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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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rosamund
:sbonk: fatina!!!!????
:rolleyes: "lenire"????? in che senso? e nel caso... io intendo la psicoterapia "anche" come un processo riparativo quindi non sono del tutto d'accordo sul non lenire, è chiaro che non colludo, non eseguo, non colgo la provocazione...
per dirla semplice "condivido"... e chi lo sa che l'amore all'interno del setting terapeutico tra pz e psicoterapeuta non posso vivere e realizzarsi in una forma speciale, unica, "inspiegabile"??? che certo non si esplica e concretizza nel sesso.. ma che comunque amore è?
relativamente ad un mio ipotetico pz nella realtà l'ho sostenuo nell'esprimersi, l'ho supportato nel correre il rischio... ma anche quest'esperienza non è generalizzabile... in ogni caso in quell'occasione lessi l'articolo di giovanni salonia "innamoramento e amore" pubblicato sui quaderni di gestalt... è stato bello.
ciao francesca
Cara Rosamund, la tua concezione della terapia è molto umana. Partecipi con tutte le tue emozioni alla vita e alla sofferenza del paziente :volemose:.Offrire un sostegno è un modo per aiutare a sopportare e convivere con emozioni e vissuti reali che procurano malessere e angoscia. Sicuramente la tua formazione gestaltica contribuisce, ma è la tua personalità e raggiunta maturità che ti consentono di essere come sei e sostenere quello che affermi...l'equivalente di coccole e carezze per un paziente(chi non ti vorrebbe come analista?). Tu sei riuscita rivedere criticamente quegli aspetti teorici codificati appresi durante gli studi e la formazione personale, te ne sei appropriata e poi ti sei costruita e inventata approcci più aperti e funzionali al tuo stesso modo di essere.
La psicoterapia è una disciplina differente dalla medicina, dalla matematica, fisica, chimica.Non esistono formule, norme, direttive, ricette che possano fornire la risposta adeguata ad ogni forma di sofferenza psichica.Il successo o il fallimento della cura non dipendono da una giusta o errata applicazione della tecnica ma dall'infinità di variabili che si attivano nel campo analitico tra paziente e terapeuta.... non tutti gli analisti hanno il coraggio di accantonare e liberarsi di quel bagaglio di regole, tecniche e metodologie assimilate,facendo tesoro dell'esperienza man mano acquisita e riveduta paziente dopo paziente, caso dopo caso.
Come sostiene A. Carotenuto " la psicoterapia è una tecnica antica, che si avvale di un patrimonio di esperienze acquisite e codificate, e nuova al tempo stesso, perchè la reinventiamo giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. E' proprio la capacità con la quale riusciamo a consegnare noi stessi alla trasformazione che ci da la misura del nostro effettivo potere curativo"
Gli analisti che difendono accanitamente la ritualizzazione della prassi terapeutica, non credono nella possibilità curativa che l'incontro tra due
persone può attivare.
Oggigiono molto sta cambiando, e con le nuove generazioni di psicologi cambierà tutto ancora di più. Si preferiscono le terapie "brevi" meno impegnative e frustranti come tempi , costi, setting rigido cui sottoporsi.
Io invece sostengo e sono una fan della psicoterapia classica, con le sue regole, i suoi tempi, la sofferenza che implica :asd:, perchè, a mio avviso, è l'unico percorso che conduce ad un autentico profondo cambiamento(se è questo che si vuole)e a raggiungere un sano equilibrio esistenziale; l'obiettivo è ambizioso, anche perchè la dimensione è sterminata...gli interrogativi continui, superano le possibili certezze e ogni consapevolezza è provvisoria:climb:.
Non si possono dare risposte certe a proposito della scientificità della psicoanalisi o dell'efficacia terapeutica ma io personalmente ho un'infinita fiducia nell'aiuto che ti offre per raggiungere una maggiore, stabilità, un maggiore benessere :angel:e la possibilità di sentirsi più realizzati mantenendo la propria personalità, diversità, relativa nevrosi.
:ciao:
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Originalmente inviato da
francesca63
...
Gli analisti che difendono accanitamente la ritualizzazione della prassi terapeutica, non credono nella possibilità curativa che l'incontro tra due
persone può attivare.
...
Scusami, ma io - su questa questione della "relazione che cura" - ho le mie perplessità.
Perché, se a curare fosse la relazione in sé, allora anche un barista dovrebbe ottenere gli stessi risultati di uno psicoterapeuta. Anche una moglie, o un amante. Invece no. Non accade.
La questione è che - a mio parere - la relazione analitica è una relazione molto particolare che ha bisogno - per funzionare - proprio di quella "ritualizzazione" che a te dispiace tanto.
Buona vita
Guglielmo
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Originalmente inviato da
willy61
Scusami, ma io - su questa questione della "relazione che cura" - ho le mie perplessità.
Perché, se a curare fosse la relazione in sé, allora anche un barista dovrebbe ottenere gli stessi risultati di uno psicoterapeuta. Anche una moglie, o un amante. Invece no. Non accade.
La questione è che - a mio parere - la relazione analitica è una relazione molto particolare che ha bisogno - per funzionare - proprio di quella "ritualizzazione" che a te dispiace tanto.
Buona vita
Guglielmo
Willy, non mi sono spiegata? Chiaro che mi riferisco alla relazione analitica con tutte le sue regole e metodi classici, purchè la loro rigorosa applicazione non diventi una sterile maschera dietro cui nascondere insicurezza, emozioni, autenticità e faccia perdere il contatto con una profonda, umana partecipazione e condivisione alla sofferenza del paziente.
Non scomparire. Ciao
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Originalmente inviato da
francesca63
Cara Rosamund, la tua concezione della terapia è molto umana. Partecipi con tutte le tue emozioni alla vita e alla sofferenza del paziente :volemose:.Offrire un sostegno è un modo per aiutare a sopportare e convivere con emozioni e vissuti reali che procurano malessere e angoscia. Sicuramente la tua formazione gestaltica contribuisce, ma è la tua personalità e raggiunta maturità che ti consentono di essere come sei e sostenere quello che affermi...l'equivalente di coccole e carezze per un paziente(chi non ti vorrebbe come analista?). Tu sei riuscita rivedere criticamente quegli aspetti teorici codificati appresi durante gli studi e la formazione personale, te ne sei appropriata e poi ti sei costruita e inventata approcci più aperti e funzionali al tuo stesso modo di essere.
La psicoterapia è una disciplina differente dalla medicina, dalla matematica, fisica, chimica.Non esistono formule, norme, direttive, ricette che possano fornire la risposta adeguata ad ogni forma di sofferenza psichica.Il successo o il fallimento della cura non dipendono da una giusta o errata applicazione della tecnica ma dall'infinità di variabili che si attivano nel campo analitico tra paziente e terapeuta.... non tutti gli analisti hanno il coraggio di accantonare e liberarsi di quel bagaglio di regole, tecniche e metodologie assimilate,facendo tesoro dell'esperienza man mano acquisita e riveduta paziente dopo paziente, caso dopo caso.
Come sostiene A. Carotenuto " la psicoterapia è una tecnica antica, che si avvale di un patrimonio di esperienze acquisite e codificate, e nuova al tempo stesso, perchè la reinventiamo giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. E' proprio la capacità con la quale riusciamo a consegnare noi stessi alla trasformazione che ci da la misura del nostro effettivo potere curativo"
Gli analisti che difendono accanitamente la ritualizzazione della prassi terapeutica, non credono nella possibilità curativa che l'incontro tra due
persone può attivare.
Oggigiono molto sta cambiando, e con le nuove generazioni di psicologi cambierà tutto ancora di più. Si preferiscono le terapie "brevi" meno impegnative e frustranti come tempi , costi, setting rigido cui sottoporsi.
Io invece sostengo e sono una fan della psicoterapia classica, con le sue regole, i suoi tempi, la sofferenza che implica :asd:, perchè, a mio avviso, è l'unico percorso che conduce ad un autentico profondo cambiamento(se è questo che si vuole)e a raggiungere un sano equilibrio esistenziale; l'obiettivo è ambizioso, anche perchè la dimensione è sterminata...gli interrogativi continui, superano le possibili certezze e ogni consapevolezza è provvisoria:climb:.
Non si possono dare risposte certe a proposito della scientificità della psicoanalisi o dell'efficacia terapeutica ma io personalmente ho un'infinita fiducia nell'aiuto che ti offre per raggiungere una maggiore, stabilità, un maggiore benessere :angel:e la possibilità di sentirsi più realizzati mantenendo la propria personalità, diversità, relativa nevrosi.
:ciao:
le terapie brevi sono brevi perché si pongono obiettivi diversi da quelle tradizionali. Per quanto riguarda le regole e la tecnica, sono fondamentali perché sono proprio quelle che fanno in modo che la relazione sia terapeutica. Poi è ovvio che intervengono tante variabili, uniche e specifiche della coppia paziente-analista, ma queste vanno analizzate e studiate grazie alle regole e alla tecnica, che devono essere rigorosamente applicate.
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rosamund
io intendo la psicoterapia "anche" come un processo riparativo quindi non sono del tutto d'accordo sul non lenire
Non sono d'accordo. Trovo che la posizione per cui la psicoterapia è un processo "riparativo" sia pericolosa e che la teoria e la prassi clinica mostrino come tali riparazioni non siano il motore del processo di cura. Se riflettiamo sul ruolo dello psicoterapeuta possiamo chiederci: riparare a cosa? e qual'è l'utilità della riparazione? Mi sembra che sostenendo una posizione di questo tipo si sostenga anche il ruolo di terapeuta come "oggetto buono", ipertollerante ed ipercomprensivo, posizione dfatta propria ad esempio da Kohut o dalla teoria delle relazioni oggettuali, per quanto riguarda la psicoanalisi. I rischi possono essere principalmente di due tipi. Da un lato il porsi del terapeuta come punto di riferimento, generando così una posizione di dipendenza e di idealizzazione. Dall'altro la difficile sostenibilità di una funzione di "riparazione" che non è congruente con le capacità di auto-organizzazione che il paziente deve mettere in moto con la terapia, peraltro con il rischio di colludere su posizioni patogene del passato.
Un saluto
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Originalmente inviato da
francesca63
Cara Rosamund, la tua concezione della terapia è molto umana. Partecipi con tutte le tue emozioni alla vita e alla sofferenza del paziente :volemose:.Offrire un sostegno è un modo per aiutare a sopportare e convivere con emozioni e vissuti reali che procurano malessere e angoscia. Sicuramente la tua formazione gestaltica contribuisce, ma è la tua personalità e raggiunta maturità che ti consentono di essere come sei e sostenere quello che affermi...l'equivalente di coccole e carezze per un paziente(chi non ti vorrebbe come analista?). Tu sei riuscita rivedere criticamente quegli aspetti teorici codificati appresi durante gli studi e la formazione personale, te ne sei appropriata e poi ti sei costruita e inventata approcci più aperti e funzionali al tuo stesso modo di essere.
La psicoterapia è una disciplina differente dalla medicina, dalla matematica, fisica, chimica.Non esistono formule, norme, direttive, ricette che possano fornire la risposta adeguata ad ogni forma di sofferenza psichica.Il successo o il fallimento della cura non dipendono da una giusta o errata applicazione della tecnica ma dall'infinità di variabili che si attivano nel campo analitico tra paziente e terapeuta.... non tutti gli analisti hanno il coraggio di accantonare e liberarsi di quel bagaglio di regole, tecniche e metodologie assimilate,facendo tesoro dell'esperienza man mano acquisita e riveduta paziente dopo paziente, caso dopo caso.
Come sostiene A. Carotenuto " la psicoterapia è una tecnica antica, che si avvale di un patrimonio di esperienze acquisite e codificate, e nuova al tempo stesso, perchè la reinventiamo giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. E' proprio la capacità con la quale riusciamo a consegnare noi stessi alla trasformazione che ci da la misura del nostro effettivo potere curativo"
Gli analisti che difendono accanitamente la ritualizzazione della prassi terapeutica, non credono nella possibilità curativa che l'incontro tra due
persone può attivare.
Oggigiono molto sta cambiando, e con le nuove generazioni di psicologi cambierà tutto ancora di più. Si preferiscono le terapie "brevi" meno impegnative e frustranti come tempi , costi, setting rigido cui sottoporsi.
Io invece sostengo e sono una fan della psicoterapia classica, con le sue regole, i suoi tempi, la sofferenza che implica :asd:, perchè, a mio avviso, è l'unico percorso che conduce ad un autentico profondo cambiamento(se è questo che si vuole)e a raggiungere un sano equilibrio esistenziale; l'obiettivo è ambizioso, anche perchè la dimensione è sterminata...gli interrogativi continui, superano le possibili certezze e ogni consapevolezza è provvisoria:climb:.
Non si possono dare risposte certe a proposito della scientificità della psicoanalisi o dell'efficacia terapeutica ma io personalmente ho un'infinita fiducia nell'aiuto che ti offre per raggiungere una maggiore, stabilità, un maggiore benessere :angel:e la possibilità di sentirsi più realizzati mantenendo la propria personalità, diversità, relativa nevrosi.
:ciao:
dipende da chi incontri....
scusa se te lo dico ma secondo me dovresti essere più umile prima di giudicare la psicoterapia
e non dimenticare che anche il paziente deve fare la sua parte
la psicoterapia è lavoro per entrambe le parti ma magari alcuni psicologi non lo capiscono
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
personalmente non credo però che si possa escludere dal rapporto terapeutico la teoria della "relazione riparatoria", poichè è tramite la relazione col terapeuta che il paziente spesso rivive, ricorda, dice cose per la prima volta e che altrettanto spesso non riguardano il terapeuta in se ma altre persone. In quel contesto vi è la possibilità di sperimentare proprie modalità relazionali che tendono a ripresentarsi col terapeuta nell'ambito della loro specifica relazione, che in parte si basa necessariamente su dinamiche "collusive" in quanto è tramite i vissuti personali che le due persone si incontrano, di cui il terapeuta però dovrebbe essere a conoscenza ed aver almeno in parte "risolto" (tra virgolette). Non credo che possa essere il fulcro della terapia, proprio perchè anche il terapeuta ha le sue parti patologiche e finerebbe per colludere in qualche modo col paziente rinforzandole anzichè aiutarlo ad affrontarle. Nell'ottica di questa prospettiva il terapeuta non dovrebbe necessariamente essere "sempre buono" o "sempre accogliente" poichè anche come stile educativo è palesemente errato, ma saper porre dei confini ed aiutare il paziente a crescere nelle sue immaturità, e la crescita necessita sempre di una certa dose di frustrazione.
Per quanto riguarda l'idealizzazione e la dipendenza, ritengo che in una certa misura siano sempre presenti, e che anche modelli terapeutici che vantano la promozione dell'adultità come obiettivi di primaria importanza (transazionale o gestalt per esempio) in realtà anch'essi tendano a sviluppare nel paziente un certo legame di dipendenza ed una buona dose di idealizzazione. Sono del parere che questi due aspetti si possano corntrollare ma non evitare, e solo se vi è una buona terapia personale alle spalle (quelle del terapeuta).
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*-ras-*
le terapie brevi sono brevi perché si pongono obiettivi diversi da quelle tradizionali. Per quanto riguarda le regole e la tecnica, sono fondamentali perché sono proprio quelle che fanno in modo che la relazione sia terapeutica. Poi è ovvio che intervengono tante variabili, uniche e specifiche della coppia paziente-analista, ma queste vanno analizzate e studiate grazie alle regole e alla tecnica, che devono essere rigorosamente applicate.
Non esiste una precisa e immediata consequenzialità tra teoria e pratica terapeutica.
Io ritengo che le regole e le tecniche che tu usi come strumenti terapeutici, e che giustamente consideri fondamentali, le hai selezionate in funzione dei risultati terapeutici che ti garantiscono nella prassi e non perche sono quelle che appartengono alla specializzazione che hai scelto.
Anche se ad es. sei junghiano, puoi utilizzare il lettino perchè il tuo pz, ne ha bisogno perchè lo aiuta a scendere più nel profondo, oppure assegnare dei "compiti a casa", o decidere di essere più direttivi, o formulare una intuizione anche se azzardata.... acting da evitare assolutamente secondo i canoni più ortodossi.
Mi risulta che terapeuti che appartengono alla stessa corrente di pensiero teorico, adottano comportamenti e settig analitici differenti.
Nessun modello teorico offre strategie che si possono adattare in toto alla coscienza e alla personalità di un analista che quando si ritrova solo col suo paziente, deve in qualunque modo, effettuare un intervento che possa aiutarlo e rendere la qualità della sua vita più tollerabile.
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francesca63
Non esiste una precisa e immediata consequenzialità tra teoria e pratica terapeutica.
Io ritengo che le regole e le tecniche che tu usi come strumenti terapeutici, e che giustamente consideri fondamentali, le hai selezionate in funzione dei risultati terapeutici che ti garantiscono nella prassi e non perche sono quelle che appartengono alla specializzazione che hai scelto.
Sinceramente sono stupito da una frase del genere, soprattutto se proviene da una persona che "non è del mestiere"... Esiste la teoria della tecnica proprio per collegare l'aspetto più astratto con quello più concreto. Poi c'è la creatività della tecnica che è ben altra cosa... Scindere gli aspetti teorici dalla prassi è alquanto dannoso e porta nella direzione di un eclettismo che indebolisce la portata di un approccio e ne mina le fondamenta scientifiche, abbassando la psicoterapia a mera tecnica.
Forse sfuggono le contraddizioni che queste considerazioni contengono...
Un saluto
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-fantasy+
dipende da chi incontri....
scusa se te lo dico ma secondo me dovresti essere più umile prima di giudicare la psicoterapia
e non dimenticare che anche il paziente deve fare la sua parte
la psicoterapia è lavoro per entrambe le parti ma magari alcuni psicologi non lo capiscono
Non riesco a seguire la tua logica......:nono:
In che senso dovrei essere più umile prima di giudicare la psicoterapia?:mumble:
Dimentichi che sono solo una paziente e quello che sostengo scaturisce da quello che mi ha insegnato la psicoterapia come percorso vissuto e sofferto :stress:e da qualche lettura.
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massimomassimo
personalmente non credo però che si possa escludere dal rapporto terapeutico la teoria della "relazione riparatoria", poichè è tramite la relazione col terapeuta che il paziente spesso rivive, ricorda, dice cose per la prima volta e che altrettanto spesso non riguardano il terapeuta in se ma altre persone.
Abbi pazienza massimo, so benissimo a cosa ti riferisci ma una visione così legata alla riparazione del trauma pone dei bei problemi di diverso ordine. Solo per citarne alcuni, ad esempio pone il terapeuta in un ruolo di "riparatore" che non sembra sostenibile sotto molti punti di vista; sottolinea il ruolo del passato anzichè quello del presente; enfatizza il ruolo del trauma anzichè la sua disfunzionalità ed il suo utilizzo difensivo, e di conseguenza collude con gli aspetti difensivi.
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Originalmente inviato da
massimomassimo
In quel contesto vi è la possibilità di sperimentare proprie modalità relazionali che tendono a ripresentarsi col terapeuta nell'ambito della loro specifica relazione, che in parte si basa necessariamente su dinamiche "collusive" in quanto è tramite i vissuti personali che le due persone si incontrano, di cui il terapeuta però dovrebbe essere a conoscenza ed aver almeno in parte "risolto" (tra virgolette). Non credo che possa essere il fulcro della terapia, proprio perchè anche il terapeuta ha le sue parti patologiche e finerebbe per colludere in qualche modo col paziente rinforzandole anzichè aiutarlo ad affrontarle.
Mi sembra un po' contraddittorio evocare il transfert e poi non considerarlo il "fulcro della terapia"... Non rappresenta proprio questo, anzichè l'analisi del transfert, un movimento collusivo?
Citazione:
Originalmente inviato da
massimomassimo
Nell'ottica di questa prospettiva il terapeuta non dovrebbe necessariamente essere "sempre buono" o "sempre accogliente" poichè anche come stile educativo è palesemente errato, ma saper porre dei confini ed aiutare il paziente a crescere nelle sue immaturità, e la crescita necessita sempre di una certa dose di frustrazione.
Anche quest'accezione dell'"aiutare il paziente a cresere nelle sue immaturità" rimanda ad una visione della terapia come rapporto figlio-genitore, dove il primo è passivo ed infantile che pone notevoli problemi, a mio modesto avviso. Prima di tutto appare in contrasto proprio con la visione più moderna del rapporto infante-genitore regolato reciprocamente (vd. Stern).
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Originalmente inviato da
massimomassimo
Per quanto riguarda l'idealizzazione e la dipendenza, ritengo che in una certa misura siano sempre presenti, e che anche modelli terapeutici che vantano la promozione dell'adultità come obiettivi di primaria importanza (transazionale o gestalt per esempio) in realtà anch'essi tendano a sviluppare nel paziente un certo legame di dipendenza ed una buona dose di idealizzazione. Sono del parere che questi due aspetti si possano corntrollare ma non evitare, e solo se vi è una buona terapia personale alle spalle (quelle del terapeuta).
Come dicevo prima la questione di fondo è: sono i pazienti a trovare quella che definisci con terminologia coerente con la tua visione "adultità" o è il terapeuta? Se rispondiamo sì alla seconda domanda è indubbio che la determinante pende dalla parte del genitore-terapeuta, e che l'idealizzazione e la dipendenza sono non solo presenti, ma rinforzate.
Un saluto
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gieko
Sinceramente sono stupito da una frase del genere, soprattutto se proviene da una persona che "non è del mestiere"... Esiste la teoria della tecnica proprio per collegare l'aspetto più astratto con quello più concreto. Poi c'è la creatività della tecnica che è ben altra cosa... Scindere gli aspetti teorici dalla prassi è alquanto dannoso e porta nella direzione di un eclettismo che indebolisce la portata di un approccio e ne mina le fondamenta scientifiche, abbassando la psicoterapia a mera tecnica.
Forse sfuggono le contraddizioni che queste considerazioni contengono...Un saluto
Ciao Gieko. Sicuramente dal tuo punto di vista sei inattaccabile. Intuisco e comprendo le tue considerazioni, ma non riesco a condividerle a 360°.
Tu sostieni che scindere la teoria dalla pratica produca effetti devastanti ai fini della terapia, ma non mi è chiaro, a parte il tuo accenno all'indebolimento dell'approccio e del suo eventuale eclettismo, perchè è indispensabile trincerarsi rigidamente dietro teorie della tecnica e metodologie specifiche.
Io sono portata ad avere fiducia sopratutto nel talento, nell'intuizione del terapeuta che sa dire la parola giusta al momento giusto,e che utilizza la sua preparazione teorica e l'esperienza in maniera rigorosa ma creativa.
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Citazione:
francesca63Io sono portata ad avere fiducia sopratutto nel talento, nell'intuizione del terapeuta che sa dire la parola giusta al momento giusto,e che utilizza la sua preparazione teorica e l'esperienza in maniera rigorosa ma creativa.
sono d'accordo con questa frase, però va contestualizzata: parlando di teoria e di pratica, sappiamo che ognuno vede la realtà secondo la proprie teorie (ce l'ha insegnato Popper), solo che nella vita di tutti i giorni usiamo teorie di senso comune, ingenue, nella pratica terapeutica invece (non solo per lo psicologo, ma anche per il medico, l'ingegnere, il matematico, ecc..) usiamo teorie scientifiche, cioè che sono validate scientificamente, appunto.
E la "pratica", nel contesto dell'interazione analitica, lo psicologo la deve osservare filtrandola attraverso la propria teoria di riferimento (feudiana, lacaniana, cognitivista, ecc...).
Sono d'accordo che nel contatto con il paziente è importante affidarsi anche all'intuizione, all'imprevisto, ma questi scaturiscono nella cornice più ampia della teoria di riferimento, che ci permette di coglierli, distanziarli danoi stessi, osservarli e dargli un significato nel contesto terapeutico.
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Cara francesca sei tu che a volte contrapponi il rigore tecnico alla creatività, mentre poco sotto scrivi che il terapeuta deve utilizzare "la sua preparazione teorica e l'esperienza in maniera rigorosa ma creativa". Forse confondi la chiarezza di metodo, che è necessaria per operare in maniera coerente, e la metodologia univoca cui corrisponde una visione fondata ed unitaria dal punto di vista teorico (ma queste sono questioni attinenti all'epistemologia che non sei di certo tenuta a conoscere), con la rigidità teorica.
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Sto leggendo da un'po...il topic si chiama "Il transfert l'alfa e l'omega della psicoterapia"...mi sembra che venga maggiormente messo in rilievo il terapeuta piuttosto che il paziente.
Da tempo mi faccio e vi faccio una domanda: premesso che io sono una di quelle innamorate del mio psi, io paziente di questo "amore" che mi dovrebbe aiutare che ci faccio? che ne faccio di un amore non corrisposto, di un persona che pago per essere empatica nei miei confronti? mi sembra solo un grande dolore e sopratutto una grande frustrazione.
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Citazione:
Originalmente inviato da
sabina77
Sto leggendo da un'po...il topic si chiama "Il transfert l'alfa e l'omega della psicoterapia"...mi sembra che venga maggiormente messo in rilievo il terapeuta piuttosto che il paziente.
Da tempo mi faccio e vi faccio una domanda: premesso che io sono una di quelle innamorate del mio psi, io paziente di questo "amore" che mi dovrebbe aiutare che ci faccio? che ne faccio di un amore non corrisposto, di un persona che pago per essere empatica nei miei confronti? mi sembra solo un grande dolore e sopratutto una grande frustrazione.
QUOTO!!
E' un'ulteriore, inutile, soffrire.....
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Leggendo i post, ho notato che viene quasi sempre messo l'accento sul transfert in termini di sofferenza per un amore non corrisposto, come frustrazione di un innamoramento vs il terapeuta o come una infantile richiesta d'amore non soddisfatta. Mi viene spontaneo chiedermi una domanda, alla quale spero di ricevere qualche risposta chiarificatrice da chiunque vogli darla: "Come mai non parlate mai di sofferenza per sentimenti di altro tipo, nell'analisi o in diverse forme di psicoterapia?" Eppure, le sfumature su cui si potrebbe discutere , seppure nei limiti possibili, sono molte circa i sentimenti che si provano in una psicoterapia o analisi. Esiste una specie di tabu' reverenziale a parlarne come per negarne l'esistenza oppure sono impliciti nelle sofferenze di amori non corrisposti o richieste infantili non soddisfatti?
Ringrazio per la risposta.
Ciao
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Originalmente inviato da
sabina77
che ne faccio di un amore non corrisposto, di un persona che pago per essere empatica nei miei confronti? mi sembra solo un grande dolore e sopratutto una grande frustrazione.
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Originalmente inviato da
peste1987
QUOTO!!
E' un'ulteriore, inutile, soffrire.....
ma non è forse una forma di amore aiutare il pz a superare i problemi?
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Pongo una domanda: esiste davvero e se esiste qual'è questo misterioso fattore curativo della psicoterapia?
A sentire voi psicologi, basta applicare rigorosamente le vostre famigerate teorie, validate scietificamente, per garantire al paziente reali possibilità curative.
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Originalmente inviato da
*-ras-*
ma non è forse una forma di amore aiutare il pz a superare i problemi?
Sì, ma a mio avviso questo amore verso lo/la psicoterapeuta ostacola enormemente la risoluzione dei problemi. Perchè non si pensa più a se stessi, ma a lei/lui. A "colpirlo" in qualche modo. A restare nella sua mente anche quando sei uscita da quello studio.
I problemi passano in secondo piano.
Aaah secondo me è sbagliato tutto.
Dovrebbero comportarsi più da amici.
Perchè ostacolare a tutti i costi un qualcosa che potrebbe essere bellissimo per entrambi?!?
Perchè non fare felice il proprio pz?
Perchè farlo soffrire come un cane solo per rendere utile la terapia?
Perchè, così è utile?
No. Sapete come mai? Perchè alla fine uno poi si rompe le palle e lascia tutto. Perchè capisce che così sta peggio e non risolve niente.
Questo è uno dei fallimenti della terapia.
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Citazione:
A sentire voi psicologi, basta applicare rigorosamente le vostre famigerate teorie, validate scietificamente, per garantire al paziente reali possibilità curative.
Questa me la sono persa, chi l'ha detto? :mumble:
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Ragazzi, forse non mi sono spiegata o forse la mia è un a domanda cretina,se si ditemelo.
Dello psicoterapeuta non mi può fregà di meno, lui se la cava benissimo,ma io? la paziente come può sfruttare al meglio il transfert? affinché diventi strumento di cura e non un'inutile frustrazione?
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Originalmente inviato da
ikaro78
Questa me la sono persa, chi l'ha detto? :mumble:
Lo dico io deducendolo dai post degli esperti del thread,e che tu evidentemente non hai seguito.:monito:
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Originalmente inviato da
RosadiMaggio
Leggendo i post, ho notato che viene quasi sempre messo l'accento sul transfert in termini di sofferenza per un amore non corrisposto, come frustrazione di un innamoramento vs il terapeuta o come una infantile richiesta d'amore non soddisfatta. Mi viene spontaneo chiedermi una domanda, alla quale spero di ricevere qualche risposta chiarificatrice da chiunque vogli darla: "Come mai non parlate mai di sofferenza per sentimenti di altro tipo, nell'analisi o in diverse forme di psicoterapia?" Eppure, le sfumature su cui si potrebbe discutere , seppure nei limiti possibili, sono molte circa i sentimenti che si provano in una psicoterapia o analisi. Esiste una specie di tabu' reverenziale a parlarne come per negarne l'esistenza oppure sono impliciti nelle sofferenze di amori non corrisposti o richieste infantili non soddisfatti?
Ringrazio per la risposta.
Ciao
In questo thread si è parlato di transfert in termini di sofferenza del pz innamorato e non compreso, perchè l'impostazione iniziale è stata questa.
Credo anche sia la più tipica manifestazione di transfert, a cui nessun pz si può sottrarre, e che scatta indipendentemente dal modo di approcciarsi più o meno partecipe del terapeuta, dall'aspetto fisico , dall'età, dai motivi per cui si ricorre alla psicoterapia.
E' come una maledizione che si abbatte sul paziente e che, anche se cosiderato l'alfa e l'omega della cura, può compromettere, se assume forme nevrotiche e/o se l'analista non ha la capacità o la sensibilità di fornire al pz spiegazioni tranquillizzanti, l'efficacia della terapia e provocare un disagio superiore, forse, alle stesse nevrosi per cui si ricorre all'analisi.
Possono scatenarsi anche sentimenti di odio verso il terapeuta, intensi forse anche più dell'amore... ma è sicuro che amore e odio saranno sempre presenti nel setting, quali che siano le nostre manovre difensive.
Come sostiene O. Gabbard: il processo psicoanalitico è sempre una fiaba dolceamara che implica una singolare mescolanza di ritrovamento e di perdita.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Ciao Fra', mi ha molto colpito la citazione su Narciso che hai messo nel tuo account...........................hai pensato a me nell'inserirla?:asd::asd:
Scusate l'OT.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
caro gieko, io porto un sacco di pazienza, fidati. Ritengo comunque che la dipendenza e l' idealizzazione del paziente verso il terapeuta siano senz'altro presenti in qualunque modo la si voglia vedere. Inoltre ritengo che la visione di adultità, bene o male, dipenda dal modello cui ci si riferisce, esattamente come spesso accade per la patologia. Per cui in sostanza credo che non considerare l'esistenza di questi fattori sia un errore, poichè per quanto si possa lasciare al paziente tutte le scelte e tutte le risposte, lo si fa secondo le regole di un modello che ha il terapeuta e non ha il paziente. Per cui una dissimmtria nel rapporto c'è comunque. La consapevolezza di questa dissimmetria aiuta a scindere ciò che io terapeuta ritengo esser giusto o sbagliato (adulto o infantile e via discorrendo) e di ciò che lo è per il paziente, limitando in tal modo la mia influenza sul suo agire/pensare e dunque evitando di rinforzare posizioni di dipendenza o idealizzazioni, favorendo invece la consapevolezza e la responsabilità.
Per il transfert, benchè sia un concetto proprio della psicoanalisi e che non sia legittimo trasportarlo con le dovute cautele altrove, è impossibile non notare quanto spesso tale concetto abbia influenzato molte altre teorie. che seppur con terminologie differenti e ponendo l'accento su altri aspetti hanno un debito proprio con la psicoanalisi. l'uso di modelli interpretativi differenti, strategie cliniche differenti, terminologie differenti, conducono per forza di cose in territori ben lontani dalla psicoanalisi. ritengo comunque inopportuno non riconoscere l'origine di certi concetti teorici (nel caso del transfert lo considererei più un fenomeno umano, che in analisi assume caratteristiche sue proprie). un esempio più lampante è il concetto di deflessione in gestalt, in pratica identico allo spostamento. l'uso del termine deflessione, il suo inserirsi in una concettualizzazione tutta differente basata sulla dinamica figura sfondo e contatto-ritiro, inevitabilmente ha portato a vederlo come qualcosa che ha cartteristiche sue proprie, ma inevitabile considerare quanto siano concettualmente simili.
evocare il transfert e non considerarlo fulcro della terpia, non l'avevo letto. Collusivo? dipende da cosa si considera anlisi del transfert, se è in ambito psicoanalitico sarebbe senz'altro collusivo. ma un gestaltista pur muovendosi nel qui ed ora della relazione si può dire che anlizzerebbe il transfert? sarebbe analisi del transfert? o un terapeuta transazionale? secondo me le strategie terapeutiche sarebbero tanto differenti da non permettere di dire che tutti e tre stanno "analizzando il transfert". anche se a suo modo ciascuno lo fa. per cui mi sono espresso come hai letto tu. cioè partendo dal fatto che analisi del transfert la si faccia in psicoanalisi, non altrove
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sabina77
Ragazzi, forse non mi sono spiegata o forse la mia è un a domanda cretina,se si ditemelo.
Dello psicoterapeuta non mi può fregà di meno, lui se la cava benissimo,ma io? la paziente come può sfruttare al meglio il transfert? affinché diventi strumento di cura e non un'inutile frustrazione?
Cara Sabina, io sono una pz come te, e come te ho trascorso periodi di inspiegabile "malessere da transfert", perchè era prematuro spiegarne e analizzarne le origini. Poi poco o poco, aprendomi di più con lo psi e dunque aumentando la fiducia e l'affettività reciproca, ho raggiunto una fase di maturità più avanzata in cui quegli inspiegabili sentimenti che mi procuravano disagio, si sono naturalmente incanalati e hanno trovato una spiegazione: stima, gratitudine, rispetto verso il mio psi che con le sue intuizioni sempre azzeccate, con la sua umanità ma anche con le sue regole feree e il suo approccio rigoroso e sordo alle mie insistenti richieste di maggiore elasticità, ha ottenuto ottimi risultati. Difatti sono una fan della psicoterapia.:approved:
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francesca63
Cara Sabina, io sono una pz come te, e come te ho trascorso periodi di inspiegabile "malessere da transfert", perchè era prematuro spiegarne e analizzarne le origini. Poi poco o poco, aprendomi di più con lo psi e dunque aumentando la fiducia e l'affettività reciproca, ho raggiunto una fase di maturità più avanzata in cui quegli inspiegabili sentimenti che mi procuravano disagio, si sono naturalmente incanalati e hanno trovato una spiegazione: stima, gratitudine, rispetto verso il mio psi che con le sue intuizioni sempre azzeccate, con la sua umanità ma anche con le sue regole feree e il suo approccio rigoroso e sordo alle mie insistenti richieste di maggiore elasticità, ha ottenuto ottimi risultati. Difatti sono una fan della psicoterapia.:approved:
E non ti è venuta voglia di mollare tutto, durante la fase "malessere da transfert"? Se sì, come hai fatto a "resistere"?
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peste1987
E non ti è venuta voglia di mollare tutto, durante la fase "malessere da transfert"? Se sì, come hai fatto a "resistere"?
Qualcosa di indecifrabile ma molto intenso mi agganciava allo psi ... era anche odio, ma ritornavo sempre puntuale alla seduta successiva.
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Originalmente inviato da
francesca63
Lo dico io, deducendolo dai vari post degli
esperti che intervengono al thread:libro::rosic:, e che tu evidentemente non
hai seguito.:monito:
Che ti sei perso!.......................
PS:sorry avevo già risposto a ikaro
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sabina77
Ciao Fra', mi ha molto colpito la citazione su Narciso che hai messo nel tuo account...........................hai pensato a me nell'inserirla?:asd::asd:
Scusate l'OT.
No pensavo a me. :asd:.
:ciao:Sabina cara
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Che ti sei perso!.......................
PS:sorry avevo già risposto a ikaro
Già... ma ieri gli "esperti" avevano 1 nome, anzi 1 nick, perchè cancellarli?! :P
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massimomassimo
Ritengo comunque che la dipendenza e l' idealizzazione del paziente verso il terapeuta siano senz'altro presenti in qualunque modo la si voglia vedere. Inoltre ritengo che la visione di adultità, bene o male, dipenda dal modello cui ci si riferisce, esattamente come spesso accade per la patologia. Per cui in sostanza credo che non considerare l'esistenza di questi fattori sia un errore, poichè per quanto si possa lasciare al paziente tutte le scelte e tutte le risposte, lo si fa secondo le regole di un modello che ha il terapeuta e non ha il paziente. Per cui una dissimmtria nel rapporto c'è comunque. La consapevolezza di questa dissimmetria aiuta a scindere ciò che io terapeuta ritengo esser giusto o sbagliato (adulto o infantile e via discorrendo) e di ciò che lo è per il paziente, limitando in tal modo la mia influenza sul suo agire/pensare e dunque evitando di rinforzare posizioni di dipendenza o idealizzazioni, favorendo invece la consapevolezza e la responsabilità.
Come dicevo, capita di certo che l'idealizzazione venga vissuta dal paziente (ma non da tutti, ci sono pazienti che iniziano con forte disinvestimento e svalutazione del terapeuta). Credo che sia importante che il terapeuta legga, almeno dentro di sè inizialmente, tale dinamica, per poi restituirla a tempo debito. Sostenere una posizione idealizzata del terapeuta significa colludere con le esigenze del paziente e del terapeuta stesso, di essere "messi sul piedistallo". Magari da un punto di vista teorico che prevede l'incontro terapeutico secondo il modello figlio-genitore ciò è auspicabile, ma mi chiedo in che modo. Se capisco bene quello che sostieni dopo, il terapeuta ne esce "evitando di rinforzare posizioni di dipendenza o idealizzazioni", ma come è possibile fare questo senza interpretare il transfert? Capisco che la Gestalt o l'AT si differenzino dalla psicoanalisi in ciò, ma come risovono tecnicamente la presenza di vissuti così importanti, e come giustificano teoricamente la possibilità di non interpretare?
Un saluto
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Citazione:
Capisco che la Gestalt o l'AT si differenzino dalla psicoanalisi in ciò, ma come risovono tecnicamente la presenza di vissuti così importanti, e come giustificano teoricamente la possibilità di non interpretare?
Per Gieko:
Non sempre in psicoanalisi l'analista "interpreta il transfert", anzi da un punto di vista lacaniano l'interpretazione del transfert è decisamente controindicata perchè infiamma inesorabilmente il versante immaginario (a - a', secondo lo Schema L, il transfert come ripetizione), dal quale diventa veramente impossibile (o quasi) uscirne perchè si rimane letteralmente imbrigliati in questa dimensione immaginaria e quindi intersoggettiva, mentre la prospettiva lacaniana valorizza il transfert nella sua dimensione simbolica (o come Soggetto Supposto Sapere), per cui è l'inconscio del soggetto che interpreta e l'analista deve rendere possibile il lavoro di produzione significante del soggetto.
Saluti,
ikaro
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Originalmente inviato da
gieko
Come dicevo, capita di certo che l'idealizzazione venga vissuta dal paziente (ma non da tutti, ci sono pazienti che iniziano con forte disinvestimento e svalutazione del terapeuta). Credo che sia importante che il terapeuta legga, almeno dentro di sè inizialmente, tale dinamica, per poi restituirla a tempo debito. Sostenere una posizione idealizzata del terapeuta significa colludere con le esigenze del paziente e del terapeuta stesso, di essere "messi sul piedistallo". Magari da un punto di vista teorico che prevede l'incontro terapeutico secondo il modello figlio-genitore ciò è auspicabile, ma mi chiedo in che modo. Se capisco bene quello che sostieni dopo, il terapeuta ne esce "evitando di rinforzare posizioni di dipendenza o idealizzazioni", ma come è possibile fare questo senza interpretare il transfert? Capisco che la Gestalt o l'AT si differenzino dalla psicoanalisi in ciò, ma come risovono tecnicamente la presenza di vissuti così importanti, e come giustificano teoricamente la possibilità di non interpretare?
Un saluto
Una voce fuori dal "coro", finalmente, che tiene conto di un aspetto del tutto diverso, anche se il discorso poi, sarebbe complicato, quello del disinvestimento e della svalutazione del terapeuta da parte del pz. A parte tutto cio' da cui qs puo' dipendere all'interno del pz, tu giustamente parli di una attenta lettura di qs aspetto, almeno dentro di se' del terapeuta per poi restituirla a tempo debito. Naturalmente, questo se tutto procede "bene"; se il terapeuta invece "non tollera", per motivi suoi la svalutazione e cerca anche "bruscamente", di farne prendere atto al paziente, prima che i tempi di qs'ultimo e del rapporto tra i due siano realmente maturi per cio', cosa potrebbe accadere?
Oppure, se il paziente racconta i suoi vissuti negativi o tenta di farlo, perchè per lui importanti ed il terapeuta insiste a "metterli da una parte", per fare spazio a "necessari" vissuti positivi? Ovvero, se un paziente, viene di fatto messo a tacere qd racconta qualcosa o un suo vissuto emotivo negativo vs l'analista, come si puo' inserire tutto qs in un contesto terapeutico?
Cioè, da una parte, parlo di una spinta iperinterpretativa o troppo "propositiva" dell'analista a far rendere coscienti o far prendere atto di certi aspetti "agiti verbalmente" (non con linguaggi in cui siano presenti effettive parole maleducate, intendiamoci) e, dall'altra, invece, una spinta inversa, a "mettere da una parte" il negativo che il pz cerca di o vuole comunicare?
A cosa si puo' pensare in casi del genere, rispetto all'utilizzo del transfert e del controtransfert? Di idealizzazione e svalutazione, con relative reazioni?
Di necessita' narcisistiche non "corrisposte" (perchè nn ben analizzate su di se') dell'analista, ad es?
Saluti
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Originalmente inviato da
ikaro78
Per Gieko:
Non sempre in psicoanalisi l'analista "interpreta il transfert", anzi da un punto di vista lacaniano l'interpretazione del transfert è decisamente controindicata perchè infiamma inesorabilmente il versante immaginario (a - a', secondo lo Schema L, il transfert come ripetizione) [...]
Ciao ikaro. Come ben saprai abbiamo sempre bisogno di intenderci sui termini perchè veniamo da tradizioni differenti. Comunque immagino che concorderai che grossa parte della tradizione psicoanalitica freudiana e post indica nell'interpretazione del transfert (concetto che ha subito evoluzioni e su cui poi è nuovamente necessario intendersi...) lo strumento principale dell'intervento psicoanalitico. Questione tecnica comunque, se vuoi ne discutiamo in privato.
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mi trovo dispiaciutissimo della mia ignoranza su lacan.
Esattamente quel che intendevo sostenere è che dipendenza ed idealizzazione sono una componente frequente della terapia. Non indispensabile né tantomeno costante. Per cui le domande che fai, gieko, me le pongo anche io verso quegli approcci che invece per la modalità di relazione che si instaura tendono a creare un legame di dipendenza, la figura terapeutica sul piedistallo appunto. Sostanzialmente l'atteggiamento terapeutico (riferendomi a gestalt e at) dovrebbe favorire l'assunzione di responsabilità da parte del paziente per la sua cura ed il suo percorso. Il lavoro sul qui ed ora in gestalt, il qui ed ora in senso letterale a volte. se siamo in conflitto il terapeuta esplicita il suo sentirsi in conflitto. e questa può essere ritenuta una interpretazione, di fatti è il vissuto nel qui ed ora del terapeuta che rimanda ad un lavoro che riguarderà la loro relazione, che poi potrebbe portare chissà dove, beninteso, ma non necessariamente; in transazionale vi è il lavoro sull'adulto, uno stato dell'io che si inquadra in una prospettiva teorica ben precisa che tende a definire la coesistenza di adulto-genitore-bambino caratterizzati da specifiche modalità comportamentali che un analista transazionale viene formato a riconoscere. lavorando sulle influenze che genitore e bambino hanno sull'adulto si viene a stimolare la maturità, assunzione di responsabilità, del paziente.
Come si giustifica teoricamente l'assenza dell'interpretazione? ikaro è stato più bravo di me. in gestalt l'assenza dell'interpretazione è giustificata dal presupposto secondo il quale è inevitabile che il terapeuta proietti sul paziente. l'interpretazione sarà comunque una forma di proiezione, più o meno personale del terapeuta, che incanala il paziente in direzioni che fanno parte del vissuto del terapeuta e non del paziente. in analisi transazionale in genere i terapeuti si rifanno allo schema interpretativo Genitore-Adulto-Bambino, che poi è più complesso di così come l'ho esposto. Per cui diviene una specie di griglia di lettura implicitamente trasmessa al paziente tramite la quale apprende a riconoscere le varie parti di se stesso dandogli voce personalmente.
Avendo visto vari terapeuti di vari orientamenti lavorare sul campo, sia in training di specializzandi che in altri contesti(terapeutici e non), mi sento di sostenere con estrema convinzione che l'assenza di interpretazione è solo un miraggio, come la neutralità del terapeuta insomma. di fatti una dose di interpretazione esiste sempre, verbale o non verbale, esplicitamente fornita o implicitamente desunta dal paziente (e stimolata in vario modo dal terapeuta). Per cui credo che la terapia personale sia l'unico strumento col quale sia possibile riconoscere e non eliminare la propria influenza sul paziente. Tale riconoscimento, al di là delle tecniche, è lo strumento principale con il quale un terapeuta può favorire il cambiamento nel paziente, progressivamente sempre più autonomo e indipendente, portandolo all'interno di una relazione sempre più matura dove due persone si riconoscono per quel che sono, e non per idee o teorie. Per cui anche in quegli approcci che non richiedono un training personale credo che invece tale training sia essenziale, poichè seppur partendo da concettualizzazioni interessanti e talvolta innovative non si può eludere la componente personale, onnipresente. Spero di essere stato chiaro. Un saluto
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Ciao ikaro. Come ben saprai abbiamo sempre bisogno di intenderci sui termini perchè veniamo da tradizioni differenti. Comunque immagino che concorderai che grossa parte della tradizione psicoanalitica freudiana e post indica nell'interpretazione del transfert (concetto che ha subito evoluzioni e su cui poi è nuovamente necessario intendersi...) lo strumento principale dell'intervento psicoanalitico. Questione tecnica comunque, se vuoi ne discutiamo in privato.
Certamente la questione che poni è importante ed effettivamente il mio intervento alludeva proprio a questa impasse in cui ci si trova, per cui - dal mio punto di vista - non si può dare per scontato che l'interpretazione del transfert sia lo strumento principale dell'intervento psicoanalitico, tanto più che buona parte della psicoanalisi post freudiana (ed in parte anche freudiana) si impegna senza indugi su 1 aspetto parziale del transfert quello appunto immaginario (dal quale francamente non vedo come se ne possa uscire, se non attraverso 1 riaggiustamento ancora immaginario, ma su questo mi fermo, ne parliamo in privato, magari ti mando 1 articolo via email).
Salute :jd:
ikaro
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massimomassimo
mi trovo dispiaciutissimo della mia ignoranza su lacan.
Esattamente quel che intendevo sostenere è che dipendenza ed idealizzazione sono una componente frequente della terapia. Non indispensabile né tantomeno costante. Per cui le domande che fai, gieko, me le pongo anche io verso quegli approcci che invece per la modalità di relazione che si instaura tendono a creare un legame di dipendenza, la figura terapeutica sul piedistallo appunto. Sostanzialmente l'atteggiamento terapeutico (riferendomi a gestalt e at) dovrebbe favorire l'assunzione di responsabilità da parte del paziente per la sua cura ed il suo percorso. Il lavoro sul qui ed ora in gestalt, il qui ed ora in senso letterale a volte. se siamo in conflitto il terapeuta esplicita il suo sentirsi in conflitto. e questa può essere ritenuta una interpretazione, di fatti è il vissuto nel qui ed ora del terapeuta che rimanda ad un lavoro che riguarderà la loro relazione, che poi potrebbe portare chissà dove, beninteso, ma non necessariamente; in transazionale vi è il lavoro sull'adulto, uno stato dell'io che si inquadra in una prospettiva teorica ben precisa che tende a definire la coesistenza di adulto-genitore-bambino caratterizzati da specifiche modalità comportamentali che un analista transazionale viene formato a riconoscere. lavorando sulle influenze che genitore e bambino hanno sull'adulto si viene a stimolare la maturità, assunzione di responsabilità, del paziente.
Come si giustifica teoricamente l'assenza dell'interpretazione? ikaro è stato più bravo di me. in gestalt l'assenza dell'interpretazione è giustificata dal presupposto secondo il quale è inevitabile che il terapeuta proietti sul paziente. l'interpretazione sarà comunque una forma di proiezione, più o meno personale del terapeuta, che incanala il paziente in direzioni che fanno parte del vissuto del terapeuta e non del paziente. in analisi transazionale in genere i terapeuti si rifanno allo schema interpretativo Genitore-Adulto-Bambino, che poi è più complesso di così come l'ho esposto. Per cui diviene una specie di griglia di lettura implicitamente trasmessa al paziente tramite la quale apprende a riconoscere le varie parti di se stesso dandogli voce personalmente.
Avendo visto vari terapeuti di vari orientamenti lavorare sul campo, sia in training di specializzandi che in altri contesti(terapeutici e non), mi sento di sostenere con estrema convinzione che l'assenza di interpretazione è solo un miraggio, come la neutralità del terapeuta insomma. di fatti una dose di interpretazione esiste sempre, verbale o non verbale, esplicitamente fornita o implicitamente desunta dal paziente (e stimolata in vario modo dal terapeuta). Per cui credo che la terapia personale sia l'unico strumento col quale sia possibile riconoscere e non eliminare la propria influenza sul paziente. Tale riconoscimento, al di là delle tecniche, è lo strumento principale con il quale un terapeuta può favorire il cambiamento nel paziente, progressivamente sempre più autonomo e indipendente, portandolo all'interno di una relazione sempre più matura dove due persone si riconoscono per quel che sono, e non per idee o teorie. Per cui anche in quegli approcci che non richiedono un training personale credo che invece tale training sia essenziale, poichè seppur partendo da concettualizzazioni interessanti e talvolta innovative non si può eludere la componente personale, onnipresente. Spero di essere stato chiaro. Un saluto
Scusa massimomassimo, vorrei porti una domanda rispetto al modo in cui è gestito il transfert nella terapia della gestalt, ovvero non interpretato, perchè considerata l'interpretazione, cmq, una proiezione del terapeuta sul paziente. E quando accade che il paziente, se ad es., che ha avuto precedenti esperienze analitiche,o è particolarmente sensibile ed empatico, riesce ugualmente a sentire in modo molto chiaro, la "forza proiettiva" del terapeuta su di se', anche se non tramite l'interpretazione diretta del transfert, ma attraverso altri tipi di comunicazioni, come la scelta di particolari "amplificazioni", ad es, per cui è il terapeuta che senza accorgersene, puo' arrivare "addosso" al pz, come una tramvata, che invece lo sente e se ne rende conto, come si gestisce in qs casi la situazione? Penso saprai ci sono terapeuti gestalt particolarmente irruenti, anche se è un difetto che puo' esistere un po' in tutte le categorie di terapeuti, nella gestalt, tale irruenza, sembra poter trovare maggiore possibilita' espressive a ridosso del pz.
Mi potresti spiegare un po' la dinamica e l'eventuale gestione di qs aspetto, che in analisi richiederebbe ulteriore analisi personale, almeno in ambito post freudiano, per la necessaria evidente presa di coscienza da parte del terapeuta del transfert e del suo controtransfert, le reazioni del pz; nella gestalt, come si distinguono reazioni dovute a qs proiezioni cmq "non utili" del terapeuta da cio' che invece nasce come spontaneo nel paziente?
Molte grazie
Ciao
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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ikaro78
Già... ma ieri gli "esperti" avevano 1 nome, anzi 1 nick, perchè cancellarli?! :P
Incredibile gioco di presigio...:skunk: