per mezzo del potere auto-conferitomi, ti dichiaro innocente.
Quando ho iniziato la discussione, volevo semplicemente portare un mio contributo, descrivendo una tendenza diffusa a rapportarsi a questo argomento, che in parte prescindeva dai tuoi interventi, e che secondo me, chiunque può ravvisare guardandosi attorno.
Poi sono passata ad isolare alcune tue argomentazioni che in parte poggiavano su assunti interpretativi specifici che hanno avuto grande risonanza nel nostro secolo.
Alcuni di questi hanno subito una forma di reificazione e abusivismo, responsabili del loro stesso annichilimento. inquadrare quel filone interpretativo dal punto di vista storico è importante, non per avviare un processo nei tuoi confronti, né per svalutare l’intera impalcatura psicoanalitica (che costituisce un bagaglio, un punto di riferimento imprescindibile con spunti certamente fecondi) ma per contestualizzarlo, dischiudendo la riflessione anche ad eventuali alternative.
inoltre, secondo me è importante definire l’origine e il quadro di riferimento di alcuni concetti come complesso, fase edipica, etc…perché una divulgazione decontestualizzata porta con sé il rischio di irrigidirsi e di restare tristemente intrappolati in una prigione dorata.
L’altro perno delle tue riflessioni (che mi hanno coinvolta comunque, come vedi, anche se non le condivido) è rappresentato dalla “naturalità” sacrificata ora dalla “modernità” ora dalla “cultura”. Credimi, ho difficoltà a cogliere questa dialettica, se non a livello puramente intuitivo, o sulla base di una logica dualistica.
Non vorrei che tu mi prendessi alla lettera (!), ma io colgo in questa immagine una venatura nostalgica, che sicuramente ha un valore importante nell’esperienza interiore di ogni essere umano, ma che come ogni nostalgia proietta in una dimensione di eterna rincorsa all’indietro.
Sul maniacale ricorso a statistiche e a criteri di scientificità siamo in parte d’accordo, cioè quando rispecchia un certo imperativo alla concorrenziale “produttività” fine a se stessa, o l’arroganza autocelebrativa. D’altra parte il procedere della ricerca ha questo pregio: il procedere appunto, e arrivare in certi casi a trasformare, in altri a disvelare i suoi stessi limiti. Nel frattempo non perdiamo di vista quella persona che soffre di compulsioni, sperando che possa condurre una vita più soddisfacente, secondo le sue esigenze.
Ti saluto e ti ringrazio per l’opportunità di confronto.
cose sparse in attesa di titolo
[QUOTE]Originariamente postato da louis
[Ora l’Origine di Lacan non è dunque la condizione istintuale , ma la condizione pulsionale sana che trova proprio nella
Cultura la sua casa, ma anche il suo limite. E questo è il vero dilemma dell’umanità.
"...La cultura occidentale è quella in cui l’uso della tecnica sembra avere sorpassato un limite , creando disarmonia e creando
nuove difficolta e nuove domande alla psiche dell’uomo. E uno dei motivi per cui credo che la nevrosi sia una condizione universale in Occidente...
...Oggi questo limite è stato oltrepassato e la psiche non è ancora pronta secondo me a discernere tra le miriadi di
possibilità che si sono creati … troppi solchi sono stati tracciati e i punti di riferimento sempre meno evidenti"...
Ho un certo disagio a parlare in termini di “dilemma dell’umanità” (stranamente mi evoca quel “mal celato senso di inadeguatezza” che invece non mi evoca affatto il quesito “cosa sono in grado di fare”) e non mi appartiene quel senso di ineluttabilità, che continua ad affiorare nel tuo intervento. Come infondo affiora dalla linea di pensiero lacaniana in cui il concetto di Assenza (perdita della fusionalità) come luogo prodotto dall’avvento della “legge del padre”, ormai incolmabile, acquista una connotazione ontologica.
il senso generale che credo di aver colto dal tuo intervento è fondamentalmente l’attuale difficoltà (o impossibilità) di “stare al passo” di una complessità sempre maggiore, prodotta da un inspiegabile incidente antropologico, che incalza ad operare una serie sempre più numerosa di scelte e discernimenti, e che paradossalmente ci imprigiona, invece di rappresentare un indice di libertà. La tecnica, da potenziale strumento per operare, si è grottescamente trasformata in arnese persecutorio. Ha attuato un Superamento dei limiti “naturali”, puntualmente previsto dai lungimiranti Greci.
Sulla leggendaria preveggenza avrei le mie riserve, così come sulle ire di Zeus che nella leggenda fu più volte turlupinato dal discolo prometeo; pare fosse un ribelle incallito.
Suggestive e poetiche per alcuni, cariche di simbolismo cosmico per altri, spesso le leggende esprimevano semplici funzioni sociali del tempo (pare che il vero tema della leggenda edipica per esempio non ruoti affatto intorno alla figura di edipo, quanto intorno a quello della regalità e alla conquista). Cediamo pure alle allettanti lusinghe della leggenda, del resto ogni epoca ne vuole una. Così come l’onda neopositivista e verificazionista sbandierava il vessillo di tecniche sempre più sofisticate, ora si assiste alla parabola discendente, incarnata dal dramma della Perdita di controllo: abbiamo imparato qualche procedura per guidare l’automobile, ed ora è l’automobile a condurci; qualcuno tenta di defenestrarsi per sottrarsi a questa folle corsa, qualcuno punta i piedi su un freno in avaria, in un atto di atroce resistenza, qualcuno invoca mamma Ebe e così via.
Riducendo un po’ gli orizzonti contemplativi, in questo (ansiogeno) quadretto non ci resta che collocare lo psicologo: sul ciglio della strada in compagnia del filosofo, a gesticolare enigmaticamente in direzione dell’imminente burrone, o nell’auto, accanto al guidatore per alcune tappe del tragitto, a cercare di rintracciare il senso che rivestono per il guidatore, e il peso con cui incidono.
Nell’atto di osservare e conoscere compie un ulteriore passaggio, che è quello di trasformarla, poiché nessuna operazione conoscitiva può limitarsi alla rivelazione di una “verità” fondamentale. Agisce, e all’azione è strettamente connessa la tecnica, nuovamente. Ma la novità, emergente con sempre maggiore evidenza, è che in un contesto relazionale e conoscitivo, che è specifico e trasformativo, la tecnica, anche la più efficace, non può bastare. Anche nella prospettiva di proliferazione più catastrofica delle tecniche, le relazioni restano il perno del cambiamento.
Credo di aver prodotto anch’io un palese slittamento verso il tema dell’altro forum, forse perché abbiamo seguito questa traccia del tecnicismo come peste dei giorni nostri, forse perché credo che lo psicologo debba rinunciare ad un approccio puramente contemplativo.
ma i greci avrebbero apprezzato lo scaldabagno?
Che una “psicologia dei dilemmi” eserciti per te una funzione “terapeutica” (rassicurante?) mi era già abbastanza evidente, a partire dalla tua concezione della dimensione sociale come luogo di intollerabili contraddizioni. Del resto il “dilemma” rimanda alla affascinante sfera degli opposti e dell’insolubile, un vischioso rifugium peccatorum su misura di fronte alla ben più ordinaria opzione di faticose soluzioni parziali. Ti scandalizzerò, dichiarando la mia propensione per una banale “psicologia del compromesso”, laddove il compromesso assume una valenza dinamica e costruttiva per rapportarsi con se stessi e con l’altro-da-sé.
Rispetto alle mie altrettanto scandalistiche perplessità sulla lettura freudiana del mito edipico (o piuttosto sulla sua intoccabilità) ti confesso di non poter vantare alcuna "maternità" in merito: non sono affatto io l’acuta artefice di questa riflessione, poiché è in corso da tempo il dibattito tra psicoanalisti, filologi e storici.
In particolare freud è stato spesso accusato da alcuni di aver compiuto una attualizzazione su una questione che non può prescindere dal contesto della civiltà ateniese del V sec a c . il rischio di antropologizzare la figura di edipo è quello di sottovalutare la specificità storica e culturale del testo di sofocle che secondo alcuni rappresenterebbe la tragedia autodistruttiva di una famiglia reale, in cui l’incesto riveste un ruolo secondario, secondo altri esprimerebbe il pensiero sociale dell’Atene del V sec e i conflitti suscitati nell’ambito giuridico e istituzionale, in cui la nascita del diritto e delle istituzioni politiche sollecitava l’appello agli antichi valori tradizionali.
Se da una parte il dibattito tra psicoanalisti e filologi può condurre facilmente ad impantanarsi in modo piuttosto sterile (peccando di relativismo si fa torto ad un “classico”, tale proprio perché si presta a riletture sempre nuove e perché ha sempre qualcosa da dire) dall’altra ha il merito di sottolineare proprio questo: che quella operata da freud è appunto una rilettura fra le altre possibili (che come Bettheleim ha evidenziato si nutre del retroterra classico-umanistico di freud). Non è detto che il dramma del personaggio di Sofocle sia quello dell’uomo odierno, né che l’edipo di freud sia quello di Sofocle. La leggenda ha offerto spunti per molte versioni, fra cui quella freudiana. Il bias avvenuto in seguito, e sempre in agguato, è quello di eleggere il complesso di Edipo a massima psichiatrica.
Nel passaggio che ti è riuscito oscuro, volevo semplicemente valorizzare la tecnica come dispositivo operativo, recuperandola dall’ingrato e demoniaco antro della colpa e ridefinendola nella sua potenzialità di strumento. Un cucchiaio può essere un ottimo strumento per sorbire il brodo, che difficilmente potrebbe essere raccolto con la forchetta. Altrettanto disperante sarà il tentativo di qualche ingordo che frettolosamente lo impugna per il verso sbagliato o per gustare una bistecca. Così possiamo vivere in un mondo di forchette cucchiai e coltelli e serviti interi di utensili senza per questo entrare in ansia, o cominciare ad allucinare frotte di forchette impazzite. Probabilmente dopo qualche buffo tentativo scopriremo che possiamo utilizzarli in diversi momenti del pasto, a seconda delle portate o addirittura in modo combinato. Quelli logori o poco flessibili si spezzeranno e verranno rimpiazzati. Quelli inservibili saranno conservati dai collezionisti come curiosi cimeli. Qualcuno inventerà un cucchiaio modificato congeniale ad un tipo particolare di pietanza. Nessuno è assolutamente indispensabile, qualcuno può essere utile.
Altro concetto che ho cercato di esprimere è che abbiamo scoperto che non abbiamo a che fare con reperti di laboratorio (né con pezzi di bistecca) ma con persone e le loro storie. dal momento che le conosciamo e ci entriamo in relazione non ci limitiamo a stuzzicarle meccanicamente con le posate ed osservare le loro reazioni, nemmeno volendo. Perciò, senza disprezzare i nostri corredi di strumenti è importante aver chiaro che il loro utilizzo non è meramente manipolativo, e accettare che lo psicologo non può “chiamarsi fuori”, brandendo l’affilata posata, ma è parte del processo.
Come tale secondo me dovrebbe essere pronto a mettersi in discussione, e accettare un modello circolare per cui alla formulazione di ipotesi e attuazione di strategie segue una verifica ed una eventuale riformulazione.
Non so bene se è questa ottica fluida, che lavora per mettere insieme, a evocarti Eraclito, di cui ricordo decisamente poco.
Per quanto riguarda il termine “novità” mi riferisco genericamente alla riflessione epistemologica contemporanea, non a qualche antico oracolo. Il resto prende corpo da qualche esperienza personale. Sarà meno suggestivo ed eccitante, sarà la scoperta dell’acqua calda, ma tant’è.
Per me, “scoprire” il vantaggio dell’acqua calda resta sempre più stimolante che invocare il dio della pioggia.