lo stato dell'Arte non diretta ad arte.
Un saluto a tutti...
Arrivo tardi nella discussione. Ho provato a leggere tutto.
Porto con me qualche nota utile, spero (a parte il titolo che mi faceva ridere)
Innanzitutto un inno spassionato alla pratica. All’uno contro uno. All’uno per uno, diciamo. Credo alla tecnica solo in una seconda disposizione. Quando cioè della tecnica ci se ne dimentica, si riesce a dimenticarla, metterla da parte, comunque presente, una sorta di Epochè husserliana applicata alla tecnica (ci metto anche alla voce tecnica le varie categorie diagnostiche esasperate). In questo senso far spazio alla pratica clinica, all’attenzione al singolo, al singolo caso; “sino allo spasimo”, se si vuol essere davvero utili. Tutto ciò non mai come perdita di tempo, economica anche, ma in quanto dico che se ciò che ricerco è il senso del sintomo, dell’incontro, della domanda, questo non può non essere che unico e singolo. Solo. Quindi Sensus Privatus.
Mie felici influenze fenomenologiche in corso narrano anche della ricerca di senso radicalmente lontana da qualsiasi inferenza causale: “... radicale rispetto per l’esperienza interna dell’uomo, accolta quale espressione di senso, al di fuori e prima di intrusioni casuali” (Sul comprendere psicopatologico, AAVV, credo ETS Pisa). Ci lavoro.
Senso per, di, quel paziente in quel posto, con quello psicoterapeuta, quello psicoanalista.
Per riassumere, una buona tecnica, non credo tanto alle varie tecniche per diversi sintomi e sindromi, credo sia quella che è capace di dimenticarsi per far spazio ad una saggia pratica clinica.
Il “non diretta ad arte” qui mi sembra quantomeno risuonare in malo modo. Parliamo di pratica umana, dell’incontro. Per continuare ciò che diceva Willy –Guglielmo- 61 credo che non solo una analista non possa essere un analista ‘sufficientemente buono’ per tutto il corso di una analisi, ma credo che nella stessa seduta si potrebbero isolare momenti, spazi, luoghi saturi o meno saturi, cadute o quel che volete, come le volete chiamare, che fanno pensare alla pratica dell’arte, allo stato dell’arte nella stessa seduta.
Penso quindi ora di seguito al caso singolo, alla clinica del caso, del paradigmatico. Vi cito Viola da Cesare Musatti -Libertà e servitù dello spirito (Bollati B.)-, mai troppo citato, quando dichiara: “La clinica come scienza dell’individuale”. Questo credo metta un punto forte nella ricerca di una qualche base comune alla pratica terapeutica. La scienza nel nostro campo credo che per ora, evviva comunque i progressi delle neuroscienze applicati alla psicoterapia, e da ora viva nel singolo caso, del singolo caso. Per quel che mi riguarda ne sono molto felice.
Quel che unifica la pratica, lontana dalla pura tecnica, ed il caso singolo l’ho ritrovato, ricercato mentre pensavo a qualche luminosa frase ad effetto: “... l’esperienza assolutamente irripetibile di ciascun trattamento analitico costringe lo psicoanalista a ripensare in forma ogni volta differente la teoria che giustifica la propria pratica” (JD. Nasio, Il piacere di leggere Freud, Magi).
Sarà poi questione di transfert, di relazione, di campo analitico, gruppale etc. ma comunque personale, diade dell’incontro, campo.
Pensando alle discussioni poi sui 10 anni di analisi, -Analisi terminabile e interminabile- mi verrebbe da dire, vi posso citare qualche dato di cui sono testimone e che va nella direzione opposta a quella che vedrebbe gli psicoanalisti solo interessati al loro ritorno personale o quantomeno a quella che indica la psicoanalisi come pratica riservata unicamente a persone abbienti.
Nella mia AUSL, la Lecce, DSM Sud, al Sud-Est del Sud per chi non mastica lo Scirocco, ci sono vari psicoanalisti che praticano dal lunedì a venerdì, con due rientri pomeridiani. Praticano nel senso di psicoanalisi varia e bella, da lettino come da poltrona. Il lettino c’è, per dire, e si usa. La poltrona c’è e si usa. Il costo è di 30 euro (aggiornato al 2005) per 8 sedute. Non sarà proprio a quattro sedute (vogliamo chiamarla psicoterapia psicoanalitica a due sedute?). Sono testimone della pratica psicoanalitica, del pensiero che c’è dietro, della supervisione. Delle narrazioni. Una psicoanalisi nel pubblico a portata di tutti. Non è poco poi, nel pubblico, nell’istituzione pubblica. Una donazione di tempo e di senso. E quanti altri ce ne saranno poi.
Avranno poi certo i loro studi privati ma il danno è ormai fatto:
della buona clinica psicoanalitica nel pubblico, accessibile a tutti. Nuove note.
Per la durata poi non ho molto da aggiungere a quanto detto da altri, d’idea simile. Il tempo è variabile, varia, cambia l’analista e l’analizzando. Il tempo dell’incontro coinvolge entrambi. Non vedo perchè dovremmo badare unicamente a quello del paziente quando è coinvolta una coppia, un gruppo magari.
Concludo queste note, spero almeno intonate tra loro, così: “Avendo oramai capito da tempo che è sorte ineluttabile della psicoanalisi quella di esasperare gli uomini e di istigarli a contraddire...”. (S. Freud, Storia del movimento psicoanalitico)
Una ragione a tutto questo forse c’è... “Il piacere (o per alcuni il dispiacere -dico io-) di leggere Freud è di scoprire che al di là delle parole è di noi che lui parla”. (sempre Nasio)
Destino certo della psicoanalisi ma anche dello psicoanalista?
Forse davvero si.
O forse no.
Un saluto a tutti. Anzi due.
Re: lo stato dell'Arte non diretta ad arte.
Citazione:
Penso quindi ora di seguito al caso singolo, alla clinica del caso, del paradigmatico. Vi cito Viola da Cesare Musatti -Libertà e servitù dello spirito (Bollati B.)-, mai troppo citato, quando dichiara: “La clinica come scienza dell’individuale”. Questo credo metta un punto forte nella ricerca di una qualche base comune alla pratica terapeutica. La scienza nel nostro campo credo che per ora, evviva comunque i progressi delle neuroscienze applicati alla psicoterapia, e da ora viva nel singolo caso, del singolo caso. Per quel che mi riguarda ne sono molto felice.
Quel che unifica la pratica, lontana dalla pura tecnica, ed il caso singolo l’ho ritrovato, ricercato mentre pensavo a qualche luminosa frase ad effetto: “... l’esperienza assolutamente irripetibile di ciascun trattamento analitico costringe lo psicoanalista a ripensare in forma ogni volta differente la teoria che giustifica la propria pratica” (JD. Nasio, Il piacere di leggere Freud, Magi).
Sarà poi questione di transfert, di relazione, di campo analitico, gruppale etc. ma comunque personale, diade dell’incontro, campo.
Pensando alle discussioni poi sui 10 anni di analisi, -Analisi terminabile e interminabile- mi verrebbe da dire, vi posso citare qualche dato di cui sono testimone e che va nella direzione opposta a quella che vedrebbe gli psicoanalisti solo interessati al loro ritorno personale o quantomeno a quella che indica la psicoanalisi come pratica riservata unicamente a persone abbienti.
Nella mia AUSL, la Lecce, DSM Sud, al Sud-Est del Sud per chi non mastica lo Scirocco, ci sono vari psicoanalisti che praticano dal lunedì a venerdì, con due rientri pomeridiani. Praticano nel senso di psicoanalisi varia e bella, da lettino come da poltrona. Il lettino c’è, per dire, e si usa. La poltrona c’è e si usa. Il costo è di 30 euro (aggiornato al 2005) per 8 sedute. Non sarà proprio a quattro sedute (vogliamo chiamarla psicoterapia psicoanalitica a due sedute?). Sono testimone della pratica psicoanalitica, del pensiero che c’è dietro, della supervisione. Delle narrazioni. Una psicoanalisi nel pubblico a portata di tutti. Non è poco poi, nel pubblico, nell’istituzione pubblica. Una donazione di tempo e di senso. E quanti altri ce ne saranno poi.
Avranno poi certo i loro studi privati ma il danno è ormai fatto:
della buona clinica psicoanalitica nel pubblico, accessibile a tutti. Nuove note.
Per la durata poi non ho molto da aggiungere a quanto detto da altri, d’idea simile. Il tempo è variabile, varia, cambia l’analista e l’analizzando. Il tempo dell’incontro coinvolge entrambi. Non vedo perchè dovremmo badare unicamente a quello del paziente quando è coinvolta una coppia, un gruppo magari.
Concludo queste note, spero almeno intonate tra loro, così: “Avendo oramai capito da tempo che è sorte ineluttabile della psicoanalisi quella di esasperare gli uomini e di istigarli a contraddire...”. (S. Freud, Storia del movimento psicoanalitico)
Una ragione a tutto questo forse c’è... “Il piacere (o per alcuni il dispiacere -dico io-) di leggere Freud è di scoprire che al di là delle parole è di noi che lui parla”. (sempre Nasio)
Destino certo della psicoanalisi ma anche dello psicoanalista?
Forse davvero si.
O forse no.
Caro El loco,
non posso che essere d'accordo con te, soprattutto per l'accento posto alla psicoanalisi come scienza della differenza e del singolo ed alla psicoanalisi nel pubblico e alla portata di tutti, che forse contribuirà a sfatare lo stereotipo dell'analista chiuso nel suo studio fuori dal mondo, molti chiamano questo relativamente nuovo psicoanalista "sociale", altri preferiscono parlare di psicoanalisi applicata, alla terapeutica (per mantenere ben distinta l'analisi in senso stretto dalle sue applicazioni psicoterapiche) e non solo, basti pensare agli interventi di formazione agli operatori, di supervisione derivati dalla teoria psicoanalitica, solo per fare un esempio.
Un saluto a tutti,
ikaro