Citazione:
Nella frase precedente a questa infatti tu scrivi “E non mi piace affatto la domanda “La mia paziente è anoressica?", perché un essere umano è qualcuno, non qualcosa. Perché ridurre la complessità di un soggetto ad una serie di sintomi non mi dice nulla”
Portando questo tuo ragionamento alle sue naturali conseguenze non dovresti allora utilizzare la parola paranoico, che rimanda ad una categoria diagnostica.
Gliapprocci che si basano sulle teorie costruttiviste o anche costruzioniste non utilizzano la diagnosi ma non le rifuggono di certo; anche nel caso qualcuno avesse già, magari in un servizio pubblico, fatto una dignosi e dato una etichetta anche per definire meglio cura farmacologica e sua posologia, sarebbe inutile non usare questo termine, ma giocare molto di più sui significati e sui vissuti che esso porta con sè e sul ruolo che la categoria diagnostica gioca nell'insieme degli equilibri interpsichici in cui il soggetto si muove. Nessuno mi vieta di avere una ipotesi diagnostica dentro di me, ma poi sono altre le ipotesi di intervento che si devono co-costruire col paziente
Citazione:
Certo, dici che ogni paranoico lo è a modo suo, ma questo credo vada da sé. Come fai allora a capire “che tipo di paranoico è?”, se dici che ogni paranoico è diverso da un altro? Attraverso la tanto vituperata diagnosi, si torna sempre li. Capisco che tu faccia confusione come hai scritto tra diagnosi e terapia. Io invece cerco sempre di fare una distinzione ben chiara, ma semplicemente per una questione di tutela del paziente. Se non so cosa ha, ergo, se non so che diagnosi abbia, non posso sapere se sono la persona adatta a dare cura a questa persona. Come sai infatti ognuno di noi, per sua forma mentis, per istruzione, per cultura, per pregiudizi, per disposizioni personali, sa di essere in grado di poter dar cura a certe tipologie di pazienti e non ad altre. O quantomeno dovrebbe saperlo. Per questo considero fondamentale non mescolare *mai* la diagnosi, o meglio, i primo colloqui di assessment, con quello che sarà, eventualmente, la psicoterapi.
Torno a dire, a me non pare che Willy faccia nessun tipo di confusione, se non quella data dal porsi dei dubbi, dall'accarezzare dubbi e non cullare certezze, quello che in questa professione, chi come noi è agli inizi dovrebbe sempre fare, tenendo presente che abracciamo dei modeli teroici differenti e seppure alcuni possono dare mezzi e strumenti più efficaci di altri in determinate situazioni di psicopatologia, questo secondo me è indipendente dalla diagnosi, anche perchè poi dietro ad un modello teroico c'è la persona che lo usa e nè il modello nè la persona (soprattutto quest'ultima) sono entità rigide, ma anzi malleabili e influenzano e vengono influenzati in modo circolare da chi giunge portando un problema. Sapere che tipo di paranoico è, a me personalmente non interessa, come non mi interessava e odiavo che mi chiedessero quanto pesavo, quanto vomitavo, quanto cazzo risultava dal mio indice di massa corporea..."cosa? 19,2? Ah ma allora cosa vuoi essere anoressico tu!" Infatti il mio sottonutrimento aveva un fine specifico che nessuno ha mai indagato, altro che freddo, maglioni e storei varie. Ma distinguere la fase diagnostisca da quella terapeutica in modo così marcato, ameno che non sia una prestazione professionale richiesta ad esempio in regime di consulenza psicologica, a me quando ero paziente e ora che (in teoria) sono psicologo (già da 4 anni) sembra una sorta di forzatura che non dico non ci debba essere ma che deve secondo me essere accompagnata da descrizioni più "qulitative" dall'osservazione e dall'ascolto scevri dai filtri interpretativi che derivano dall'intento di fare per forza una diagnosi: nessuno nei servizi pubblici ti chiede mai cosa significa per te il sintomo, che funzione ha, cosa pensi che gli altri credano; quasi mai vengono indagate con un minimo di criterio le coincidenze, le ridondanze e la circolarità del verbale e del non verbale che ingabbiano la persona nel suo essere e nel suo comportarsi e quando qualcuno cerca la diagnosi attraverso i tuoi sintomi non fa che rimarcarteli, non fa che smascherarti in momenti in cui TU NON VUOI ESSERE SMASCHERATO per un sacco di motivi, buoni o meno non lo so ma di sicuro funzionali a te stesso, e quando sempre quel qualcuno indaga, il paziente non è stupido, non è passivo e reagisce di conseguenza e quindi qui, secondo me, torniamo a quanto detto ancora una volta da Guglielmo, alla difficoltà nel distinguere diagnosi e terapia, in quanto appunto, la presa in carico e la fase diagnostica sono comunuque già parte integrante del rapporto e della relazione col paziente, si crea già un sistema che prende vita dalla linea di sovrapposizione tra quello delle due persone che stanno in quella stanza in quel preciso momento.