Originalmente inviato da
Char_Lie
Una cosa è prendere seriamente in considerazione il senso del male di un individuo, altro cercare di modificare questo senso dandogli direttamente del matto, del malato, o della persona infantile o poco coraggiosa nell'affrontare la vita (Psicoterapeuta: "Tu vuoi la Luna!"... Paziente: "E dunque? Perché non dovrei volerla?"). Tornando all'esempio del lutto o della perdita, per me non c'è niente di così assurdo se per qualcuno il senso di questo male è una mancanza, e per questo individuo magari soltanto una forma di riempimento corretta soggettivamente di questa mancanza, potrà ripristinare un vero stato di salute. Se c'è in quanto tale la perdita, e questo buco lo si continua ad avvertire, perché sostituti non li si trovano più, anche a distanza di anni, beh tutto questo non rappresenta una malattia per me. Il problema o la malattia oggettiva, quel che ci chiede d'esser curato è proprio questa mancanza, se il potere per coprirla realmente manca anche al medico, è inutile spostare il fuoco e dire ad una persona sei tu che vuoi lamentarti, guarda quell'altro non si lamenta. Se si è così innamorati di una persona o di un oggetto specifico, una volta persi, questi possono risultare insostituibili. "Elaborare il lutto" non significa proprio nulla, dietro queste parole si presuppone implicitamente che dopo un po' tutti debbano abituarsi alla cosa, e chi non sè abituato, non solo sta male per la situazione, ma viene pure etichettato come malato, nevrotico e quant'altro, assumendo che ha qualcosa che non va. Se questa è l'idea di cura della sofferenza che guida uno psicoterapeuta, io preferisco farne a meno, non mi servono a nulla questo tipo di cure.
Ora una "cura" che fa leva sull'idea che in realtà una persona "normale" non dovrebbe proprio avvertire questa mancanza dopo quindici anni di distanza da un lutto e che tutte le persone sane dovrebbero abituarsi a questo, che questa è una patologia o una forma di debolezza, è ben diversa dalla cura che non tende a giudicare quel che sta succedendo e non cerca di modificare il senso soggettivo di questo male, una cura che non dà del matto, del codardo o dell'infantile a nessuno (queste sono esortazioni morali quasi sempre presenti in questo tipo di "cure" per quanto si voglia nascondere che si faccia uso di questi stratagemmi e non c'è affatto accettazione quando uno psicoterapeuta agisce così) e tenta di ripristinare questa mancanza così com'è stata portata dalla persona di fronte al medico.
Prendere seriamente in considerazione questa mancanza può far sentire un medico impotente, però se è questa la situazione, tale resta, certi poteri per curare e modificare certe situazioni o un medico li possiede davvero oppure no. Per me non rappresenta una cura vera e propria "accettare senza far capricci l'assenza della possibilità di accesso a certi stati di salute desiderati", altrimenti una cura ci sarà sempre e comunque pure per ogni disagio causato dal cancro... se c'è bene, se non c'è, ci sarà comunque perché quel che non ti sta bene te lo cerchi di far star bene psicologicamente lo stesso, al limite pure la tua morte, e così tutto si risolve ed i conti tornano sempre, anche questa per te è una cura, mentre per me non lo è affatto. Qualcosa non funziona per me, questo è un modo di impostare tutte queste questioni confuso che personalmente non mi soddisfa affatto, e pure qua poi magari per qualche psicoanalista risulterei malato e da curare perché risulto "troppo rigido" e non cambio un'idea che a me sembra tutto sommato corretta :asd:.