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Originariamente postato da Daidaidaidai
Ciao Darkgianlu,
mi ha fatto molto piacere leggere la tua risposta e quella di Itsuki. Penso che sia ovvio che un approccio oggettivo alla mente che coinvolga lo studio dei processi cognitivi ma anche (lasciatemelo aggiungere perchè è un ramo delle neuroscienze che qui viene poco citato) l'articolazione del movimento sia uno studio possibile e che questa 'riduzione' del problema aperto uomo sia possibile anche se non siamo molto d'accordo sull'importanza di questo 'pezzo' di uomo e sul valore epistemico delle informazioni che si possono trarre da questo approccio.
Detto questo mi scuso per la mia risposta precedente che partiva dal presupposto che tu avessi dato solo una 'letta' all'opera della Laing che come sai appoggia l'approccio oggettivo nella psicodiagnosi ovvero quello quantitativo. Il problema tuttavia rimane del tutto aperto, a mio parere e mi sembra che non ci siano le premesse per capirci: pur avendo l'impressione che le nostre posizioni siano in realtà sostanzialmente identiche mi sembra che ci troviamo, almeno temporaneamente, su sponde opposte dello stesso problema.
Innanzitutto lasciami dire che quando dici che non capisci quello che dico dovresti fermarti e chiederti se sei sufficientemente qualificato per comprendere correttamente le affermazioni e i giudizi dei tuoi interlocutori: mi spiace doverlo dire ma un dibattito su metodo oggettivo in confronto al metodo soggettivo prevede in modo più o meno tassativo che la persona conosca sufficientemente bene i due ambiti di studio. In alternativa il titolo corretto del post sarebbe 'vi dico perchè il metodo oggettivo/soggettivo è il migliore secondo me'.
Il dibattito sull'uso dell'esperienza soggettiva ai fini ad es. della psicodiagnosi o del materiale clinico è molto complessa ma rimane il problema che senza un confronto sistematico con le evidenze prodotte da altri test (oggetivi e non, cognitivi e non) o da giudizi di altri clinici difficilmente penso si possa andare avanti, non solo come psicologi, ma anche come psicoterapeuti o psichiatri (che cmq... preciserei sono medici e afferiscono ad un ramo disciplinare diverso quantunque imparentato alle neuroscienze, alla psicologia biologica o alla psicofisiologia). La posizione di un 'soggettivismo' nudo e puro o di un atteggiamento fenomenologico o sensista (la realtà è quella che io percepisco con i miei sensi o quello che provo! QUELLA è realtà!) è a mio parere difficilmente sostenibile al di fuori di una discussione accademica. L'utilizzo invece di dati soggettivi può essere inserito con opportune siglature standardizzate all'interno di una ricerca o di una valutazione e in questo caso da metodo soggettivo passiamo a parlare di metodo qualitativo o analisi qualitativa e sinceramente questa branca costituisce un elemento assolutamente imprescindibile e ineliminabile del lavoro clinico e anche di quello dello psicologo nel momento in cui ad es. ci si confronta con del materiale verbale (ad es. molti testi cosiddetti oggettivi del tipo carta-matita con item verbali sono andati incontro ad analisi qualitative come quella atta a determinarne la validità di contenuto) o con produzioni artistiche come disegni (molto usati nell'approccio al bambino). Questo per dire che uno psicologo che usa metodi oggettivi non è meno psicologo o meno bravo di uno che usa puramente metodi soggettivi ma spesso è più vero il contrario: il rifiuto di un contatto con la realtà, di uno scambio di idee, di formalizzare il ragionamento clinico porta gli psicoterapeuti non guidati 'indizi' testologici validi e attendibili (stampati queste due parole in mente) o che non valutano obiettivamente i risultati della terapia a sbagliare apertamente diagnosi ed essere del tutto incapaci di comprendere gli errori o la vera natura delle difficoltà a cui la terapia del loro paziente sta andando incontro. Personalmente io ti invito a provare la psicoterapia anche da studente e a raccogliere alcune impressioni genuine sull'argomento per poi ridiscuterne senza mettere in ballo citazioni dotte che probabilmente rappresenteranno il tuo punto di vista ma dicono molto poco disgiunte dalla TUA esperienza come clinico... La scienza non va avanti a colpi di citazioni di autori famosi... La clinica poi è esperienza almeno al 50%...
Un'altro errore che mi sembra molto comune nel tuo modo di guardare la scienza e gli scienziati sia quello di ritenere che gli scienziati ignorino o minimizzino il valore intrinseco dell'esperienza soggettiva. Solo così - mi sembra di leggere tra le righe - si spiegherebbe come mai siano ancorati ad una visione innaturale e parziale dell'uomo. Lasciami dire che non è affatto vero. Cercherò di spiegarti la cosa con un esempio che spero catturerà la tua attenzione: anche gli scienziati fanno l'amore. Ora difficilmente si può negare l'importanza o il senso di realtà che l'esperienza soggettiva assume in una circostanza del genere. Anche gli scienziati hanno figli e sono in grado di amarli e accudirli come ogni altro genitore (con successi ma anche fallimenti); anche loro piangono di dolore quando viene a mancare una persona importante o quando le loro relazioni finiscono. Questo tuttavia non toglie nulla al loro essere scienziati e al ritenere che indipendentemente da quanto forti o coinvolgenti siano le emozioni che provo o sia vivide nella mia mente le sensazioni che sto provando (come la pressione sul mio labbro inferiore della buona tazza di thè che sto bevendo ora e il liquido caldo che mi scorre in bocca) anche i fenomeni soggettivi hanno in realtà una dimensione oggettiva e come tale sostanzialmente inconoscibile attraverso il ricorso al metodo introspettivo con cui accedo e do risalto (con efetti di distorsione non dissimili da quelli di una lente non corretta) alla mia esperienza interna. Molti fenomeni (ma in ultima analisi: TUTTI) che io, per forza di cose, non posso fare a meno di vivere in modo soggettivo sono frutto di modificazioni profonde o superficiali, a breve o a lungo temine della mia struttura o funzione cerebrale ed io, di cosa c'è nel mio cervello e di che cosa sta succedendo, non me ne accorgerò sinceramente mai con il metodo soggettivo. Lo stesso dicasi per tutte quelle dimensioni di noi stessi che sono ai margini o addirittura cadono al di fuori dell'esercizio dell'introspezione come gran parte della nostra personalità i cui aspetti sono nella maggior parte dei casi del tutto egosintonici. Ti stupirà però sapere che a strutture di personalità diverse corrispondono genomi differenti, modalità di apprendimento diverse e persino alterazioni nell'uso di strutture cognitive in modo del tutto inconsapevole o solo marginalmente consapevole nell'esperienza soggettiva del paziente; molto spesso il paziente non è in grado di capire che cos'ha e chiede allo psicologo innanzitutto un focus sul suo problema.
Lungi dal negare la presenza di una realtà soggettiva inalienabile derivante dal fatto che siamo VIVI e che siamo un punto di osservazione verso il mondo esterno, gli psicologi che ricorrono a metodi oggettivi conoscono i limiti del metodo soggettivo, limiti che ad un occhio attento e obiettivo si palesano abbastanza rapidamente e che hanno portato a ritenere non sufficiente il metodo - o se preferisci l'approccio - soggettivo per conoscere la realtà del paziente... che mi spiace doverlo dire ma è un insieme olistico dei suoi vissuti soggettivi, delle sue emozioni, dei suoi processi cognitivi e degli stati reali delle cellule che compongono il suo cervello. Questa è la VERA realtà. Nessuna di queste parti è più vera dell'altra dal punto di vista epistemologico, ma ecco un bel problema: come faccio a conoscere la realtà soggettiva dell'altro? Come faccio a farlo sempre e in modo affidabile? La risposta è che conoscere la realtà soggettiva dell'altro è un processo possibile e per certi versi persino frequente ma estremamente raro nella sua massima forma. E i pazienti che non riesco a sentire/capire? Che ci facciamo li buttiamo dalla finestra? L'unica differenza, non di tipo epistemico, tra la conoscenza oggettiva e quella soggettiva è che la prima è aperta all'investigazione, è conoscibile da tutti con l'adeguata preparazione e mi da la possibilità di parlare con chiunque stia lavorando sullo stesso problema in tutto il mondo. Senza un'opoprtuna codifica invece le informazioni che possiamo raccogliere con l'approccio soggettivo (il quale andrebbe cmq a sua volta scomposto nei singoli metodi che lo compongono: io qui ho preso ad esempio il metodo introspettivo di tipo psicoanalitico perchè quello che conosco meglio e che ho usato più a lungo) sono destinate ad essere comunicate a pochi eletti i quali devono 'intuire' alcune verità, farsi strada tra le fumose teorie analitiche o di altri approcci cercando di cogliere bagliori nelle tenebre... il risultato è un dedalo di correnti psicoanalitiche che più che unire la psicoanalisi e gli psicoanalisti gli ha semmai divisi e messi in contrasto con terapeuti di altre scuole...
A presto, :ciao:
Fabrizio
P.S. Quanto al fatto che non sia possibile conoscere la schizofrenia di una PERSONA senza stare a contatto con lei e capire i suoi vissuti sono d'accordo con te. Però vediamo di non confondere l'empatia e la comprensione o il condividere spazi e attività con persone malate di mente con gli strumenti per un trattamento una terapia realmente efficace. Non siamo pagati per fare conoscenza e basta ma per trovare una possibile soluzione ai problemi e lasciami dire che ieri come oggi la ricerca è la nostra sola speranza realistica di aiutare efficacemente le migliaia di pazienti che non avranno mai la possibilità di accedere ad un trattamento psicoterapeutico... ma che cionondimento soffrono e vivono ogni giorno in modo decisamente soggettivo, e in alcuni casi persino decisamente coraggioso.
Fabrì, ho l'impressione che tu ti stia confondendo, Darkgianlu sta parlando di Laing (Ronald, lo psichiatra fenomenologico esistenziale, che ha scritto appunto l'Io diviso - 1 saggio degli anni '60/'70, 1 dei testi base dell'antipsichiatria) e non "della Lang" (Margherita, autrice di alcuni saggi di psicologia dinamica). Dico bene?