Re: Re: Re: Re: omosessualità: i terapeuti
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Originariamente postato da riversky
Credo che approvazione e disgusto siano inscindibili dal nostro modo di esprimerci. Ma che un bravo terapeuta non debba farsi condizionare dal proprio modo di pensare e dai propri valori nel corso di una terapia, così come di un colloquio psicologico.
Cioè, mi va' bene se esprimo approvazione perchè una paziente border mi racconta di essere riuscita a controllare la rabbia mentre di solito, quando le saltavano i 5 minuti, sfasciava tutto quello che le capitava a tiro.
O disapprovazione se mi porta giustificazioni stupide ad una scelta dettata da ben altre motivazioni (se mi rendo conto che può coglierla).
Non mi va' bene se mi scappa una smorfia di disgusto quando un paziente pedofilo mi racconta di come ha circuito un bambino. Per quello c'è l'opinione pubblica.
Io sono lì per promuovere un cambiamento nel senso del benessere del mio paziente, non oper giudicare. Se non me la sento di farlo, perchè non lo vedo neanche degno di essere considerato uomo, rinuncio.
Come dicevo in un intervento precedente, dal punto di vista razionale siamo tutti d'accordo. Il problema è che sono presenti anche altri livelli, nei quali la comunicazione di elementi soggettivi del terapeuta è assolutamente presente e non può essere "controllata" e non "intralciare", ma diviene anch'essa risorsa. Molti contributi della psicoanalisi contemporanea vanno in questa direzione (Gill, Hoffmann, Bollas, Mitchell, Aron, Renik, solo per citarne alcuni), e il concetto di identificazione proiettiva ha assunto sempre più la sfumatura di una comunicazione inconscia tra soggetti.
Certo che non siamo lì per giudicare il paziente, ma questo non vuol dire che non proviamo qualcosa di nostra nell'incontro con lui. è proprio su questo che possiamo basare il lavoro.
Re: Re: Re: Re: Re: omosessualità: i terapeuti
Citazione:
Originariamente postato da gieko
Certo che non siamo lì per giudicare il paziente, ma questo non vuol dire che non proviamo qualcosa di nostra nell'incontro con lui. è proprio su questo che possiamo basare il lavoro.
Gieko, sono assolutamente d'accordo con questa frase.
Quello che volevo dire è che non posso reputare come corretta la decisione di rendere paretecipe della propria vita privata il paziente. Almeno, è quello che mi è stato insegnato con la teoria. Non dico di essere un tocco di ferro, tuttavia, da quanto ho capito, il paziente va' comunque considerato tale, e non un amico, cui rivelare i nostri struggimenti. Che poi si crei un legame, quasi affettivo, sono d'accordo con te, fornisce spunto per l'interpretazione su cui si basa la terapia.
continuo dopo:P