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sergio.def
La capacità dialettica e analitica di un filosofo (che finanche abbia ottime basi personali oltre che culturali) può permettergli di esimersi dall'acquisizione di quelle competenze e di quegli strumenti che fondano la possibilità di instaurare una relazione d'aiuto, qualora ad esso il filosofo miri?
No,no e no.
Provo a fare una domanda un pò nuova: e se queste benedette 'competenze' le avesse?Ti elenco alcuni insegnamenti di un corso di pratica filosofica:
Teoria e tecnica del colloquio;Teorie e tecniche di counseling;Elementi di filosofia e psicologia esistenziale;Psicologia Generale;Psicologia clinica ed elementi di psicopatologia;Filosofia nelle aziende e organizzazioni;Supervisione casi;Training individuale...
Quindi non è che si cada proprio dalle nuvole intendiamoci. Cionondimeno a me non piace trattenermi su questioni di metodo. Ho cercato invece di dire prima che non può esistere un 'intervento' sui cosiddetti 'problemi della vita' che hanno a che fare con la struttura dell'esistenza:crisi di valori,crisi religiose,problemi etici e morali,esigenze di ricerca e conoscenza sono ambiti in cui più che altro è possibile entrarvi dialogicamente ma non con un 'intervento mirato' perchè qui non si parla di psicopatologia,non c'è niente da curare.
Per quanto mi riguarda preferirei un percorso duplice (strettamente filosofico e strettamente psicologico) magari includendo anche nel bagaglio personale la 'pratica filosofica' ma questa è una scelta che ognuno deve fare da sè:un anziano neuropsichiatra mi disse una volta,tirando un pò le somme, che senza filosofia, nella pratica terapeutica, non si va molto lontano...emblematica in questo senso è la vicenda di Karl Jaspers o dello stesso Jung...ma ripeto tutto questo è a discrezione di chi si impegna per un certo percorso.
ps.grazie per l'apprezzamento sergio.
Saluti,
Luigi
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luigi '84
No,no e no.
Provo a fare una domanda un pò nuova: e se queste benedette 'competenze' le avesse?Ti elenco alcuni insegnamenti di un corso di pratica filosofica:
Teoria e tecnica del colloquio;Teorie e tecniche di counseling;Elementi di filosofia e psicologia esistenziale;Psicologia Generale;Psicologia clinica ed elementi di psicopatologia;Filosofia nelle aziende e organizzazioni;Supervisione casi;Training individuale...
spero tu stia scherzando, anche perché presumo che la preparazione e formazione dei docenti, l'approccio e il modo con cui vengono insegnate queste disciplne in una facoltà di filosofia, siano diversi da come vengono insegnati a psicologia.
Cosa ti fa pensare che fare un corso di "teroe e tecnica del colloquio" dia la competenza di condiurre un colloquio, ad esempio; o che un corso di "psicologia clinica e elementi di psicopatologia" dia la competenza di occuparsi dei problemi psichici altrui? e così via
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*-ras-*
spero tu stia scherzando, anche perché presumo che la preparazione e formazione dei docenti, l'approccio e il modo con cui vengono insegnate queste disciplne in una facoltà di filosofia, siano diversi da come vengono insegnati a psicologia.
Cosa ti fa pensare che fare un corso di "teroe e tecnica del colloquio" dia la competenza di condiurre un colloquio, ad esempio; o che un corso di "psicologia clinica e elementi di psicopatologia" dia la competenza di occuparsi dei problemi psichici altrui? e così via
Non sto affatto scherzando dato che ad insegnare queste materie sono noti specialisti psichiatri,psicologi,psicoanalisti e psicoterapeuti di diversi orientamenti e filosofi...il corso di studi in counseling filosofico è promosso da isfipp cioè l'istituto superiore di formazione e ricerca in filosofia,psicologia e psichiatria.
Sul fatto che un corso dia la competenza io non mi sono affatto espresso (ho parlato di duplice percorso per quanto mi riguarda) anzi la esperienza personale mi dice che ho 'imparato' molto di più dalla mia vicenda terapeutica che dal corso di laurea in psicologia...a te cosa fa pensare,se la metti su questo piano,che i 'tuoi' corsi diano la tanto osannata 'competenza'?
Saluti,
Luigi
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Riferimento: counseling filosofico
Non credo stia scherzando....
ecco l'indirizzo di una scuola per counselor filosofico e le materie di insegnamento....
consulenza filosofica con AIP
Discipline
Counseling ad indirizzo psicofilosofico
Counseling rogersiano
Metodologia delal filosofia antica
Metodologia della filosofia medievale e moderna
Filosofia esistenziale
Storia della consulenza filosofica
Psicologia generale
Psicologia dell’età evolutiva
Diritto di famiglia
Psicologia dinamica ovvero filosofia freudiana
Psicoterapie e psicopatologia
Psicologia sociale
Psicologia dei gruppi
Teoria e tecniche di comunicazione ovvero Percezione e comunicazione interpersonale
Etica e deontologia professionale
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Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Non credo stia scherzando....
ecco l'indirizzo di una scuola per counselor filosofico e le materie di insegnamento....
consulenza filosofica con AIP
Discipline
Counseling ad indirizzo psicofilosofico
Counseling rogersiano
Metodologia delal filosofia antica
Metodologia della filosofia medievale e moderna
Filosofia esistenziale
Storia della consulenza filosofica
Psicologia generale
Psicologia dell’età evolutiva
Diritto di famiglia
Psicologia dinamica ovvero filosofia freudiana
Psicoterapie e psicopatologia
Psicologia sociale
Psicologia dei gruppi
Teoria e tecniche di comunicazione ovvero Percezione e comunicazione interpersonale
Etica e deontologia professionale
Se ne potrebbero aggiungere altri tra cui la supervisione di casi e il training personale che,anche se breve,è da tenere in considerazione.
Grazie oscar per il contributo.
Saluti,
Luigi
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luigi '84
Sul fatto che un corso dia la competenza io non mi sono affatto espresso (ho parlato di duplice percorso per quanto mi riguarda) anzi la esperienza personale mi dice che ho 'imparato' molto di più dalla mia vicenda terapeutica che dal corso di laurea in psicologia
a te cosa fa pensare,se la metti su questo piano,che i 'tuoi' corsi diano la tanto osannata 'competenza'?
veramente le discipline da te elencate servivano per avvalorare l'affermaizone secondo cui il filosofo avrebbe tali competenze :mumble:
al di là di questo,
Citazione:
a te cosa fa pensare,se la metti su questo piano,che i 'tuoi' corsi diano la tanto osannata 'competenza'?
me lo fa pensare il fatto che prima di svolgere la professione bisogna fare anche un anno di tirocinio e un esame di stato.
Per fare lo psicologo. Per fare lo psicoterapeuta ne servono altri 4 più analisi personale e supervisioni varie.
ciao
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Originalmente inviato da *-ras-*
Cosa ti fa pensare che fare un corso di "teroe e tecnica del colloquio" dia la competenza di condiurre un colloquio, ad esempio; o che un corso di "psicologia clinica e elementi di psicopatologia" dia la competenza di occuparsi dei problemi psichici altrui?
Dipende con problemi psichici a cosa ti vuoi riferire secondo me, magari nemmeno lo psicologo possiede alcuna competenza per occuparsi di certi problemi psichici. Luigi lo ha ripetuto più volte...
Citazione:
Ho cercato invece di dire prima che non può esistere un 'intervento' sui cosiddetti 'problemi della vita' che hanno a che fare con la struttura dell'esistenza:crisi di valori, crisi religiose, problemi etici e morali, esigenze di ricerca e conoscenza sono ambiti in cui più che altro è possibile entrarvi dialogicamente ma non con un 'intervento mirato' perchè qui non si parla di psicopatologia, non c'è niente da curare.
Se per problemi psichici si intendono quelli che ho evidenziato in neretto non è detto secondo me che uno psicologo, o uno psicoterapeuta, possieda competenze specifiche migliori di altri pretendendo che gli sia lasciato il campo totalmente libero perché è lui l'unico che con più probabilità, dal punto di vista razionale, può dare un aiuto in questi casi.
Insomma non sono presenti nevrosi, psicosi o altro, son problemi di vita di persone ragionevolmente sane dal punto di vista psichico, ed in quest'ambito secondo me mica è detto che l'intervento di uno psicoterapeuta debba risultare generalmente migliore di quello di un consulente, di un prete, di una guida spirituale o magari anche di qualche altro.
Come ha detto luigi insomma il consulente può occuparsi di disagi psichici legati all'esistenza di una persona, non è uno psicoterapeuta, si occupa magari di certi disagi esistenziali, ma sempre al di fuori di ogni quadro psicopatologico o patologico lieve o grave.
Un saluto
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Char_Lie
Dipende con problemi psichici a cosa ti vuoi riferire secondo me, magari nemmeno lo psicologo possiede alcuna competenza per occuparsi di certi problemi psichici. Luigi lo ha ripetuto più volte...
lo psicologo (psiche + logos) studia la psiche, quindi, almeno seguendo la logica, è per definizione competente per occuparsi di tutti i problemi psichici. Semmai, sempre seguendo l'etimologia, la filosofia (=amore per il sapere) dubito abbra le competenze per occuparsi di "certi" problemi psichici (cioè può avere la competenza per comprendere certi problemi, appunto il disagio esistenziale, ad esempio).
Citazione:
Se per problemi psichici si intendono quelli che ho evidenziato in neretto non è detto secondo me che uno psicologo (o uno psicoterapeuta) possieda competenze specifiche migliori di altri pretendendo che gli sia lasciato il campo totalmente libero perché è lui l'unico che con più probabilità, dal punto di vista razionale, può dare un aiuto in questi casi.
Insomma non sono presenti nevrosi, psicosi o altro, son problemi di vita di persone ragionevolmente sane dal punto di vista psichico, ed in quest'ambito secondo me mica è detto che l'intervento di uno psicoterapeuta debba risultare generalmente migliore di quello di un consulente, di un prete, di una guida spirituale o magari anche di qualche altro.
Come ha detto luigi insomma il consulente può occuparsi di disagi psichici legati all'esistenza di una persona, non è uno psicoterapeuta, si occupa magari di certi disagi esistenziali, ma sempre al di fuori di ogni quadro psicopatologico o patologico lieve o grave.
Un saluto
sarei d'accordo con te, ma il fatto è che si sta parlando di un corso di "psicologia clinica e elementi di psicopatologia". Non di "disagio psichico legato all'esistenza" (a cui possiamo dare definizioni diverse, generiche, a seconda dell'ottica di riferimento), ma di psicologia clinica e di psicopatologia. Quindi si parla proprio di "nevrosi, psicosi e altro".
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Originalmente inviato da
*-ras-*
lo psicologo (psiche + logos) studia la psiche, quindi, almeno seguendo la logica, è per definizione competente per occuparsi di tutti i problemi psichici.
sarei d'accordo con te, ma il fatto è che si sta parlando di un corso di "psicologia clinica e elementi di psicopatologia". Non di "disagio psichico legato all'esistenza" (a cui possiamo dare definizioni diverse, generiche, a seconda dell'ottica di riferimento), ma di psicologia clinica e di psicopatologia. Quindi si parla proprio di "nevrosi, psicosi e altro".
Su quel 'tutti i problemi psichici' avrei dei dubbi.Se per psicologia intendi quella che si studia nelle università siamo molto lontani dalla meta da te indicata.
Questi corsi sono appunto tesi a dare una minima competenza per riconoscere i limiti propri della disciplina che nel caso di una patologia evidente sarebbe pregiudicata in partenza.
Saluti,
Luigi
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Ras
Citazione:
sarei d'accordo con te, ma il fatto è che si sta parlando di un corso di "psicologia clinica e elementi di psicopatologia". Non di "disagio psichico legato all'esistenza" (a cui possiamo dare definizioni diverse, generiche, a seconda dell'ottica di riferimento), ma di psicologia clinica e di psicopatologia. Quindi si parla proprio di "nevrosi, psicosi e altro".
Il problema forse e' nello stabilire la genesi di queste manifestazioni patologiche.
Te la senti di escludere che buona parte di esse siano da considerare conseguenze di approcci esistenziali sbagliati o deficitari?
Se cosi fosse il disagio sarebbe curato a valle, cioe' nell'integrazione dell'essere nel mondo, facendo leva sulle capacita' dell'Adulto [adulto nel senso analitico-transazionale]di affrontare i problemi con un metodo logico, razionale e retorico.
Laddove cio' e' possibile.
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"QUOTE=luigi '84;1771945]Questi corsi sono appunto tesi a dare una minima competenza per riconoscere i limiti propri della disciplina che nel caso di una patologia evidente sarebbe pregiudicata in partenza.
Saluti,
Luigi[/QUOTE]
tu in precedenza avevi affermato il contrario, adesso hai girato la frittata. Cito il tuo post:
Citazione:
Provo a fare una domanda un pò nuova: e se queste benedette 'competenze' le avesse?Ti elenco alcuni insegnamenti di un corso di pratica filosofica:
Teoria e tecnica del colloquio;Teorie e tecniche di counseling;Elementi di filosofia e psicologia esistenziale;Psicologia Generale;Psicologia clinica ed elementi di psicopatologia;Filosofia nelle aziende e organizzazioni;Supervisione casi;Training individuale...
Citazione:
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oscarmoreno
Ras
Il problema forse e' nello stabilire la genesi di queste manifestazioni patologiche.
Te la senti di escludere che buona parte di esse siano da considerare conseguenze di approcci esistenziali sbagliati o deficitari?
Se cosi fosse il disagio sarebbe curato a valle, cioe' nell'integrazione dell'essere nel mondo, facendo leva sulle capacita' dell'Adulto [adulto nel senso analitico-transazionale]di affrontare i problemi con un metodo logico, razionale e retorico.
Laddove cio' e' possibile.
si, me la sento di "escludere che buona parte di esse siano da considerare conseguenze di approcci esistenziali sbagliati o deficitari". Per vari motivi: chi ha il potere di "stabilire" quali siano gli approcci esistenziali "giusti"? E quelli "sbagliati"? E quelli deficitari"? Deficitari rispetto a cosa, poi? alla norma? sociale, etica, religiosa, morale, statistica?
Se parli di "genesi" delle manifestazioni patologiche, poi, implicitamente fai riferimento ad un modello secondo cui la patologia avrebbe un "causa", magari inconscia (visto che nel counseling filosfico alla fine si fa riferimento sempre al linguaggio psicoanalitico o cmq alla psico. dinamica), mentre larga parte della psicologia oggi considera il significato di ciò che etichettiamo come psicopatologia e la sua valenza comunicativa, più la causa.
Buona parte delle manifestazioni psicopatologiche, inoltre, ha un'origine organica (biologica, genetica) favorita o meno dalle condizioni ambientali. E' provato scientificamente che la schizofenia, ad esempio, ha basi genetiche. Lo stesso vale per la predisposizione alla depressione, e svariati altri disturbi.
In sintesi, io concordo con quanto dice la Fenomenologia riguardo alla psicopatologia, esiste anche un approccio psicologico e psichiatrico che affonda le sue radici nella Fenomenlogia e nell'Esistenzialismo (fra l'altro, è uno dei miei approcci preferiti). Ma leggendo ciò che scrivete (Luigi e Oscarmoreno, presumo siate filosofi, counselor filosofici, o cmq sostenitori del counseling filosofico) sembra che abbiate la presunzione di affermare che la vita psichica si riduca all'essere-nel-mondo e tutti gli altri punti di vista siano errati. Forse è una mia impressione.
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Originalmente inviato da
*-ras-*
sembra che abbiate la presunzione di affermare che la vita psichica si riduca all'essere-nel-mondo e tutti gli altri punti di vista siano errati.
Nessun punto di vista errato ma se ne hai compreso la reale portata prova a toglierlo,allora, questo 'essere-nel-mondo' e dimmi cosa rimane di ciò che ancora chiamiamo 'uomo'...
Io non capisco sinceramente questo accanimento.
Primo: non rigiro la frittata perchè non ne ho bisogno stante il fatto che sto tentando senza nessun pregiudizio di illustrare un possibile senso di questa pratica che non toglie niente a nessuno ma al massimo può rappresentare una via fruttuosa: io penso sempre ad una integrazione dei due approcci e al ruolo più generale che può avere 'la filosofia' (non il counseling) in ambito psicologico o di intervento psicoterapico in quanto non sono un counselor ne voglio diventarlo. Se ci sono pareri contrari 'per forza' a questa via non è colpa mia:ho sostenuto sempre che il counseling filosofico non è una via alternativa alla psicoterapia ma è qualcosa di diverso che ha a che fare con ambiti diversi. Non capisco la resistenza a capire una cosa semplice come questa.
Secondo: ho l'impressione che questo mettere in ballo la fenomenologia e l'esistenzialismo ogni volta stia sminuendo la loro reale portata e il più ampio ruolo della filosofia nell'ambito della comprensione dell'uomo. E' vero la fenomenologia tenta una ri-fondazione radicale della psicologia ma se non si suda sui testi fondamentali dei grandi fenomenologi dubito che a questa conclusione si possa pervenire:è un lavoro lento,lungo ma ''radicale'' ecco perchè chi crede con fermezza che 'psicologia' sia quella pseudo-scienza che per esistere e dispensare ancora qualche buon consiglio ha bisogno di tutte quelle sorelle maggiori con prefisso 'NEURO-' può abbandonare già da subito questa via.
Saluti,
Luigi
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Riferimento: counseling filosofico
Insomma non vi posso lasciare soli un giorno ed ecco cosa mi combinate :asd:
Ho visto diversi interventi e ho fatto le mie riflessioni a riguardo.
Provo a riprenderle in maniera non sistematica.
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Non credo stia scherzando....
ecco l'indirizzo di una scuola per counselor filosofico e le materie di insegnamento....
consulenza filosofica con AIP
Discipline
Counseling ad indirizzo psicofilosofico
Counseling rogersiano
Metodologia delal filosofia antica
Metodologia della filosofia medievale e moderna
Filosofia esistenziale
Storia della consulenza filosofica
Psicologia generale
Psicologia dell’età evolutiva
Diritto di famiglia
Psicologia dinamica ovvero filosofia freudiana
Psicoterapie e psicopatologia
Psicologia sociale
Psicologia dei gruppi
Teoria e tecniche di comunicazione ovvero Percezione e comunicazione interpersonale
Etica e deontologia professionale
Tanto per cominciare non ci impelaghiamo in "discutibilissime" dimostrazioni dell'iter formativo del counseling (psico???)filosofico [bella trovata quella del centro di genova, non c'è che dire] e delle competenze che vi si acquisiscono.
Altrimenti ci tocca rispondere con:
5 anni di Corso di Laurea in Psicologia.
Materie quali:
Psicologia clinica
Psicologia clinica (corso progredito)
Psicologia dinamica
Psicologia dinamica (corso progredito)
Fondamenti anatomo-fisiologici dell'attività psichica
Psichiatria
Psicologia fisiologica
Psicofisiologia clinica
Psicologia della personalità
Teorie e tecniche dei test di personalità
Teorie e tecniche del colloquio psicologico
Teorie e tecniche delle dinamiche di gruppo
Psicologia di comunità
Psicologia giuridica
Psicodiagnostica
Neuropsicologia
Psicologia dello sviluppo
Psicopatologia dell'età evolutiva
Psicodinamica delle relazioni familiari
(avrò citati soltanto la metà di quelli sostenuti!!)
E poi:
1 tesi di laurea
1 anno di tirocinio pratico post-lauream
1 esame di stato per l'Abilitazione all'esercizio della professione
Non basta?
4 anni - almeno - di Scuola di Specializzazione in Psicoterapia (con relativi insegnamenti)
Altrettanti di tirocinio di specializzazione
Percorso psicoterapeutico personale
Supervisioni individuali e di gruppo sull'attività clinica svolta
Abilitazione all'esercizio della Psicoterapia
Tutto ciò non per dire che sono più bravi gli psicologi dei filosofi, ma che il "gioco" delle conoscenze e competenze acquisite in materia psicologica non vi conviene!
Del resto: io ho studiato e sostenuto (con passione tra l'altro) un esame di Filosofia ed uno di Antropologia culturale.. posso dirmi Filosofo e/o Antropologo? O dichiarare di averne ugualmente le competenze?
Se esiste un percorso a riguardo, cominciamo a prendere in considerazione l'idea che esso serva a qualcosa!!
Quanto al quesito posto da luigi circa la possibilità di acquisizione, all'interno dell'università, di reali competenze "spendibili" nella professione ho poi gli stessi suoi dubbi - e li ammetto con serenità (e senza "bluffare", dal momento che so che luigi "conosce" la facoltà di psicologia).
La mia idea a riguardo è che gran parte del percorso, che rende un terapeuta realmente tale, sia costituito dalla psicoterapia personale e da buone supervisioni sull'attività clinica svolta (ma questa è la mia idea, che so non condivisa da tutti i miei colleghi).
Continua...
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oscarmoreno
Il problema forse e' nello stabilire la genesi di queste manifestazioni patologiche.
Te la senti di escludere che buona parte di esse siano da considerare conseguenze di approcci esistenziali sbagliati o deficitari?
E TU?
TE LA SENTI DI SOSTENERE QUESTA IPOTESI?
E' mia convinzione - fortunatamente non solo mia! - che se vuoi proprio sostenere un discorso eziopatogenetico circa le manifestazioni patologiche devi poterlo argomentare con teorie epistemologicamente fondate..
altrimenti ciò che affermi, che ormai in modo evidente connota il tuo modo di intendere il disagio psichico, rischi di "portarlo" nella relazione con gli utenti del counseling.. con conseguenze plausibilmente P E R I C O L O S E.
Con tutto il sincero rispetto che ho per le discipline filosofiche (e ti prego di credermi), non mi risulta che il corso di laurea in filosofia presso le nostre facoltà si proponga di far acquisire ai propri studenti conoscenze specifiche per la comprensione della mente umana, dei suoi disagi/disturbi (scegli tu il sostantivo) e per l'intervento su di essi (pochi esami opzionali a riguardo NON POSSONO cambiare la questione.. come il mio in filosofia, non mi rende filosofo).
A differenza di luigi, che ha sempre con una certa chiarezza sostenuto un diverso ambito di intervento della filosofia e una sua auspicabile integrazione con le professioni psicologiche e sanitarie (..e che per giunta - se non erro - sta conseguendo anche la laurea in psicologia), mi è sembrato che tu abbia numerose volte lasciato intendere altro, parlando di un possibile "intervento" sulla sofferenza e sul disagio psichico, utilizzando una (TUTTA TUA) distinzione derivante dagli sfumati spazi lasciati "scoperti" dalla mancanza di una conclamata psicopatologia.
Ebbene questa "sfumatura" l'hai tratteggiata tu.
Dove c'è una richiesta, c'è da fare un'analisi della domanda (che non so se tu sappia di preciso cosa sia). Se la domanda è di cambiamento e/o di ristrutturazione delle dinamiche personali che portano alla sofferenza, NON PUOI rispondere "ampliando la prospettiva esistenziale" del tuo interlocutore, o dotandolo di differenti significati.
Non si tratta di farne una questione di psicopatologia presente o meno; chi fa richiesta potrebbe anche essere "sano" (ammesso che tu sia in grado di accertartene), ma avere ugualmente tale richiesta circa ciò che lo far star male. Come, del resto, può essere vero il contrario: la persona francamente "malata" potrebbe non volere intraprendere una psicoterapia ma avere un altro tipo di consulenza (anche se qui poi ci sarebbe da discutere circa la sua reale consapevolezza e le resistenze messe in atto, ma lasciamo perdere).
Concludendo:
LA DISCRIMINANTE NON E' L'OGGETTO DELL'INTERVENTO (patologia o salute) DEL COUNSELING O DELLA PSICOTERAPIA, BENSì IL METODO E GLI OBIETTIVI DELL'UNO E DELL'ALTRA.
Spero di essere stato sufficientemente chiaro..
..o dobbiamo ricordarci che esistono le denuncie all'Ordine per esercizio abusivo della professione?
Saluti,
Sergio
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Originalmente inviato da
luigi '84
Sul fatto che un corso dia la competenza io non mi sono affatto espresso (ho parlato di duplice percorso per quanto mi riguarda) anzi la esperienza personale mi dice che ho 'imparato' molto di più dalla mia vicenda terapeutica che dal corso di laurea in psicologia...a te cosa fa pensare,se la metti su questo piano,che i 'tuoi' corsi diano la tanto osannata 'competenza'?
Questo è ragionare.. e condivido tutto!
S.
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Originalmente inviato da
sergio.def
E TU?
TE LA SENTI DI SOSTENERE QUESTA IPOTESI?
E' mia convinzione - fortunatamente non solo mia! - che se vuoi proprio sostenere un discorso eziopatogenetico circa le manifestazioni patologiche devi poterlo argomentare con teorie epistemologicamente fondate..
altrimenti ciò che affermi, che ormai in modo evidente connota il tuo modo di intendere il disagio psichico, rischi di "portarlo" nella relazione con gli utenti del counseling.. con conseguenze plausibilmente P E R I C O L O S E.
Con tutto il sincero rispetto che ho per le discipline filosofiche (e ti prego di credermi), non mi risulta che il corso di laurea in filosofia presso le nostre facoltà si proponga di far acquisire ai propri studenti conoscenze specifiche per la comprensione della mente umana, dei suoi disagi/disturbi (scegli tu il sostantivo) e per l'intervento su di essi (pochi esami opzionali a riguardo NON POSSONO cambiare la questione.. come il mio in filosofia, non mi rende filosofo).
A differenza di luigi, che ha sempre con una certa chiarezza sostenuto un diverso ambito di intervento della filosofia e una sua auspicabile integrazione con le professioni psicologiche e sanitarie (..e che per giunta - se non erro - sta conseguendo anche la laurea in psicologia), mi è sembrato che tu abbia numerose volte lasciato intendere altro, parlando di un possibile "intervento" sulla sofferenza e sul disagio psichico, utilizzando una (TUTTA TUA) distinzione derivante dagli sfumati spazi lasciati "scoperti" dalla mancanza di una conclamata psicopatologia.
Ebbene questa "sfumatura" l'hai tratteggiata tu.
Dove c'è una richiesta, c'è da fare un'analisi della domanda (che non so se tu sappia di preciso cosa sia). Se la domanda è di cambiamento e/o di ristrutturazione delle dinamiche personali che portano alla sofferenza, NON PUOI rispondere "ampliando la prospettiva esistenziale" del tuo interlocutore, o dotandolo di differenti significati.
Non si tratta di farne una questione di psicopatologia presente o meno; chi fa richiesta potrebbe anche essere "sano" (ammesso che tu sia in grado di accertartene), ma avere ugualmente tale richiesta circa ciò che lo far star male. Come, del resto, può essere vero il contrario: la persona francamente "malata" potrebbe non volere intraprendere una psicoterapia ma avere un altro tipo di consulenza (anche se qui poi ci sarebbe da discutere circa la sua reale consapevolezza e le resistenze messe in atto, ma lasciamo perdere).
Concludendo:
LA DISCRIMINANTE NON E' L'OGGETTO DELL'INTERVENTO (patologia o salute) DEL COUNSELING O DELLA PSICOTERAPIA, BENSì IL METODO E GLI OBIETTIVI DELL'UNO E DELL'ALTRA.
Spero di essere stato sufficientemente chiaro..
..o dobbiamo ricordarci che esistono le denuncie all'Ordine per esercizio abusivo della professione?
Saluti,
Sergio
Un corso di laurea in filosofia non fa acquisire 'competenze' nel senso condiviso del termine:il filosofo è propriamente colui che 'non deve sapere nulla' nell'ordine del sapere tecnico e tuttavia e qui che scatta la molla decisiva. Parlo per me così se dovete lapidare qualcuno:asd:: pur avendo sempre avuto una tensione alla conoscenza intesa come 'universo di strumenti' non posso dire di essere biologo,programmatore,fisico ma questa 'carenza' diventa la possibilità affinche io possa esprimermi nel merito delle questioni tecniche senza il timore di dire qualcosa di 'non funzionale' a quel tipo di sapere.Proprio perchè sono filosofo (e questo non è detto che equivalga a 'laureato in filosofia' tanto per ribadire l'irripetibilità di una vicenda personale ma comunque implica lo studio specifico di discipline e testi) e conosco la genesi e lo sviluppo delle discipline,la genesi e lo sviluppo dei concetti,la genesi e lo sviluppo delle visioni del mondo senza sapere qualcosa di decisivo ad un livello più strettamente 'operativo' ho il 'dovere' (se considero la mia una professione spendibile in qualche modo) di esprimermi rispetto a tutte le realtà umane possibili:mi piace parlare con neurologi,psicoanalisti,letterati e far sempre notare una possibilità che loro,proprio perchè più strettamente legati ad un sapere,non contemplano o nel peggiore dei casi non vogliono contemplare...è quella 'possibilità' propriamente filosofica che, se vogliamo, diventa una pratica,un metodo,una circumnavigazione del sapere che non ha 'pretese' (perchè non è un dire scientifico) ma ha il potere di insinuare il dubbio,di dislocare lo sguardo,di destabilizzare...Questo ancora una volta per chiarire la posizione della filosofia riguardo ad ogni possibile ambito:ribadisco ancora una volta che,se intesa in questo modo,la questione del counseling filosofico assume contorni netti...quasi nessun insegnante nella scuola di counseling che ho ora in mente è solo filosofo:si tratta di psicoterapeuti,psichiatri,psicoanalisti che evidentemente hanno fatto proprio un itinerario complesso;fra le materie che si studiano nell'arco dei tre anni ve ne sono molte cha hanno a che fare con specifiche competenze proprio perchè un minimo di sapere è necessario per tracciare linee chiare di confine al minimo dubbio: c'è una tendenza alla ruminazione depressiva?Bene,mi serve l'aiuto di un bravo psicodiagnosta...emerge un quadro tendenzialmente patologico?Mi serve l'aiuto di uno psicoterapeuta...la situazione precipita con l'inizio della terapia per cui si rende necessario un supporto farmacologico?Lo psichiatra consiglia un paio di lorazepam al giorno...vediamo cosa succede...
Bisogna poi tener presente come dice sergio (con il quale mi trovo d'accordo) che in fin dei conti ciò che fa la differenza è quel percorso personale che per forza di cose 'ci mette in discussione' perchè 'ci mette in relazione' ed è qui che possiamo a ragione rintracciare l'inizio di un cammino veramente 'personale' e quindi 'libero' e,a partire da lì,iniziare a dispiegare lo sguardo verso un orizzonte che non è mai troppo chiaro per poter dire con certezza 'questo si,questo no'...
Saluti,
Luigi
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sergio.def
Questo è ragionare.. e condivido tutto!
S.
Appunto...questo è un punto cruciale!Ma qui mi pare che più di uno debba per forza vedere o tutto nero o tutto bianco...
Saluti,
Luigi
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Originalmente inviato da
luigi '84
Un corso di laurea in filosofia non fa acquisire 'competenze' nel senso condiviso del termine:il filosofo è propriamente colui che 'non deve sapere nulla' nell'ordine del sapere tecnico e tuttavia e qui che scatta la molla decisiva. Parlo per me così se dovete lapidare qualcuno:asd:: pur avendo sempre avuto una tensione alla conoscenza intesa come 'universo di strumenti' non posso dire di essere biologo,programmatore,fisico ma questa 'carenza' diventa la possibilità affinche io possa esprimermi nel merito delle questioni tecniche senza il timore di dire qualcosa di 'non funzionale' a quel tipo di sapere.Proprio perchè sono filosofo (e questo non è detto che equivalga a 'laureato in filosofia' tanto per ribadire l'irripetibilità di una vicenda personale ma comunque implica lo studio specifico di discipline e testi) e conosco la genesi e lo sviluppo delle discipline,la genesi e lo sviluppo dei concetti,la genesi e lo sviluppo delle visioni del mondo senza sapere qualcosa di decisivo ad un livello più strettamente 'operativo' ho il 'dovere' (se considero la mia una professione spendibile in qualche modo) di esprimermi rispetto a tutte le realtà umane possibili:mi piace parlare con neurologi,psicoanalisti,letterati e far sempre notare una possibilità che loro,proprio perchè più strettamente legati ad un sapere,non contemplano o nel peggiore dei casi non vogliono contemplare...è quella 'possibilità' propriamente filosofica che, se vogliamo, diventa una pratica,un metodo,una circumnavigazione del sapere che non ha 'pretese' (perchè non è un dire scientifico) ma ha il potere di insinuare il dubbio,di dislocare lo sguardo,di destabilizzare...Questo ancora una volta per chiarire la posizione della filosofia riguardo ad ogni possibile ambito:ribadisco ancora una volta che,se intesa in questo modo,la questione del counseling filosofico assume contorni netti...quasi nessun insegnante nella scuola di counseling che ho ora in mente è solo filosofo:si tratta di psicoterapeuti,psichiatri,psicoanalisti che evidentemente hanno fatto proprio un itinerario complesso;fra le materie che si studiano nell'arco dei tre anni ve ne sono molte cha hanno a che fare con specifiche competenze proprio perchè un minimo di sapere è necessario per tracciare linee chiare di confine al minimo dubbio: c'è una tendenza alla ruminazione depressiva?Bene,mi serve l'aiuto di un bravo psicodiagnosta...emerge un quadro tendenzialmente patologico?Mi serve l'aiuto di uno psicoterapeuta...la situazione precipita con l'inizio della terapia per cui si rende necessario un supporto farmacologico?Lo psichiatra consiglia un paio di lorazepam al giorno...vediamo cosa succede...
Bisogna poi tener presente come dice sergio (con il quale mi trovo d'accordo) che in fin dei conti ciò che fa la differenza è quel percorso personale che per forza di cose 'ci mette in discussione' perchè 'ci mette in relazione' ed è qui che possiamo a ragione rintracciare l'inizio di un cammino veramente 'personale' e quindi 'libero' e,a partire da lì,iniziare a dispiegare lo sguardo verso un orizzonte che non è mai troppo chiaro per poter dire con certezza 'questo si,questo no'...
Saluti,
Luigi
A gran parte delle cose che hai detto non aggiungo altro.. anche perchè, non essendo capace di esprimermi altrettanto bene in merito :asd:, rischierei di fraintendere e "snaturare" il tuo pensiero, che di per sè mi pare interessante in quanto tale.
Solo una cosa: la dicotomia (questo sì, questo no) che certamente si evince anche dai miei interventi è esclusivamente funzionale a quanto mi preme sottolineare, soprattutto nei confronti di chi (come oscarmoreno) troppo spesso mi fa sorgere il dubbio di non aver chiaro l'ambito applicativo della filosofia in contesti psicologici/sanitari o che comunque riguardano la sofferenza psichica delle persone.
E' questo un atteggiamento che intendo - per quanto mi è possibile -combattere, non tanto in quanto tale, ma in quanto foriero di confusione presso chi, legittimamente profano, si accosta ad effettuare una richiesta di aiuto. E' lui il soggetto da tutelare, non lo psicoterapeuta che, se capace, lo farà bene da sè.
La provocatoria "minaccia" di segnalazione all'Ordine dell'illegittimità di eventuali interventi non coerenti con le proprie competenze (oscar ha, in qualche post fa, fatto esplicito riferimento all "cura" per intenderci) nasceva unicamente da tale intento.
Quanto poi al mio modo di intendere la professione, proverò a rendere citandoti un'emblematica frase di una psicoterapeuta psicoanalitica che ho conosciuto e stimato.
Nell'ultimo convegno in cui ebbi il piacere di sentirla parlare, ella - congedandosi dalla professione - "socraticamente" disse "in oltre trent'anni di esercizio della professione una sola cosa di sicuro ho capito: che NON LO SO".
Ebbene tale umiltà e onestà intellettuale rappresenta per me una "stella polare" che spero possa guidarmi nella pratica professionale.
Ciò per far intendere, pertanto, che non è ASSOLUTAMENTE mia intenzione essere rigido nel confronto con altre figure professionale, nè presuntuoso circa le MIE competenze (ancora ampiamente in fieri), nè tantomeno "compiuto" circa le mie opinioni in merito, che sapranno - e me lo auguro davvero - seguire molte altre strade, che oggi magari neanche sospetto.
Ma adesso davvero..
buona notte.
S.
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Riferimento: counseling filosofico
Sergio
Citazione:
LA DISCRIMINANTE NON E' L'OGGETTO DELL'INTERVENTO (patologia o salute) DEL COUNSELING O DELLA PSICOTERAPIA, BENSì IL METODO E GLI OBIETTIVI DELL'UNO E DELL'ALTRA.
Spero di essere stato sufficientemente chiaro..
..o dobbiamo ricordarci che esistono le denuncie all'Ordine per esercizio abusivo della professione?
A parte l'atteggiamento neanche tanto velatamente minaccioso, credo proprio fuori tema visto che e' una discussione e non una spartizione di clienti, vorrei ribadire quanto scritto precedentemente.
Il termine "cura", da un punto di vista etimologico, rimanda ad un insieme di significati, come "riscaldare il cuore", per esempio, o piu' ordinariamente, come osservare, guardare, conoscere, curiosare, ascoltare. Ma ancora: sollecitudine, diligenza, vigilanza ed assistenza.
In questo senso io l'ho usato e continuero' ad usarlo, distinguendone il significato dalla prescrizione medica di farmaci o dalla somministrazione di non so quali tecniche psicologiche.
Per cio' che riguarda il sapere filosofico: esso e' appannaggio di tutte le discipline scientifiche ed umanistiche, e di conseguenza mediche. Basta avvalersene.
E' proprio il sapere filosofico che distingue il tecnico dal professionista, e non e' una esclusivita' del filosofo laureato, come mi sembra sostenesse anche Luigi.
Poi e' ovvio, mi pare, che l'opinione che si presenta risenta del prorpio iter esperenziale.
Io provengo dal campo sanitario, dove le distinzioni di ruoli e' tanto chiaro quanto lo e' nell'esercito. Per cui so bene dove sta una competenza e dove ne sta un' altra.
Strumenti di indagine psicologica sono appannaggio di molte figure professionali, come ho gia' detto precedentemente. E vengono usate regolarmente ogni giorno in ogni settore sanitario e sociale.
La stessa analisi transazionale, nel mondo anglosassone, viete utilizzata da una gran parte di operatori, e nessuno parla di abusi di professione.
Se poi questi operatori hanno o meno anche un retroterra filosofico, non lo so, e non mi interessa saperlo.
Mi interessa invece vedere i risultati nella pratica giornaliera, misurabili in soddisfazione del paziente, in congruita' degli interventi, in dinamiche relazionali costruttive, in aiuto psicologico e sostegno al paziente di ogni ordine e grado, perche' il canceroso o il malato terminale di SIDA sono depressi, scoraggiati, senza speranza, con comportamenti nevrotici, compulsivi, a volte psicotici.
Ma cio' non toglie che si domandino ancora a che cosa e' servita la loro vita, che cosa lasceranno di se, e perche' sono vissuti.
Se e' uno psicologo a rispondere alle loro domande, ben venga, se e' un infermiere, un assistente sociale o un volontario preparato, il prete o un filosofo, pure.
Io vorrei soltanto che una persona sofferente avesse cio' che cerca, ordine degli psicologi permettendo.
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Sergio
....
Ma cio' non toglie che si domandino ancora a che cosa e' servita la loro vita, che cosa lasceranno di se, e perche' sono vissuti.
Se e' uno psicologo a rispondere alle loro domande, ben venga, se e' un infermiere, un assistente sociale o un volontario preparato, il prete o un filosofo, pure.
Io vorrei soltanto che una persona sofferente avesse cio' che cerca, ordine degli psicologi permettendo.
Se posso, mi inserisco, per una domanda/provocazione. Che è rivolta a tutti, compreso me, compresi noi psicologi.
Chi ha mai detto che debba esistere una risposta, alla domanda di senso?
E, il percorso che si propone in counselling filosofico, è rivolto a scoprire la risposta, a fornire la risposta, oa a chiedersi se esista una risposta?
Inoltre, se una persona sofferente cerca un senso, lo cerca per cercarlo, per trovarlo, per consolarsi...? Ed è giusto che lo cerchi? O che noi la invitiamo a cercarlo?
Buona vita
Guglielmo
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Sergio
A parte l'atteggiamento neanche tanto velatamente minaccioso, credo proprio fuori tema visto che e' una discussione e non una spartizione di clienti, vorrei ribadire quanto scritto precedentemente.
Il termine "cura", da un punto di vista etimologico, rimanda ad un insieme di significati, come "riscaldare il cuore", per esempio, o piu' ordinariamente, come osservare, guardare, conoscere, curiosare, ascoltare. Ma ancora: sollecitudine, diligenza, vigilanza ed assistenza.
In questo senso io l'ho usato e continuero' ad usarlo, distinguendone il significato dalla prescrizione medica di farmaci o dalla somministrazione di non so quali tecniche psicologiche.
Per cio' che riguarda il sapere filosofico: esso e' appannaggio di tutte le discipline scientifiche ed umanistiche, e di conseguenza mediche. Basta avvalersene.
E' proprio il sapere filosofico che distingue il tecnico dal professionista, e non e' una esclusivita' del filosofo laureato, come mi sembra sostenesse anche Luigi.
Poi e' ovvio, mi pare, che l'opinione che si presenta risenta del prorpio iter esperenziale.
Io provengo dal campo sanitario, dove le distinzioni di ruoli e' tanto chiaro quanto lo e' nell'esercito. Per cui so bene dove sta una competenza e dove ne sta un' altra.
Strumenti di indagine psicologica sono appannaggio di molte figure professionali, come ho gia' detto precedentemente. E vengono usate regolarmente ogni giorno in ogni settore sanitario e sociale.
La stessa analisi transazionale, nel mondo anglosassone, viete utilizzata da una gran parte di operatori, e nessuno parla di abusi di professione.
Se poi questi operatori hanno o meno anche un retroterra filosofico, non lo so, e non mi interessa saperlo.
Mi interessa invece vedere i risultati nella pratica giornaliera, misurabili in soddisfazione del paziente, in congruita' degli interventi, in dinamiche relazionali costruttive, in aiuto psicologico e sostegno al paziente di ogni ordine e grado, perche' il canceroso o il malato terminale di SIDA sono depressi, scoraggiati, senza speranza, con comportamenti nevrotici, compulsivi, a volte psicotici.
Ma cio' non toglie che si domandino ancora a che cosa e' servita la loro vita, che cosa lasceranno di se, e perche' sono vissuti.
Se e' uno psicologo a rispondere alle loro domande, ben venga, se e' un infermiere, un assistente sociale o un volontario preparato, il prete o un filosofo, pure.
Io vorrei soltanto che una persona sofferente avesse cio' che cerca, ordine degli psicologi permettendo.
Veramente un bell'intervento...sentito.
Saluti,
Luigi
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
A parte l'atteggiamento neanche tanto velatamente minaccioso, credo proprio fuori tema visto che e' una discussione e non una spartizione di clienti, vorrei ribadire quanto scritto precedentemente.
L'atteggiamento che hai giustamente rilevato quale minaccioso - come ho avuto poi modo di precisare in un successivo post - voleva essere provocatorio, e intendere sottolineare gli aspetti di legittimita di determinati interventi che io reputo clinici in senso stretto.
Del resto, anche volendo, non potrei segnalare il TUO operato, non sapendo nè tu chi sia, nè avendo mai potuto accertarmi di come la tua professionalità si esprima.
Quanto alla "spartizione di clienti" faccio orecchie da mercante.. che è meglio.
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Il termine "cura", da un punto di vista etimologico, rimanda ad un insieme di significati, come "riscaldare il cuore", per esempio, o piu' ordinariamente, come osservare, guardare, conoscere, curiosare, ascoltare. Ma ancora: sollecitudine, diligenza, vigilanza ed assistenza.
In questo senso io l'ho usato e continuero' ad usarlo, distinguendone il significato dalla prescrizione medica di farmaci o dalla somministrazione di non so quali tecniche psicologiche.
A me non è sembrato che intendessi usarlo in questi termini quando scrivevi (SEMPRE PAROLE TUE, COSì NON MI SI PUò TACCIARE DI MANIPOLAZIONE):
Te la senti di escludere che buona parte di esse siano da considerare conseguenze di approcci esistenziali sbagliati o deficitari?
Se cosi fosse il disagio sarebbe CURATO a valle, cioe' nell'integrazione dell'essere nel mondo, facendo leva sulle capacita' dell'Adulto [adulto nel senso analitico-transazionale]di affrontare i problemi con un metodo logico, razionale e retorico.
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Per cio' che riguarda il sapere filosofico: esso e' appannaggio di tutte le discipline scientifiche ed umanistiche, e di conseguenza mediche. Basta avvalersene.
E' proprio il sapere filosofico che distingue il tecnico dal professionista (in che senso??? Stai forse affermando tra le righe che un filosofo è un professionista e uno psicoterapeuta un "tecnico"???), e non e' una esclusivita' del filosofo laureato, come mi sembra sostenesse anche Luigi.
Poi e' ovvio, mi pare, che l'opinione che si presenta risenta del prorpio iter esperenziale.
Io provengo dal campo sanitario, dove le distinzioni di ruoli non e' tanto chiaro (e sei convinto che ciò sia sempre un bene???) quanto lo e' nell'esercito. Per cui so bene dove sta una competenza e dove ne sta un' altra.
Strumenti di indagine psicologica sono appannaggio di molte figure professionali (da quando? devo citarti la legge 56/89 che regolamenta la profeesione di psicologo?), come ho gia' detto precedentemente. E vengono usate regolarmente ogni giorno in ogni settore sanitario e sociale.
La stessa analisi transazionale, nel mondo anglosassone, viete utilizzata da una gran parte di operatori, e nessuno parla di abusi di professione.
Se poi questi operatori hanno o meno anche un retroterra filosofico, non lo so, e non mi interessa saperlo.
Mi interessa invece vedere i risultati nella pratica giornaliera, misurabili in soddisfazione del paziente, in congruita' degli interventi, in dinamiche relazionali costruttive, in aiuto psicologico e sostegno al paziente di ogni ordine e grado, perche' il canceroso o il malato terminale di SIDA sono depressi, scoraggiati, senza speranza, con comportamenti nevrotici, compulsivi, a volte psicotici.
Ma cio' non toglie che si domandino ancora a che cosa e' servita la loro vita, che cosa lasceranno di se, e perche' sono vissuti (prova a rispondere a queste domande - se lo ritieni possibile - ma non ad altre!).
Se e' uno psicologo a rispondere alle loro domande, ben venga, se e' un infermiere, un assistente sociale o un volontario preparato, il prete o un filosofo, pure. (mi dispiace, ma non posso essere per nulla d'accordo!)
Quanto al resto che hai scritto ho inserito i miei commenti alla citazione del tuo intervento..
..comunque sembra assodato che intendiamo la questione in modo differente (anche se non necessariamente diametralmente opposto), e io non posso ripetermi all'infinito, anche per non tediare gli altri partecipanti di questo 3d.
Spero solo vorrai considerare le mie argomentazioni - espresse spesso con precisa volontà di scontro dialettico con te - quali utili spunti di riflessione anche per il tuo "pensiero" in proposito.. io, prometto, farò lo stesso con le tue, e quelle degli altri.
Un saluto,
Sergio
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Se posso, mi inserisco, per una domanda/provocazione. Che è rivolta a tutti, compreso me, compresi noi psicologi.
Chi ha mai detto che debba esistere una risposta, alla domanda di senso?
E, il percorso che si propone in counselling filosofico, è rivolto a scoprire la risposta, a fornire la risposta, oa a chiedersi se esista una risposta?
Inoltre, se una persona sofferente cerca un senso, lo cerca per cercarlo, per trovarlo, per consolarsi...? Ed è giusto che lo cerchi? O che noi la invitiamo a cercarlo?
Buona vita
Guglielmo
Ottime domande.:approved:
E naturalmente - porprio in quanto tali - non ho le risposte.. e MI AUGURO come me neanche gli altri (se non avendone vagliato prima approfonditamente il senso, almeno).
S.
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Se posso, mi inserisco, per una domanda/provocazione. Che è rivolta a tutti, compreso me, compresi noi psicologi.
Chi ha mai detto che debba esistere una risposta, alla domanda di senso?
E, il percorso che si propone in counselling filosofico, è rivolto a scoprire la risposta, a fornire la risposta, oa a chiedersi se esista una risposta?
Inoltre, se una persona sofferente cerca un senso, lo cerca per cercarlo, per trovarlo, per consolarsi...? Ed è giusto che lo cerchi? O che noi la invitiamo a cercarlo?
Buona vita
Guglielmo
Mi scuso in anticipo, ma non ho tempo per riuscire a seguire tutta la discussione. Tuttavia dagli ultimi post deduco la valenza di "ricerca esistenziale" che viene attribuita al counseling filosofico. Trovo molto centrate le domande di willy, che secondo me rimandano alla natura, al senso ed al livello della domanda di aiuto, e personalmente ho delle ipotesi rispetto a queste questioni.
La chiave secondo cui mi pare venga concepito il counseling va molto in direzione di un contributo che non tocca quelle che sono le questioni profonde della sofferenza, o, che le tocca solo in parte. Dico questo perchè la clinica è fatta nella mia ottica dall'incontro intenso e profondo tra due soggetti, dalla "realtà" che si crea tra persone, e non dall'offrire teorie e punti di vista (siano essi basati sull'opinione dell'uomo della strada, della religione o della filosofia) da parte di uno che "sa" ad uno che "non sa". Le teorie sono importanti, ma è anche bene che, una volta illumitato il cammino, lascino il posto a ciò che succede minuto per minuto in una seduta. E questo è il luogo dell'incertezza assoluta, di ciò che non sarà mai coglibile da libri, articoli, teorie...
Ecco perchè credo che in ogni situazione chi vuole cercare un senso debba essere rispettato nel poterlo trovare in autonomia, aiutato in un'ottica specialistica e professionale qualora lo richieda, ad aprirsi una strada verso il proprio senso. Altrimenti va rispettata la scelta di un sostegno non specifico (amici, parenti, prete...) che però, giustamente, non chiede soldi. Insomma: se si interviene lo si fa su richiesta e con strumenti di competenza di figure formate allo scopo (leggi psicoterapeuti), se no penso che non ci sia molto senso alla partecipazione di figure di aiuto pagate.
Saluti
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Se posso, mi inserisco, per una domanda/provocazione. Che è rivolta a tutti, compreso me, compresi noi psicologi.
Chi ha mai detto che debba esistere una risposta, alla domanda di senso?
E, il percorso che si propone in counselling filosofico, è rivolto a scoprire la risposta, a fornire la risposta, oa a chiedersi se esista una risposta?
Inoltre, se una persona sofferente cerca un senso, lo cerca per cercarlo, per trovarlo, per consolarsi...? Ed è giusto che lo cerchi? O che noi la invitiamo a cercarlo?
Buona vita
Guglielmo
Cerco di rispondere con una breve indagine...
Se intendiamo il 'senso' alla stregua di un 'concetto' è inevitabile cadere in una 'circoscrizione' razionale che in un modo o nell'altro definisce dei confini 'manipolabili' si dalla ragione, ma inadeguati ad esprimere questa dimensione tipicamente umana. Se invece cerchiamo di considerare il 'senso' come una 'cifra' vediamo che esso assume una valenza che si situa oltre una dimensione umana 'fattibile' (intendo proprio 'di fatto'):allora siamo di fronte ad un'aporia?Non proprio. Volendo essere brevi: la consapevolezza della morte conduce all'implosione assoluta del senso; da questa implosione ciò che rimane di evanescente eppur 'palpabile' è quella dimensione che noi chiamiamo appunto 'senso' e che la nostra biografia contiene come qualcosa di 'non definito' ma di 'rinviante' o 'orientato verso' (come se la morte fosse l'unica realtà certa eppure la più intensamente contraddittoria). E' l'essenza stessa dell'accadere psichico che è inevitabilmente 'finalistico' giacchè nessuna biografia sarebbe possibile senza questa concatenazione di significati mai 'conclusi'. Del 'senso' propriamente non possiamo dire nulla:citando Jaspers
''Soltanto per l'esistenza, la trascendenza diventa quella realtà che, sfuggente in ogni fenomeno, ma per sè stessa mai sfuggente, è propriamente ciò grazie a cui sono libero''.
Stando a ciò qualsiasi pratica di cura dell'anima è nient'altro che quell'IN-ATTO perpetuamente strutturantesi e strutturante che presuppone,in un modo o nell'altro, un 'contesto di senso'. Non è un ATTO che termini in qualcosa di definito ma un processo, un 'andare per via' tenendo o tenendosi per mano: ecco perchè credo che 'non esista risposta alla domanda di senso' perchè 'ris-posta' significa annullamento della trascendenza,uno 'stare' che è ormai in una dimensione 'ontica' come dice Heidegger e quindi ha caratteri di 'unicità' (una risposta è sempre risposta del singolo e quindi mai riproducibile, mai sostanziale o 'ontologica').D'altro canto se consideriamo la psicoterapia (e la filosofia) come un 'in-atto' in un 'contesto di senso', un interrogare continuo di quella 'strutturazione', tentiamo di evitare quella 'stasi' di cui prima e quindi di rivolgerci a quell'essenza 'comune a tutti gli uomini' che è quella originaria 'possibilità' che ci rende liberi...e quindi anche liberi di essere 'unici'.
Non so se ho reso l'idea.
Saluti,
Luigi
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
luigi '84
Cerco di rispondere con una breve indagine...
Se intendiamo il 'senso' alla stregua di un 'concetto' è inevitabile cadere in una 'circoscrizione' razionale che in un modo o nell'altro definisce dei confini 'manipolabili' si dalla ragione, ma inadeguati ad esprimere questa dimensione tipicamente umana. Se invece cerchiamo di considerare il 'senso' come una 'cifra' vediamo che esso assume una valenza che si situa oltre una dimensione umana 'fattibile' (intendo proprio 'di fatto'):allora siamo di fronte ad un'aporia?Non proprio. Volendo essere brevi: la consapevolezza della morte conduce all'implosione assoluta del senso; da questa implosione ciò che rimane di evanescente eppur 'palpabile' è quella dimensione che noi chiamiamo appunto 'senso' e che la nostra biografia contiene come qualcosa di 'non definito' ma di 'rinviante' o 'orientato verso' (come se la morte fosse l'unica realtà certa eppure la più intensamente contraddittoria). E' l'essenza stessa dell'accadere psichico che è inevitabilmente 'finalistico' giacchè nessuna biografia sarebbe possibile senza questa concatenazione di significati mai 'conclusi'. Del 'senso' propriamente non possiamo dire nulla:citando Jaspers
''Soltanto per l'esistenza, la trascendenza diventa quella realtà che, sfuggente in ogni fenomeno, ma per sè stessa mai sfuggente, è propriamente ciò grazie a cui sono libero''.
Stando a ciò qualsiasi pratica di cura dell'anima è nient'altro che quell'IN-ATTO perpetuamente strutturantesi e strutturante che presuppone,in un modo o nell'altro, un 'contesto di senso'. Non è un ATTO che termini in qualcosa di definito ma un processo, un 'andare per via' tenendo o tenendosi per mano: ecco perchè credo che 'non esista risposta alla domanda di senso' perchè 'ris-posta' significa annullamento della trascendenza,uno 'stare' che è ormai in una dimensione 'ontica' come dice Heidegger e quindi ha caratteri di 'unicità' (una risposta è sempre risposta del singolo e quindi mai riproducibile, mai sostanziale o 'ontologica').D'altro canto se consideriamo la psicoterapia (e la filosofia) come un 'in-atto' in un 'contesto di senso', un interrogare continuo di quella 'strutturazione', tentiamo di evitare quella 'stasi' di cui prima e quindi di rivolgerci a quell'essenza 'comune a tutti gli uomini' che è quella originaria 'possibilità' che ci rende liberi...e quindi anche liberi di essere 'unici'.
Non so se ho reso l'idea.
Saluti,
Luigi
Perdonami se puoi, Luigi, ma l'insieme di scarsa conoscenza del linguaggio filosofico e necessità di stare con mia figlia fa sì che non riesca a comprendere nulla del tuo discorso. Riprovo a leggerlo domani ma, nel frattempo, se tu riuscissi a tradurlo (senza tradirlo) te ne sarei grato.
Buona vita
Guglielmo
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
willy61
Perdonami se puoi, Luigi, ma l'insieme di scarsa conoscenza del linguaggio filosofico e necessità di stare con mia figlia fa sì che non riesca a comprendere nulla del tuo discorso. Riprovo a leggerlo domani ma, nel frattempo, se tu riuscissi a tradurlo (senza tradirlo) te ne sarei grato.
Buona vita
Guglielmo
Spero allora di non averti sottratto tempo con le mie fandonie!:asd:
A parte gli scherzi,penso di non poter migliorare di tanto l'esposizione perchè anche per me è difficoltoso in un certo senso scrivere di questi argomenti che richiedono in ogni caso una certa terminologia (anche se a me piace usare le parole senza essere troppo rigoroso).Mi riesce meglio di farmi capire a voce.
Siccome considero comunque una mia mancanza il fatto di non farmi capire sarei felice e ben lieto di rimediare a questo magari cercando di rispondere a delle domande più precise:così sarebbe più facile anche per me perchè intenderei il motivo e l'andamento del tuo pensiero.
Saluti,
Luigi
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da gieko
Mi scuso in anticipo, ma non ho tempo per riuscire a seguire tutta la discussione. Tuttavia dagli ultimi post deduco la valenza di "ricerca esistenziale" che viene attribuita al counseling filosofico. Trovo molto centrate le domande di willy, che secondo me rimandano alla natura, al senso ed al livello della domanda di aiuto, e personalmente ho delle ipotesi rispetto a queste questioni.
La chiave secondo cui mi pare venga concepito il counseling va molto in direzione di un contributo che non tocca quelle che sono le questioni profonde della sofferenza, o, che le tocca solo in parte. Dico questo perchè la clinica è fatta nella mia ottica dall'incontro intenso e profondo tra due soggetti, dalla "realtà" che si crea tra persone, e non dall'offrire teorie e punti di vista (siano essi basati sull'opinione dell'uomo della strada, della religione o della filosofia) da parte di uno che "sa" ad uno che "non sa". Le teorie sono importanti, ma è anche bene che, una volta illumitato il cammino, lascino il posto a ciò che succede minuto per minuto in una seduta. E questo è il luogo dell'incertezza assoluta, di ciò che non sarà mai coglibile da libri, articoli, teorie...
Ecco perchè credo che in ogni situazione chi vuole cercare un senso debba essere rispettato nel poterlo trovare in autonomia, aiutato in un'ottica specialistica e professionale qualora lo richieda, ad aprirsi una strada verso il proprio senso. Altrimenti va rispettata la scelta di un sostegno non specifico (amici, parenti, prete...) che però, giustamente, non chiede soldi. Insomma: se si interviene lo si fa su richiesta e con strumenti di competenza di figure formate allo scopo (leggi psicoterapeuti), se no penso che non ci sia molto senso alla partecipazione di figure di aiuto pagate.
Gieko non so cosa tu voglia dire quando parli di questioni profonde riguardo alla sofferenza, sicuramente non ti vuoi riferire all'intensità della sofferenza. La sofferenza umana spesso dipende anche da problemi irrisolti, perciò non vedo come possa essere appannaggio soltanto degli psicoterapeuti che si occupano ufficialmente soltanto di una parte molto ristretta e limitata di problemi.
Poi riguardo al pagare o meno una certa prestazione di aiuto dipende dal valore che le si attribuisce e dalle possibilità economiche forse, il tuo discorso non regge, se il sostegno non specifico funziona e risponde a certe esigenze umane, funzionerà anche quello pagato. Poi si paga anche per andare a vedere un film o uno spettacolo teatrale o una partita di calcio.
Insomma il tirare in ballo sempre questioni economiche mi fa venire il sospetto che molti psicoterapeuti abbiano davvero paura che gli venga sottratta una parte della clientela, se lo si fa gratis va bene, altrimenti no.
Se una parte delle persone che oggi si rivolgono agli psicoterapeuti non ha problemi psicopatologici oppure non sente l'esigenza di modificare quel che voi cercate di modificare perché le loro esigenze sono sostanzialmente di tutt'altro tipo, perché volete eliminare una ulteriore possibilità di aiuto là dove probabilmente la psicoterapia non serve?
Un saluto
-
Riferimento: counseling filosofico
Char_lie, che dire, evidentemente non mi sono spiegato bene ed il mio post è stato travisato.
Brevemente: quanto parlo di questioni "profonde" della sofferenza, mi riferisco al livello strutturale. E' a quest'ultimo che rimando se si vuole parlare di come gli eventi impattano nella vita delle persone. Prendiamo ad esempio come viene vissuto diversamente la diagnosi di una grave malattia da diverse persone. Ciò che ne deriva per alcuni è gestibile autonomamente (ovviamente non senza fatica e sofferenza...), per altri invece è causa di preoccupazioni talmente importanti da portare ad un senso di impotenza totale, e quindi alla richiesta di aiuto. Sono cioè presenti strutture con differenti possibilità di risposta all'evento.
Ritengo che chi si trovi nella prima situazione possa senz'altro trarre un giovamento dalla presenza di un sostegno generico proveniente dalla vicinanza dei propri cari e così via. Ma in sostanza ha possibilità strutturali tali da poter affrontare il problema autonomamente, anche se questo può comportare la morte. Viceversa c'è una richiesta di aiuto specialistica che necessita di un intervento altamente professionale, proprio perchè ha a che vedere con elevati gradi di sofferenza.
A questo punto per me è una questione di etica e di professionalità, non di certo economica. Se il ruolo dello psicoterapeuta ha delle specificità sono proprio quelle relative all'intervenire con strumenti teorici e tecnici adeguati sulla sofferenza, se no siamo nell'ambito dell'intervento generico che può fare chiunque sia dotato di umane capacità affettive. Ben venga quest'ultimo, nella consapevolezza che non risponde ad altro se non alle richieste di rassicurazione, che in quanto tale non credo debba essere pagato.
Concludo riprendendo quanto dici sul pagare per vedere un film o uno spettacolo. Posto che questi eventi non hanno nulla a che vedere con la sofferenza e la cura della stessa, chiaramente uno paga per vedere ciò che si aspetta, ad esempio divertimento da una commedia. Se no rimane deluso. Se una persona sofferente si aspetta che qualcuno lo aiuti perchè ha strumenti adeguati magari non rimarrà deluso e anche i soldi e la fatica impiegata saranno stati impiegati bene.
Un saluto
-
Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
sergio.def
A me non è sembrato che intendessi usarlo in questi termini quando scrivevi (SEMPRE PAROLE TUE, COSì NON MI SI PUò TACCIARE DI MANIPOLAZIONE):
Te la senti di escludere che buona parte di esse siano da considerare conseguenze di approcci esistenziali sbagliati o deficitari?
Se cosi fosse il disagio sarebbe CURATO a valle, cioe' nell'integrazione dell'essere nel mondo, facendo leva sulle capacita' dell'Adulto [adulto nel senso analitico-transazionale]di affrontare i problemi con un metodo logico, razionale e retorico.
Confermo quanto scritto.
La cura accennata sta nell'offrire orizzonti di senso piu ampi, cioe' diverse possibilita di interpretazione della realta', per uscire da una gabbia interpretativa che espone al disagio, alla paura, al panico.
Si presentano cioe', in modo razionale e retorico, una serie di altre uscite "di emergenza" [emergere dal vuoto], che non hanno a che fare con un aspetto sanitario, ma esistenziale e percio' complessivo.
Citazione:
(citazione) Io provengo dal campo sanitario, dove le distinzioni di ruoli non e' tanto chiaro (e sei convinto che ciò sia sempre un bene???) quanto lo e' nell'esercito. Per cui so bene dove sta una competenza e dove ne sta un' altra.
veramente io avevo scritto: "dove le distinzioni dei ruoli e' tanto chiaro quanto lo e' nell'esercito"
Citazione:
Spero solo vorrai considerare le mie argomentazioni - espresse spesso con precisa volontà di scontro dialettico con te - quali utili spunti di riflessione anche per il tuo "pensiero" in proposito.. io, prometto, farò lo stesso con le tue, e quelle degli altri.
Un saluto,
Sergio
E' sempre anche il mio proposito.
Il con-fronto prevede anche lo s-contro e a volte il ri-scontro.
Qualche volta anche l'in-contro. Il tutto in una dialettica che ha lo scopo di chiarire, e non di travisare o occultare.
Quindi alla prossimma:approved:
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Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Confermo quanto scritto.
La cura accennata sta nell'offrire orizzonti di senso piu ampi, cioe' diverse possibilita di interpretazione della realta', per uscire da una gabbia interpretativa che espone al disagio, alla paura, al panico.
Ribadisco: per questo scopo c'è già la psicoanalisi, che non interviene sul sintomo ma su quella che potrebbe essere definita "gabbia interpretativa" legata alla ripetitività dell'inconscio.
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Si presentano cioe', in modo razionale e retorico, una serie di altre uscite "di emergenza" [emergere dal vuoto], che non hanno a che fare con un aspetto sanitario, ma esistenziale e percio' complessivo.
Con la differenza però che è noto da tempo che presentare "in modo razionale" uscite di emergenza non serve a nulla, perchè, considerando il soggetto come sistema autopoietico, deve trovare autonomamente le proprie soluzioni, pena l'adattarsi ad una supposizione di sapere altrui. E questo mi sembra eticamente quantomeno discutibile...
Saluti
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Riferimento: counseling filosofico
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willy61
...
Chi ha mai detto che debba esistere una risposta, alla domanda di senso?
E, il percorso che si propone in counselling filosofico, è rivolto a scoprire la risposta, a fornire la risposta, oa a chiedersi se esista una risposta?
Inoltre, se una persona sofferente cerca un senso, lo cerca per cercarlo, per trovarlo, per consolarsi...? Ed è giusto che lo cerchi? O che noi la invitiamo a cercarlo?
Guglielmo
Infatti non esiste risposta alla domanda di senso, in quanto il senso lo da l'individuo, raccogliendolo dalla propria esperienza, piccola o grande che sia.
Il couseling fisosofico, almeno come lo intendo io [mi perdonino Galimberti. Manera, Neri Pollastri e altri] Non fa altro che proporre interpretazioni della realta' piu' articolate, approfondite, convincenti, stimolanti, creative, soddisfacenti, di quelle in possesso del sofferente [in senso esistenziale].
Quindi non fornisce risposte conclusive, ma alternative interpretative, scelte, possibilita', novita'.
Non serve chiedersi se esista una risposta, perche' anche questa e' una scelta personale.
La sospensione del giudizio, l'epoche', l'agnosticismo sono possibilita' in piu', che a volte alcuni non posso considerare, per condizionamento educativo, ma che sono disposti a considerare nei momenti critici.
I motivi per cui la persona cerca un senso sono suoi e solo suoi, e non sta a noi deciderli, ma semplicemente fornire quegli strumenti che possono aiutarlo a rispondere, o non rispondere, a queste o altre domande.
Per cui decade al che la domanda sulla congruita' della ricerca.
Risponde ad un bisogno personale che dovrebbe essere rispettata come tale.
A volte per vivere, per guarire, per trovare la forza di reagire, basta anche una illusione, uno scopo, per quanto effimero, un motivo sufficente, ma necessario, per quanto vago.
Ma le propspettive personali possono essere limitate e non reperibili nel proprio mondo interiore.
Possono pero' venire dall'esterno, cosi', come il nutrimento, come i farmaci, e come l'affetto.
Almeno mi pare...
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gieko
Ribadisco: per questo scopo c'è già la psicoanalisi, che non interviene sul sintomo ma su quella che potrebbe essere definita "gabbia interpretativa" legata alla ripetitività dell'inconscio.
Come dire: -Per uscire dalla gabbia l'unica chiave ce l'ha lo psicoanalista-?
Citazione:
Con la differenza però che è noto da tempo che presentare "in modo razionale" uscite di emergenza non serve a nulla, perchè, considerando il soggetto come sistema autopoietico, deve trovare autonomamente le proprie soluzioni, pena l'adattarsi ad una supposizione di sapere altrui. E questo mi sembra eticamente quantomeno discutibile...
Saluti
E quanto ho spiegato in risposta a Gugliemlmo.
Ma una domanda:- Il tuo sapere, la tua disciplina, le tue capacita' professionali, sono nate dalla tua scienza ho le hai apprese dalla scienza altrui?
Tu non ti sei adattato ad una supposizione di sapere altrui?
Sono solo spunti di discussione...
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Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Ribadisco: per questo scopo c'è già la psicoanalisi, che non interviene sul sintomo ma su quella che potrebbe essere definita "gabbia interpretativa" legata alla ripetitività dell'inconscio.
E, soprattutto, al fatto che l'analista è tale solo dopo un percorso di psicoanalisi personale che, se l'analisi sarà stata effettivamente tale, lo renda meno schiavo del suo fantasma. Cosa che manca al consulente filosofico il quale, dal mio punto di vista, non è affatto immune da questo rischio. Quando Luigi dice che il filosofo, per definizione, "non deve sapere nulla" siamo ancora nei pieni meandri di un fantasma immaginario, esattamente come il candidato analista che dice: "voglio diventare analista". Il problema è che cosa ce ne facciamo di questo fantasma. In psicoanalisi, almeno in una certa psicoanalisi, questo non può essere eluso, perchè costituisce il cuore della formazione personale.
Citazione:
Con la differenza però che è noto da tempo che presentare "in modo razionale" uscite di emergenza non serve a nulla, perchè, considerando il soggetto come sistema autopoietico, deve trovare autonomamente le proprie soluzioni, pena l'adattarsi ad una supposizione di sapere altrui. E questo mi sembra eticamente quantomeno discutibile...
Concordo anche qui. Nondimeno, la supposizione di sapere è ciò che spinge la persona a chiedere un aiuto: indirizzare il proprio disagio a qualcuno (un professionista) supposto sapere. Si tratta, a mio parere, di capire da quale posizione poi l'operatore risponde: dal lato del sapere, qualunque esso sia? Anche qui, mi sembra centrale la questione della formazione personale dell'operatore.
Saluti,
ikaro
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Riferimento: counseling filosofico
[QUOTE=ikaro78;1774617] Cosa che manca al consulente filosofico il quale, dal mio punto di vista, non è affatto immune da questo rischio.
E chi te l'ha detto questo?...il fantasma?:asd:
Scherzi a parte ripeto che molti che 'praticano' la filosofia sono psicoanalisti...con tutte le carte in regola.
Saluti,
Luigi
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Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
E chi te l'ha detto questo?...il fantasma?:asd:
Scherzi a parte ripeto che molti che 'praticano' la filosofia sono psicoanalisti...con tutte le carte in regola.
Infatti, ma quello è un caso particolare. Per il resto, se invece pensi che esista una formazione, al di fuori dell'analisi, che possa -come spesso affermi- "decentrare l'Io" con le sue gabbie immaginarie sono pronto a discuterne molto volentieri...
A presto,
ikaro
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Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
ikaro78
Infatti, ma quello è un caso particolare. Per il resto, se invece pensi che esista una formazione, al di fuori dell'analisi, che possa -come spesso affermi- "decentrare l'Io" con le sue gabbie immaginarie sono pronto a discuterne molto volentieri...
A presto,
ikaro
Bisognerebbe intenderci su ciò che vuol significare 'dis-locare l'io'. L'analisi mi pare il metodo migliore ma...un concetto del genere è esposto ampiamente dalla psicologia junghiana che però ribadisce,data la presenza mai eliminabile dell'identificazione proiettiva,che il processo di dislocamento è infinito e sarà un atteggiamento preciso dell'io a fare di questa dimensione un continuo 'metter tra parentesi',un continuo spostarsi...se per esempio divento analista junghiano mi sono in realtà 'fermato' e accomodato in una identificazione con il 'collettivo' compromettendo l'iter individuativo che porta a 'Sè'...certamente anche a questo punto potrò usare l'analisi come strumento dislocante ma nella consapevolezza,da un lato, del mio essere perennemente 'Persona' (maschera) e identificato quindi in un ruolo,'stemperato' per così dire e dall'altro nella consapevolezza di essere una perenne funzione simbolica di congiunzione degli opposti e che posso trovarmi 'più da una parte' o 'più dall'altra' ma mai realmente nel 'centro':quel centro simbolico racchiude un destino del quale propriamente non si può dire nulla e del quale siamo in balia.Possiamo solo appunto trovare punti di appoggio sempre nuovi,'guadare la palude' ma mai realmente 'bonificare' (come era negli intenti di Freud):a tal proposito,riguardo all'esito del processo di individuazione,Jung ebbe a dire molto oscuramente ''...la capacità di lasciar accadere'' riferendosi all'estinzione di ogni conflitto e all'accadere 'divino', 'supremo' dell'anima...
Questa è una possibile valenza dell'espressione 'dis-locare' l'Io...
Saluti,
Luigi
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Riferimento: counseling filosofico
Citazione:
Originalmente inviato da
oscarmoreno
Come dire: -Per uscire dalla gabbia l'unica chiave ce l'ha lo psicoanalista-?
No, l'unica chiave è in possesso del paziente e si trova al di là di "interpretazioni della realta' piu' articolate, approfondite, convincenti, stimolanti, creative, soddisfacenti, di quelle in possesso del sofferente". Deve essere il soggetto a trovare interpretazioni che per lui sono più articolate, approfondite, convincenti e quant'altro. L'analisi è strumento per "mobilitare" il soggetto, e non per proporgli interpretazioni "razionali e retoriche".
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Originalmente inviato da
oscarmoreno
Ma una domanda:- Il tuo sapere, la tua disciplina, le tue capacita' professionali, sono nate dalla tua scienza ho le hai apprese dalla scienza altrui?
Tu non ti sei adattato ad una supposizione di sapere altrui?
Sono solo spunti di discussione...
Giusti spunti di riflessione che sono presenti nel pensiero psicoanalitico. Ikaro ha espresso anche il mio pensiero, sebbene apparteniamo a orientamenti differenti, credo che sia importante per entrambi che l'analisi non diventi "adattamento a quanto dice l'analista". Le capacità professionali dell'analista infatti non derivano dall'adesione alla teoria, dalla lettura di libri, dall'appartenenza ad una società, ma dalla "propria scienza", ovvero dall'aver trovato una propria strada dopo un complesso processo di cambiamento.
La supposizione di sapere, anche qui concordo con ikaro, è presente, poi bisogna vedere da che vertice essa viene considerata.
Un saluto
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Riferimento: counseling filosofico
Riporto (tratta da un'altra discussione presente nel forum) una breve riflessione di U. Galimberti che mi sembra attinente al tema.
Citazione:
Le carenze oggettive (come quelle di spazi ricreativi per i bambini, di possibilità occupazionali per i carcerati, di un po' di tempo libero per le madri relegate in casa, di nuovi lavori per i cassintegrati e i licenziati) non sono più percepite come problemi cui dare risposta sul piano di realtà, ma, per le conseguenze dolorose che determinano, sono lette come disagi psichici da affidare alle cure degli psicoterapeuti o degli psichiatri.
In questo modo si diffonde un'"etica terapeutica" che promuove non tanto l'autorealizzazione degli individui, quanto la loro autolimitazione, perché, postulando un sé fragile, debole e in ogni suo aspetto vulnerabile, favorisce la gestione delle esistenze e delle singole soggettività. Queste, a poco a poco, si persuadono che i loro problemi non sono reali, e tali da poter trovare una soluzione in una diversa organizzazione della società, ma sono psicologici, e quindi da risolvere nel chiuso della loro soggettività. Il risultato è che i legami sociali, dove queste difficoltà potrebbero trovare soluzione, non vengono neppure presi in considerazione e, con una lettura perversa che induce a considerare le conseguenze dolorose di un disagio reale come problemi psichici dell'individuo, si favorisce la frammentazione sociale dei singoli, sempre più isolati e chiusi nelle loro problematiche, da oggettive a soggettive, attraverso un tortuoso percorso che non porta alla guarigione ma all'alienazione.
Infatti, una volta persuaso di avere un sé fragile e vulnerabile, quindi bisognoso di un supporto, l'individuo finisce con il desiderare l'autorità terapeutica, che agisce in base alla premessa di essere la sola a sapere quali sono i suoi problemi e come si possono risolvere.
Il vissuto di dipendenza che così si diffonde crea una società acquiescente e conformista: quanto di più desiderabile possa attendersi chi esercita il potere. Che sia questo lo scopo finale cui tende questa impropria diffusione dell'etica terapeutica? Io penso di sì. Non basta infatti il "pensiero unico" a creare omologazione e conformismo, occorre anche un "sentire unico". E cosa, meglio dell'intervento psicoterapeutico, è capace di persuadere che, siccome la società non si può cambiare, come recita quel pessimo vangelo che porta il nome di "sano realismo", a cambiare devi essere tu, con il sacrificio delle tue aspirazioni e dei tuoi desideri di autorealizzazione, perché più sei conforme e meno sei individuato, tutto funziona meglio, e non occorre investire per promuovere quelle strutture che favorirebbero la tua autorealizzazione, di cui nessuno ne sente la necessità?
Ma c'è davvero un futuro per società conformi e omologate che si dicono "libere", mentre all'autorealizzazione degli individui preferiscono la loro autolimitazione? Io penso di no!
Ora se la consulenza filosofica è una pratica che cerca di aprire uno spazio diverso tentando di rafforzare gli individui senza cercare di convincerli di avere una struttura di personalità patologica (là dove i problemi e le sofferenze non dipendono certo da questo) che ben venga.
Un saluto a tutti