Cioè, ci sono psicoanalisti che non identificano nel livello strutturale il punto su cui lavorare per produrre processi trasformativi? Sarei curioso di sapere a chi ti riferisci a questo punto, perchè è un punto nodale della teoria psicoanalitica.
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anzi...se proprio vogliamo parlare di adattamento...mi viene in mente come una struttura di personalità si possa adattare anche a situazioni spiacevoli.....dopo un intervento nel senso di percepirle in modo diverso....mi sembra più questo un adattamento.......è un opinione detta da una persona non addetta ai lavori....!Ovviamente è discutibile....ma se si discute su questo allora si deve anche discutere sul presunto adattamento che a vostro parere genera la nostra professione!
penso che monica si riferisse al fatto che molti psicoanalisti ritengono che il lavoro sociale favorisca il cambiamento!
Dico che se proprio si vuole parlare di adattamento mi viene alla mente come dopo un intervento psicoterapeutico o psicoanalitico si possa riuscire a fare adattare la personalità di un individuo che ha vissuto esperienze spiacevoli...facendo in modo che egli percepisca le sue esperienze "sotto un'altra luce".....ma lo ripeto questa affermazione si può contestare così come si può contestare che il lavoro sociale generi adattamento!
Stai facendo un paragone, nel senso che così come si tu potresti dire che la psicoanalisi, comporti un "adattamento" permettendo di vedere la situazione da un altro punto di vista - contestabile, come dici tu- lo stesso vale per il concetto di adattamento espresso da gieko, come connotativo l'attività di AS?
E' questo il senso? (perché ogni tanto ti serve il traduttore?...) O, almeno, si avvicina?
si...!allora riesco a farmi capire qualche volta:asd:
Sì, No, Non lo so.
E' difficile, sempre difficile generalizzare in un campo che per sua natura ha milioni di sfaccettature diverse ( si potrebbe dire una per ogni utente, una per ogni persona)
Difficile dire che tipo di cambiamento è quello della persona che abbiamo davanti, e in che modo una eventuale psicoterapia, o un eventuale intervento psicosociale possano avere peso nel cambiamento e quanto invece abbia peso la predisposizione o la motivazione personale dell'utente.
Gli assitenti sociali, fino agli anni 60 hanno usato il modello cosiddetto " biopsicosociale" che si rifaceva alla psicanalisi e lavorava sull'individuo che presentava un disagio sociale e sul suo mondo interno, inteso come parte da " curare" e cambiare. ( a quel tempo i pochi psicanalisti - se già c'erano - non erano nelle strutture pubbliche)
Dagli anni 60-70, in poi i modelli del servizio sociale sono cambiati, adeguandosi ai cambiamenti sociali e politici di quegli anni e si sono orientati verso una dimensione sociale del disagio e meno fodanta su eventuali carenze a livello personale.
Questo perchè da più parti si sentiva l'esigenza di collocare il disagio individuale all'interno del quadro delle ingiustizie e sperequazioni sociali che lo determinavano. (sempre secondo la visione sociopolitica dell'epoca)
Progressivamente il lavoro sul singolo utente si è allargato fino a considerare sempre e in qualsiasi caso, il suo contesto familiare e sociale di provenienza e si sono diffusi modelli come il lavoro di rete e il lavoro di comunità (anche se quest'ultimo era presente nel servizio sociale italiano fin dai primi anni del dopoguerra dove il nascente servizio sociale affiancava le persone nella ricostruzione del tessuto sociale e relazionale dei quartieri bombardati)
Il lavoro di rete poi con il sistema del welfare mix e il progressivo inserirsi del privato e del terzo settore nel sociale, sociosanitario e sanitario è diventato di importanza fondamentale.
Anche se a mia avviso il lavoro di sostegno con il singolo utente attraverso il colloqui è, e resta, un modo irrinunciabile di aiutare la persona durante le difficoltà e di promuovere questo
" beneddetto:asd:" cambiamento.
Per cui progressivamente negli anni ci si è staccati da una visione che prendeva in considerazione solo l'utente e il suo cambiamento interno verso processi di cambiamento che partono dal mondo sociale e dalle relazioni per poi in qualche modo determinare anche un modo diverso per la persona di "approcciarsi con il mondo esterno"
Cioè il succo di tutto questo è: Se cambio la situazione dell'utente che ha determinato le sue difficoltà di comportamento anche dentro di lui qualcosa cambierà.
è avvenuto un cambiamento strutturale? Forse sì...è vero, è difficile,è un processo lungo, e pieno di errori e spesso di ricadute....
Questo non è il fine dell'intervento psicoanalitico, se si ottiene questo vuol dire che l'analista ha fallito.
E poi, con riferimento alla statistica, possiamo considerare il livello comportamentale come esaustivo rispetto alla valutazione del cambiamento? O non è forse necessario che ci sia un livello ulteriore (anche perchè altrimenti non si spiegherebbe lo spostamento sintomatico)?
una domanda: come si fa a capire che è avvenuto un cambiamento a livello strutturale?
Mi riferivo al fatto che molti psicoanalisti accettano che nel lavoro sociale si usi il termine cambiamento.
Che ripeto non è specialistico della psicoanalisi.
Invece quando Giecko parla di adattamento, ecco questo è un termine che non ho mai trovato nè in un libro nè in nessuna rivista di servizio sociale. ( e io sono una persona che si documenta molto, leggo molto, sono abbonata alavoro sociale) insomma se nessuno a livello scientifico ha mai usato il termine adattamento nel mio campo io fatico a prenderlo in considerazione.
Poi Giecko tu puoi definire adattamento quello che io definisco cambiamento e definire cambiamento un altra cosa. Sinceramente conosco troppo poco la psicanalisi per capire il significato esatto di questi termini nella tua visione metodologica.
il cambiamento nel comportamento dell'individuo....deve essere continuo.....se ci sono delle ricadute anche a distanza di anni....l'intervento è fallito!Per questo l'intervento va sempre monitorato e "aggiustato" di continuo finchè la situazione non si stabilizzi del tutto!