Ma un paziente da cosa può dedurre che è in atto un processo di transfert?
Printable View
Dalle risposte che riceve dal terapeuta. Penso. E che lo sconcertano non poco, se si riferiscono al transfert. Mi ricordo una seduta (una delle prime) con la mia analista. Io le racconto un avvenimento della giornata e lei, tranquilla, che si mette a ridescrivere tutto riferendolo alla relazione tra me e lei.
Me resto di stucco e penso: "E' un Barbatrucco. Che cosa sta blaterando costei?".
Poi glie lo dico (più o meno, mica mi fidavo di lei così tanto, ancora) e lei mi butta lì qualche domanda.
Dopo un quarto d'ora ho visto il mio comportamento sotto una luce del tutto diversa. Diciamo che è stato il passo iniziale per capire qualcosa del transfert.
Buona vita
Guglielmo
Dall'emozione che provi in sua presenza, se e' solo tuo. Dall'emozione che prova lui, se e' solo suo. Dall'emozione che provate entrambe, se e' di tutti e due.
Ma puo' essere una emozione positiva, oppure negativa. Concorde o opposta. Continua o alternata. Univoca o differita.
Le emozioni principali in gioco sono le emozioni elementari: Rabbia, paura, tristezza, felicita'.
Di piu' non so. Ma tu certamente.
Io da paziente che lo ho vissuto e so di cosa si tratta, credo sia un fenomeno maledetto, inspiegabile e invalidante. Funziona, svolge il suo ruolo, ma poi basta...non se ne può più, ti crea troppo malessere. Se un paziente non sa spiegarsi in teoria di cosa si tratta perchè è profano, per lui sarà difficile interpretare il ciclone che lo travolge. Si chiederà perchè la sua mente è sempre lì, in quel setting, in quei 45 minuti.
In questo 3d si è parlato di tutto ma forse mai di questo tsunami di sentimenti.
Come decifrare questa sconvolgente emozione che travolge il paziente e come affrontarla?
Lo si può definire un innamoramento, o no? Potrebbe anche essere un analista dello stesso sesso, o sgradevole come aspetto...e a maggior ragione ci si chiede come può avvenire tutto questo.:swear:
Forse iniziando a pensare che da li, da quella 'virtuale' cornice che ha racchiuso per anni l'essenza di un uomo, bisogna in un modo o nell'altro uscire. Solo un quadro dipinto 'una volta per tutte', infatti, è destinato per sempre ai confini della sua cornice ma non l'uomo; che dipinge la sua vita giorno per giorno, quando è la vita stessa a 'con-vocarlo' al cospetto del dubbio e chiede ogni giorno un colore diverso, una sfumatura, e fors'anche un 'pennello nuovo'. Mi si perdoni la 'metafora'...
Saluti,
Luigi
[QUOTE=francesca63;1940462]Io da paziente che lo ho vissuto e so di cosa si tratta, credo sia un fenomeno maledetto, inspiegabile e invalidante.
Scusami francesca, ha mai pensato che questo fenomeno potrebbe essere stato per te, maledetto, inspiegabile e invalidante?Per le tue personali caratteristiche, della tua storia, e del tuo processo analitico, con il tuo analista?Mentre, per alcuni, potrebber essere stato invece l'inizio di una rinascita emotiva e come tale, un mezzo, un medium attraverso cui uscire da uno stato di stagnazione in cui si trovavano?Funziona, svolge il suo ruolo, ma poi basta...non se ne può più, ti crea troppo malessere.Forse, il malessere è inscritto nel suo funzionare per quella determinata persona, altrimenti, non riuscirebbe a svolgere il suo ruolo:sbonk:
[B]Se un paziente non sa spiegarsi in teoria di cosa si tratta perchè è profano, per lui sarà difficile interpretare il ciclone che lo travolge[/B]
Se non sa spiegarselo in teoria, perché non ne possiede gli strumenti, è attraverso le spiegazioni di ciò che sta vivendo e le interpretazioni dell'analista sullle emozioni che lui gli porta che dovrebbe riuscire a comprendere il senso del ciclone che lo travolge. Poi, i sentimenti ed i cicloni emotivi, non sono esclusiva del paziente profano, ma sono propri anche di chi una teoria per spiegarseli, la possiede ma quando è da essi travolto, e per fortuna, se la dimentica, interrogando il proprio "sentire".
Del resto, non è necessaria una teoria definitiva per spiegare le emozioni che si provano nel setting, ed in riferimento ad esso, al di fuori dello stesso, è necessario piuttosto riuscire ad interrogarsi e ad interrogare l'Altro.
Ciao:ciao:
[QUOTE=RosadiMaggio;1940533]Cara Rosa, hai posto un tema molto interessante: è vero ogni paziente vive il transfert in maniera diversa, ma sicuramente anche se si tratta di un transfert positivo, si provano potenti emozioni non facilmente, razionalmente giustifcabili.
La ragazza di 20 anni che si innamora dell'analista ultrasessantenne, la donna eterosessuale che è attratta irresistibilmente dalla terapeuta, il manager forte e sicuro di sè che col terapeuta si mostra in tutta la sua fragilità infantile.... sono solo alcuni casi comuni a tanti percorsi terapeutici.
Nessuno sa quello che avviene nella stanza d'analisi, ma è certo che è proprio là che si articola quel nuovo rapporto dove si rivivono, all'insegna dell'alleanza e della partecipazione empatica, quei traumi antichi dimenticati il cui fattore curativo scaturisce dal rapporto stesso.
Decisivo il contributo emotivo dell'analista che nella comunicazione intrapsichica col paziente utilizza l'identificazione e l'empatia a scopi terapeutici.
Ciao
Ciao francesca, volevo chiederti se mi potresti spiegare meglio cosa intendi dire con questa frase, con particolare riferimento a "nella comunicazione intrapsichica" con il paziente; non sono certa di aver compreso compreso bene il tuo pensiero.
Grazie
Ciao:):ciao:
Ciao Rosa, anche Freud parlava di una duplicà del transfert, ridifinendolo sia ripetitivo che evolutivo. La capcità di indurre trasformazione è collegata alla capacità di: "creare legami tra analista e paziente nelle forme ripetitive del vecchio e tuttavia in un contesto nuovo aperto a prospettive alternative"(Moccia).
La comunicazione intrapsichica è quella terza voce che per un'alchimia 'quasi magica' prende corpo quando c'è un legame tra la mente del paziente e quella dell'analista; "si acquisisce una relazonalità nel campo analitico in cui assume un'importanza fondamentale la partecipzione emotiva e il contributo dell'analista, nonchè le qualità di questi come oggetto altro con cui potere costruire ed intessere relazioni nuove".(M.A. Palmieri) Anche una parola, a volte basta, è sufficiente a spalancarti una nuova prospettiva esistenziale.:medito:
Cito autori perchè non è facile spiegare quello che avviene nel setting.
Lo può capire solo chi lo vive.
Ciao:mano:
Ciao, ma tu parli di due menti che si incontrano nel setting, anche al di là delle parole dette, seppure tramite le stesse, creando un campo emotivo in cui siano presenti le emozioni del paziente, passate ed attuali e quelle dell'analista che le avverte empaticamente da una parte ed attraverso il proprio controtransfert dall'altra, ed ad esse risponde, creando, anche attraverso una parola, un segno, un gesto, una semplice frase, un nuovo assetto del campo emotivo stesso, dove le potenzialità evolutive, a volte bloccate del paziente, ad es., a livello protoemotivo, possano iniziare o riprendere a svilupparsi, favorendo così un ampliamento del suo campo mentale? E naturalmente ciò può avvenire solo in un rapporto interpersonale di un certo tipo, come ad appunto l'analisi, soprattutto quando è condotta con certi modi non stereotipati, se ho capito, come ad es., molte analisi junghiane? Cioè in modo tale da favorire creatività in forme strutturate? :skunk:(e non solo junghiane - perchè in realtà aderire in modo stereotipato ad una teoria e tecnica, diventerebbe base di un lavoro sterile, secondo me; esse dovrebbero essere solo il punto di riferimento metodologico, coerente con le proprie basi epistemologiche). :medito::medito:
Ciao:mano::ciao:
Caro Gieko, tu ritieni indispensabile sempre monitorare la relazione analitica entro schemi teorici ben definiti.Quando paziente e analista si ritrovano l'uno di fronte all'altro, le parole vengono fuori trascinate dall'emozione del momento, senza filtri, schemi o impostazioni metodologiche predefinite. Credo questo valga, in qualche modo, anche per il terapeuta.
Io la penso così e con Rosa mi sembra di essere sulla stessa lunghezza d'onda. Vorrei solo avere la capacità di descrivere, solo perchè vissuta da analizzata, l'esperienza che un paziente e il suo analista vivono in un setting analitico quando il campo diventa empatico ed emotivamente risonante, indipendentemente dall' appartenenza dell'analista ad una scuola di pensiero o ad un'altra; con la premessa che crediamo in una realtà psichica che non è una scoperta portata alla luce secondo la metafora archeologica, ma analizzata alla luce dell'interazione. L'inconscio non è solo la regione, la "pattumiera" dove finiscono tutti i contenuti inadeguati e i residui pulsionali obsoleti e conflittuali, bensì è la fonte primaria, la madre delle energie è il luogo dove si svolgono i processi di trasformazione creativa che consentono all'individuo di trascendere i limiti del proprio Io ed arricchire la personalità di nuovi modi di essere idonei a fronteggiare la vita reale.
L'analista entra in risonanza con l'interiorità del paziente: il processo analitico dipende dal gioco dialettico di fantasie, congetture, vissuti, sogni, sensazioni corporee; esperienze intersoggettive conscie e incoscie del paziente e dell'analista si intrecciano fondendosi: ne scaturisce uno spazio, come un serbatoio di esperienza inconscia, formato dai contributi dei due, dal quale entrambi attingono e da cui scaturisce quella "terza voce", da cui prende vita nell'analizzando la trasformazione e integrazione del suo l'inconscio.
Dipenderà dalla sensibilità del terapeuta cogliere e interpretare nell'ambito di questa area comune, una parola o una frase del paziente che vibrano in modo diverso dal solito :medito:e che basandosi sulla declinazione del transfert aiuterà ad arginare le ondate emotive che si sollevano e circolano nel setting e tentare di spiegarne le cause scatenanti.
Ciao
Ciao gieko, purtroppo, non avevo visto finora questa tua risposta; in effetti, seppure ci sono degli junghiani che utilizzano un approccio simile - non lo stesso comunque - quello che ho descritto io, fa effettivamente, come sai ed hai ben individuato tu, all'impostazione metodologica di base di analisi ad orientamento bioniano - campo, co-costruzione/terzo, spettro - ed alle sue evoluzioni, come quelle dei Baranger, di Antonino Ferro. E' stato lui il primo ad introdurre questa nuova visione grazie a cui può essere inserito secondo molti all'interno del paradigma della complessità ed il suo pensiero ll'interno dei sistemi dinamici non lineari, e che ha costituito una base utile per fornire spunti sviluppabili anche all'interno di altri paradigmi psicoanalitici, come é avvenuto per il concetto di campo e quindi del "terzo", in quello interpersonale e relazionale che ha poi una sua propria epistemologia e teoria della clinica.:approved:
Ciao
Ciao Gaia, ho qualche dubbio sul fatto che la teoria del campo psicoanalitico si sposi pienamente con l'epistemologia della complessità, come con l'utilizzo dei sistemi dinamici non lineari. Non credo rientri nel retroterra epistemico di autori come Ferro, che si basano molto di più su concetti clinici come l'identificazione e controidentificazione proiettiva. Tuttavia dei punti in comune non mancano, a cominciare dall'idea che non sia presente l'asimmetria, almeno in relazione al atto di formazione del campo stesso, cui contribuisce anche l'analista.
Saluti
In effetti, l'aspetto in comune di fondo cui mi riferivo é proprio quello della non asimmetria nella costruzione del campo stesso in cui l'analista é parte in gioco insieme all'analizzando, pur da un vertice di osservazione diverso.
Ci sono alcuni clinici che ritengono che la teoria di Bion possa rientrare per alcune sue caratteristiche nelle teorie della complessità, anche se in un certo senso, vi é stata inserita dai suoi successori con le modifiche apportate alla stessa. Ad es., A.Imbasciati, fa rientrare anche la teoria del campo in questo quadro ed in quello dei sistemi dinamici non lineari, come anche un pò tutta la teoria della mente in evoluzione sia dell'infante che nel rapporto analista - analizzando.
Rispetto al concetto di campo in quanto tale, ho qualche dubbio anch'io; sopratutto nel modo in cui é inteso poi da Baranger e Ferro; tu lo riferisci, al di là dell'aspetto citato sopra, ad una sorta di esigenza di isomorfismo al reale, esulante quindi dall'impostazione costruttivista come motivo per cui non può rientrare all'interno dei sistemi dinamici non lineari? (Questa é una domanda in più, che mi é sorta così:rolleyes::skunk:).
Ciao e grazie della precedente risposta:)
Mi interesserebbe sapere di più su Imbasciati, fammi avere la citazione!
Per il resto, credo che la grossa differenza tra il modello relazionale e la teoria di campo risieda nel fatto che per i Baranger e chi ne ha sviluppato la teoria di fondo a dominare sono sempre i meccanismi proiettivi del paziente, cui l'analista è partecipe e risponde. Se ciò mette in crisi il concetto classico di neutralità. L'impostazione costruttivista non può non contemplare, invece, che entrambi i membri partecipino e costruiscano insieme la relazione. Se la prima situazione è assimilabile ad una rete lanciata dall'inconscio del paziente in cui è inevitabile che sia lui che l'analista restino impigliati, la seconda corrisponde di più all'immagine di due persone che costruiscono insieme qualcosa, ognuno inserendo elementi propri.
Saluti
ciao io parlo sempre come paziente, che ha vissuto e vive il transert che credo che non sia una tappa obbligatoria ma che sia espressione della tua modalità di relazionarsi nel mio caso con l' altro sesso( il mio terapeuta e un maskio giovane di bel aspetto)e nonostante ne abbia parlato con lui direttamente a volte mi accordo stupidamente che incosciamente cerco in vano di sedurlo ( mi vesto sempre in tiro, sono carina con lui) mi sono accorta che è la stessa modalita che ho con tutti gli uomini!!! puo darsi che il mio sia un modo personalissimo di vivere il transert se me ne accorgo mi contengo ci ragiono, a volte parte spontaemente ( mi sento un po stupida):tajo:
e se l'analista sembra che non voglia affrontare l'argomento????????????????????????????
Da quello che apprendo nella mia formazione(sono all'inizio) il transfert nel modello sistemico ovviamente non viene interpretato ,ma evidenziato e "sviscerato" già dalle prime sedute.parrebbe essere un elemento indispensabile della costruzione della relazione terapeutica ed ho visto terapeuti sollecitare e stimolare il paziente o i componenti di una famiglia ad esplicitare le caratteristiche del loro legame e fare loro altrettanto utilizzando talvolta metafore o esemplificazioni tratte dalla loro personae esperienza .E' devo dire una tecnica molto costruttiva che velocizza il lavoro sulle modalità relazionali ,ma non mi pare affatto semplice da imparare. E' forse (purtroppo insieme a tanto altro) una delle metodologie più complicate da applicare.
Ciao, volevo chiederti se tu hai altre esperienze oltre a quella sistemica che stai apprendendo ora, circa il lavoro sul e con il transfert, perché può trattarsi di contesti terapeutici anche molto diversi, fatta salva la complessità e difficoltà che riporti nella tua esperienza.
Ho una esperienza prevalente nell'ambito sistemico anche come tirocinio perchè è il modello che mi ha affascinato di più,ma certamente ,sempre nell'ambito del mio tirocinio ho potuto fare confronti col modello psicodinamico che certamente utilizza contesti ed epistemologia altra.Credo che nello specifico del lavoro sul transfert colpisca come differenze più evidenti l'utilizzo del Se del terapeuta ed i tempi.
Infatti.
I sistemici hanno iniziato sovvertendo anche il linguaggio e cercando in quella che viene definita la prima cibernetica di non utilizzare espessioni dell'ottica lineare,ma l'evoluzione del modello ha consentito l'approfondimento di temi inizialmente elusi.Così quello che frettolosamente ho definito transfert e tu significati legati alla dimensione interattiva sono modalità diverse per indicare quello che a me piace chiamare "alcune delle possibili lconseguenze del legame terapeutico.Quello che resta straordinariamente diverso sono le modalità di lavoro perchè straordinariamente diverse sono le finalità.
A presto.
Ciao, mi potresti spiegare innanzitutto il punto finale, ovvero quali sono le finalità così diverse e da chi, quali altre psicoterapie, rivolte a chi e che operano, eventualmente, con quali tipi di sofferenze ed in quali contesti?( é bello leggere una persona che prova tanto entusiasmo per ciò che fa ed apprende ); poi i due precedenti?
1)significati legati alla dimensione interattiva in relazione "al" ed a differenza del termine transfert ( non solo il fatto che entra in gioco il sé del terapeuta, questo lo so , mi piacerebbe un pò di ampliamento, se possibile) e
2) cosa intendi per " alcune delle possibili conseguenze"' del legame terapeutico?
Ed aggiungo, personalmente: in cosa consiste in questo ambito e contesto allora, il "legame terapeutico", ovvero come viene concettualizzato, come si esplica, come si risolve, se realmente viene implicato e che implicazioni ha ( per chi?) nel tipo di orientamento s/r in cui lavori tu?
Grazie
Ciao
Vuoi dire - se ho capito bene - che tu hai provato ad affrontare l'argomento ma hai sentito che lui, non vuole farlo, secondo te? (Oppure é una tua sensazione a prescindere dal tentivo da te attuato di affrontarlo? Ed in questo caso, come fai a saperlo, anche se ciò che senti corrisponde al "reale"? :mumble:) Attraverso specifici messaggi verbali di risposta - non é che ti sto chiedendo quali, chiaramente, ma per capire un pò meglio - che ti hanno dato suscitato questa impressione?
Potresti parlargli di questa tua sensazione che lui non voglia affrontare l'argomento e da cosa l'hai dedotta, per cercare di capire un pò meglio il tuo disagio con lui e vedere cosa succede; anche del fatto che pensi che ti abbia mandato messaggi sbagliati. Se lo senti, é giusto che tu glielo dica e ci lavoriate, per te e per la psicoterapia.
Cara Rosa di Maggio
Non credo mi riesca rispondere bene a tutte le tue interessanti dettagliate domande.(nell'ottica che utilizzo questa si chiama :"redifinizione in positivo").Le finalità di un processo terapeutico è molto giusto che vengano inquadrate ,come dici tu ,nella soggettività del contesto ,del paziente e della patologia,ma questa è "delizia e croce" di tutte le psicoterapie che in qualche modo rispettando ad oltranza non ci permetterebbe alcuno scambio;Quindi rischio la mi arisposta.E 'possibile evidenziare come finalità del paradigma sistemico l'identificazione delle relazioni disfunzionali del sistema di appartenenza del paziente che possono sostenere ,nutrire e rafforzare il comportamento patologico ,ma soprattutto attraverso modalità interattive nuove ,utilizzando le caratteristiche e le risorse di personalità del terapeuta costruire insieme nuove opportunità.Iniziando dal presente e dall'immediatezza dell'incontro,si può risalire alla ricostruzione della storia,della storia trigenerazionale attraverso lo studio dei miti che quella specifica storia evidenzia.
Cara Rosa di Maggio,so di non aver superato l'esame ,ma il segreto di un buon apprendimento sta proprio in quell'entusiasmo o se preferisci passione che ti fa accettare le difficoltà ed anche i limiti ed io consapevole dei miei
ti saluto con simpatia
Scusate l'intrusione:sbonk: avrei una domanda stupida, ma mi incuriosisce troppo!!
Cosa succede se l'analista si commuove duranta la seduta? Innanzitutto può piangere? Deve trattenersi? E se lo fa, cosa succede ?
So bene che la specializzazione serve all'analista per non farsi coinvolgere troppo, perchè questo non aiuterebbe il paziente. Ma dall'altro lato, non si corre il rischio di diventare un "congelatore"? Non so...uno psicoanalista è tanto diverso da una persona qualunque?
Scusate ancora, e grazie a chi mi risponderà. :approved:
Uno psicoanalista è anzitutto una persona umana, mentre sembra che tu te lo raffiguri come un robot...
Nessuno vieta di commuoversi, e quando ciò accade non succede alcunchè, purchè si continui a mantenere il livello analitico.
Il training analitico, contrariamente a quanto pensi, non serve per "non farsi coinvolgere troppo", quanto piuttosto, tra le varie cose, a potersi immergere nel campo emotivo e, contemporaneamente, interpretarlo (emergendone). Congelare tutto questo processo significa non procedere nell'analisi.
Saluti
Penso che uno psicoanalista sia una persona qualunque che fa un mestiere molto particolare. Ma lascio che ti rispondano Gieko e Ikaro.
Buona vita
Guglielmo
Grazie mille :)
Inanzitutto grazie per le risposte. Premetto subito, perché non vorrei darti nuovamente questa idea, che non é mia intenzione fare alcun esame. Su questo thread si cerca di scambiarci informazioni e pareri utili per la comprensione ed a fare anche confronti sul tema affrontato dallo stesso.
Vorrei farti un'ulteriore domanda; in che modo, partendo dall'immediatezza dell'incontro, si può risalire alla ricostruzione della storia, di quella trigenerazionale tramite i miti specifici di quella storia?
Dov'é che entrano in gioco e "come" - o, se preferisci, in che senso, sinteticamente - le caratteristiche di personalità e risorse del terapeuta? In che modo, l'utilizzazione di queste risorse, in pratica, si differenzia sia qualititativamente che come "processo in gioco", dall'hic et nunc del controtranfert inteso nell'accezione analitica?
Quali sono secondo l'approccio che segui, i limiti ed i rischi, se ci sono e rispetto quali tipi di problemi e di quali tipi di personalità?
Spero di essere stata chiara.
Grazie per la risposta
Ciao
Carissima confesso che sono in vacanza e questo non vuol dire che non voglio concentrarmi sulle risposte ,ma che forse vivo un'altro tempo,così penso una risposta "analitica" cioè rilassata come su un lettino freudiano e con le prime cose che mi passano per la mente.Esistono delle tecniche per lo studio del trigenerazionale , una che io trovo molto efficace è il Genogramma, una metodica sia diagnostica che terapeutica.
Credo che la professione di psicoterapeuta, qualsiasi sia il suo indirizzo, è molto rischiosa e credo che abbia indicazioni e controindicazioni la stessa psicoterapia ,ma dubito che possano essere individuate categorie.Trovo che l'utilizzo delle caratteristiche di personalità del terapeuta e le proprie esperienze entrino in gioco con una autoreferenzialità meno esasperata nel senso che il terapeuta cerca di "provocare" l'uditorio presente con i suoi stimoli personali per una definizione di tutti i membri della famiglia o del solo paziente che si confrontano tra loro e con il terapeuta ,procedendo per uguaglianze e differenze.Sono ,come vedi ,pronto per una seduta di libere associazioni .
Ciao e buona estate
Non voglio riaprire un topic cosi vecchio ed in cui si è discusso tantissimo:D....ma l'argomento è davvero interessante e....insomma leggere tutte ste pagine non è facile. :D
Non è che qualcuno vorrebbe, fare un piccolo riassunto sui vari tipi di transfert esistenti ? (non picchiatemi!)
Se per anni c'è un transfert positivo con il proprio psicologo, (anche se con alti e bassi, litigi e contrasti), e poi un evento scatena un transfert negativo. Ma tanto negativo che fa pensare al paziente di buttare tutto all'aria ed interrompere le sedute. Se proprio il paziente non riesce più a vedere nello psicologo un "elemento" positivo. E' possibile recuperare il rapporto terapeutico? secondo voi ....
Ho letto anche di transfert erotici ed eroticizzati....Ma sono sintomi di qualche patologia? che caratteristiche hanno?
Questi tipi di transfert evidenziano un comportamento patologico?
So che ho fatto tante domande, però se qualcuno ha voglia di scrivere qualcosa...grazie:yahoo:
se un evento scatena un transfert "negativo" il paziente ne deve parlare (cioè spostare dal piano del vissuto al piano dell'elaborazione verbale simbolica) con l'analista, perché significa che sta trasferendo (transfert, appunto) nel "qui-ed-ora" una dinamica "patologica" (patologica nel senso etimologico, cioè che dà sofferenza) che fa parte del suo mondo interno.
Infatti non è il transfert in sé che cura, ma la sua elaborazione in analisi. Questa elaborazione avviene attraverso l'interazione diadica con l'analista.