Riferimento: ...sulla professione di Counsellor
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rosablu77
Io ci lavoro quotidianamente nel rapporto tra educazione e malessere......
Per questo ho chiesto a te. Perché capisco che ne sai qualcosa. Io sono psicologo e non ne so nulla di pedagogia ed educazione, quindi chiedo a chi ne sa. Per capire.
Però, chi dice che la psicoterapia "invita a lavorare sui vissuti regressivi"? Se ti sente un terapeuta sistemico o cognitivo-comportamentale, o della Gestalt, probabilmente inorridisce...
Buona vita
Guglielmo
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willy61
Però, chi dice che la psicoterapia "invita a lavorare sui vissuti regressivi"? Se ti sente un terapeuta sistemico o cognitivo-comportamentale, o della Gestalt, probabilmente inorridisce...
OT: inorridisce anche qualche psicoanalista...
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Beh proprio gli psicoanalisti non credo!!!
Cmq chi più chi meno..
Anche l'A.T. lavora sul qui e ora ma è normale che faccia dei collegamenti con il passato...
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Non per forza la psicoterapia si basa sui vissuti regressivi e non sul quì ed ora. C'è molta disinformazione e a volte i counselors ci marciano su questo. Un esempio può essere la psicoterapia della Gestalt dove si lavora nel quì ed ora, ma ce ne sono altre. Dal post che hai scritto prima si vede come sostituendo la parola Psicologia con Counseling si abbia un'altra figura (e le scuole stanno in piedi): counseling scolastico, counseling dello sport, counseling ecc.
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difficilmente un cliente o paziente può riconoscere una terapia fatta bene o male a meno di comportamenti moralmente scorretti (es. abusi, relazioni sessuali, etc).
Questa non è una risposta, a mio parere. Come se tu dicessi che difficilmente chi compera un'automobile può riconoscere una ruota montata bene o male.
Comunque, dato che fai una distinzione tra il lavoro del counsellor e quello dello psicoterapeuta in termini di "lavoro/non lavoro su vissuti regressivi", dal momento in cui esistono psicoterapeuti che non lavorano su vissuti regressivi la tua distinzione non sta in piedi.
Tornando alla questione del rapporto tra educazione e malessere, secondo te, la capacità di porre limiti al proprio comportamento in che misura dipende dall'educazione? E che ruolo ha l'educazione ricevuta su questo aspetto?
Se hai anche alcune indicazioni bibliiografiche per approfondire il tema, te ne sarei grato.
Buona vita
Guglielmo
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willy61
Questa non è una risposta, a mio parere. Come se tu dicessi che difficilmente chi compera un'automobile può riconoscere una ruota montata bene o male.
questione del rapporto tra educazione e malessere, secondo te, la capacità di porre limiti al proprio comportamento in che misura dipende dall'educazione? E che ruolo ha l'educazione ricevuta su questo aspetto?
Se hai anche alcune indicazioni bibliiografiche per approfondire il tema, te ne sarei grato.
Buona vita
Guglielmo
Si stanno prendendo le parole che più fanno comodo..
Ho detto anche che la psicoterapia lavora sulla patologia e su questo credo siamo tutti d'accordo..
Non lo dico io ma il regolamento del counselling.
La mia risposta sulla questione che il cliente o paziente non può valutare non voleva non dare importanza al fatto ma focalizzare l'attenzione su una realtà concreta fatta di professionisti che lavorano anche senza un albo e non per questo meno professionali...
Se non c'è un albo dei consellor cosa possiamo farci???
Non è la sola professione che va regolamentata ma invece mi sembra che qui non si faccia altro che puntare su quello perchè molti si sentono minacciati da questo...
Gli unici che dovrebbero essere preoccupati sono proprio i counsellors che non si vedono riconosciuti!!!
Per quanto riguarda il rapporto tra educazione e malessere, credo di non aver compreso esattamente cosa mi vuoi chiedere...
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evolution
Dal post che hai scritto prima si vede come sostituendo la parola Psicologia con Counseling si abbia un'altra figura (e le scuole stanno in piedi): counseling scolastico, counseling dello sport, counseling ecc.
Scusa non ho afferrato il significato, puoi riformulare???
Dello sport cmq non esiste.
Vi sarete accorti cmq che manca l'ambito clinico.
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rosablu77
...Per quanto riguarda il rapporto tra educazione e malessere, credo di non aver compreso esattamente cosa mi vuoi chiedere...
Allora richiedo, sperando di riuscire a farmi capire.
Qual'è la relazione (se esiste) tra educazione e sofferenza? In che termini la sofferenza dipende dall'educazione? In che modo l'educazione modifica od elimina la sofferenza?
Te lo chiedo perché, in un tuo post di risposta a Giek, affermavi:
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Quindi secondo questa definizione una persona che attraversa un momento nella sua vita di malessere deve avere per forza un problema psicologico e non di natura educativa e quindi di conseguenza non patologico.
Beh interessante questo...
Mette in evidenza una differenza sostanziale tra un pedagogista o un educatore ad esempio e uno psicologo..
Ecco, se mi aiuti a capire questa differenza di cui parli, te ne sarò grato.
Buona vita
Guglielmo
P.S.: Guarda che non sono qui a fare un processo né a te né alla rofessione di counsellor. Sono qui a cercare di comprendere. Magari sono un po' testardo e faccio fatica a capire, ma mi interessa imparare, non giudicare né svalutare.
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rosablu77
Vi sarete accorti cmq che manca l'ambito clinico.
Occuparsi della sofferenza, benchè "momentanea", significa fare clinica. Che poi ufficilamente non si chiami così è un altro discorso.
La domanda centrale è, comunque: come si giustifica la distinzione di cui si parlava tra patologia e assenza della stessa? C'è un qualche argomento che vada oltre considerazioni superficiali su eventi esterni ed interni, quando è risaputo che i due sono in continua interazione? Cosa sarebbe "patologico" secondo questa visione?
PS: A proposito dell'OT, molta psicoanalisi contemporanea non utilizza la regressione. Ma è un argomento complesso, al massimo ci si può aprire un thread in altra stanza...
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Rosablu 77, intendevo dire che le scuole di counseling non fanno altro che togliere la parola "psicologia" e mettere quella di "counseling". Tu hai detto che c'è il Counseling di comunità, il Counseling per la terza età, il Counseling per la salute, il Counseling scolastico, ecc. Volevo dire che queste cose già esistono nella psicologia e si chiamano Psicologia per la salute, ecc. Mi sembra un trucchetto non molto carino sostituire una parola, ridurre il programma delle scuole di psicoterapia per poter insegnare a tutti (e quindi incassare soldi). Credo sia molto difficile dire se stai trattando un disagio o una nevrosi, soprattutto senza saper fare una diagnosi.
Ricordo che corsi di counseling sono aperti a tutti. Tu almeno qualche nozione umanistica l'hai, ma pensa a un meccanico che decide che il suo lavoro è troppo pesante e con qualche week-end può fare COUNSELING PER LA SALUTE.
Spero di essere stato più chiaro. Grazie
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evolution
Rosablu 77, intendevo dire che le scuole di counseling non fanno altro che togliere la parola "psicologia" e mettere quella di "counseling". Tu hai detto che c'è il Counseling di comunità, il Counseling per la terza età, il Counseling per la salute, il Counseling scolastico, ecc. Volevo dire che queste cose già esistono nella psicologia e si chiamano Psicologia per la salute, ecc. Mi sembra un trucchetto non molto carino sostituire una parola, ridurre il programma delle scuole di psicoterapia per poter insegnare a tutti (e quindi incassare soldi). Credo sia molto difficile dire se stai trattando un disagio o una nevrosi, soprattutto senza saper fare una diagnosi.
Ricordo che corsi di counseling sono aperti a tutti. Tu almeno qualche nozione umanistica l'hai, ma pensa a un meccanico che decide che il suo lavoro è troppo pesante e con qualche week-end può fare COUNSELING PER LA SALUTE.
Spero di essere stato più chiaro. Grazie
Esiste anche la pedagogia x la terza età, quella scolastica, di comunità, penitenziaria, sociale, clinica, etc...
Non sono ambiti esclusivi della psicologia!!!!!
Capisco poi il tuo discorso e ripeto che anch'io sono per una regolamentazione.
Il requisito d'accesso cmq per i master in counselling è il diploma di scuola superiore.
Pesonalmente nella mia professione educativa applico già i principi di counselling che ho appreso; la considero, per quanto mi riguarda una specializzazione e devo dire che mi stanno servendo parecchio.
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gieko
Occuparsi della sofferenza, benchè "momentanea", significa fare clinica. Che poi ufficilamente non si chiami così è un altro discorso.
La domanda centrale è, comunque: come si giustifica la distinzione di cui si parlava tra patologia e assenza della stessa? C'è un qualche argomento che vada oltre considerazioni superficiali su eventi esterni ed interni, quando è risaputo che i due sono in continua interazione? Cosa sarebbe "patologico" secondo questa visione?
PS: A proposito dell'OT, molta psicoanalisi contemporanea non utilizza la regressione. Ma è un argomento complesso, al massimo ci si può aprire un thread in altra stanza...
Ribalto la domanda..
Secondo questa visione tutto ciò che rientra nella sfera della relazione d'aiuto sarebbe patologico????
Per vissuto regressivo intendo lavorare su procedimenti appresi che risalgono quindi al passato e che hanno dato origine, consolidandosi, a una psicopatologia.
Questo non significa focalizzarsi su questi o solo su questi (a seconda dell'approccio che si abbraccia) ma tenerli presenti e creare un ponte con le manifestazioni che il cliente o il paziente manifesta oggi.
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Rispondo a Guglielmo..
La sofferenza può essere di diversa entità.
In questo caso la chiamerei disagio.
Ti porto un esempio pratico.
Lavoro con un utente con una disabilità specifica.
Ho potuto osservare che al di là di alcune caratteristiche che sono tipiche del la disabilità stessa e che non vanno sottovalutate, ve ne sono altre dovute all'ambiente esterno e cioè al tipo di educazione che ha ricevuto in famiglia.
Queste lo hanno portato ad es. a sviluppare emozioni come la rabbia nel momento in cui viene contraddetto perchè abituato ad es. a fare tutto quello che vuole.
In questo caso quello che mi interessa è andare ad effettuare con lui e la sua famiglia un confronto sulle modalità alternative a questo comportamento. Intervenendo a livello sociale-educativo, a livello di relazione educativa e comunicativa intervengo sul disagio.
Qui si ferma il mio lavoro educativo.
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Originalmente inviato da
gieko
Occuparsi della sofferenza, benchè "momentanea", significa fare clinica. Che poi ufficilamente non si chiami così è un altro discorso.
Allora, anch'io...quando me ne occupo nelle aziende "faccio clinica"...mi pare un po' troppo!
Bisogna vedere di che "sofferenza" si tratta.
Non mi sembra questa la modalità migliore per delimitare i rispettivi campi d'azione: allargandone uno in modo eccessivo, l'altro deve retrocedere.
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rosablu77
Ribalto la domanda..
Secondo questa visione tutto ciò che rientra nella sfera della relazione d'aiuto sarebbe patologico????
Per vissuto regressivo intendo lavorare su procedimenti appresi che risalgono quindi al passato e che hanno dato origine, consolidandosi, a una psicopatologia.
Questo non significa focalizzarsi su questi o solo su questi (a seconda dell'approccio che si abbraccia) ma tenerli presenti e creare un ponte con le manifestazioni che il cliente o il paziente manifesta oggi.
Piuttosto che ribaltare la domanda si potrebbe tentare di rispondere...
Ad ogni modo, considerando "patologia" la situazione di stallo legato al livello strutturale (di personalità), vanno inquadrate nel contesto di un intervento psicoterapico le richieste di cura psicologica portate dall'utenza. Come si spiega che una separazione, per quanto fonte di sofferenza, porti alcuni coniugi a chiedere un aiuto professionale ed altri coniugi ad affrontare la situazione autonomamente? E' evidente che ci sono tratti di personalità che hanno comportato una situazione di stallo non risolvibile autonomamente. Non lavorare a questo livello significa, per me, non accogliere la richiesta di cura che porta il paziente, la sua domanda più profonda.
Sono però molto d'accordo con quanto hai scritto sotto riguardo l'intervento educativo, di cui delimiti correttamente l'area specifica e l'utilità.
Saluti