Re: omosessualità: i terapeuti
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Originariamente postato da Giuliamd
Ieri ho ricevuto la telefonata di una paziente in analisi da alcuni mesi, che mi ha comunicato la sua decisione di cambiare terapeuta perché ne ha trovata una omosessuale come lei.
Non si tratta del fatto che si trovi male con me, anzi, abbiamo sbrogliato alcune questioni serie, ma cambia semplicemente perché l'altra ha il suo stesso orientamento sessuale.
Al di là del movimento che questa paziente sta facendo, e che credo di poter identificare bene, mi sto chiedendo se sia corretto che gli psico-professionisti dichiarino il loro orientamento sessuale ai pazienti (vale per tutti, ovviamente).
Ho avuto altre pazienti omo, ma è la prima volta che mi interfaccio con una simile questione.
Vi ringrazio se sarà possibile avviare un dibattito.:confused:
beh...sarebbe curioso cercare di sapere come la paziente è venuta a sapere della cosa.
Cioè, per dirti, se si tratta di una professionista che lavora in uno studio o in una Asl(che poi...mica non si potrebbe fare terapia in Asl),che non fa' mistero del suo orientamento sessuale, oppure conosciuta perchè è la fidanzata di....non ci vedo niente di strano.
Di solito, comunque, sarebbe buona norma che il paziente non avesse informazioni sulla vita privata del terapeuta. O il meno possibile. Non credo che la scelta di una collaborazione basata sull'orientamento sessuale del terapeuta sia positiva.
Sarebbe come scegliersi un terapeuta perchè tifa Milan. Che centra? Tantopiù decidere di cambiare terapeuta...
Mi viene il sospetto che ci siano anche altre motivazioni, che hanno influito nella motivazione della tua paziente.
In quanto a dichiarare il proprio orientamento sessuale...non vedo che vantaggi se ne potrebbero ricavare, anzi.
Non voglio diventare psicoterapeuta, ma, qualora dovessi consigliare un terapeuta, ne consiglierei uno che non si espone mai riguardo a questi argomenti:
-religione
-sesso
-politica
Si tratta di scelte troppo radicate nella nostra costruzione di un identità. e' quasi impossibile cambiare idea a riguardo. meglio che non mettano i bastoni fra le ruote alla relazione terapeuta-paziente.
Ti faccio un esempio:
io (supponiamo) sono cattolica praticante , e credo nell'arrivare vergini al matrimonio(:rotfl: ). Come credi si possa sentire un paziente con difficoltà nel controllo negli impulsi...qualora avesse necessità di esporre la sua tendenza a partecipare con cadenza bisettimanale a orge in un club privèè(liberamente tratto da un caso Asl), il che gli causa seri problemi?
Non pensi che possa sentirsi un tantino, dico un tantino influenzato dalla paura di ferire quelli che sono i miei principi morali?
Io ti suggerisco di continuare a NON rendere partecipi i tuoi pazienti del tuo orientamento così come delle tue scelte nella tua vita privata.
Poi, ovviamente, molto dipende dal tipo di costrutti teorici cui vuoi fare riferimento. In molti dei tipi dio psicoterapia che conosco, però, tiutto questo è sconsigliato. casomai...prova a riflettere con la tua paziente dell'inutilità di una scelta dettata da una giustificazione del genere, e a cercare di capire se i motivi non sono altri...
Re: Re: omosessualità: i terapeuti
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Originariamente postato da riversky
In quanto a dichiarare il proprio orientamento sessuale...non vedo che vantaggi se ne potrebbero ricavare, anzi.
Non voglio diventare psicoterapeuta, ma, qualora dovessi consigliare un terapeuta, ne consiglierei uno che non si espone mai riguardo a questi argomenti:
-religione
-sesso
-politica
Si tratta di scelte troppo radicate nella nostra costruzione di un identità. e' quasi impossibile cambiare idea a riguardo. meglio che non mettano i bastoni fra le ruote alla relazione terapeuta-paziente.
Credi davvero che, anche non comunicandole esplicitamente al paziente, questi dati identitari forti non compaiano nella relazione? Ad esempio con un tono di voce o con una postura particolare che possono esprimere approvazione, disgusto, etc?
Re: Re: Re: omosessualità: i terapeuti
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Originariamente postato da gieko
Credi davvero che, anche non comunicandole esplicitamente al paziente, questi dati identitari forti non compaiano nella relazione? Ad esempio con un tono di voce o con una postura particolare che possono esprimere approvazione, disgusto, etc?
Credo che approvazione e disgusto siano inscindibili dal nostro modo di esprimerci. Ma che un bravo terapeuta non debba farsi condizionare dal proprio modo di pensare e dai propri valori nel corso di una terapia, così come di un colloquio psicologico.
Cioè, mi va' bene se esprimo approvazione perchè una paziente border mi racconta di essere riuscita a controllare la rabbia mentre di solito, quando le saltavano i 5 minuti, sfasciava tutto quello che le capitava a tiro.
O disapprovazione se mi porta giustificazioni stupide ad una scelta dettata da ben altre motivazioni (se mi rendo conto che può coglierla).
Non mi va' bene se mi scappa una smorfia di disgusto quando un paziente pedofilo mi racconta di come ha circuito un bambino. Per quello c'è l'opinione pubblica.
Io sono lì per promuovere un cambiamento nel senso del benessere del mio paziente, non oper giudicare. Se non me la sento di farlo, perchè non lo vedo neanche degno di essere considerato uomo, rinuncio.