:asd::asd:
Lo dicevo io, che è il giochino dei bussolotti!:P
Il mio "istinto" mi dice di spostarmi nel "thread-palla", perchè lì tanti problemi non se li pongono!:D
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Complicata, secondo me si può benissimo essere asociali pur avendo tantissime relazioni se queste vengono usate, consumate per soddisfare i propri bisogni.
Però volevo precisare che intendevo il termine relazione con un significato più ampio, una persona si relaziona anche ad istituzioni e comunità. Ad esempio uno entra in relazione con l'università, e se questa relazione è finalizzata a raggiungere un desiderio non potrà che avere una esperienza deludente. Si perderanno occasioni, possibilità e scoperte perché la propria attenzione è focalizzata su un desiderio specifico.
Diversamente se ci si lascia permeare dalla relazione in sé, senza una direzione particolare, si avrà la possibilità di arricchire il proprio io, renderlo più sfaccettato e polimorfo. In conclusione io considero la relazione un bene in sé, primario e di base alla formazione della stessa psiche. Ma quando voglio andare all'artistico perché voglio diventare un artista, o amo una donna, perché assomigliava alla donna che amava mio padre, tutto questo è precluso.
Ma perché per te va bene qualsiasi persona per relazionarti in certi modi? Avere certi tipi di relazioni rappresenta già il soddisfare certi bisogni umani. Se tu ti relazioni tanto per relazionarti dovrebbe andar bene per te una qualsiasi persona per stringere amicizia, osserva il tuo stesso comportamento... Questo è vero?Citazione:
Originalmente inviato da Amedeo!!??
Non hai mai interrotto una relazione d'amicizia o d'amore perché non ti andava bene il comportamento dell'altro/a? :mumble:
Questo spezzare un legame cosa rappresenta in questo caso se non una scelta di interromperlo perché non è in grado di soddisfare le proprie esigenze? Se è vero per te che un qualsiasi legame va bene e non hai a monte alcuna tua esigenza da soddisfare non dovresti mai snobbare nessuno, mai scegliere nulla, ma se fosse vero quello che dici perché poi delle persone resterebbero emarginate, fino a che in astratto si afferma che la relazione in sé è buona va tutto bene, quando poi però ci si deve avvicinare ad un'altra persona concreta con problemi concreti e che magari emana anche un cattivo odore le cose cambiano, perché per molti relazionarsi con persone di questo tipo non risulta utile a soddisfare i loro bisogni relazionali. C'è un'ex prostituta anziana che è buttata qui sotto casa mia sul marciapiedi, se per te la relazione è un bene in sé, relazionati con persone così, e lascia perdere i tuoi amici abituali, se le tue relazioni non ti servono per soddisfare dei tuoi bisogni dimostralo poi praticamente col tuo comportamento. Non mi va di nascondere parte del mio egoismo dietro un bel discorso, io non sarei così ben disposto a relazionarmi con certe persone ed usare tanto tempo senza poi ricavarne comunque una certa soddisfazione personale. Certo c'è il volontariato ed anche io quando capita dò qualche moneta a questa vecchietta (che usa in genere soprattutto per comprare alcolici) ma nessuno poi è davvero amico di queste persone, le si tiene comunque alla larga dalla propria vita. Siccome discorsi simili al tuo mi capita di leggerli spesso in certi forum non riesco poi a spiegarmi com'è che capitano certe cose se ci sono tante persone convinte come te che qualsiasi relazione va bene.
Secondo me la condizione di benessere va proprio nella direzione opposta, si sta bene quando le relazioni funzionano, ed i propri bisogni (relazionali e non) in larga misura queste relazioni li soddisfano abbastanza bene.
Saluti
Beh ci sarebbe da relativizzare un po' il mio discorso, scrivendo si rischia di essere leggermente troppo perentori. Però per certi versi Char_Lie è vero, le mie amicizie spesso mi hanno causato non pochi problemi :). Ma sembra che metti sullo stesso piano l'amicizia, che è una relazione particolare, con la relazione in senso stretto, mentre non tieni conto che due persone possono passare molto tempo assieme senza essere mai realmente in relazione.
Proprio perché viviamo in una cultura dove ci si lega a chi è simile a noi o a chi vorremmo diventare o ci permette di rimanere ciò che siamo che l'essere in relazione lentamente scompare. Proprio perché molti pensano che un barbone o un immigrato non abbiano nulla da darci che vengono emarginati e lasciati soli.
Poi un discorso a parte meritano certe persone, come purtroppo sono alcuni barboni o altri emarginati, che per la loro condizione soffrono di profondi disturbi, e che quindi spesso possono arrivare a consumare le loro relazioni e a sfruttare chi gli si avvicina per pietismo o per curiosità. Questo è un altro discorso, un conto è relazionarsi un conto è lasciare che gli altri ti usino come oggetto di consumo.
Però riflettici perchè certe relazioni vanno avanti per anni, e poi si spezzano? Forse proprio perché qualcosa ha fatto venir meno il fragile terreno del dare e ricevere che aveva dato il via al tutto.
Probabilmente è un qualcosa che fa parte della relazione, ma la relazione non può essere costruita solo su questo, se no non è una relazione, ma un rapporto commerciale.
Ciao!
Non solo, dipende anche dalla capacità di crescere e di evolvere individualmente ed insieme, di accettare le differenze, i cambiamenti, le perdite, di guardarsi in faccia, di parlarsi veramente senza paura.
E' difficile trovare tutto ciò in una relazione, non è tanto semplice.
Penso che siano molto più duraturi i legami che ad un certo punto si fermano e si assestano su un dare e ricevere abbastanza soddisfacente, o quanto meno è più frequente osservare ciò.
Saluti
Però, la relazione con un terapeuta è diversa da tutte, non c'è niente da fare.
Primo: è professionale, come quella con una prostituta.
Secondo: è del tutto privata, nessuno ne sa niente.
Terzo: è a senso unico, perchè ti relazioni con uno che di sè non ti dice niente, quindi è uno sconosciuto, inoltre è asimmetrica, come dite voi.
Quarto: Nonostante questo, tu gli racconti tutto, senza riscontri, senza uno straccio di conferma, di comprensione, di sicurezza ( ma questo non è il suo compito.)
Non ha niente a che vedere con la realtà.
Per cui, com'è possibile che attraverso questo tipo di relazione, si possa capire come uno si rapporta con gli altri?
Mettete che uno si immagini che il terapeuta lo consideri un deficiente.
Lo capisce dal tono con cui gli risponde, perchè non è detto che il terapeuta lo metta al corrente se è vera o no, l'illazione.
Come vi relazionereste con uno che pensate vi consideri un deficiente?
Rapporto di amicizia, di fiducia o quant'altro?
Ma di esempi se ne potrebbero fare tanti, perchè in questo tipo di rapporto, si gioca sull'immaginazione del paziente, che non sempre ha il tempo materiale o la prontezza di spirito di esplicitare quello che sente, resta sempre il tempo "fra", non so se riesco a spiegare, cosa che non succede nella realtà, dove le persone te le dimentichi, non hanno poi quell'importanza che si attribuisce a una figura che te scegli e con la quale ti metti in gioco fino in fondo.
Mi sono spiegata?:D
Non mi riferivo alla relazione terapeutica nel mio intervento.
Comunque, complicata, penso che in tutto questo thread sia emerso come sia possibile riuscire ad intravedere il modo di relazionarsi con gli altri mediante un trattamento analitico.
Però mi chiedo perché da parte dei pazienti ci sono queste recriminazioni di mancanza di reciprocità: si sa che è questo il tipo di relazione. Perché la comprensione, l'affetto e la confidenza non la ricercate con altri?
In tutta sincerità io non vorrei mai essere psicoanalizzata da una persona amica, anche se capisco che poi il legame analitico porta in sé sentimenti veri e propri. Ma insomma, siamo capaci di provare molte sfumature d'affetto, no?
Ciao
Ma certo.
Dopo.
si sa tutto dopo!
E' un continuo chiedersi, su Internet, che razza di relazione sia.
Tra l'altro, c'è chi si è autoconvinto che lo psicologo gli voglia bene, e ci va per questo!
Io lo chiedo a voi terapeuti, come mai.
Rilancio la domanda.
Vi rispondo io: perchè ci sono psicologi e psicologi.
Quelli che prendono a pedate nel sedere, e quelli che fanno sdraiare sul tappetino e ti danno le pacchine sulle spalle.
E' colpa vostra, se c'è tutta questa confusione di intenti e di modalità.
E anche perchè c'è gente che dice di "doversi riprendere dalla brutta esperienza".
Ma vi pare che sia giusto che la gente si ritrovi a dover dire che è andata da uno psicologo e si deve riprendere dalla brutta esperienza?
E' un controsenso inaccettabile.
Se il paziente chiede allo psicologo la luna nel pozzo, lo psicologo gli dia la luna nel pozzo, che psicologo è, altrimenti?
Se lo psicologo deve stare lì come una statua di sale, e non essere coinvolto in nulla, allora si va da qualsiasi altro, da un prete o da mio nonno.
Hai ragione Benedetta, effettivamente molto dipende anche in che fase della nostra vista siamo, non si può equiparare un giovane con un anziano no?
Complicata, non capisco bene cosa intendi, immagino che se un paziente ha la percezione che l'analista lo giudichi un cretino, se è entrato in un ottica di lavoro e l'analista gli ha dato la possibilità di esprimersi porterà questa paura in seduta, probabilmente l'analista gli dirà che non lo giudicherà un cretino (in quel caso immagino che una supervisione non gliela toglie nessuno :P), e potrà venir fuori che era tutta immaginazione del paziente o magari un suo fraintendere qualche espressione dell'analista. E l'analisi va avanti, magari fino ad arrivare a toccare punti fondamentali.
Penso non sia una bella pretesa che tutti gli psicologi siano uguali, il paziente ha la facoltà di scegliere quello che sente migliore per sé o in assoluto e di lasciarlo quando crede.
Se poi ha una brutta esperienza può essere per sfortuna di aver beccato un pessimo analista, ma probabilmente le cause dovrà cercarle in sé, perché di sicuro è strano che dopo magari mesi se non anni di analisi con un incompetente uno non se ne accorga e non senta il bisogno di cambiare.
Perdonatemi la sintassi :)
Saluti
Come sarebbe a dire, Amedeo, che una supervisione non gliela toglie nessuno?
La supervisione perchè gli ha detto che non è un cretino, o perchè gli ha fatto capire che è un cretino involontariamente?
Potreste aprire un thread, per esempio.
Quali sono gli errori che commette un terapeuta e come si può fare per evitarli.
Quand'è che il terapeuta necessita di supervisione.
E pubblicare le vostre riflessioni.
Perchè se un paziente ti urta così tanto da far trapelare un giudizio forse tocca le tue corde personali, penso che nella vita si incontreranno pazienti non particolarmente dotati, oppure molto saccenti, che puzzano, razzisti, etc etc. Sicuramente avranno un effetto sul terapeuta, ma se è così forte da farlo trapelare la cosa penso non vada bene.
Ah non sono uno psicoterapeuta, ma uno studente, giusto per chiarezza :)
Il fatto è questo: che piaccia o no, parlando di analisi, il lavoro dell'operatore non consiste nel fornire "la luna nel pozzo" (in altri termini soddisfare il desiderio inconscio fonte di sofferenza), quando nell'esplorare insieme al paziente perchè questo desiderio è così intenso da cercare soddisfazione senza compromesso alcuno. Ci sono dei motivi ben precisi per cui si è giunti a questo metodo di lavoro, su cui non mi dilungherei perchè se n'è parlato a lungo qui ed altrove. Ovviamente per giungere a questi risultati l'analista partecipa, eccome, alla richiesta del paziente, anzi il setting gli permette di coglierla nella sua globalità e forza. Ed è proprio per questo che pur essendo in contatto con la sofferenza può anche osservarla da una posizione nuova e fonte di potenziale cambiamento (l'ottica dell'interpretazione).
Nessuno è tuttavia obbligato a svolgere questo tipo di lavoro, visto che i primi colloqui servono per chiarire questa metodica e per valutare insieme se il paziente voglia compiere questo percorso che può portare a dei cambiamenti significativi per lui.
Da quanto si sa in giro, la "luna nel pozzo" non la possiede nessuno, al massimo si arriva ad illudersi di possederla. Ma magari può andare bene e qualche nonno o qualche prete c'è l'ha lì in tasca.
Questo intervento mi permette di rispondere anche ad un precedente interrogativo sul perchè, nonostante l'analisi sia sentita come frustrante, cionondimeno generi una richiesta e le relative lamentele. Perchè se fosse solo frustrante la si lascerebbe da parte e verrebbe dimenticata.
Mio personalissimo parere è che l'analisi, generi la sensazione che qualcosa può cambiare profondamente. Da qui nasce la resistenza, visto che i processi trasformativi sono sempre accompagnati dal terrore del crollo psichico. In analisi si lavora su questo filo di rasoio, con una grande attenzione a rendere il cambiamento tollerabile nonostante l'angoscia che lo accompagna.
Saluti
Ma guarda, se ti venisse in seduta una persona con i capelli biondi, cosa avresti da far trapelare? Nulla, la stessa cosa vale per una persona con basso QI.
Poi se tu hai dei problemi a relazionarti con le persone non particolarmente sveglie stai sbagliando professionalmente, a questo punto ti rivolgi ad un altro psicologo e cerchi di capire perchè un povero cristo che sta male e non è particolarmente sveglio ti irrita così tanto. Avevo letto un brano molto bello su questo tema, se lo trovo te lo scrivo. :)
Per me puoi fare come ti pare.
Molto suggestiva ogni volta che la leggo :bacetto:Citazione:
In seminari e supervisioni mi si chiedeva talvolta come affrontare i sentimenti indesiderati, per esempio l'irritazione che in certi casi il paziente suscita e di cui quest'ultimo, purché sia dotato di sensibilità, non può che mancare di rendersi conto.
Il terapeuta deve reprimere la sua irritazione per non scoraggiare il paziente? In tal caso però il paziente avvertirà l'irritazione ressa e resterà sconcertato. Non sarà meglio allora che il terapeuta manifesti il suo stato d'animo? Questo potrà tuttavia creare angosce nel paziente.
La questione di come comportarsi quando insorge un sentimento indesiderato diviene superflua se si parte dal presupposto che tutti i sentimenti che il paziente suscita in chi lo vuole aiutare rientrano nel suo tentativo inconscio di raccontargli e al tempo stesso celargli per proteggersi la sua storia. Il paziente non ha altra possibilità di raccontare la sua storia se non nel modo inconscio in cui la sta appunto raccontando. In tal caso tutti i sentimenti che emergono in chi lo sta aiutando fanno parte di quella storia raccontata in maniera cifrata e che non possono essere respinti. Il terapeuta deve essere in grado di lasciare spazio ai propri sentimenti e di chiarirli a se stesso. Solo allora potrà provare quando i sentimenti che emergono in presenza di chi sta cercando il suo aiuto alludano anche alla sua storia personale rimossa e vorrà elaborare dentro di sé questa componente.
Di solito succede invece che essi lascino trasparire soltanto un briciolo della loro paura e che la coprano a se stessi con teorie astratte ideologie,futili diversivi o comportamenti autoritari.
Alice Miller, Il dramma del bambino dotato.
Ragazzi, ma alla fine la psicanalisi oppure la psicoterapia con una persona che conosci bene/amico/amante funziona o assolutamente no? Può portare dei benifici o non li porterà mai?
Confesso di non aver seguito molto bene la discussione, ma mi sembra chiaro che non sia possibile fare psicoanalisi con una persona che conosci bene o un amico o un amante (!). Per gli altri trattamenti non so.
Gli esiti poi come fai a definirli a priori? Semmai prova e così ti fai un'idea tua.
Scusa la sfacciataggine, ma tu cosa cerchi? Di provare a superare una sofferenza, di conoscerti maggiormente oppure di legare ancora di più l'amico?
Saluti.
Cara Benedetta,
sopratutto la seconda cosa. E visto che lui mi conosce molto bene, gli voglio bene e che è il suo lavoro voglio che sia lui e non una persona estranea ad aiutarmi a farlo. Tutto qui.
Se la mia migliore amica è un avvocato e ho bisogno di un avvocato, e se la considero bravissima a fare il suo lavoro e mi fido totalmente di lei, nel caso avesse bisogno di un avvocato chiedo a lei, naturalmente pagando la sua prestazione come una qualsiasi cliente, non sfrutto gli amici.
Perchè allora non posso fare la stessa cosa con questo mio amico?
Buona giornata :-)
Per come la vedo io, semplicemente per il fatto che all’amica avvocato puoi delegare il lavoro, ne fai mandatario in tribunale o nelle sedi opportune nelle quale può rappresentarti perché lei conosce la legge e tu no.
Ma se vuoi conoscerti il lavoro è tuo, non puoi delegare. Lui al massimo potrebbe aiutarti, ma per farlo dovrebbe colludere il meno possibile con te e far emergere veramente ciò che sei. Per poterlo fare dovrebbe smantellare il rapporto d’amicizia con te, per evitare influenze, condizionamenti o scotomi. Quindi diventerebbe comunque un estraneo.
E poi questi tuoi dubbi potrebbero essere materiale per analizzare una parte di te.
Io penso che già il tuo amico ti stia aiutando. Se non sbaglio in altre parti hai scritto che le parole di un amico influenzano di più rispetto ad altre persone. Forse potrebbe essere già un passo avanti, pensare a se stessi limitando il più possibile le influenze degli altri.
Ma sono scelte personali, per cui è giusto che tu faccia ciò che senti.
Saluti
Però mettiti nei panni anche dell'altra persona MiciaCattiva, magari la cosa non crea problemi a te, ma potrebbe creare problemi all'altro: al di là dell'analisi o della psicoterapia, credo che in genere prestare un qualsiasi servizio lavorativo di una certa importanza ad un amico innesca sempre dinamiche complicate e spesso per molti davvero difficili da gestire. Se ritieni davvero di essere un'amica di questa persona rispetta la sua decisione. Immagina una situazione ipotetica in cui un chirurgo deve operare suo figlio, magari qualcuno ci riesce normalmente come se operasse un qualsiasi altro paziente ma tieni presente che per molte persone, che dovessero trovarsi in queste situazioni, il carico di tensione emotiva da sopportare è davvero grande e può darsi che non si ritengano in grado di saperlo gestire, e siccome tutto questo può compromettere il buon esito di un'operazione non è difficile capire perché per molti è preferibile che dell'operazione di un parente stretto se ne occupi comunque un buon chirurgo ma che non è invischiato emotivamente nella situazione. Secondo me questo problema è molto più generale e non ha a che fare in senso stretto solo con la psicoterapia.Citazione:
Originalmente inviato da MiciaCattiva
Saluti
Per la prima volta sottoscrivo totalmente ciò che ha scritto Char_Lie...
Io lo sottoscrivo sempre, non sbaglia un colpo.
[con "la seconda cosa" si intende una maggiore conoscenza di sé]
Delle buone ragioni, esterne al discorso analitico e più generali, le ha già date Char_Lie.
Da un punto di vista un po' più tecnico, ci sono un sacco di appunti da fare a questa situazione. Il maggiore è relativo alla questione della neutralità/opacità dell'analista, ma se lo esprimo così finisce tutto in polemica.
Provo a fare il giro attorno a questo concetto.
Penso che il fatto di essere amici possa sottendere una buona conoscenza reciproca e tanti momenti di profonde confidenze. Sappiamo anche che l'amico di cui si parla ha anche una competenza specifica di tipo psicologico, quindi può darsi che sappia anche come orientarsi nei meandri del materiale che via via va raccogliendo (e questo, probabilmente, lo differenzia dal nonno e dal prete, che si muoveranno nello stesso materiale utilizzando una cifra "etica" totalmente differente).
Quello che non sappiamo è: che differenza c'è tra uno psicologo che, nel suo tempo libero, dispensa consigli ad un'amica (orrore!) utilizzando la sua preparazione per venirne a capo (povero lui se ci crede veramente, e non mi sembra questo il caso), ed uno psicologo (psicoterapeuta, psicoanalista) che riceve un paziente nel suo studio? A mio modo di vedere sono la stessa persona e, per questa ragione, hanno le medesime competenze tecniche. Quindi? Per quanto mi riguarda, è presto detto: il setting, l'assetto, non riguarda solo i dettagli ambientali o il pagamento dell'onorario o la puntualità della seduta, ma è anche una meticolosa predisposizione mentale.
La faccenda vira sulla relazione: può davvero un amico esercitare lo stesso ruolo di un analista? Direi proprio di no. Il sapere tecnico di un avvocato non è in alcun modo comparabile, per quello che mi riguarda, alla competenza richiesta ad un bravo terapeuta: si tratta di saperi fatti in modo diverso, che concernono materiali totalmente differenti.
Si spera che una relazione personale, d’amore o d’amicizia che sia, venga vissuta e non analizzata (mi associo quindi all’orrore di Lalangue...).
Viceversa, una relazione analitica la si analizza, oltre a viverla.
Mi viene difficile pensare ad una sovrapposizione a priori delle due relazioni: mi domando soprattutto come si possa stare con il famoso “piede dentro e piede fuori”, che è concetto che si riferisce all’inconscio del paziente ma che forse ben si adatta anche alla natura della relazione umana che pur è presente e si instaura anche nel campo analitico.
Una relazione d’amore o d’amicizia può, nel più felice dei casi, essere incondizionata. Quella analitica, la vedo casomai come una relazione disinteressata (e in questo senso l’onorario ne è garanzia); una relazione cioè dove l’analista non chiede nulla in cambio (all’infuori dell’onorario, appunto): intendo con questo gratificazioni personali o affettive, soddisfazione di desideri, altro che non sia cioè la sola ricerca, da parte del paziente, della sua verità, del suo posto nel mondo, di una maggiore conoscenza di se stesso.
Ciò non toglie che la relazione analitica sia appunto una relazione personale, e in certi casi di grandissima intensità affettiva. Mi sembra però che la sua stessa nascita e consolidamento siano fonte preziosissima del percorso analitico e della comprensione di se stessi. Perchè ho l’impressione (per me, paziente, è stato proprio così) che proprio nelle resistenze, nel modo di aprirsi ad uno sconosciuto, nei blocchi e nelle aperture successive a questi, nello svolgersi cioè di questa relazione nel tempo e per passi e fasi successive - e dall’analisi di ciò - che si può comprendere e conoscere qualcosa di sé.
E allora forse bisognerebbe riflettere proprio sul perchè è così importante, a livelllo personale, essere anlizzate da qualcuno che già ci conosce. Sembra che già qui si aprano delle domande utili.
Giulietta.O
PS sottoscrivo anch'io l'intervento di Charlie!
Vediamola dall'altra parte però...
Vi è mai capitato di amici che pur non chiedendovi una psicoterapia, chiedono di poter parlare con te perchè studente di psicologia e si accorgono che in un modo o nell'altro hai acquisito competenze per le quali riescono a trarre maggiore beneficio da quattro chiacchiere con te invece che con altre persone, con le quali magari hanno rapporti più profondi.
Vi sarà capitato no? Cosa ne pensate in merito?
Buona serata!
L’hai detto, quattro chiacchere...ma un conto sono quattro chiacchere, un conto un’analisi! Un’analisi non sono quattro chiacchere!
E se si scorre questo thread a ritroso ce ne si può fare un’idea a riguardo...
Salve qualcuno sa spiegarmi il significato di co transfert negativo? in quale situazione si crea e come mai. quale è la capacità negativa del terapeuta e che nesso c'è tra i due. grazie da ora
Ma si che le quattro chiacchiere sono diverse da una psicoterapia, non l'ho messo in dubbio, ma mi chiedevo se i benefici che si possono ottenere siano così dicotomici rispetto al setting, c'è una separazione così netta dalle quattro chiacchiere al parlare con uno psicologo? E' una dinamica out out, ogni tanto penso ci sia un continuum. Alla fine, sei così sicura di quello che dici in questa frase:
l'analista è un super uomo? capace di uscire da dinamiche in prevalenza inconsce (ricerca di gratificazioni personali o affettive, soddisfazione di desideri) e di essere di una pasta così diversa dal suo paziente? In che modo esce da quella che comunque la base di ogni desiderio, per arrivare a richiedere al paziente la sola ricerca della verità (e non chiede neanche poco e perché lo chiede poi? Solo per l'onorario?).Citazione:
Quella analitica, la vedo casomai come una relazione disinteressata (e in questo senso l’onorario ne è garanzia); una relazione cioè dove l’analista non chiede nulla in cambio (all’infuori dell’onorario, appunto): intendo con questo gratificazioni personali o affettive, soddisfazione di desideri, altro che non sia cioè la sola ricerca, da parte del paziente, della sua verità, del suo posto nel mondo, di una maggiore conoscenza di se stesso.
buona serata!
Perchè parli di super uomo? Di qualcuno fatto di una pasta diversa - tipo grano duro vs integrale...- ? O di individuo senza desideri? (per quanto, qualcuno ha parlato dell’analista “senza memoria e senza desiderio”...)
Li avrà sì dei desideri poveruomo! O bisogni di gratificazioni! Consci e inconsci! O fantasie in merito! In una professione d’aiuto per giunta, mi immagino che il tema della gratificazione sia anche piuttosto pregnante.
Ma mi figuro però che in primo luogo e quando necessita li analizzi! Così come il più delle volte avviene anche da parte del paziente, del resto.
E non chiede proprio nulla al suo paziente: è il paziente che chiede, casomai (e a se stesso).
Mi (ti) chiedi se i benefici siano così diversi tra quelli ottenuti da un’analisi e quattro chiacchere con un amico-psicologo. Forse, chi ha l’idea di psicologo come superuomo non sono io...
Buona serata anche a te!
G.
Il co-transfert negativo... non ne ho idea.
La capacità negativa è un concetto introdotto da Wilfred Bion, ma già presente nella mente di molti analisti. Si sostanzia nella capacità dell'analista, sviluppata attraverso anni di preparazione (teorico-clinica e attraverso l'analisi personale), di tollerare la frustrazione di non capirci un bel nulla di quello che dice il paziente. Fatto salvo che la posizione di attenzione fluttuante dovrebbe consentire di percepire le diverse sfumature della comunicazione del paziente, e non solo la "comunicazione verbale diretta", ammesso che ne esista una, a quel punto nella mente dell'analista dovrebbe formarsi un'idea dell'argomento (degli argomenti) di cui sta parlando l'inconscio del paziente (a patto che l'analista, appunto, sia in grado di trattenersi dall'interpretare con schemi prefissati, oppure sia in grado di astenersì dal fare alcunché al di fuori di un ascolto disinteressato, "senza memoria né desiderio").
Ciao ragazzi,
non insisto più con mio amico. Se dice che non avrò benifici anche se lo facciamo c'è un motivo.
Mi limito a raccontare delle sedute che faccio con un estraneo.
Poi qualche giorno fa gli ho raccontato di un mio sogno, ho sognato due alieni mezzorobot che combattevano tra di loro per il libro della verità, e missà che lui si è preoccupato un pò ahahahaha.
M'ha detto che devo smetterla con la terapia comportamentale che sto facendo e farmi un'analisi. E che mi cercherà lui un bravo specialista vicino a casa mia.
Non gli chiedo nemmeno più di cosa significano i miei sogni, dopo che m'ha detto che me lo può anche dire ma non ha senso, perchè tutto deve avvenire nell'ambito di un'analisi.
Quindi niente analisi con amici. Va bene, la cosa veramente importante è che ho un amico così :-)
Un bacio a tutti e buona domenica.