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...meglio crescere e avere un pò di nostalgia però, piuttosto che restare bambocci e giocare nei forum a scarabocchiare idee o parole...che ne dici?
Sulle boiate sono d'accordo, assolutamente!...ma io ho però in mente il maestro dei maestri a tal riguardo!Chi è??...Se indovini ti do la caramellina...che ne dici?Giochiamo??Dai...
Caro Oscarmoreno, la questione che ho posto, anche se provocatoria per me è profonda.
Ma, io mi rivolgevo a chi svolge la sua professione di analista con passione, si affeziona al caso e al paziente e lavora per il suo benessere; non a te, che rispondendo come hai fatto, dimostri di possedere la sensibilità di un ippopotamo.:asd:
Il tuo umorismo non fa sorridere ma solo piangere.:bua:
Johnny ha capito, difatti parla di controtransfert.....
l'ausiliario in questione può aver imparato per esperienza negli anni ad associare a posteriori certe caratteristiche dei pazienti alle diagnosi fatte dai medici.
E sono anche "dia-gnosi" la cui conoscenza di basa su assunti di senso comune, stereotipi e pregiudizi, invece che su pratiche diagnostiche scientifiche e standardizzate. Per questo poi la diagnosi la deve fare comunque il medico!
Fra l'altro, neanche il medico (o lo psicologo, se si parla di patologie psicologiche) è esente da questo rischio, infatti è per questo che servono diagnosi che si basano su procedure standardizzate e non "a colpo d'occhio".
Si tratta di un argomento molto interessante, che in Psicologica Clinica è definito STP (Schemi di Tipizzazione della Personalità): le pseudodiagnosi dell'ausiliario di cui parli, sono riconducibili proprio a questo fenomeno
E le cose si complicano ancor di più se iniziamo a parlare di 'diagnosi' in senso psicodinamico: qui veramente abbiamo a che fare più che con i 'manuali' e le libere intuizioni (che nella maggior parte dei casi,come dice giustamente johnny, sono prodotti del common sense, di inferenze pregiudiziali...) con un'arte delicatissima che sarà anche, in parte, una questione 'temperamentale' ma ha a che fare con un lungo training non solo 'cognitivo' ma soprattutto 'emotivo'....ecco perchè rispetto ad altre psicologie che si dicono 'scientifiche' la psicoanalisi è impossibilitata per natura alla 'riproducibilità' e votata invece allo 'sperimentare' in prima persona...
Saluti,
Luigi
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concordo, ovviamente uno sperimentare in prima persona si rende possibile solo dopo il lungo periodo di trainig di cui hai parlato
bè diciamo che per fare una diagnosi in ambito psicologico bisogna seguire quantomeno una procedura che permetta di essere precisi (mi riferisco alle fasi del processo diagnostico), altrimenti non puoi impostare la psicoterapia, se poi si fa uso di strumenti standardizzati come i test, il fiuto non serve proprio.
L'importante è essere consapevoli dell'artificiosità e dell'arbitrarietà delle etichette diagnostiche....ma quando hai un paziente, l'etichetta scompare subito dopo la diagnosi, perché interagisci con la persona
No, bastava leggere. E' una vita che lo scriviamo...Citazione:
ecco...appunto. Ci voleva tanto?
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:Ops:..............
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Ma se fosse proprio l'assenza di uno stato abbastanza idilliaco il problema? Io penso che oltre alla visione che ne abbiamo, c'è la vita stessa, e se la visione angusta riguardo alla propria esistenza fosse corretta?Citazione:
Originalmente inviato da luigi'84
Mica cambiando visione posso modificare il fatto che certi oggetti cadono verso terra? E se fosse proprio questo il problema?
Io non voglio cambiare idea su ciò che è bene in sè per me e ciò che è male in sè per me, voglio soltanto vivere meglio adottando questi stessi valori o quelli che mi stanno bene, se sono nevrotico in questo senso, forse voglio restarlo, quella che viene proposta non rappresenta una soluzione per me.
Certo che se ti capita spesso qualcosa di brutto o sei costretto a fare cose che non vorresti fare per sopravvivere, e poi ti convinci che son tutte cose buone, tutto il male del mondo lo si potrebbe risolvere semplicemente così, accettandolo e convincendosi che in fondo era un bene.
No il male resta male, e l'unica vera soluzione è trovare il modo di togliere o limitare le parti più penose della propria esistenza e di potenziare quelle realmente gioiose, tutto il resto son solo parole.
Se certe cose non si possono risolvere vorrà dire che certi mali sono insiti nella vita stessa, ma questo non risolve i problemi che ci stanno a cuore, un male resta male anche se necessario e per le persone che la pensano come me forse non c'è proprio nulla da dislocare, perché i problemi posti sono di un'altra natura, per trovare una soluzione è necessario capire qual è il problema che una persona vi pone, se iniziate a ridefinire i problemi potete trovare soluzioni tra i numeri razionali anche per equazioni come x^2 = 2, basta mettere al posto del 2 il 4 così x^2 = 4... Ed ecco che magicamente vengono fuori più soluzioni.
Non bisogna cambiare scena (e qui non mi riferisco alla visione del mondo ma alla natura del problema), bisogna usare proprio quella posta dal paziente come quell'equazione, e cercare una soluzione vera e propria se esiste, il resto non serve.
Un saluto
Circa il 99 xcento dei pazienti che iniziano una psicoterapia dice ''...ma io non voglio cambiare...'' e mi viene in mente il buon vecchio Freud quando parlava di ''vantaggi secondi della malattia''...
La vita in se non può essere 'male'. La natura è semplicemente 'indifferente'...è il dramma di ciò che chiamiamo 'destino' e 'libertà'...
Scusami ma...se sei nevrotico e vuoi restarlo...che stiamo parlando a fare?Qui si discute infatti di 'psicoterapia' cioè un modo nuovo per dire 'governo dell'anima'...
Saluti,
Luigi
Ciao a tutti,
io sto vivendo questo problema e se volete la mia esperienza la trovate nellsa sezione SESSUALITA' e il nome della discussione è L'AMORE IN OSPEDALE.
Li trovate tutto cio che sto vivendo, che sto passando e credetemi è un calvario.
Soloora mi sono accorta che anche qua se ne parla...
E' un logorio continuo... vedere che mi sto innamorando del mio medico chirurgo, sapere che il codice deontologico non gli permette di sbilanciarsi con i pazienti, ed io sempre piu interessata. Non posso dire nulla...fare nulla... perchè purtroppo ho bisogno di lui alivello medico, dovrò subire altri interventi chirurgici e solo lui mi dona speranza e serenità. se gli parlo ce la possibilità che mi faccia seguire da un altro... credetemi la situazione è insostenibile. vedo che voi avete fatto passi in piu rispetto a me. Io sono ancoa nella fase incredula del non essere "vista" da lui sono nella fase in cui sto mandando a monte un matrimonio per questa ragione, la mia testa è sempre la, sono sempre spenta, piango, e depressa. Vedere che sono indifferente ai suoi occhi mi distrugge il cuore...nemmeno uno sguardo che mi faccia capire che non gli sono indifferente...sarebbe un piccolissimo sollieo per me ma nn c'è se vi va leggete la mia esperienza nella discussione che ho menzionato.
Un abbraccio a tutti
"La vita in se non può essere 'male'."
Perché? A me sembra ovvio che ciò che è bene o male è il singolo a deciderlo o se vuoi la sua natura, io dico che l'esistenza potrebbe essere un male in sè per qualche soggetto, tutto qui.
In fin dei conti si può sempre ridescrivere qualsiasi situazione di disagio esistenziale come uno stato nevrotico da cui dover guarire, il problema è situato nella struttura esterna o dentro nella struttura interna?
Chi lo decide?
Se il problema è posto nei confronti della struttura esterna non lo si può risolvere mutando l'interna, non fa parte delle variabili che possono essere modificate, ogni problema per essere ben posto contiene una serie di vincoli e se si può modificare tutto (come nell'esempio dell'equazione) non è stato posto alcun problema. Se linguisticamente pongo un problema ed iniziamo a forzare il significato di tutti i termini linguistici in gioco finiamo col trasformarlo in un altro problema, ma quello che si voleva risolvere era quello posto all'inizio, non si possono usare questi trucchi.
Se si vuol risolvere qualcosa bisognerebbe prima far chiarezza sulla natura del problema che pone una persona, io voglio capire cosa la psicoanalisi o anche le altre psicoterapie hanno intenzione di modificare, perché se modificano i vincoli stessi di certi problemi che una persona porta in terapia, finiscono col risolvere tutt'altro.
Ve lo immaginate un matematico che va da uno psicoterapeuta e questo gli suggerisce di essere meno rigido nei confronti di certi problemi matematici che son rimasti irrisolti da anni, in fin dei conti basta cambiarne il senso ed una soluzione in modo più semplice la si trova sempre: peccato che poi queste soluzioni non è che rappresentino poi delle gran genialate apprezzate dal resto della comunità, perché viene mutata la natura di un problema difficile da risolvere in uno molto più semplice (che avrebbe saputo risolvere chiunque), ma si tratta solo di un trucco retorico.
Se qualcuno mi ponesse in essere una soluzione vera e propria l'accetterei davvero con persuasione così come accetto che certe soluzioni sono soluzioni di un'equazione, ma se iniziano a raccontarmi troppe storie, a confondermi, a mutare le cose che voglio tener ferme all'interno del dilemma che pongo, allora voglio restare nevrotico ma lucido riguardo a quello che sento come problematico e riguardo a quelle che ritengo soluzioni soddisfacenti.
Ora o non ho capito bene quello che dite o ho capito bene ma non mi serve... Chissà può darsi che questo tipo di intervento non serva nemmeno a tante altre persone che si rivolgono a voi, non sarebbe utile cercare di chiarirlo questo?
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per char_lie
probabilmente non ti serve. è tua la scelta. mica è nostra. e poi, se sei incazzato con la psicologia/pedagogica/direttiva/prescrittiva, sono più o meno d'accordo con te.
poi ci sono psicoterapie diverse, e in questa discussione hai avuto molti squarci a tal proposito. non ti sono serviti a nulla? bene, non ti servono.
non capisco qual è il tuo problema a questo punto.
fai le tue scelte e rimproveri alla psicologia le scelte che hai fatto? hai avuto pessimi rapporti con qualche psicologo? beh perchè no? lo psicologo e lo psicoterapeuta e compagnia bella sono professioni come altre, offrono servizi, se lo fanno male ci si rivolge ad altri, se lo fanno bene, tutto di guadagnato.
(un matematico non credo che vada dallo psicologo per problemi matematici, nè si può procedere con "immaginiamo", con i "se" si fanno molte confusioni e pessime previsioni quando poi si scende spesso come fai te sul personale).
se fai un discorso "per principio", beh è una tua crociata.
ciaz.
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Esatto. Perciò adesso rientrate nell'argomento grazie.
Mi è stata fatta una segnalazione in questo thread, ancora a carico di oscarmoreno che offende e lancia diagnosi spicciole nei confronti di persone che usano il forum per lo strumento che è, e non per un campo di battaglia dove alternarsi a fare le vittime e i carnefici.
Perciò passo alla seconda infrazione nei tuoi confronti oscarmoreno, ricordandoti che se continui a violare il regolamento (LEGGILO Comportamenti NON consentiti <img src="/forum/images/smilies/1shifty.gif" align="absmiddle"> .: Help on line di Obiettivo Psicologia), vieni bannato.
Lascio aperta la discussione, perchè interessante e seguita da molti di voi. Ma se trovo ancora un OFF topic la chiudo definitivamente.
Ciao tutti:ciao:. Torniamo nell'argomento?
Il transfert col tempo si evolve naturalmente. La figura del terapeuta, col procedere dell'analisi, si avverte sempre meno come pura esperienza emotiva trasferale di ripetizione di avvenimenti precedentemente vissuti e man mano, sempre più spostata e inserita nel "qui ed ora".
Questa evoluzione, dopo una prima fase di individuazione e riconoscimento dei traumi e dei conflitti rivissuti ed elaborati attraverso la sistematica interpretazione del transfert, io ritengo, dovrebbe condurre ad una "nuova possibilità" da attribuire al transfert: tracciare la trama di un cambiamento della visione della vita le cui coordinate scaturiscono dalla relazione analitica stessa che alla fine modifica e sconfigge l'iniziale aspettativa destinale del paziente.
Vorrei porre un quesito: tutti siamo stati d'accordo nel 3d, mantenendo una continuità con la tradizione freudiana, sul principio che il transfert è il vero motore della cura psicoanalitica.
Ma, se io paziente ho chiarito, sviluppato, interpretato insieme all'analista il mio transfert attribuendogli un valore attuale, contemporaneo, a quel punto, è come se tutto il lavoro successivo procedesse, ma con un un motore che che ha ridotto i suoi giri: il transfert si è trasformato da un'emozione potentissima, che ti fa avvertire il terapeuta quasi come un "super eroe" amato e odiato, con poteri anche di suggestione potenti, ad un confronto, una conversazione che per quanto intima e coinvolgente ha perduto quel potere e quel fascino che aveva nella fase iniziale.
Cara francesca, non riesco a vedere la matrice transfert-controtransfert come una fonte di energia che si esaurisce nel passaggio da "nevrosi a guarigione". La concepisco piuttosto come una struttura dinamica che inizialmente è caratterizzato da minori possibilità e successivamente diviene più libera e flessibile. Quando ciò si verifica in maniera sufficientemente stabile l'analisi è terminata.
Saluti
sarebbe probabilmente fare un torto ad uno dei concetti più potenti della psicoanalisi ritenere che transfert e controtransfert si "esauriscano" o "perdano giri" nel tempo terapeutico.
se la relazione è così importante lo è sostanzialmete anche quando subentra un momento di depressione nel paziente quando comincia a riconoscersi certe dinamiche di significato personali che prima non aveva colto.
ciaz.
Forse e' l'incapacità del paziente di sopportare l'interpretazione dell'analista, la paura di andare verso mete sconosciute che rallenta i giri del motore per il paziente che non vuole "chiudere", non accetta la verità ormai satura e spegne nella stanchezza e nella intellettualizzazione , l'impatto emotivo che gli risulta ingestibile.
Son d'accordo, infatti i tempi devono essere maturi ed eventuali vissuti relativi al termine dell'analisi vanno osservati con attenzione ed interpretati.
Su questo punto sono d'accordo con te, però credo che tu e francesca vi riferiate a due diversi momenti dell'analisi, tu ad un momento anche di forte implicazione "durante", lei forse, si riferisce a momenti più vicini ad un "distacco" dal terapeuta, in parte difensivo e che in parte sembrerebbe essere vicino al termine della terapia.
Inoltre, mi sembra che lei, si riferisca più a dei vissuti personali ai quali dà un senso logico, che non è nè giusto nè sbagliato essendo, appunto, personale, seppure arricchito da studi e letture. Mentre la tua visione deriva più da una conoscenza base di tipo tecnico.
Quindi, entrambi avete ragione dai vostri punti di vista.
Ciaz
Incontrando un viandante, si suole raccontare, un freudiano chiederà: "Da dove vieni?", uno junghiano:"Dove vai?". La ricerca e la cura della nevrosi, allora non si rivolgono esclusivamente al passato, bensì al presentee al futuro del soggetto, al suo progetto vitale. Il movimento dell'analisi si configura come una progressiva espansione: da un massimo di soggettività ad un massimo di obiettività. L'inconscio individuale viene attraversato e trasceso.Si affivoliscono le promesse di raggiungere con la psicoanalisi guarigione, adattamento o liberazione, mentre emergono due obiettivi: armonizzare i conflitti e coseguire un sapere. Il fine della terapia è immanente al processo psicoanalitico stesso e la verità si manifesta quando si realizza una coincidenza tra la mente dell'analista e quella dell'analizzato: in quel momento è come se condividessero un'emozione, un sentimento di bellezza e armonia.
La fine dell'analisi, la separazione dall'analista deve essere vissuta come una lenta, progressiva, autonoma trasformazione del proprio mondo interno e non come il risultato di un intervento dall'esterno.
Nella fase finale di una relazione terapeutica, il rapporto trasferale attraverso il quale l'analista veniva investito di amore o di odio, caratteristiche inconsce legate ad esperienze infantili parentali, deve trasfigurarsi, cessare; le aspettative di un'affetività che nesssuno potrà mai restituire, ripetutamente frustrate, rendono cosapevoli e pronti a ritirare le proiezioni, i fantasmi, in quanto ormai assimilate, rielaborate al di là della loro consistenza ideologica per potersi finalmente mettere in relazione con le persone reali, umane .
Nei post precedenti mi riferivo proprio a questo ritiro delle proiezioni che ti fa vedere il terapeuta per quello che è realmente e non più investito di qualità e agiti dovuti al transfert.
Ciao
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Carissima Rosa, e perchè mai dovrei risentirmi? Perchè hai cancellato il post?Qui si esprimono solo punti di vista o, come nel mio caso, vissuti elaborati di un percorso terapeutico che, senza entrare nel personale mi sembra possa essere interessante mettere in luce.
Sicuramente per un analista lavorare su un paziente "travolto" da transfert, può essere più produttivo, agevole in quanto ha più materiale inconscio che gli fornisce spiragli attuali e manifesti di impulsi rimossi e dimenticati che sostengono la dinamica del processo di guarigione. Un forte transfert racchiude qualcosa di importante e corrisponde all'intensità del contenuto proiettato. Il medico che incarna questo contenuto, deve in qualche modo, prima o poi, restituire questo valore al paziente e l'analisi si conclude solo quando si enuclea il motivo della restituzione del contenuto trasferito sull'analista in quanto significativo per l'economia psichica del paziente.E' inevitabile che, dopo aver a lungo analizzato quel materiale insieme al paziente, anche se poi non tutto trova risposte definitive, con il crescere della consapevolezza e sotto l'influsso di quella terza voce, a mio avviso elemento indispensabile, le proiezioni sfumano, si ritirano: ma non per questo l'affettività diminuisce.
Mi viene naturale, come libera associazione, di paragonare la relazione analitica al rapporto di coppia: dopo una fase di innamoramento che fa vedere il partner come la persona perfetta in cui si trasferiscono le proprie carenze affettive e si trova il proprio animus/ anima, si ci quieta; resta la stima, la complicità, l'affetto ma non si avverte più ...quell'inspiegabile malessere...la "cotta" si spegne nella routine, nella partecipazione, nella condivisione..
Il paziente adesso, partecipa con un certo razionale distacco che gli consente di rendersi conto che "quella che gli appariva come realtà, era solo l'immagine riflessa di un passato dimenticato"(Freud).
Il regime delle emozioni circolanti nel setting resta alto, ma tutto adesso è più controllabile e consapevole.
Ciao
Grazie per la risposta, francesca, anche su punti specifici che ti avevo chiesto nel post cancellato.
Mi fa piacere che non ti avessi involontariamente urtata nella tua sensibilità personale non essendo mia intenzione e che tu me lo abbia confermato.
Come dici tu, qui si esprimono punti di vista personali sullo specifico argomento ed i suoi correlati, derivanti da posizioni diverse che proprio per ciò dovrebbero mantenere sempre aperta la possibilità di dialogo e di confronto reciproco.
Grazie ancora per la risposta.
Ciao
Può una psicoterapia procedere ed essere efficace in assenza di transfert?
Secondo me, no. Nel senso che il transfert esiste comunque. Niente transfert, niente psicoterapia.
Poi, col transfert ci si possono fare varie cose. Anche non analizzarlo. E qualche risultato lo si otterrà comunque perché i mecannismi di condizionamento, suggestione, insegnamento ecc. ci sono sempre, e qualcosa ottengono.
Così, a occhio.
Buona vita
Guglielmo