Sono le regole del buon senso in primis, tantissimi terapeuti in tal caso sono eclettici senza dichiararsi tali.
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Sono le regole del buon senso in primis, tantissimi terapeuti in tal caso sono eclettici senza dichiararsi tali.
Il rigore dell'eclettismo va oltre rispetto all'integrazione degli approcci che un terapeuta può tentare di realizzare in base al proprio buon senso? Puoi spiegare meglio questo punto? Esistono norme, regolamentazioni e riferimenti precisi da seguire?
Forse il buon senso dovrebbe essere utilizzato da qualsiasi terapeuta indipendentemente dal suo approccio (a meno che tu ti riferisca ad es. ad autori come A. Beck, che passando dalla psicoanalisi alla fondazione della psicoterapia cognitiva basandosi sull'emergenza dei pensieri automatici e che usava parlare del fatto che in tale tipo di terapia si potesse facilitare una modificazione dei pensieri distorti/disfunzionali , che considera alla base di molti problemi e sofferenze, rifacendosi anche al "senso comune" ed al buon senso, pur poggiando su una solida metodologia e teoria) nel corso della sua pratica, evitando sia di operare con il paraocchi teorico/metodologico, sia di fare un'accozzaglia di metodi che non conosce personalmente in termini di applicazione ma solo per la loro efficacia che in qualche modo, può sembrargli più adeguata, per "intuizione", in una data situazione (caso in cui, se gli va male, potrebbe produrre effetti anche molti negativi nel paziente). L'eclettismo tecnico secondo gli studi condotti da diversi autori (anche nell'Eclettismo tecnico, si riconoscono diversi orientamenti, che integrano tra loro tecniche diverse e compatibili e tecniche ed epistemologie transteoriche), sembrerebbe non possa essere utilizzato se non con il necessario rigore. Paradossalmente, sembra che possa essere proprio il notevole studio ed il necessario rigore applicativo, coniugato con la necessaria flessibilità del terapeuta, a renderlo parecchio ostico a chi ha invece, per motivi personali, assoluta necessità di riferirsi ad un'unica teoria e relativa metodologia.
L’eclettismo tecnico si divide in due tipi principali: il primo prevede che le tecniche debbano essere scelte valutandole in pratica e non teoricamente, in base alla loro reale capacità di ottenere risultati in campo clinico, quindi unirle in un insieme che forma un singolo trattamento; il secondo, definito accoppiamento prescrittivo, si differenzia non per il modo con cui decidere le tecniche valide, ma su come utilizzarle. Piuttosto che formarne un singolo trattamento utile per tutti i disagi, selezionarle secondo la patologia che il paziente presenta, la sua struttura di personalità ( per unire efficienza ad efficacia) e la struttura di personalità del terapeuta.
Il buon senso indirizza verso l'utilizzo dei fatttori aspecifi comuni a tutti i modelli:
la relazione tra cliente e terapeuta, i fattori legati al terapeuta, quelli legati al cliente, l'apertura e la trasparenza, l'effetto placebo, la gestione delle resistenze e il setting ( quindi non propriamente tecniche).
Sono d'acordo con Gaia quando scrive:
"L'eclettismo tecnico secondo gli studi condotti da diversi autori (anche nell'Eclettismo tecnico, si riconoscono diversi orientamenti, che integrano tra loro tecniche diverse e compatibili e tecniche ed epistemologie transteoriche), sembrerebbe non possa essere utilizzato se non con il necessario rigore. Paradossalmente, sembra che possa essere proprio il notevole studio ed il necessario rigore applicativo, coniugato con la necessaria flessibilità del terapeuta, a renderlo parecchio ostico a chi ha invece, per motivi personali, assoluta necessità di riferirsi ad un'unica teoria e relativa metodologia."
Aggiungo che l'ultima frase di Gaia (in corsivo) possa spiegare, almeno in parte, perché l'Eclettismo tecnico sia molto osteggiato-
Ciao.
Lucio
Io vorrei provare a proporre questa riflessione, non so se sia calzante, però bo, ci provo.
Le psicoterapie e le teorie che le sostengono sono semplicemente tecniche o rappresentano veri e propri paradigmi culturali?
La scienza cerca di descrivere qualcosa, l'arte tenta di afferrare il bello, l'etica il comportamento buono, ora mentre ciò che viene descritto rappresenta qualcosa di unico (la scienza o la teoria scientifica è vera quando produce risultati e funziona), rispetto al bello e al buono le cose cambiano da cultura a cultura, ci troviamo a che fare con un pluralismo che potrebbe avere una base comune, ma le differenze ci sono, non le si possono negare.
Occhio e croce in ambito scientifico si può provare a mostrare cosa è scorretto e cosa no, cosa funziona e cosa non funziona, in questi altri ambiti qua invece non esiste nemmeno in linea di principio idealmente un sistema che possa dirci chi ha ragione. Perché non c'è nulla con cui poter confrontare questa ragione.
Se per qualcuno l'arte prodotta da certi bambini non ha valore, ed è brutta e cattiva e perciò questi vanno educati in qualche modo ad abbandonare certe forme di rappresentazione, per qualcun altro le cose potrebbero non stare così. Le psicoterapie sono cure mediche o forme d'arte?
Io spesso mi sono interrogato sulla questione del bello; cioé delle persone sostengono che un certo dipinto rappresenta qualcosa di sublime, un altro qualcosa di scarso e mediocre, ecco, rispetto a queste valutazioni io ho avuto sempre l'impressione che s'insidiasse qualcosa di soggettivo e personale e nulla di oggettivo e condiviso. Io ho i miei gusti, ma quelli degli altri devono essere necessariamente scorretti? Ma rispetto a cosa, ai miei? Questo lo vedo, però non posso estenderlo verso una forma di verifica empirica.
Si può provare a valutare scientificamente se un certo tipo di psicoterapia permette di raggiungere certi scopi, utilizzando certe risorse, ma non se lo scopo sia un qualcosa di utile da conseguire o se valga la pena spendere queste risorse per conseguirlo.
L'eclettismo potrebbe essere un modo più agile per salvaguardare forme di cultura diverse, che perseguono direttamente scopi diversi rispetto a quelle dominanti o istituzionali. Non dico o affermo che qualcuno ha ragione, qua per come la vedo io, usando un'analogia, un insegnante di pittura o disegno piuttosto che abbracciare a spada tratta una sola forma di bello (Tipo: i colori ed il foglio devono essere usati così e basta :D), dovrebbe provare ad avere un bagaglio più ampio ed essere meno rigido perché gli individui non amano tutti le stesse cose e non hanno tutti gli stessi interessi.
Paradossalmente più è ampio questo bagaglio più è probabile che l'insegnante riuscirà a fare il suo dovere, aiutare la persona a sviluppare le potenzialità che lei desidera sviluppare ed approfondire quel che vuole approfondire l'altro.
Per questo io ho sempre un po' odiato la scuola per come è intesa ora; è un sistema abbastanza repressivo che più che aiutare tenta di fare a pezzi le persone, se fossero schizofrenici gli insegnanti sarebbe un bene :D: questo è bello, quest'altro è brutto, questo va letto, questo va conosciuto, quest'altro... No, leggere tanto è bene, non leggere affatto è male, non si devono toccare i genitali in pubblico!... E così via.
Una psicoterapia meno educativa, che non rappresenti semplicemente una forma d'educazione dovrà spingersi necessariamente verso forme di eclettismo e di "pazzia" non ancora sperimentate :asd:.
Chi riesce davvero ad insegnarti qualcosa nella vita, che è utile a te e non a qualcun altro (cioé soprattutto in genere a chi te la insegna, perché nel far questo qua c'ha il suo tornaconto), lo si incontra di rado e per caso, l'eclettismo secondo me nelle sue varie forme è un bene ed una risorsa positiva.
Saluti
[QUOTE=Char_Lie;2636809]Le psicoterapie e le teorie che le sostengono sono semplicemente tecniche o rappresentano veri e propri paradigmi culturali?
Non sono né tecniche, né paradigmi; secondo me, un modello é un insieme formato da una teoria e tecniche conseguenti.
La psicoterapia é fortemente condizionata dall'ambiente culturale e l'eclettismo non ti permette di sfuggire a ciò. La psicoterapia può diventare repressiva, nel senso di riportare il paziente all'interno di schemi culturali sovraordinati.
Le psicoterapie sono cure mediche o forme d'arte?
Né l'una, né l'atra.
Si può provare a valutare scientificamente se un certo tipo di psicoterapia permette di raggiungere certi scopi, utilizzando certe risorse, ma non se lo scopo sia un qualcosa di utile da conseguire o se valga la pena spendere queste risorse per conseguirlo.
Se terapeuta e paziente sono d'accordo nel perseguire lo scopo Y, allora vale il coto perseguire lo scopo
In rosso la mia risposta. Ciao. Lucio
è un sistema abbastanza repressivo che più che aiutare tenta di fare a pezzi le persone, se fossero schizofrenici gli insegnanti sarebbe un bene :D: questo è bello, quest'altro è brutto, questo va letto, questo va conosciuto, quest'altro... No, leggere tanto è bene, non leggere affatto è male, non si devono toccare i genitali in pubblico!... E così via.
Una psicoterapia meno educativa, che non rappresenti semplicemente una forma d'educazione dovrà spingersi necessariamente verso forme di eclettismo e di "pazzia" non ancora sperimentate :asd:.
Saluti[/QUOTE]
Quando hai tempo e voglia,
prova a leggere l'artcolo di cui invio il link; parla di repressione in psicoterapia. Ciao.Lucio
P.S.: il link apre l' home; l'articolo ha un link a sinistra.
PSICOTERAPIA RIPARATIVA SI CONFRONTA CON QUELLA
http://www.regazzo.org/.../la_psicot...nfronta_con_qu...
Ho letto l'articolo, è interessante. Io mi sento particolarmente in sintonia con questo modo di vedere le cose, cioé da un lato penso che la verità ci sia, ma non ha senso parlare di verità in certi ambiti. Che una sensazione sia vera o no in quanto tale, che significa? Ecco qua a questo livello io stesso sono d'accordo che non ha senso chiedersi cose del genere.
Non ha senso parlare di una vera individualità contro una falsa individualità come amano fare alcune scuole psicoanalitiche, perché poi a seconda di come si intenderà debba essere questa vera individualità, s'andranno ad incistare certi valori nella cura.
Come quando si credeva che l'omosessualità fosse un'eterosessualità camuffata, ossia un modo di vivere la sessualità "non autentico", ma "non autentico" rispetto a cosa? :mumble:
Cercare di far star meglio un omosessuale a causa dei disagi reali che incontra nella vita di tutti i giorni convincendolo a vivere come un eterosessuale non penso che debba rappresentare un modo di vivere migliore per tutti gli omosessuali attualmente tali, per qualcuno forse sì, non posso generalizzare, ma non necessariamente per tutti.
Io tenderei a dividere le cose, la verità scientifica per me esiste oggettivamente, non riesco a negarlo davvero (la scienza in fin dei conti deve soltanto funzionare e descrivere certi processi di trasformazione e certi effetti, non dà nessuna risposta rispetto all'utilità e il valore da dare agli scopi per cui si usano certe tecnologie prodotte), è la verità morale, culturale o valoriale che non esiste oggettivamente e bisogna fare i conti con un pluralismo di possibili modi di vivere ed anche di essere disadattati ed universi di valori difficilmente conciliabili :).
Una cura verso la salute in fin dei conti non dovrebbe essere rappresentata da un corrispondere a qualcosa di stabilito da qualche medico (o psicoanalista o psichiatra o da uno stato di natura più naturale secondo qualcuno :D), ma un riuscire a trasformare il mondo in maniera tale che questo si avvicini a quello immaginario (e non in atto) in cui ci si figura sani.
Mentre il mondo così com'è, è in linea di principio è descrivibile, il passaggio da uno stato di malattia ad uno stato di salute non può essere rappresentato da un processo di descrizione o corrispondenza a qualcosa. Ad esempio si cercano di debellare certe forme di invecchiamento ed anche certe forme di malattia, ma non si sa ancora se questi stati, non invecchiare esser sani in certi sensi, in natura esistano e siano possibili.
La salute è un qualcosa che non è detto si possa raggiungere, quindi definire il passaggio da uno stato di malattia (disagio o sofferenza psicologica, fisica e così via) ad uno stato di salute come un corrispondere ad un qualcosa di autentico che esiste di sicuro da qualche parte dentro o fuori di noi (che in genere ha a che fare con modi di vivere che esistono già) per me è scorretta in questi ambiti.
Anche in ambito medico è scorretto impostare le cose così secondo me, non solo in ambito psicoterapeutico.
Bisogna definire lo stato B verso cui si desidera tendere da uno stato di partenza A (che si assume sia di malattia) e solo poi chiedersi se esistono cure per raggiungerlo. Definire B non è un compito puramente scientifico.
Saluti
meno male che quando si va in seduta ci si sdraia sul divano e si sente che bel profumo di pulito c'è nello studio dell'analista, e poi gli si chiede preoccupati se ha il mal di testa, e poi gli si dice che è ringiovanito, e tutte queste belle amenità:asd:
E pure si ringrazia per averci ricevuto nel suo regno:)
A volte le sedute sono semplicemente meravigliose.
Non ci frega nulla di queste teorie.:P
Grazie!
Sono tutte cose sincere!:)Accade davvero.
L'eclettismo può anche portarci a considerare lidi non ancora esplorati e ad accettare di buon grado e ironia interventi non così codificabili che possono farci sorridere e in maniera mascherata riflettere. Sempre che l'eclettismo tecnico con il rigore che ci impone, ce lo consenta.
Secondo me si:sisi: L'umorismo è una delle 4 forme di difesa più mature, secondo Freud, quindi oltre a fare bene, è anche salutare, soprattutto coniugato ad un buon livello di altruismo.
A proposito di altruismo, tu qualche intervento più "sostanzioso", anche se critico, non potresti farlo? A me piacerebbe molto leggere il tuo pensiero personale sull'argomento; ad es., cosa intendi quando parli della possibilità di considerare " lidi inesplorati" ed "interventi non codificabili?" Sono molto interessanti questa affermazioni, ci fai qualche esempio?
Grazie
Ciao:ciao:
Ciao Gaia,
sono d'accordo e aggiungerei......fare ironia rientrando in tema, sarebbe ancora più salutare.
In teressano pure a me i " lidi inesplorati" e gli "interventi non codificabili?" di psichedelic e magari qualche post che unisce ironia a conoscenza e profondità, di complicata.
Ciao, Lucio
conoscenza no, profondità non lo so.
Volevo chiedere a proposito, che cosa voi considerate "profondo"?
In tema non ci so stare, ho capito che parlate di uso di più teorie e tecniche contemporaneamente, e della capacità di spostarsi dall'una all'altra, forse.
se la profondità dipende dal ragionare sul tipo di argomenti, basta solo la conoscenza, la profondità è un'altra cosa.
Prego, definire pensiero "profondo".
Profondo presuppone tante cose, non è detto che un discorso lungo e articolato sia profondo.
La profondità è data dal toccare argomenti particolari, come il senso della vita, dio o gli dei, la morte, e raramente il senso della vita quotidiana.
la profondità è affrontare un argomento importante come quelli prima citati, senza pretendere di offrire soluzioni, il contrario di quel che vorrebbe dall'analista il nostro Char-Lie.
quindi che uno sia eclettico, o che sia in un altro modo, non ha importanza in una psicoterapia, dove si raggiunge il senso profondo delle cose al momento in cui le soluzioni non esistono.
Il soluzionista è il MATEMATICO, perchè pretende di risolvere la realtà riducendola a mere formule.
L'eclettismo è il tuttologo.
L'umanista per fortuna c'è ed è l'analista.
L’ISTRUZIONE SCOLASTICA NELL’ACQUISIZIONE DEL CONCETTO DI MORTE NEL BAMBINO(1)
Lucio Demetrio Regazzo e coll.
Il tema della morte e della propria morte può apparire sotto certi aspetti un argomento a contenuto squisitamente filosofico. visto che individualmente ce se ne occupa quando muoiono persone affettivamente vicine o si giunge sul punto di morire.
Se però consideriamo il fenomeno dal punto di vista esistenziale, particolarmente di Heidegger e Jaspers, dobbiamo pensare che l’angoscia di morte è un sentimento sempre presente al vissuto e all’esperienza della persona; quindi la vita non può prescindervi e, anzi, ne viene significativamente informata......................................... ............:(1) Journal of Existential Analisys, London, 1995.
Alla tuttologia vs. eclettismo, risponderò con calma.
Lucio
Perchè l'istruzione scolastica, nel titolo?
Cosa c'entra l'istruzione scolastica con il concetto di morte?
a scuola non c'è, non se ne parla, forse all'ora di religione?
Non è nei programmi.
Perchè, l'istruzione scolastica gioca un ruolo nell'acquisizione del concetto di morte?
Il concetto di morte si acquisisce in famiglia, partecipando da bambini ai funerali, andando vicino agli anziani più vicini alla morte, sperimentando la morte di familiari.
Boh?
a scuola si muore, ma di noia, direbbe qualcuno che conosco:)
Eclettismo=indirizzo filosofico formatosi in età ellenistico-romana e caratterizzato dalla combinazione di dottrine derivate da sistemi diversi
Tuttologia= scrivere di tutto o esprimersi pubblicamente su tutto
Da un dizionario della lingua Italiana!!!!!!
che strana domanda.:)
Che si trova sulla Gazzetta dello Sport?
Da sempre la cultura della vita e della morte è il risulktato di un insegnamento familiare, che può decidere di delegarlo tutto o in parte a chi eroga insegnamento religioso, ovvero frequentando il mondo delle parrocchie, delle moschee, dei templi buddisti o altro.
non mi risulta che ci sia una qualsiasi attività oltre quella religiosa che si occupi di concetti metafisici per i bambini.
E uno dei problemi più grossi è proprio quello di eliminare la morte dal pensiero comune, facendogli perdere la sua naturalità.
non ho capito cosa volevi comunicare con quel titolo in maiuscolo.
Per chiarezza volevo farti sapere che ho letto or ora il tuo articolo, scoprendo l'esistenza di un'attività di ricerca che non conoscevo, nella scuola.
Ora ho capito cosa voleva dire quel titolo!
Comunque mi fa piacere che la mia risposta basata sul comune sentire, sia stata addirittura oggetto della tua ricerca.
saluti
Importante è che ci sia stato un chiarimento; tornando all’eclettismo, non è che questo sia tuttologia, si occupa di un campo specifico che è l’integrazione delle psicoterapie, non tutte ( almeno un modello di integra-zione) seguendo alcune regole.
D’altronde qualche forma di sintesi delle psicoterapie bisogna pur trovarla, data l’alta proliferazione delle strategie,
Anche la psicoanalisi (alcuni suoi esponenti) se ne stanno occupando: ormai non esistono più 3/5 modelli psicoanalitici ma decine,
Ciao, Lucio
'Sto senso profondo qua è il mio punto di partenza :D, adesso per me soluzioni non ne esistono in base a quel che so e conosco. Se il senso profondo da raggiungere è questo, credo di averlo già raggiunto da un bel pezzo...
La profondità intesa in questo senso non mi rende più felice o meno triste perciò non capisco nemmeno al livello terapeutico a cosa possa servire.
Non è comunque una questione di formule... Ad esempio io capisco che gli esseri umani muoiono... Bene... Cioé male... Perché per me il problema della mortalità umana si colloca al livello reale e non di pensiero; non ci pensiamo e comunque moriamo insieme alle persone intorno a noi, ci pensiamo e muoiono tutti lo stesso.
E' il rimedio che manca, questo è il problema, a me non sta bene questo aspetto dell'esistenza, so che c'è, che esiste questa iattura, ma il sapere che le cose stanno così e che io non possiedo rimedi non mi fa provare niente di così esaltante e positivo.
E' come una mannaia che cala sulla testa delle persone, certe volte anche improvvisamente, distruggendo progetti, sogni e tutto il resto per cui spesso s'è pure faticato.
Questa condizione secondo certe persone dovrebbe essere considerata naturale e bla bla bla, va be' anche quando s'è detto questo si può arrivare alla conclusione che lo vuole la natura che io muoia in certe circostanze e che le persone che voglio bene muoiano in certe altre circostanze, ma io personalmente non lo voglio affatto, io e la natura stessa non andiamo tanto d'accordo, ecco tutto :asd:.
A me non risulta utile esser profondo per stare meglio, è qualcosa di indipendente.
Sento di essere contro qualcosa che io non ho il potere di modificare, non posso dirmi "la morte in fin dei conti è naturale, è normale..." le parole non servono per me quando si sa bene quel che si avverte e si sente, non mi sta bene per nulla questo limite, lo sento in automatico che è così... Ma non c'è niente da fare, là dove rimedi non ce ne sono si può solo intonare un canto come questo
http://www.youtube.com/watch?v=aYL2CAJ3H1Q
ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura con l'udito
e tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo
così
che non aggiusterà mai nulla di quel che s'è spezzato, è un sospiro che si perde nel soffio del vento, un urlare "ahi" come quando si viene punti, nient'altro, non è una terapia e gli psicoterapeuti non sono di certo più capaci di altri di esprimere il male d'esistere.
Se serve a qualcosa la psicoterapia deve servire a fornire qualche rimedio, se no c'è già l'arte, la letteratura, la musica, il cinema e così via per esprimersi.
Saluti
Ma come ti ripeti però, sembri un viaggiatore missionario che deve portare il suo stesso personale messagio su ogni lido ove gli è possibile approdare circumnavigando ogni 3d che offra appiglio al tuo argomentare; a parte questo, complimenti per la vena poetica.Citazione:
Se serve a qualcosa la psicoterapia deve servire a fornire qualche rimedio, se no c'è già l'arte, la letteratura, la musica, il cinema e così via per esprimersi.
ps. se tu e la natura non andate d'accordo poichè sei tu stesso, come ognuno, espressione della natura, come farai allora ad andar d'accordo con te stesso ed a modificare qualcosa che di fatto si esprime anche attraverso di te, comprese le tue parole, cioè quella natura di cui parli?
Ciao Lucio, mi piacerebbe sapere se e come è possibile delineare secondo te quale tipo di rapporto intercorre tra l'Eclettismo Tecnico come metodologia ed il Costruttivismo come epistemologia e metodi da una parte e, dall'altra come tecniche ricavate da approcci costruttivisti (cognitivisti, strategici, pragmatica della comunciazione, ecc.) possono ben coniugarsi con tecniche ricavate da approcci umanistici esistenziali, quali ad es.la gestalt e, in alcuni casi, l'approccio rogersiano. Vi sono anche dei casi in cui vengono coniugati proficuamente appocci cognitivisti con approcci psicodinamci di tipo interpersonale (quello relazionale ha una epistemologia costruttivista) soprattutto, in momenti in cui si ritiene utile che l'individuo, possa avere un insight circa i suoi problemi.
Mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero in proposito.
Grazie
Ciao:ciao:
Nel caso della morte non si può risolvere nulla per ora. Il conflitto resta se l'uomo rimedi non ne riesce ad escogitare, c'è poco da fare, questo intendevo dire, se tu senti che questa cosa va bene così, io e te siamo fondamentalmente diversi. Per me una cura contro il male morte dovrebbe debellare la morte là dove desidero sia debellata (perché poi nel mondo come l'ho conosciuto ci sono anche mali peggiori) e non il mio atteggiamento verso di questa, che è negativo e lo esprimo chiaramente.
Non è di certo con me stesso che non vado d'accordo: la solita interpretazione psicoanalitica che si insidia come sempre in certe pieghe del discorso come un parassita... Io per questo mi ripeto, qua scrivo e scrivo ma sembra che il messaggio non arrivi a destinazione :D. Quel che desidero davvero curare adesso, non si può curare rispetto a quel che conosco (e potrebbe essere il linea di principio anche incurabile), ma il fatto che desideri una realtà diversa da quella attuale che conosco per star meglio c'è e non lo posso negare.
Certi mali insomma nell'insieme potrebbero anche essere incurabili ed insiti nella struttura ultima della realtà, ma noi li identificheremmo lo stesso come tali, questo non significa essere in disaccordo con sé stessi. Anche adesso non sappiamo se certe malattie siano curabili, ma le chiamiamo comunque malattie.
Fino ad ora si sa che sono morti e invecchiati tutti, empiricamente morte e vecchiaia sembrano mali imbattibili ed incurabili, ma anche se fosse così non è detto che il nostro atteggiamento verso di essi debba essere freddo e distaccato così come quando constatiamo che il cielo è di colore azzurro. Io sento che sono dei mali in tante circostanze e tali restano per me. Per questo mi sembrava che il discorso fenomenologico presente nell'articolo postato da Lucio risultava interessante.
Non chiedo allo psicoterapeuta di debellare la morte, so che ne è incapace quanto me, è su altri versanti che potrebbe esserci qualche forma di aiuto vero, là dove l'aiuto non si limiti a modificare l'atteggiamento ed il giudizio personale della persona che si rivolge allo psicoterapeuta riducendo ogni disagio in conflitto interno e mentale tra giudizi come suggerisci tu e come fanno la maggior parte degli psicoterapeuti (quando teorizzano la cura, perché praticamente poi fanno altro).
Saluti
La psicoterapia non è qualcosa per esprimersi, ma serve per riflettere, aiuta a espandere la propria persona e il proprio pensiero.
Non fa diventare più intelligenti, o meno sensibili.
Partire dal presupposto che sei già arrivato al livello profondo è una grande limitazione, ne convieni?, ma soprattutto è una rinuncia a un'elaborazione intellettuale che potrebbe avere anche dei risvolti positivi, in favore del "grazie, già fatto, non mi interessa"
Sei già sicuro che non ti darà nessuna risposta che tu già non conosca.
Questa sicurezza ti impedisce di apprezzare la possibilità di esplorare una parte della tua mente, che potrebbe essere più interessante del resto.
In fondo, dal momento stesso in cui leggi, scrivi e ti interessi, vuol dire che c'è un'interesse, quindi c'è una contraddizione in te.
se protesti, contesti ecc, sei già dentro questo tipo di pensiero, altrrimenti semplicemente lo ignoreresti.
Sono sicuro che solo determinate cose non mi servono, non conosco tutto, giudico quel che viene detto qui, se mi si dice "questo ti aiuterà a sopportare, a vivere non comodamente e coraggiosamente come certi altri", già so che non è questo quello che cerco, è proprio una vita da martire ed eroica che non voglio e di cui mi lamento e mi opporrò sempre finché resto in vita anche se le circostanze mi costringeranno a vivere male, non rifiuterei somme in denaro che mi venissero regalate per nulla (provateci tutti se non ci credete :D).
Se dovesse presentarsi l'occasione sono ben disposto ad accettare tutto l'aiuto vero che qualcuno volesse fornirmi rispetto a quel che risulta utile per me, rifiuto solo le fregature, i ricatti, i rimbrotti e quel che mi fa vivere più scomodamente.
Arraffo e prendo quel che mi serve, butto via quel che per me è inutile. La psicoterapia mi ha aiutato? Sì, ma proprio nella misura in cui s'è allontanata da questi atteggiamenti qua che vengono ritenuti da certi esperti curativi. Non hanno capito proprio niente di niente nemmeno certi esperti per me.
Ha risposto adeguatamente ad ogni mio problema? Adesso sono molto più felice? No, credo di no.
Per me questa è la verità, io contesto solo quel che mi sembra falso.
La mia malattia e il mio disagio per certe persone consiste nel fatto che io desideri vivere comodamente (per questi qua poi dovrei pure sentirmi in colpa per questo :D, perciò iniziano a farmi i soliti rimbrotti), questa è l'anomalia da normalizzare, ma a me non sta bene questa definizione qua, ecco tutto, e non mi sta bene nemmeno la cura (che si svolge in funzione di questa definizione).
Una buona cura genuina sarebbe per me quella che mi permetterà di vivere comodamente proprio secondo le mie aspirazioni "irrazionali" e non quella che m'adatti alle scomodità di cui mi lamento adesso reprimendo il mio giudizio "non razionale", facendomi introiettare altri valori per farmi arrivare ad accettare tutto quello che non mi sta bene ora.
Non esiste niente del genere? Bene, non accuso nessuno, nessuno è colpevole di nulla, ma il mio male resta incurabile per adesso.
Saluti
Allegato 24479
QUOTE=Char_Lie;2637579]Nel caso della morte non si può risolvere nulla per ora. Il conflitto resta se l'uomo rimedi non ne riesce ad escogitare, c'è poco da fare, questo intendevo dire, se tu senti che questa cosa va bene così, io e te siamo fondamentalmente diversi. Per me una cura contro il male morte dovrebbe debellare la morte là dove desidero sia debellata
Saluti[/QUOTE]
ADULTI CHE TACCIONO
Lucio Demetrio Regazzo
Versione nella lingua inglese
David Purpura e Ernesto Spinelli
Regent’s School, London
Percorrere la vita a piedi nudi
E incontri ciechi:
Che gara!
Tra noi e il tempo.
Tra nascita e tramonto Non c'è frattura è tutto un continuum di sogni
A volte esistere non basta:
C’è chi prega una croce e recita il rosario
Chi si sbronza
Oppure chi si uccide perchè senza sogni
O perchè ne ha troppi.
...........................
(Domenico Turco)
Aprire la presentazione di un lavoro scientifico, qual'é una ricerca sul campo, con frammenti di una poesia è insolito; lo è meno se scopriamo che il poeta è un poeta-bambino che compone sui temi del tempo e del morire e se i suoi componimenti risultano emblematici del rapporto tra cultura e tempo, tra cultura e morte.
I contenuti che ricorrono in Turco sono probabilmente dettati da una grave malattia che lo affligge dall'età di otto anni, ma ciò non riduce il nostro stupore nel cogliere dentro i versi tratti dal componimento "Morale" il tema della temporalità, caro a Binswanger, e seppure in embrione e
con espressioni ancora magiche il problema della ricerca di significati di V. Frankl. Nell'ultima strofa presentata ci sembra poi di leggere le concretizzazioni di quella che L. V. Thomas chiama cultura tanatofobica, una cultura organiz¬zata per offrire vie di evitamento e di repressione dell'i¬dea di morte, portando così sviluppare rituali sociali e comportamenti individuali spesso patologici.
Ma nel poeta vi è soprattutto la constatazione della cecità del mondo degli adulti. Non ci sono i toni accusatori della Raimbault che nel suo "Il bambino e la morte" scrive:
“.. se il bambino non incontra nessuno che sappia acco¬starsi a lui, ma solo silenzio e menzogne, non gli resta che tacere a sua volta” (2).
Di Turco si colgono solo annota¬zioni di come la sensorialità visiva sembra indebolirsi ed appannarsi di fronte alla morte.
L'Autore scrive sul non vedere, noi vorremmo andare oltre, scrivendo sul non parlare; egli annota, noi vorremmo ancora andare oltre, individuando responsabilità in una cultura che ci appare sempre più cieca e muta rispetto ai grandi significati dell'esistenza. L'aspra accusa di Husserl al positivismo ancora alla fine dell’800 appare caduta nel vuo¬to finchè si leggono questi poeti bambini e sinchè ricerche come la nostra portano agli esiti descritti più avanti.
Probabilmente abbiamo percorso ancora poca strada da quando Husserl affermava:
Questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono più scottanti per l'uomo ...; i problemi del senso dell'esistenza umana nel suo complesso. (3)
Il modello fenomenologico husserliano è stato dai più, e spesso a torto, considerato un tentativo di negare la scienza, di distruggerla. Ciò è soprattutto è dipeso da cat¬tive interpretazioni positivistiche e neopositivistiche: l'osservazione del filosofo tedesco, secondo la quale non possiamo analizzare la realtà esistente ma solo le cose così come esse ci appaiono, è divenuta il paradigma del rifiuto delle astrazioni.....................
TACERE LA MORTE: ADULTI CHE TACCIONO - {SPORTELLO DI ...
http://www.regazzo.org/.../tacere_la...cciono_6721120....
15 feb 2012 – ADULTI CHE TACCIONO Lucio Demetrio Regazzo Versione nella lingua inglese. David Purpura e Ernesto Spinelli Regent's School, London ...
Ciao Gaia,
credo che la fenomenologia costituisca l'anello di congiunzione epistemologico; per le tecniche, credo, dipenda molto dal tempo dedicato all'eclettico per la sua formazione ( si utilizza molto la pragmatica della comunicazione, la suggestione, il pacebo, tecniche cogntive e........).
Ho sentito molto parlare da una collega dell'approccio psicodinamico relazionale, ma non lo conosco per esperienze personali e non me la sento di entrare nel merito.
Un caro saluto e grazie per un quesito che richiederebbe una lunga conversazione e che io ho ridotto con una risposta di un breve post.
Ciao. Lucio
Caro Char_lie
“Certi mali” sono incurabili, se per cura intendiamo la loro eliminazione.
Vita fragile e caduca, dolore, routine, fatica (etc.) sono parte dello stesso esistere umano, in qualsiasi cultura esso si sviluppi.
Diventano dei significanti negativi a cui non riusciamo a dare un significato diverso dal desiderio di eliminarli.
Non c’è psicoanalisi, ortodossa o meno, né psicoterapia eclettica che possa togliere dal nostro quotidiano la paura del dolore, della fatica, della morte e delle sue metafore.
Proprio attribuendo a queste realtà uno scopo od un significato accettabile, noi possiamo riappropriarci di un nostro esistere con sufficiente serenità, portandoci fuori dalla palude in cui l’implicito significato dell’esser-ci ci ha posti e portandoci, len tamente, ad una riappacificazione con noi stessi.
Ciao. Lucio
Cosa significa “integrazione di psicoterapie”? E a quale – o quali – particolari domande (di mercato, degli stessi terapeuti o evocate dall’universo della psicopatologia) può rispondere la pratica dell’integrazione tra psicoterapie? Ancora, attraverso quali modalità risulta possibile fondere approcci differenti per impianti teorici, tecniche, metodologie terapeutiche?
Introduzione
Un dizionario definisce “integrazione” come il “Funzionale comportamento mediante opportune addizioni e compensazioni” (Devoto-Oli). Per “integrare” si intende quindi “Rendere completo dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo, per lo più attraverso l’aggiunta di opportuni elementi complementari” (Ibid.). Per “rendere completo”, quando si parla di psicoterapia, diventa però necessario riconoscere ciò che è manchevole o insufficiente nelle pratiche di cura. Così, sulla scorta della ricerca di un “confine / limite” di ogni singolo orientamento, l’integrazione tra psicoterapie può essere definito come “Il tentativo di oltrepassare i confini di ogni singolo approccio per comprendere cosa può essere appreso da altre prospettive” (Stricker, 1994). Di fatto, la spinta primaria alla ricerca sull’integrazione delle psicoterapie è risultata proprio essere l’inadeguatezza percepita dal clinico rispetto all’impatto terapeutico delle proprie tecniche (Norcross & Halgin, 2005).
Il movimento integrativo divide la storia della psicoterapia ante e post anni ’30 (Carere, 2002), in base alla nascita dei primi contributi che hanno tentato una integrazione tra differenti correnti di pensiero e tecniche terapeutiche, svincolandosi da quell’ “atteggiamento xenofobo” (Stricker, 2006), che aveva caratterizzato la nascita delle prime psicoterapie: armate l’una contro l’altra, in un contesto “dog eat dog” (Larson, 1980), gli orientamenti si erano fino ad allora contesi il primato della “migliore terapia possibile”. Tale atmosfera è stata storicamente infranta da un periodo di “crisi pre-paradigmatica” (Kuhn, 1970), che avrebbe dovuto portare al superamento dell’atteggiamento di superiorità, disprezzo e rifiuto di molti clinici verso altre culture terapeutiche, permettendo di sviluppare un “atteggiamento di sorpresa e un vivo desiderio di apprendere, che è anche una naturale risposta umana alla differenza" (Feyerabend, 1987).
In un interessante contributo Safran et al. (1997) equiparano il processo di integrazione tra psicoterapie a quello di integrazione con l’altro, in cui il confronto tra culture sfocia nell’emozione dello “Stupore Antropologico” (Shweder, 1991): una risposta di apertura e interesse dinanzi al diverso che è propria dell’Antopologia, opposta alle reazioni di sdegno, ac-condiscendenza o disinteresse più propri del senso comune. Per Safran (Ibid.) “Una tale disposizione allo stupore è una delle più importanti attitudini che può emergere dal movimento di integrazione in psicoterapia.” Ma quali fattori hanno determinato un’apertura al dialogo tra correnti psicoterapeutiche che fino ad allora, in modo forse autoreferenziale, si attestavano il primato della psicoterapia “per eccellenza”?
Norcross & Newman (1992), individuano otto fatti storici che hanno determinato e promosso lo sforzo integrativo:
1. il numero sempre crescente di scuole di psicoterapia;
2. l’assenza di un chiaro supporto scientifico che dimostrasse la superiore efficacia di una particolare psicoterapia;
3. il fallimento di ogni specifica teoria nello spiegare l’intera gamma della psicopatologia, della personalità e dei fattori di cambiamento;
4. il rapido affermarsi di terapie “breve-termine”;
5. una migliore comunicazione tra studiosi di orientamenti differenti, che promosso una maggiore volontà di sperimentazione;
6. la presa di coscienza della deprimente realtà nel supporto di terze parti alle psicoterapie a lungo termine;
7. l’identificazione di fattori comuni a tutte le psicoterapie e connessi all’outcome;
8. lo sviluppo di associazioni professionali e riviste specializzate nello studio sull’integrazione delle psicoterapie.
Ancora, Norcross (1992) rileva come tra gli anni ’70 e ’80 anche forti matrici socioeconomiche abbiano determinato la necessità di sviluppare un’ottica integrativa, posto l’assunto di base che nessuna terapia risulti sufficiente a occuparsi dell’universo psicopatologico. In opposizione quindi dall’aspro zelotismo di talune correnti, il movimento integrativo si è scontrato con la fondamentale difficoltà teorica di arrivare ad un connubio tra teoria dei conflitti e teoria dell’apprendimento, che fa eco alla più filosofica distinzione tra “uomo reattivo” ad eventi interni o e-sterni.
I tentativi di soluzione iniziano negli anni ’30, con lo spartiacque del pioneristico lavoro di French (1933), che delinea alcune somiglianze tra i concetti pavloviani di estinzione e psicoanalitici classici di repressione. Gli fa eco Rosenzweig che, nel 1936, assume come sia plausibile che l’efficacia di approcci terapeutici abbia più a che fare con fattori comuni che con differenti basi teoretiche, creando così le basi per successivi tentativi di integrazione in base a “fattori comuni” (aspetto che si dettaglierà in seguito). Woodworth (1948) giunge ad affermare come “nessuna [delle psicoterapie] sia sufficiente”, interrogandosi su una possibile sintesi di linee di pensiero; seguì l’importante manuale di Dollard & Miller (1950), in cui le teorie psi-coanalitiche venivano spiegate alla luce della teoria dell’apprendimento.
Gli anni ’60 vedono l’emergenza della Terapia Incentrata sulla Persona di K. Rogers, esito probabile di alcuni mutamenti socioculturali in America tra gli anni ’50 e ’60. E’ costui (1963) ad affermare con forza come gli orientamenti teorici in base ai quali i terapeuti si erano finora mossi incominciavano a dare preoccupanti segni di cedimento. I contributi in tema di integrazione si concentrano ancora però sulle scuole psi-coanalitiche e comportamentiste, padroneggianti lo zeitgeist. Il contributo probabilmente più significativo arriva dal comportamentista Arnold Lazarus (1967) che, in una folgorazione di pentimento, conia il concetto di “Eclettismo tecnico”: la possibilità per il clinico di utilizzare più tecniche derivanti da differenti scuole senza necessariamente uniformarsi alla griglia teoretica delle scuole stesse (affermando quindi una sorta di indipendenza tecnica-teoria).
Durante gli anni ’70 i ricercatori si occupano in prevalenza di cercare un metodo di integrazione tra teorie psicoanalitiche e comportamentiste (Birk, 1973, Feather and Rhoads, 1972a, 1972b, Birk et al., 1974, Shectman, 1975, Sloane et al., 1975), con pochi tentativi di inclusione della terapie Umanistica (Wandersman et al., 1976) e della Gestalt (Appelbaum, 1976). Al momento, circa il 55% dei terapeuti americani si definiva “eclettico” (Garfield e Kurtz, 1976), con una tendenziale preferenza per la fusione di aspetti analitici e di teorie dell’apprendimento (Garfield e Kurtz, 1977).
E’ negli anni ’80 che svariate altre forme di psicoterapia vengono incluse nei tentativi di integrazione, aumentando quindi la complessità del fenomeno. Parallelamente, cresce esponenzialmente il numero dei contributi teorici e clinici. Irrompono definitivamente il paradigma della psicologia cognitiva e il concetto di “Eclettismo tecnico e teorico”. Aspetto probabilmente di maggior rilievo, la psicofarmacologia entra di diritto a dar braccetto alla psicoterapia, inizio di una annosa quanto fruttuosa collaborazione (Beitman e Klerman, 1984); il movimento di integrazione trascende quindi i confini delle teorie e delle tecniche psicologiche e approda agli ambiti biologici e organicisti.
Nel 1983 vede la luce la S.E.P.I, Society for Exploration in Psychotherapy Integration, che offrirà importanti spunti e contributi in tema di integrazione. Esula dagli obiettivi di questo lavoro una disamina dei contenuti specifici dei moltissimi contributi offerti dagli studiosi; sinteticamente, nasce la necessità di riflettere sul terreno teorico da una parte e clinico dall’altra, talvolta in contrapposizione con il puro “eclettismo tecnico” e, tra la fine degli anni ’80 e i ’90, svariati Autori propongono modelli psicoterapeutici originali, frutto della personale riflessione sull’integrazione di differenti psicoterapie. Norcross e Goldfried (1992) e Strieker e Gold (1993) pubblicano due importanti manuali, focalizzandosi sulla sintesi tra paradigma psicoanalitico e comportamentale; tuttavia i contemporanei modelli integrativi tendono a combinare aspetti delle correnti cognitiva, umanistica, sperimentale e della famiglia con componenti psicoanalitiche, comportamentiste e umanistiche in complessi modelli di trattamento (Gold & Strieker, 2001).
Questo lungo percorso ha portato i teorici e clinici del movimento integrazionista ad individuare differenti modalità di integrazione tra differenti approcci psicoterapeutici.
Modalità integrative
Vi è consenso pressoché univoco tra gli integrazionisti riguardo ad un sistema classificatorio attraverso il quale identificare i vari approcci della contemporanea psicoterapia integrata (Gold, 1996, Strieker & Gold, 2003). Teorie e tecniche possono essere integrate in quattro modalità fondamentali: Eclettismo Tecnico, Fattori Comuni, Integrazione Teoretica, Integrazione Assimilativa.
Eclettismo Tecnico
Non risulta facile definire con precisione l’eclettismo (Garfield & Bergin, 1986). Per taluni risulta un approccio asistematico e azzardato (Garfield, 1982); per altri (Arkowitz, 1992) è un legittimo insieme di scelte terapeutiche, a disposizione di un “unico” terapeuta con storia e background personali, entro una varietà di alternative guidata dal principio di ciò che sembra maggiormente adatto per il singolo paziente. Per Frank & Lazarus l’eclettismo è semplicemente la fusione di almeno due degli oltre 400 orientamenti terapeutici. La necessità primaria è qui la maggiore personalizzazione possibile del trattamento in base al principio del Tayloring. L’eclettismo risponde quindi ad una necessità pragmatica, ben lungi dall’essere una fusione “acritica e non sistematica” (Norcross, 1990; Patterson, 1990), meglio rispecchiata dal termine di “sincretismo”, tanto da aver spinto alcuni Autori ad adottare la definizione paradossale di “Eclettismo Sistematico” (Norcross, 2005). Ciononostante, buona parte dell’eclettismo si configura a tutt’oggi come sincretismo ed ha ricevuto spietate critiche di svariati studiosi, incluso Karl Rogers (1951). Secondo Prochaska & Norcross (1983), la sfida dell’eclettismo risulta quella di costruire un modello che possegga validità clinica ed empirica e benché le istanze di pervenire ad una base teoretica di riferimento siano poco sentite, secondo Murray (1986), non può esistere reale inte-grazione senza una teoria di riferimento. Lo sforzo di integrare differenti orizzonti in un tutto armonico rimane ancora una challenge dei terapeuti eclettici.
Da questa posizione tendenzialmente ateoretica, il rischio concreto dell’approccio eclettico è quello di pervenire a un numero di modelli terapeutici differenti, in una posizione paradossalmente anti-integrativa, creando nulla più se non altre correnti psicoterapeutiche (Goldfried & Safran, 1986). In sintesi, l’Eclettismo Tecnico deriva quindi dalla costatazione di molti clinici che un unico approccio teoretico-clinico non può occuparsi dell’intera gamma psicopatologica degli individui: un orientamento specifico non può possedere tutte le risposte (Lazarus, 1992); in base a tale assunto la ricerca interdisciplinare ha portato ad una minore aderenza a “limitate” scuole di pensiero, aprendo il campo ad una maggiore flessibilità clinica ed ad un approccio relativistico, sottolineando l’importante ruolo della personalità del terapeuta e dell’unicità del paziente (Ibid.). Il metodo, pragmatico, è quello di selezionare ciò che appare più efficace in varie dottrine e pratiche cliniche: secondo London (1964), da cui lo stesso Lazarus si dichiara influenzato, “lo studio dell’efficacia della psicoterapia […] rimane comunque lo studio dell’efficacia delle tecniche”.
L’Eclettismo Tecnico appare quindi la forma di integrazione tra psicoterapie più orientata verso la clinica. Discende fondamentalmente da ciò che è generalmente chiamata psicoterapia eclettica e costituisce un modello psicoterapico disciplinato e internamente coerente, declinabile in aspetti specifici per il singolo paziente (Gold & Strieker, 2006). Questa modalità assume come l’assimilazione di teorie talora inconciliabili sia una questione secondaria; sono le tecniche psicoterapeutiche a dover essere pragmaticamente integrate sulla base della loro efficacia clinica (Lazarus, 1996; Lazarus, Beutler & Norcross, 1992).
I principali esponenti di questa modalità integrativa risultano Lazarus e Beutler. Mentre Lazarus rimane un cultore dell’Eclettismo Tecnico in senso stretto, coniando un impianto terapeutico a se stante, Beutler predilige interrogarsi su quale sia la migliore combinazione di trattamenti differenti a seconda del problema presentato dal paziente; tale metodologia prende il nome di eclettismo prescrittivo (Beutler & Clarkin, 1990; Beutler & Harwood, 1995), diagnostica differenziale (Frances, Clarkin & Perry, 1984) o eclettismo selettivo (Messer, 1992).
Integrazione Teoretica
Questo modello riguarda la possibilità di integrare due o più correnti di pensiero in una terza che possa garantire migliori risultati clinici. Tale integrazione avviene con un particolare riguardo all’impianto teoretico (fusione di teorie) oltre la semplice integrazione delle tecniche. L’obiettivo è di giungere ad una formulazione concettuale di livello superiore e sovraordinato, che trascenda la semplice “somma” delle teorie, accogliendo i migliori spunti offerti dalle differenti correnti. L’integrazione teoretica prevede un notevole sforzo di traduzione e ri-concettualizzazione tra linguaggi sviluppati in differenti contesti e, dall’interno di una prospettiva contestualista, linguaggio e teoria sono interconnessi. La traduzione che ne deriva può incappare quindi in errori di aggiunta o riduzionistici, esattamente come una traduzione tra lingue differenti (Safran, 1997).
Per meglio comprendere l’ottica differenziale di eclettismo e integrazione teoretica, ci si può riferire alla seguente tabella:
Principali esponenti della modalità di Integrazione Teoretica risultano essere Prochaska (1977-2006), Wachtel (1977-2006), Ryle (1978-2003), Safran & Segal (1990). Il dibattito sui modelli integrativi ha evidenziato alcune criticità di fondo del modello di integrazione teoretica. In primis, secondo lo stesso Safran (1997) “[…] una corretta comprensione di un approccio terapeutico richiede un costante dialettica tra la comprensione della componente teorica e la sua applicazione clinica”. Secondo, esiste un’interpretazione “organicista” (Pepper, 1942) della modalità integrativa, che tende a fondere “frammenti” derivanti da differenti teorie in un “tutto organico”, integrato ed unificato, laddove questi frammenti possono però mostrarsi in mutua contradditorietà o in opposizione rispetto ad altre acquisizioni dell’esperienza. Una visione “pluralistica” dello stesso modello assume come l’unica integrazione possibile passi per il costante confronto tra le molteplici teorie includendo i dati dell’esperienza (Ibid.).
Integrazione per Fattori Comuni
L’approccio per fattori comuni ha lo scopo di individuare quegli elementi chiave condivisi da ogni impianto psicoterapeutico, con il risultato atteso di creare trattamenti “parsimoniosi ed efficaci” basati sulle variabili comuni. Risulta qui evidente come un tale approccio costituisca un tentativo di risposta all’esigenza di superamento dell’imbarazzante impasse causata dal “Dodo Virdict” (si veda Wampold, 2001), per cui, parafrasando Lewis Carroll, “Tutti hanno vinto e tutti meritano un premio”. Si dimostra infatti come, indipendentemente dalle tecniche e dall’impianto teorico del terapeuta, l’efficacia delle psicoterapie risulti all’incirca identica (Luborwsky 2002, Stiles, Shapiro, & Elliot, 1986, in Stricker 2001), fatto salvo alcuni disturbi specifici (Eubanks-Carter et al., 2005) . Gli outcome delle terapie hanno peraltro debolissima correlazione con i fattori specifici dell’approccio impiegato, ma più nettamente con fattori re-lazionali aspecifici, comuni a tutti gli approcci (Carere, 2002).
Nella lunga ricerca sulla determinazione dei fattori comuni, gli Autori si dimostrano concordi sul fatto che ogni terapia, a vari livelli, implichi un'interazione tra paziente e terapeuta. Il rapporto (o alleanza terapeutica) ed il transfert risultano essere altre comunalità aspecifiche. Secondo Rosenzweig (1936) sono tre i fattori comuni alle psicoterapie:
1. la personalità del terapeuta;
2. le interpretazioni (corrette od errate non importa, purché offrano una spiegazione del comportamento del paziente);
3. l'orientamento teoretico;
4. altri fattori più specifici risultano essere l'incoraggiamento, il consiglio, la spiegazione, l'attenzione del terapeuta, l'accoglienza, la persuasione, il supporto, la rassicurazione e la suggestione (Lambert & Bergin, 1994).
Nello studio delle comunalità, Frank, in oltre 30 anni di studi, arriva a determinare come esistano 4 componenti comuni implicite in ogni approccio psicoterapeutico: l’esistenza di una relazione emotivamente significativa con una persona che “cura”, un setting terapeutico che agisce sulle reciproche aspettative paziente/terapeuta, uno schema concettuale esplicativo del disagio del paziente che suggerisce procedure o rituali di guarigione e l’agire di tali rituali con la partecipazione attiva di entrambi gli attori della psicoterapia. Risulta peraltro interessante notare come questi 4 punti ricalchino la definizione di placebo offerta nel 1973 da Fish.
Tra i fattori comuni appare di strategica importanza la qualità della relazione paziente-terapeuta (Beutler et al., 1986; Lambert, Shapiro & Bergin, 1986; Emmelkamp, 1994) con particolare attenzione ai concetti di “empatia” e “comprensione” (Fielder, 1950a, 1950b, 1951). Sulla scorta di tali acquisizioni, i terapeuti integrazionisti si sono quindi focalizzati sulle tecniche e interazioni terapeutiche maggiormente rappresentative dei fattori succitati. Ne è un esempio la Terapia Integrativa basata sui Fattori Comuni di Garfield (2000), le cui variabili chiave risultano insight, esposizione, procurare nuove esperienze e la costruzione della speranza attraverso la relazione terapeutica.
Assimilazione integrativa
L’assimilazione integrativa è un metodo che si basa sulla adesione prevalente ad un impianto teorico-clinico includendo però posizioni, prospettive o tecniche di altri modelli psicoterapeutici (Messer, 1992), nella consapevolezza che il contesto condiziona il significato degli elementi assimilati. Si tratta fondamentalmente di un processo evolutivo di inclusione di tecniche o prospettive terapeutiche di molte scuole differenti entro una singola impostazione teoretica di base (Safran et al., 1997). La finalità risulta quella di pervenire ad un approccio altamente individualizzato utilizzando una singola cornice teorica esplicativa di funzionamento e bisogni del paziente, facendo poi uso di una serie di tecniche mutuate da diverse psicoterapie che possano meglio rispondere a quei bisogni in quel dato funzionamento (Stricker, 2001).
Secondo i sostenitori dell’assimilazione integrativa, essa è un metodo di integrazione realistico e pratico; per i suoi detrattori è utilizzato da coloro che non si dichiarano apertamente aderenti all’eclettismo tecnico. Di fatto, la maggiorparte dei terapeuti continua a formarsi nell’orientamento scelto incorporando però gradualmente metodi e tecniche di altri orientamenti, mano a mano che verificano i limiti del loro paradigma clinico originario. Ciò implica una riflessione e una graduale integrazione dei nuovi metodi nella teoria di base, verso la formulazione di approcci il più possibile centrati sulle esigenze del paziente. I principali sostenitori del metodo di assimilazione integrativa sono, oltre Messer (1992-2001), Gold e Stricker, con la terapia psicodinamica assimilativa, Castonguay (2004) con la terapia cognitivo-comportamentale assimilativa e Safran (Safran, 1998; Safran & Segal, 1990) con la terapia assimilativa interpersonale-cognitiva.
Prospettive future dell’integrazione delle psicoterapie
I principali nodi che i terapeuti integrazionisti si trovano ad affrontare e che costituiscono le sfide per il XXI secolo riguardano quali direzioni pratiche, di ricerca e teoretiche si dovranno seguire per aumentare l’efficacia delle psicoterapie integrative. Altrettanto, quale modalità di training risulta possibile per una psicoterapia integrata?
Benché siano stati condotti sforzi titanici nell’integrare psicoterapie di svariata natura, molti degli approcci contemporanei non sono stati ancora messi al vaglio delle possibilità integrative: ci si è finora perlopiù concentrati sulla fusione degli orientamenti psicodinamici e cognitivo-comportamentali. Il movimento integrazionista pare essere lungi dal poter offrire una reale risposta alla disgregazione e fram-mentazione del paziente (Petrella 1998),: il mondo della psicoterapia risulta a tutt’oggi frammentato quanto il soggetto che chiede aiuto. Inoltre, alcuni Autori (Benvenuto, 2002) si interrogano sulla direzione della spinta integrazionista, affermando come, in chiave neo-darwinistica, non si miri in realtà a promuovere il trionfo di un approccio integrativo rispetto agli altri, secondo meccanismi selettivi.
Ridurre il pluralismo, a scapito dell’arricchimento e della tensione alla conoscenza che esso, come afferma Stuart Mill, continua ad offrire, significherebbe selezionare le differenze, più che integrarle. Sempre secondo Benvenuto, il reale progresso nell’ambito psicoterapico risulterebbe connesso alla comprensione di ciò che realmente accade nelle psicoterapie, abbandonando il “Pregiudizio Integrazionista” (Ibid.) e confutando il Dodo Verdict a favore dell’idea che identici risultati si possano ottenere attraverso differenti modalità. D’altra parte autori come Liotti (2002) oppongono i concetti di “bricolage” evoluzionistico, laddove integrazione e selezione non appaiono per nulla in contrasto, ma nuovi moduli vengono affiancati funzionalmente a moduli più arcaici. L’ottica è quella di una “commensurabilità” tra proposte di differenti scuole, fino alla speranza di poter giungere ad una forma di psicoterapia “senza aggettivi” (Ibid.).
Chi scrive ha inteso tracciare, in questo primo contributo, un quadro il più possibile “fotografico” della situazione del movimento integrazionista in psicoterapia, tentando di mantenere obiettività e adesione allo stato dell’arte. Che questo scopo sia stato raggiunto o no, spetta al lettore determinarlo. A tutt’oggi però pare che il movimento integrazionista abbia soltanto ag-giunto nuove forme di psicoterapia alle oltre 400 esistenti, il che può apparire un risultato paradossale rispetto agli scopi prefissati. Ma la strada è lunga e i meccanismi selettivi (in base all’outcome, di mercato, ecc) sono costantemente all’opera...
Psicoterapia e integrazione: perché e come
brainfactor.it/index.php?option=com_content...id...
28 lug 2011 – In sintesi, l'Eclettismo Tecnico deriva quindi dalla costatazione di molti clinici ... L'Eclettismo Tecnico appare quindi la forma di integrazione tra ...
A me hanno giovato questi aspetti che ho evidenziato in grassetto, ogni qual volta s'è provato ad usare sistemi suggestivi, o interpretazioni che dovevano spiegare tutto senza risolvere nulla, mi sono sentito un po' preso in giro. Mi è più di aiuto una persona che mi dica "il male c'è e per ora rimedi nemmeno io ne conosco e non è necessario dargli per forza un senso positivo", che chi ha cercato di costringermi a dargliene uno positivo per star bene.Citazione:
Originalmente inviato da Lucio Regazzo
Nella misura in cui si cerca di persuadere qualcuno ad interpretare bene qualcosa che questo ritiene un male e viceversa, non lo si comprende affatto secondo me. Si può suggerire un aspetto positivo di una situazione qualora la persona non l'abbia notato, ma non provare ad imporlo con tecniche e teconologie persuasive che producono nuove associazioni. Se una psicoterapia cerca di abbattere certe resistenze associative, allora per me è una cattiva psicoterapia.
Io ad esempio penso ai fumatori... Ad un fumatore che dice di "non riuscire a smettere"... Ma chi glielo ha messo in testa che vuole davvero smettere di fumare?
Secondo me non si capiscono le persone così, in fin dei conti chi fuma e "non riesce a smettere", per ora non ha intenzione di smettere, se questa intenzione ci fosse stata avrebbe già smesso di fumare da solo... Dunque un fumatore cosa chiede ad uno psicoterapeuta? Voglio smettere? Ma è vero che chiede questo e che c'è questa intenzione? :mumble: Se fosse vero che la sua persona vuole proprio questa situazione reale qua, perché non ha già smesso da un pezzo?
Qua non è che ci vogliano particolari abilità per riuscirci (abilità che bisognerebbe acquisire e non si sa come), basta non comprare sigarette e non immettere fumo nei polmoni. Quindi qualcosa non torna, non si sa bene se smettere di fumare sia qualcosa di meglio per chi dice di voler smettere (forse desidera evitare qualche male che nella realtà attuale per come la conosciamo causa il fumo, ma è un desiderio ben diverso da quello che è indirizzato verso la situazione reale "non fumare"), se questa cosa fosse stata palese, secondo me quella persona avrebbe già smesso.
'Ste associazioni nuove se si preferiscono dovranno generarsi senza fatica, senza costrizioni, se ci sono tutte queste resistenze io dubito fortemente che si stia andando nella direzione giusta, si fa quel che si vuole quando fatica non se ne prova più nell'agire. Cosa è più facile, fumare o smettere? Se vince il fumare, vuol dire che non si vuol smettere davvero, quindi la cura può consistere solo nel debellare le malattie che il fumo potrebbe provocare, altre non ce ne sono.
E' come se una persona chiedesse "non voglio rischiare di prendere malattie o malattie sessuali, convincimi a non provare più attrazione per il sesso o ad aver voglia del contatto, così 'sto rischio non lo corro più". Ma se non provare attrazione è meglio (io gli direi a questa persona) probabilmente avresti già smesso di provarla e di avere relazioni sessuali.
E' vero che magari si rischia di meno, ma chi se ne frega, meglio per te trovare cure per le malattie sessualmente trasmesse che rinunciare al sesso e al contatto fisico, visto che sembra che tu lo preferisca questo.
A) E' salutare costruire psicoterapeuticamente una serie di associazioni ancora più negative verso l'atto sessuale per convincere questa persona a non avere rapporti o ad averne con più difficoltà?
B) E' salutare costruire psicoterapeuticamente una serie di associazioni ancora più negative verso l'atto del fumare per convincere una persona a non immettere fumo nei polmoni o ad immetterne con maggiori resistenze psicologiche?
Per me non sono situazioni così diverse.
Non credo nella politica del cambiamento, nella politica che ama il motto "basta cambiare", no, è sempre più fondamentale il come e perché si cambia per me.
Saluti
L'articolo non é mio; sono d'accordo con te che l'interpretazione può essere lesiva e molto
probabilmente proiettiva. Credo andrebbe evitata.
Lucio