esito.
Sono anche consapevole che non è soltanto una questione di “simpatia” ma di consapevolezza della stessa (che potrebbe essere anche consapevolezza di un’antipatia, invece) a fare la differenza.
Dal momento che l’analisi è un percorso lungo, faticoso, impegnativo, costoso, mi pare opportuno, a chiusura dei colloqui preliminari, chiedere alla persona che mi sta di fronte come si è trovata durante questi nostri incontri. Questo per far emergere il vissuto emotivo che spesso passa in secondo piano, coperto dal rumore di cascata del “sintomo” che viene raccontato come se fosse la cosa principale.
Ed è un buon indice delle fondamenta su cui potremo costruire la nostra relazione terapeutica.
Sulla ripetizione di dinamiche relazionali “antiche”, ribadisco il mio pensiero: paziente e terapeuta sono l’uno di fronte all’altro (o uno di spalle all’altro) per come sono adesso.
Il passato si affaccia soltanto perché è presente adesso, ogni volta che è “rievocato” viene in realtà “ricostruito” nel presente ed ha più a che fare con ciò che sta succedendo ora che non con ciò che è successo allora.
Tutto ciò che non viene vivificato nel presente, che non è vivo adesso, non esiste più o non è importante; credo anche che ricondurre il presente al passato (nelle interpretazioni ad esempio) sia uno spostamento.
Ciao :ciao:
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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
Provo a dare il mio punto di vista agli interrogativi e alle questioni sollevate da Lalangue, Megiston e Benedetta..
Personalmente, mi sono domandata spesso se fossi da un altro terapeuta che piega avrebbe preso la relazione. Probabilmente la stessa per molti versi, è difficile dirlo da qui, dalla poltrona del paziente appunto.
Subito una risposta a Benedetta: come dice Megiston – al di là delle motivazioni inconscie che ovviamente non conosco – anche per me la reazione “a pelle” è stata la ragione determinante. Poi, potrei aggiungere altre facezie tipo l’arredamente dello studio (molto simile a casa mia) le sue scarpe (un po’ alla Moretti quando sceglie gli attori), il fatto che il colloquio preliminare si ridusse a uno invece delle tre o quattro sedute prospettate ed entro il quale decise la presa in carico. Anche a me andava benissimo, perchè lo “sentivo” anch’io sin dalle prime battute che ci siamo scambiati.
L’empatia da parte del terapeuta è qualcosa che ho sentito soprattutto all’inizio del percorso: la fase cioè della narrazione – quella dove attraverso il racconto cerchi di tracciare il tuo personale vissuto intrecciando cronaca, sentimenti, descrizione di altri soggetti e dei legami con questi – è sicuramente stato il periodo nel quale la partecipazione emotiva dell’analista mi è apparsa più evidente. Le sue manifestazioni esplicite (nel senso di verbalmente esplicitate) anche di rabbia o disagio nei confronti di un contesto concretamente doloroso – e che mi colpivano in quanto avrebbero dovuto forse, pensavo, essere le mie – hanno contribuito, e al di là della carica umana in sé che esse esprimevano, ad una presa di coscienza della durezza nella quale mi ero mossa fino a quel momento e dei relativi meccanismi di difesa messi in piedi negli anni: meccanismi efficaci ma allo stesso tempo fortemente limitanti.
Quello che intendo cioè è che, nel mio specifico, l’empatia, più che colpirmi nei termini del sentirmi compresa – nel senso
di magari sentire condiviso il mio personale dolore, esigenza che oltretutto non sentivo– ha avuto il senso più che altro di uno specchio: attraverso il suo personale coinvolgimento emotivo verso le mie vicende finiva per scattare anche il mio; passaggio del quale oggi capisco l’importanza alla luce di ciò che abbiamo indagato e capito poi.
Non fu facile per niente, anzi, la vissi come una vera e propria invasione emotiva da parte sua: io volevo capire i legami e le relazioni tra il mio vissuto e il mio relazionarmi agli altri e con i miei contenuti consci o inconsci. E la sua partecipazione – che soffrivo – mi appariva terribilmente invadente. Ho cercato di neautralizzarla riportando continuamente tutto ad un approccio estremamente razionalizzante – a volte intellettualizzando anche l’inintellettualizzabile – proprio perchè avrei fatto volentieri a meno del suo convolgimento manifesto. Era un continuo spostare il tutto – e soprattutto lui – dalla qui ed ora ad una sorta di astrazione.
Rimanevo lì perchè capivo perfettamente che proprio quello era uno dei nodi, e che dunque forse l’immersione – anche – in questo bagno emotivo a me altamente sgradito – il tener duro, insomma – poteva esser parte del percorso.
E non era forse tanto questione del vis-a-vis, né del fatto che magari uno junghiano parli quantitativamente quasi quanto il paziente: era quel suo coinvolgimento manifesto, quella sua disposizione perfino protettiva nei miei confronti – anche se ruvida e declinata in modo divertente, ma qui entra la cifra dello specifico individuo – che rappresentava l’elemento davvero perurbatore per me dell’analisi, almeno quanto i contenuti della psiche che via via emergevano.
Questo per dire che forse, tornando al transfert, esistono molto modi di far resistenza, non necessariamente passanti per l’erotizzazione o l’odio o l’amore idealizzati, per quanto l’uomo non sia certo da buttare, anzi. Ma il mio sapermi paziente tra i tanti mi rassicurava, e il suo puntuale togliermi questa rassicurazione mi faceva mancare la terra da sotto i piedi.
“Ho pensato tutto il weekend a quello che mi ha detto settimana scorsa...” era una delle tante frasi che gli avrei ricacciato in gola volentieri...
Non era questione di battito di ciglia per me. Mi arrivavano attenzioni che vivevo come autentiche bordate.
Ecco, forse l’individualità del rapporto credo si giochi anche in relazione al problema che un analista si trova davanti. Ma non c’è dubbio che poi la cifra umana attraverso la quale si esprime faccia la sua parte. L’attitudine ruvida e provocatoria, e il grande senso di ironia di questo specifico analista, credo abbiano rappresentato, tra quelli più specificatamente tecnici, un mezzo per avvicinarmi.
Ora, che sia stata tecnica da camaleonte o finzione questo non lo saprò mai, ma quando ci prendono quelli che io chiamo i discorsi dell’attaccapanni, quel sostare cioè a dire un po’ di cazzate prima di congedarci alla porta – la cifra personale della quale parlavo e che nel setting d’analisi è sfondo – lì diventa caratteristica forte della persona in una cornice più intima, e quindi, per tornare alla domanda di Bendetta, quello poi fece la differenza forse sin dall’inizio. Una persona così mi avrebbe forse incuriosita comunque, anche l’avessi incontrata in una libreria: naturalmente può non essere vera questa mia sensazione, ma non ha importanza a questo punto, essa mi servì a decidere di rimanere. Questo per me conta, non la sua veridicità.
No, non ci ho mai visto mio padre come ho già scritto in un post, o almeno da cosciente è così. Né altre figure tipo guru o salvatore o guida o maestro. Continuo a vederlo come un analista.
Certo il “mio” analista a questo punto, perchè la relazione ormai si nutre a piene mani di un rapporto costruito seduta dopo seduta.
Come in una storia d’amore – pur dal decollo faticosissimo per me (come quando ti capitano quei corteggiatori che non mollano e ti prendono per sfinimento, ma per poi scoprirti felice che non abbiano mollato perchè i sentimenti sollevati si rivelano sorprendenti) – ecco che proprio il sentimento diventa il motore dell’individuazione, della conoscenza di sé, della definizione della propria identità. L’essere sé stessi nell’altro, sacrificando i propri egoismi e superando le proprie paure.
Giulietta.O
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Megiston Matema
Sulla ripetizione di dinamiche relazionali “antiche”, ribadisco il mio pensiero: paziente e terapeuta sono l’uno di fronte all’altro (o uno di spalle all’altro) per come sono adesso.
Il passato si affaccia soltanto perché è presente adesso, ogni volta che è “rievocato” viene in realtà “ricostruito” nel presente ed ha più a che fare con ciò che sta succedendo ora che non con ciò che è successo allora.
Tutto ciò che non viene vivificato nel presente, che non è vivo adesso, non esiste più o non è importante; credo anche che ricondurre il presente al passato (nelle interpretazioni ad esempio) sia uno spostamento.
Ciao :ciao:
Ciao Megiston, mi puoi spiegare meglio il passaggio che ho evidenziato? Ti riferisci agli aspetti emotivi attuali, che intervengono nel rapporto interpersonale e che portano sempre a nuove ri-costruzioni e consapevolezze, con ulteriori esperienze emotivo-percettive attuali e ad un'ampliamento della coscienza del soggetto circa i propri dinamismi o funzionamento, ad esempio?
Grazie
Ciao:ciao:
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Originalmente inviato da
giulietta.o
Provo a dare il mio punto di vista agli interrogativi e alle questioni sollevate da Lalangue, Megiston e Benedetta..
Personalmente, mi sono domandata spesso se fossi da un altro terapeuta che piega avrebbe preso la relazione. Probabilmente la stessa per molti versi, è difficile dirlo da qui, dalla poltrona del paziente appunto.
Subito una risposta a Benedetta: come dice Megiston – al di là delle motivazioni inconscie che ovviamente non conosco – anche per me la reazione “a pelle” è stata la ragione determinante. Poi, potrei aggiungere altre facezie tipo l’arredamente dello studio (molto simile a casa mia) le sue scarpe (un po’ alla Moretti quando sceglie gli attori), il fatto che il colloquio preliminare si ridusse a uno invece delle tre o quattro sedute prospettate ed entro il quale decise la presa in carico. Anche a me andava benissimo, perchè lo “sentivo” anch’io sin dalle prime battute che ci siamo scambiati.
L’empatia da parte del terapeuta è qualcosa che ho sentito soprattutto all’inizio del percorso: la fase cioè della narrazione – quella dove attraverso il racconto cerchi di tracciare il tuo personale vissuto intrecciando cronaca, sentimenti, descrizione di altri soggetti e dei legami con questi – è sicuramente stato il periodo nel quale la partecipazione emotiva dell’analista mi è apparsa più evidente. Le sue manifestazioni esplicite (nel senso di verbalmente esplicitate) anche di rabbia o disagio nei confronti di un contesto concretamente doloroso – e che mi colpivano in quanto avrebbero dovuto forse, pensavo, essere le mie – hanno contribuito, e al di là della carica umana in sé che esse esprimevano, ad una presa di coscienza della durezza nella quale mi ero mossa fino a quel momento e dei relativi meccanismi di difesa messi in piedi negli anni: meccanismi efficaci ma allo stesso tempo fortemente limitanti.
Quello che intendo cioè è che, nel mio specifico, l’empatia, più che colpirmi nei termini del sentirmi compresa – nel senso
di magari sentire condiviso il mio personale dolore, esigenza che oltretutto non sentivo– ha avuto il senso più che altro di uno specchio: attraverso il suo personale coinvolgimento emotivo verso le mie vicende finiva per scattare anche il mio; passaggio del quale oggi capisco l’importanza alla luce di ciò che abbiamo indagato e capito poi.
Non fu facile per niente, anzi, la vissi come una vera e propria invasione emotiva da parte sua: io volevo capire i legami e le relazioni tra il mio vissuto e il mio relazionarmi agli altri e con i miei contenuti consci o inconsci. E la sua partecipazione – che soffrivo – mi appariva terribilmente invadente. Ho cercato di neautralizzarla riportando continuamente tutto ad un approccio estremamente razionalizzante – a volte intellettualizzando anche l’inintellettualizzabile – proprio perchè avrei fatto volentieri a meno del suo convolgimento manifesto. Era un continuo spostare il tutto – e soprattutto lui – dalla qui ed ora ad una sorta di astrazione.
Rimanevo lì perchè capivo perfettamente che proprio quello era uno dei nodi, e che dunque forse l’immersione – anche – in questo bagno emotivo a me altamente sgradito – il tener duro, insomma – poteva esser parte del percorso.
E non era forse tanto questione del vis-a-vis, né del fatto che magari uno junghiano parli quantitativamente quasi quanto il paziente: era quel suo coinvolgimento manifesto, quella sua disposizione perfino protettiva nei miei confronti – anche se ruvida e declinata in modo divertente, ma qui entra la cifra dello specifico individuo – che rappresentava l’elemento davvero perurbatore per me dell’analisi, almeno quanto i contenuti della psiche che via via emergevano.
Questo per dire che forse, tornando al transfert, esistono molto modi di far resistenza, non necessariamente passanti per l’erotizzazione o l’odio o l’amore idealizzati, per quanto l’uomo non sia certo da buttare, anzi. Ma il mio sapermi paziente tra i tanti mi rassicurava, e il suo puntuale togliermi questa rassicurazione mi faceva mancare la terra da sotto i piedi.
“Ho pensato tutto il weekend a quello che mi ha detto settimana scorsa...” era una delle tante frasi che gli avrei ricacciato in gola volentieri...
Non era questione di battito di ciglia per me. Mi arrivavano attenzioni che vivevo come autentiche bordate.
Ecco, forse l’individualità del rapporto credo si giochi anche in relazione al problema che un analista si trova davanti. Ma non c’è dubbio che poi la cifra umana attraverso la quale si esprime faccia la sua parte. L’attitudine ruvida e provocatoria, e il grande senso di ironia di questo specifico analista, credo abbiano rappresentato, tra quelli più specificatamente tecnici, un mezzo per avvicinarmi.
Ora, che sia stata tecnica da camaleonte o finzione questo non lo saprò mai, ma quando ci prendono quelli che io chiamo i discorsi dell’attaccapanni, quel sostare cioè a dire un po’ di cazzate prima di congedarci alla porta – la cifra personale della quale parlavo e che nel setting d’analisi è sfondo – lì diventa caratteristica forte della persona in una cornice più intima, e quindi, per tornare alla domanda di Bendetta, quello poi fece la differenza forse sin dall’inizio. Una persona così mi avrebbe forse incuriosita comunque, anche l’avessi incontrata in una libreria: naturalmente può non essere vera questa mia sensazione, ma non ha importanza a questo punto, essa mi servì a decidere di rimanere. Questo per me conta, non la sua veridicità.
No, non ci ho mai visto mio padre come ho già scritto in un post, o almeno da cosciente è così. Né altre figure tipo guru o salvatore o guida o maestro. Continuo a vederlo come un analista.
Certo il “mio” analista a questo punto, perchè la relazione ormai si nutre a piene mani di un rapporto costruito seduta dopo seduta.
Come in una storia d’amore – pur dal decollo faticosissimo per me (come quando ti capitano quei corteggiatori che non mollano e ti prendono per sfinimento, ma per poi scoprirti felice che non abbiano mollato perchè i sentimenti sollevati si rivelano sorprendenti) – ecco che proprio il sentimento diventa il motore dell’individuazione, della conoscenza di sé, della definizione della propria identità. L’essere sé stessi nell’altro, sacrificando i propri egoismi e superando le proprie paure.
Giulietta.O
Cara Giulietta,
il tuo intervento corrisponde esattamente alla modalità esperienziale con cui desidererei affrontare il problema della relazione analitica; pur senza personalizzare troppo la tematica da dover raccontare cose intime di sé e della propria analisi, tuttavia possiamo partire dalla nostra esperienza e rintracciarne gli elementi essenziali che la sorreggono. Ciò ci permette, per quanto è possibile, di non impelagarci in sterili discussioni teoriche in cui ciascuno conduce l’esperienza alla propria teoria, attraverso delle inferenze che ci fanno perdere l’immediatezza fenomenica e ci immergono nell’incomunicabilità dei differenti linguaggi delle teorie psicoanalitiche esistenti.
Mi pare che sull’unicità dell’analista e della relazione analitica tu porti degli argomenti a favore quando racconti quanto siano state importanti per te alcune sue caratteristiche peculiari per la scelta di fare analisi e di farla insieme a lui. Nello stesso tempo ti domandi cosa sarebbe cambiato se al suo posto ci fosse stato qualche altro analista di pari esperienza e cosa rappresenta per te quest’uomo. Certo, non è né il padre evocato dagli analisti che mettono l’Edipo alla base del transfert, né un guru, una guida, un maestro o un salvatore a cui affidarsi come Dante si affida prima a Virgilio poi a Beatrice.
Sembri consapevole che l’analista non conosce la tua “verità”, né è il depositario o il garante del senso della tua vita e che basti solo trasmettertelo per ritrovarti e ritrovare il tuo benessere; questa verità in analisi va in gran parte costruita insieme e questa costruzione non può non passare attraverso una rifondazione soggettiva e una conoscenza di sé attraverso l’altro.
C’è anche una consapevolezza che si tratti di un rapporto professionale quando dici di vederlo “come un analista”, anche se come rapporto professionale è un po’ atipico, perché in nessun rapporto professionale è prevista un’intimità, una confidenza e un attraversare insieme dei sentimenti molto forti e dei momenti di alta intensità emotiva.
E’ importante che accanto alla parola analista tu abbia aggiunto l’aggettivo possessivo “mio”, ciò significa che non si tratta più di intendere “analista” come un termine qualificativo di una professione, semplicemente come l’esperto di qualcosa che può aiutarmi a svolgere un servizio. Si tratta piuttosto di quell’uomo li, con il quale sto effettuando un complesso e faticoso lavoro di analisi personale di cui l’unica garanzia vera che possiedo è quella che lui ha già effettuato l’esperienza che mi propone e che io sento possibile anche per me, con il suo aiuto.
Naturalmente, l’analisi non è l’unica via per mettermi in contatto con me stesso, l’amore e l’amicizia potrebbero svolgere in maniera eccellente il compito di permettermi di riappropriarmi di me; ed è solo quando ciò è impossibile, o difficile che ci rivolgiamo all’analisi. In passato questo ruolo era svolto dalla grande politica, dal ruolo della polis greca; poi, quando questa entrò in crisi travolta dall’impersonale falange macedone, il contatto con se stesso divenne personale e privato, e fu affidato all’etica. Con l’avvento del cristianesimo entrò nella cultura dell’Occidente il pensiero giudaico, che invece affidava al divino il movimento di trasparenza del soggetto a se stesso; in seguito la scienza assunse il ruolo di garante della verità dell’uomo, promise che in un futuro prossimo tutti gli arcani sarebbero stati svelati e l’uomo avrebbe conosciuto le leggi occulte che governano il funzionamento dell’universo.
Oggi, con il crollo di tutte le certezze e con la rinuncia esplicita della scienze alla ricerca della verità, è rimasta solo la psicoanalisi (quando si ricorda di essere l’unica disciplina che pretende di parlare del soggetto in quanto tale) a inseguire il motto delfico del “conosci te stesso”.
Un saluto.
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RosadiMaggio
Ciao Megiston, mi puoi spiegare meglio il passaggio che ho evidenziato? Ti riferisci agli aspetti emotivi attuali, che intervengono nel rapporto interpersonale e che portano sempre a nuove ri-costruzioni e consapevolezze, con ulteriori esperienze emotivo-percettive attuali e ad un'ampliamento della coscienza del soggetto circa i propri dinamismi o funzionamento, ad esempio?
Grazie
Ciao:ciao:
Cara RosadiMaggio,
non ti rispondo a livello teorico, ma con un brano tratto dalle riflessioni di un poeta:
“E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Perché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso”. (Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, a cura di Furio Jesi, Garzanti, Milano, 1993, p. 14).
Ciao.
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Grazie Megiston,
le tue parole sul mio intervento contribuiscono a proseguire la mia personale riflessione sul rapporto analitico, riflessione che qui nel forum ho cercato di esprimere senza entrare troppo nei contenuti personali, ma che ovviamente prosegue dentro di me riguardo a questi.
Certo, l’amore come dici tu è un percorso di individuazione (scusa se rimango sullo junghiano, ma ad andar con lo zoppo si impara a zoppicare...).
Esattamente con questo spirito, la chiusa del mio intervento usava la metafora dell’analisi come rapporto amoroso, nel senso appunto che essa rappresenta – come l’amore – un canale di espressione del Sé, di centratura cioè della persona.
Sono assolutamente consapevole che l’analista non sia il depositario della mia “verità”: l’analista non ti dice la sua verità, tantomeno cerca di dirti quale sarebbe secondo lui la tua: come potrebbe saperlo? Per questo dicevo “esser se stessi nell’altro”, o anche potremmo dire “attraverso l’altro” nel caso dell’analisi.
Se ci aspettassimo da lui che vedesse la nostra verità equivarebbe a vedere lui come un indovino, e allora tantovale vederlo come guru o maestro o non so cosa.
Sull’unicità dell’analista in effetti porto delle motivazioni a favore, ma anche il dubbio a riguardo. Non saprei, forse per un paziente bisognerebbe aver fatto due analisi per capire se davvero esiste questa unicità, lì io credo che il vostro punto di vista – cioè di voi che fate questo lavoro – possa dire molto a riguardo.
Per me alla fine rimane, e credo rimarrà, un mistero.
Forse, ma molto forse, mi viene da dire che magari i contenuti psichici e personali del paziente che emergono in un analisi non cambierebbero al cambiare dell'analista. Cambia magari la tua percezione del percorso, come lo vivi tu paziente dal punto di vista sentimentale ed emozionale ( e forse anche di come lo vive l'analista).
Mi viene in mente "Esercizi di stile" di Queneau. La storia è sempre quella del tizio e del bottone. Ma può essere narrata con esiti emotivi assai diversi per chi l’ascolta, a seconda dello stile che si adotta.
Giulietta.O
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giulietta.o
Sono assolutamente consapevole che l’analista non sia il depositario della mia “verità”: l’analista non ti dice la sua verità, tantomeno cerca di dirti quale sarebbe secondo lui la tua: come potrebbe saperlo? Per questo dicevo “esser se stessi nell’altro”, o anche potremmo dire “attraverso l’altro” nel caso dell’analisi.
Se ci aspettassimo da lui che vedesse la nostra verità equivarebbe a vedere lui come un indovino, e allora tantovale vederlo come guru o maestro o non so cosa.
Su questo punto sono di un altro parere, visto che la verità del paziente (la O, come la chiamava Bion) emerge dal lavoro associativo e dal concordante lavoro interno dell'analista e viene poi interpretata.
Il che poi non significa che si tiri ad indovinare o si aspiri alla posizione di guru o maestro, anzi, proprio l'esatto contrario.
Saluti
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gieko
Su questo punto sono di un altro parere, visto che la verità del paziente (la O, come la chiamava Bion) emerge dal lavoro associativo e dal concordante lavoro interno dell'analista e viene poi interpretata. Il che poi non significa che si tiri ad indovinare o si aspiri alla posizione di guru o maestro, anzi, proprio l'esatto contrario.
Saluti
Quindi secondo te, é proprio la "verità" soggettiva che analista e paziente cercano insieme, trasformandosi poi attraverso questa comune ricerca del cosidetto punto "O" del paziente che é appunto il "punto " primo (o originario) della "verità" partendo dalla quale e passando per vari momenti "catastrofici" (Bion), possono poi avvenire sempre nuovi cambiamenti, rimanendo - e ri-trovando- sé stessi?
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Megiston Matema
Cara RosadiMaggio,
non ti rispondo a livello teorico, ma con un brano tratto dalle riflessioni di un poeta:
“E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Perché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso”. (Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, a cura di Furio Jesi, Garzanti, Milano, 1993, p. 14).
Ciao.
Grazie per questa risposta, é molto esplicativa.
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RosadiMaggio
Quindi secondo te, é proprio la "verità" soggettiva che analista e paziente cercano insieme, trasformandosi poi attraverso questa comune ricerca del cosidetto punto "O" del paziente che é appunto il "punto " primo (o originario) della "verità" partendo dalla quale e passando per vari momenti "catastrofici" (Bion), possono poi avvenire sempre nuovi cambiamenti, rimanendo - e ri-trovando- sé stessi?
Credo che ci siamo capiti: giungere alla O significa poter rimettere in moto le capacità auto-organizzative del paziente congiuntamente a micro-processi di catastrofe strutturale.
Il transfert è uno strumento tecnico, il campo in cui è possibile far emergere la verità dell'analizzando (e dell'analista).
Saluti
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Ma guarda Gieko, tu hai sicuramente ragione, io non ho assolutamente la possibilità non solo di controbattere – essendo paziente – ma neanche di capire chi possa aver ragione tra voi quando dibattete.
Da parte mia c’è sicuramente confusione sul concetto di verità in analisi. Quindi ti ringrazio per le tue parole perchè magari mi aiutano a chiarirmi su cosa intendevo personalmente con quella frase.
Forse confondo verità con Sé, intendendolo nella sua accezione junghiana. Poi ognuno, nella sua scuola, lo chiami un po’ come gli pare. Quindi, la confusione è mia sicuramente.
Ecco, dico allora che il Sé – e che io inopportunamente ho chiamato verità – credo sia qualcosa che un analista può tecnicamente aiutarti a rimmetterlo insieme, a superare la sua momentanea frammentazione attraverso anche quello che dici tu, lavoro di associazione e interpretazione, che naturalmente si fa’ anche in ambito junghiano.
In questo senso allora dico che non riesco proprio ad immaginarmi come un analista possa anche solo ipotizzare quale sia il mio Sé, al massimo potrà fornirmi tutti i supporti necessari per sentirlo il Sé, per sentire cioè che è nuovamente in situazione di buon equilibrio nel rapporto tra le sue singole parti, e come questo faccia parte del processo individuativo che stai vivendo attraverso l’analisi, ammesso che ci stai riuscendo.
Immagino che la mia sia un’idea un po’ da “schizzata”, questo vedere l’analista da una parte come un tecnico con mezzi e strumenti che ti aiutano a mettere a fuoco contenuti insieme a lui, dall’altra come il motore – attraverso i sentimenti che egli solleva – di un’operazione individuativa che si può paragonare a quella che avviene in una relazione amorosa profonda, con un uomo o con un figlio, comunque un legame che porta, attraverso il cambiamento profondo che esso provoca, ad una nuova centratura della tua pesona.
Ma qui Luigi può meglio di me...
Giulietta.O
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Originalmente inviato da
Megiston Matema
; non ho invece riflettuto a sufficienza sul fatto che per guardare la relazione l’analista debba porsi all’esterno, da un punto terzo, usando quella sorta di “secondo sguardo” dei Baranger (in questo caso mi pare che la “oggettivi”), oppure può dirne qualcosa pur rimanendo all’interno ed esprimendone così l’immediatezza del vissuto.
Concludo col dire che non è la relazione ad essere strumento terapeutico, ma la “presenza a se stessi” che viene veicolata e facilitata attraverso la relazione.
Caro Megiston,
scusa se riprendo questo post, ma in che modo si veicola la "presenza a se stessi" attraverso la relazione?
Saluti
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lalangue
La pulsione è un concetto limite, uno shibboleth. La teoria psicoanalitica dell'affetto e della rappresentazione si basa proprio su questo concetto. L'affetto-rappresentazione è il rappresentante psichico di una cosa, la pulsione, che è "il tentativo di svolgere coerentemente un'idea, per la curiosità di vedere dove va a finire" (Freud, OSF Vol. IX, p. 210).
Già il fatto che quello che noi vediamo in analisi sia il rappresentante psichico, detto anche rappresentante rappresentativo, rappresentante di rappresentanza o come diavolo lo si voglia chiamare, ti dà la misura di quanto lontani siamo dal biologico in senso stretto. Tuttavia la questione della pulsione serve per ancorare l'interpretazione ad un discorso etico. Ovviamente non parlo di etica nel senso di morale, ma di orientamento. La teoria pulsionale ci dice che dobbiamo sempre tenere conto di varie "spinte", non tutte alla diretta portata del paziente. Il fatto che ci siano queste spinte costituisce anche un limite alle interpretazioni: queste spinte avranno dei sensi (e ci sta l'ermeneutica) e delle direzioni (e qui ci sta un po' di meno).
L'interpretazione dovrebbe portare a livello conscio l'intersezione di tutte queste linee "di condotta", riallacciando quindi rappresentazioni ed affetti.
Ora mi ricollego al mio biologico e vado a mangiare. Ci metto anche un po' di soddisfazione orale.
Scusami lalangue se riprendo questo post, ma potresti chiarirmi meglio la frase in neretto? O meglio, questa lontananza dal biologico riesco a capirla se il rappresentante psichico della pulsione si forma a seguito delle relazioni con l'esterno, ma se è innato lo vedo molto vicino. Quando cominciamo a rappresentare la pulsione? (domanda sicuramente formulata male, ma confido nella vostra capacità di interpretare)
Saluti
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La rappresentazione nasce nei momenti di soddisfazione, di assenza/frustrazione e di angoscia (anche se l'angoscia buca un po' la trama rappresentativa).
Abbiamo delle rappresentazioni del piacere (ad esempio quella del bambino-al-seno), delle rappresentazioni del dispiacere (ad esempio l'assenza del bambino-al-seno) e quelle dell'angoscia (di cui la capostipite è l'angoscia della nascita).
Le rappresentazioni psichiche subiscono varie modificazioni e riscritture, pur riconducendo alla rappresentazione primaria.
Non si tratta della soddisfazione di un bisogno, ma della ricerca del piacere e dell'evitamento del dispiacere psichico. La rappresentazione ha una sua funzione psichica nel momento in cui l'assenza diventa un vissuto angoscioso e, a quel punto, lo psichico arriva a lenire il dolore e ci mette la pezza (la rappresentazione dell'assenza, che permette di elaborare il vissuto e di agire sull'esterno per modificare gli eventi e garantire la soddisfazione).
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benedetta14
Caro Megiston,
scusa se riprendo questo post, ma in che modo si veicola la "presenza a se stessi" attraverso la relazione?
Saluti
Cara Benedetta,
questa faccenda della “presenza a se stesso” non è molto semplice, lo so, io ci ho messo un po’ a capirla; adesso mi viene più facile mostrarla ai miei pazienti all’interno della relazione analitica che spiegarla fuori.
Teoricamente ci possiamo arrivare attraverso vie diverse:
1) la prima è quella di dirci che la presenza a se stessi è il prendere atto (sentire come proprie) delle nostre percezioni, emozioni, sentimenti, pensieri, desideri e motivazioni all’interno di una relazione, e contemporaneamente il prendere atto (sentire come inerenti) delle percezioni, emozioni, sentimenti, pensieri, desideri e motivazioni dell’altro polo della relazione. E’ la sincronicità con cui ciò avviene fra l’uno e l’altro delle due polarità relazionali. Ed è anche l’aver presente la funzionalità reciproca della relazione, a cosa ci serve ad entrambi relazionarci in questo modo piuttosto che in un altro.
In un certo senso è come un gioco di specchi, un rimando reciproco, una danza complessa, che si instaura fra due persone in cui ci siano i presupposti fondamentali dell’unicità, della specificità e della ritmicità.
Ciò significa semplicemente che la “presenza a te stessa” difficilmente può avvenire durante un’interazione con l’impiegato delle poste, sezione telegrafi, mentre stai dettando un testo breve di condoglianze alla tua amica lontana che ha perso il gatto.
2) La seconda è quella del sorgere dell’autocoscienza in Hegel, attraverso la dialettica servo/padrone e la lotta per il reciproco riconoscimento. Ciascuno di noi si riconosce e vuole essere riconosciuto come padrone da un servo o come servo da un padrone. Il padrone ha sfidato la morte e pensa in questo modo di essere diventato autonomo e autoreferenziale, ma non accetta il rapporto con l’oggetto, dunque si consegna per la sua sopravvivenza nelle mani del servo; il servo non accetta il rischio della morte, sottomettendosi così ai voleri di un padrone, ma conosce l’arte della trasformazione dell’oggetto che garantisce la sua sopravvivenza e quella del suo padrone.
Tra loro due esiste una reciproca funzionalità fisica ed esistenziale, ciascuno esiste e può esistere solo in funzione dell’altro; ciò che ciascuno di loro non scorge di sé accentuando l’essere servo o l’essere signore e pretendendo (addirittura Hegel parla di lotta) il riconoscimento da parte dell’altro, è che egli è nello stesso tempo l’una e l’altra cosa, servo e signore, e che il pretendere di essere soltanto una delle due può essere fatto a condizione di negare l’altra parte di sé e di proiettarla al di fuori in un’altra coscienza.
Questa lotta per il riconoscimento è nello stesso tempo una riproposizione sempre più rigida della propria posizione e nello stesso tempo uno slancio per un suo superamento; se chiedo il riconoscimento lo chiedo senza dubbio su quello che sono, ma anche su ciò che posso diventare, sulle mie potenzialità, non soltanto sull’essere ma sul divenire.
3) La terza è la metafora dell’occhio che vede se stesso, nella necropoli reale di Saqqara in Egitto c’è l’immagine di un uomo seduto che osserva accanto ad un occhio, la didascalia sotto l’immagine dice:
“Il soggetto, che come l’occhio vede tutto ma non vede se stesso, si determina interamente negli oggetti visti”.
Si può passare attraverso il motto delfico del “Conosci te stesso”, la “cavallinità” del Manuale di Epitteto che sferzava chi lascia definire il proprio valore dal possesso di un bel cavallo, fino all’attuale lasciarsi determinare da una casa o una macchina prestigiosa o da qualche pixel in più del televisore o del pc. Questo determinarsi attraverso l’oggetto non significa che non ci vediamo, ma che ci vediamo come oggetti e come oggetti vediamo gli altri; il rapporto reciproco è quello funzionale, l’uso. Difficile a questo punto non pensare alle dipendenze, al dipendere da una cosa (un oggetto) che ti rende a tua volta oggetto privo di volontà. O a quelle ragazzine che si prostituiscono per una ricarica telefonica.
Diverso il discorso del bambino di non ancora due anni, che col nasino dipinto, guardandosi in uno specchio per la prima volta si pulisce il nasino e non lo specchio; accade proprio in quell’età, pressappoco, e si chiama riflessività. E’ la base per l’autocoscienza, per ogni presenza a se stesso, ed è specie specifica, nonostante qualche etologo l’abbia descritta nei delfini e in altri animali superiori.
L’analista relazionale è ben consapevole che tutto ciò che accade in psicoanalisi è duale, perché duale è il dispositivo terapeutico, e sa che ciò che il paziente manifesta è una polarità dialettica, l’altra è inconscia ed è proiettata sul terapeuta stesso. In altre parole, sa che se è presente un servo (o un padrone) da qualche parte c’è un padrone (o un servo). Per sbloccare la rigidità strutturale e processuale de funzionamento del paziente bisogna reintegrare le due polarità, bisogna prendere contatto con la polarità eclissata. Ma non si tratta di dinamiche intrapsichiche del paziente, ma di dinamiche relazionali, la polarità sconosciuta è nella relazione, così come è relazionale quella manifesta che chiede il riconoscimento al terapeuta.
Qualunque intervento del terapeuta non può non partire da una sua presenza a se stesso nella relazione, che viene trasmessa al paziente attraverso una semplice constatazione (sta accadendo questo fra noi), un’interpretazione relazionale (sta accadendo questo fra noi perché ...), o un riconoscimento, o un gesto, una sottolineatura, o l’espressione del sentimento che mancava.
Quello che il terapeuta fa è affidato alla sua intuizione, alla sua sensibilità e alla sua creatività, già la stessa Anna Freud riconosceva qualche valore alla creatività tecnica dell’analista, purché non perda di vista l’obiettivo del suo metodo.
Solo una psicoanalisi ormai irrigidita ha potuto identificarsi nel setting che essa stessa aveva istituito per facilitare la cura, arrivando a dire che il lettino è psicoanalisi, la poltrona no, l’interpretazione si, l’empatia no, Green è uno psicoanalista, Bowlby un comportamentista e Lacan è un transgender.
Ciao :ciao:.