Può esserci un diplomato dell'albrghiero (ne dubito) che magari può aver sbagliato scuola ma magari legge libri di tipo umanistico da una vita e a cui piacerebbe lavorare nella relazione d'aiuto così come può esserci il diplomato del liceo etc...
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Può esserci un diplomato dell'albrghiero (ne dubito) che magari può aver sbagliato scuola ma magari legge libri di tipo umanistico da una vita e a cui piacerebbe lavorare nella relazione d'aiuto così come può esserci il diplomato del liceo etc...
Ciao rosablu, è una visione un po' ingenua questa... vedrai che quando comincerai a lavorare troverai indispensabili sia il percorso personale che la supervisione.
Avevo già citato a tal proposito Rollo May, che parla molto chiaramente della necessità di un percorso personale volto [...] alla rielaborazione dei propri più o meno rigidi pregiudizi.
Tuttavia, senza scomodare Rollo May, è impensabile di possedere strumenti efficaci di relazione con l'Altro senza prima possedere strumenti di comprensione di se stessi, dei propri limiti, delle proprie dinamiche personali, nonché del rischio di entrare in risonanza con i propri clienti a causa di vissuti non sufficientemente compresi ed elaborati.
Il counselor deve sempre essere un soggetto terzo rispetto al proprio cliente, ma la terzietà non la si apprende né con i libri né con le simulate.
Zuccherina, in realtà è molto semplice, forse sono stato un po' contorto io nella spiegazione... la formazione in counseling - così come è attualmente in Italia, ma non solo - è una formazione così detta professionale e dunque prevede come titolo di accesso il diploma di scuola media superiore.
A tal proposito - se hai voglia - puoi farti un giro tra i profili professionali approvati dalla varie Regioni italiane (così, giusto per farsi un'idea).
Una formazione, cioè, che deve consegnare contestualmente al titolo un "mestiere" subito spendibile sul mercato del lavoro senza bisogno di ulteriori passaggi.
Pensa ai corsi per educatore-animatore di comunità, operatore socio-culturale, operatore delle tossicodipendenze, etc.
Tu dici che alcune professioni non sono counsellor ma hanno abilità di counselling. Vista in questo modo il counselling dovrebbe essere una formazione esclusivamente post-laurea umanistica e non un corso a cui possono accedere tutti. Perchè prima di fare counselling bisognerebbe fare molta pedagogia, sociologia, psicologia etc...etc.
Si dice che vorrebbero fare una laurea in counselling....cosa sapete a riguardo?
Quello di cui parlavo è proprio questo, la realtà è che molti si iscrivono a queste scuole di counseling che non hanno mai studiato materie umanistiche (basta avere qualsiasi diploma di scuola media superiore) e nel percorso non fanno nessuna analisi personale (con tutte le problematiche descritte da quattrostracci). Non penso a me che per ora non sono nemmeno psicologo, ma penso ai molti clienti che verranno danneggiati, a persone che viene tolta la possibilità di ricevere un vero intervento da una persona competente. Provate a chiedere a dieci di questi counselor che differenza c'è tra il counselor e lo psicologo o psicoterapeuta e ditemi cosa vi rispondono. Non vi diranno la differenza di formazione o competenze, ma facilmente sentirete dire che loro lavorano sulla parte sana del cliente aumentandone le potenzialità mentre lo psicologo su quella malata. So che non tutti risponderebbero così, c'è anche gente seria, ma la maggior parte purtroppo lo farebbe. A me va bene che i counselor si occupino delle competenze descritte da quattrostracci ma con la formazione che hanno non è corretto di spacciarsi per quello che non sono. Poi che ci sia qualcuno con delle competenze alle spalle è diverso, io parlo di quello che è richiesto per diventare counselor.
Mi sembra si stia dando x scontato che le persone diplomate godano di una sconfinata ignoranza!!!!
Non è così!!!
Ci sono persone che magari lavorano come insegnanti elementari o magari sono diplomate in un istituto a carattere umanistico (Sociopedagogico ma anche liceo) e che quindi hanno delle conoscenze a questo livello ma soprattutto si da x scontato che chi non le ha non possa più apprendere!!
Avete idea della quantità di libri che si devono studiare in un corso di counselling???
Forse vanno a pri merito con l'università....
Tra l'altro se non studi non sei in grado neanche di fare le esercitazioni e infatti molti si ritirano...
Cmq lo stesso discorso si può fare x l'università.
Non tutti quelli che accedono a facoltà umanistiche hanno una preparazione in questo senso ed è vero anche che chi si laurea non sempre è competente nel suo campo...
Il counseling dovrebbe essere un'abilità in più a disposizione del professionista laureato in materia umanistica. Come dire una specializzazione in più non un titolo ex-novo. Ovviamente stiamo parlando del counselling come relazione di aiuto e non come consulenza ad es. in ambito aziendale che anche un laureato in economia può fare......A volte neanche l'università prepara ad essere counsellor;cioè l'università offre le basi che poi possiamo migliorare attraverso master e corsi tipo quelli di counselling......
Perfetto, quindi puoi riferirTi "solo" a quelli...io, diversamente, conosco sia quelli, che sinceramente ho allontanato (difficoltà di comunicare realmente riguardo la professione), uno l'ho anche segnalato alla Associazione di cui faccio parte. Degli altri: molti di coloro che hanno frequentato i Corsi di Counseling lo hanno fatto più per approfondire le abilità relazionali o (è capitato anche questo) perchè erano già in analisi personale e volevano approfondire le abilità relazionali in un gruppo (perchè, poi, il gruppo didattico di Counseling bisognerà chiederlo a loro o a chi li ha consigliati).
Io realmente quando incontro un professionista "ciarlatano" lo cancello sia dalla mi agenda, se già ne ho il numero e cerco anche di cancellarlo dalla mia mente.
Forse avrai letto il caso dello psicoterapeuta che ho sopra ho riportato...è passato in sordina...anzi chiedo un parere all'autorevole Quattrostracci e anche a Guglielmo, che ringrazio per i complimenti di qualche pagg. fa.
Sai di che cosa è stato protagonista, in un'aula aziendale??
Si trattava di un ipnoterapeuta: ha fatto sedere un partecipante di fronte a se...da grande "ipnotista" ha tentato di far cadere in trance la persona dicendo: "Tra poco Tu seguirai ogni cosa che io farò"...il grande Giucas, invece, ha ottenuto tutt'altro: la paura paralizzante di chi gli stava di fronte...il giorno dopo l'aula era atterrita e mi ha riferito ciò che ho scritto.
Eppure eravamo lì per insegnare "Tecniche di comunicazione" a giovani laureati per aumentare le loro possibilità di inserimento lavorativo!
Dopo questo, certo, rimane il rispetto per la professione...ma (come per tutte le professioni) aspetto di vedere il professionista "alla prova dei fatti", non basta nessuna Laurea o titolo o Codice quando l'interessato non ha capito qual'è l'obiettivo della sua professione e quali sono i suoi obiettivi personali e, soprattutto quelli che ha chi si rivolge a lui/lei.
Per questo se una discussione vuole far riferimento ai diversi aspetti della realtà esterna non servono le generalizzazioni.
Perchè nella realtà i "casi" esistono dall'una e dall'altra parte: possiamo solo evidenziarli, "scambiarceli" e aprire una luce sull'intero panorama che è molto variegato.
Perfettamente d'accordo, infatti l'Associazione di cui faccio parte mi ha "obbligato" a eseguire il cosiddetto "percorso personale"...se qualcun'altro ha trovato uno psicoterapeuta compiacente che con qualche ora gli/le ha firmato una certificazione falsa...sarebbe molto grave.
E, ringraziando Quattrostracci per il riferimento circostanziato al quadro normativo non solo italiano, ma europeo (la Laurea 3+2 all'estero funziona), riporto ancora il caso che ho sottolineato in qualche post sopra: perchè un neo-laureato in Psicologia può affrontare un cliente in un Centro di Ascolto senza nessuna formazione aggiuntiva??
E' etico che l'Altro sia una cavia per il primo?
Può darsi che il cliente presuma che lo psicologo con il suo titolo sia "automaticamente" formato...sarebbe preoccupante se lo presumesse anche il neo-laureato!
Che fine fa l'Ascolto vero, reale con il feedback (che non deve sfuggire al professionista) relativo e il tenere in conto "le risonanze" a cui faceva riferimento Q/stracci??
La realtà è davvero molto variegata...
Credo che siamo tutti d'accordo che sul piano di regolamentazione della professione di counsellor si vada nella giusta direzione considerando alcuni parametri formativi, come quelli descritti da quattrostracci o da IT_Modeler. Come credo che non si possa non essere d'accordo che è la laurea o la specializzazione a garantire tout court la professionalità. Ovvio quindi che, a fianco di psicoterapeuti - magari con tanto di blasone - ci siano onesti e seri counsellor.
Da parte mia però, vorrei riportare il discorso sul famoso livello epistemologico, se vi va, perchè credo che sia molto utile ragionare su alcuni punti. Ho trovato interessante per la discussione quanto ha scritto quattrostracci su eventuali casi da counselling vs. psicoterapia. Secondo il mio parere, però, lì risiede il problema: si può considerare fondata la richiesta reale (delimitata, chiara, inserita in una temporalità) come informazione sufficiente per determinare un tipo di intervento, piuttosto che un altro? A mio parere no. Mi ha colpito molto, infatti, la risposta di rosablu che, alle mie "ipotetiche ipotesi" su un certo tipo di struttura ha risposto dicendo "dipendenza?! ma siamo matti, questi vedono la patologia ovunque!". Oltre a chiedermi perchè la patologia (già solo l'impiego del termine, cui preferisco disagio o sofferenza, rimanda ad una precisa area semantica) abbia una connotazione tanto negativa, mi sono detto: e se così fosse invece? Il signor X non ha una struttura di personalità? Non sarà mica che si è rivolto ad uno specialista perchè questa struttura ha evidenti limiti che lui non riesce a cogliere perchè vi è inserito da sempre? Cosa succederebbe se tutto questo fosse vero ma non venisse trattato perchè si sceglie di osservare solo il piano reale? La questione etica e teorica non è di poco conto...
A mio modesto parere, e di questo mi piacerebbe discutere, il counselling ha delle basi teoriche che sono limitate proprio dal tentativo di scindere sanità e patologia per operare sulle prime dato che delle seconde si occupa la psicoterapia. Ma così facendo si crea una scissione laddove c'è un continuum che va dalle manifestazioni psicotiche alle sottigliezze della nevrosi. Non si tratta quindi di vedere tutto sotto la lente patologizzante, ma di aguzzare l'orecchio di fronte alla richiesta di intervento di un professionista portata dall'utente stesso. Paradossalmente una persona può vivere seranamente la propria struttura narcisistica, o dipendente, o psicotica... Se la "soluzione funziona" non si rivolgerà a qualcuno, in caso contrario è necessario accogliere con attenzione la sua richiesta e la sua domanda (spesso inconsapevole).
Un saluto
Rinnovo i complimenti.Citazione:
Forse avrai letto il caso dello psicoterapeuta che ho sopra ho riportato...è passato in sordina...anzi chiedo un parere all'autorevole Quattrostracci e anche a Guglielmo, che ringrazio per i complimenti di qualche pagg. fa.
Ti dico quel che farei io: una segnalazione all'Ordine di appartenenza per violazione del codice etico.
Come ci sono counsellor idioti, ci sono anche psicoterapeuti idioti. E, francamente, non saprei dire chi fa più male ma, così a naso, dato che a potere equivale responsabiità, direi i secondi.
Buona vita
Guglielmo
Continui sempre sullo stesso punto..
Credo che vada con questo la difficoltà ad accettare che il counsellor non fa psicoterapia e non ha la pretesa di farla.
Bisogna superare il limite secondo cui ritieni che il counsellor è uno psicologo o uno psicoterapeuta mancato.
Stando alla tua visione anche io educatore o pedagogista che faccio counelling non potrei più esercitare...
Il counsellor non ha la pretesa che tutti i clienti davanti a lui non abbiano dei limiti nella struttura di personalità.
Sta a lui riconosceli e poi fare un invio nel caso non siano di sua competenza.
Come ha già sottolineato quattrostracci, l'intervento di counselling ha un'obiettivo preciso ed è limitato temporalmente.
Non puoi andare ad es. oltre le 10 sedute..
Questo è già un tempo sufficiente che ti dice..ok..qui c'è bisogno di un terapeuta....
Certo hai a disposizione altri strumenti d'indagine che ti permettono di coglierlo.
Ti chiedo, può esistere un cliente che non ha limiti nella struttura ma solo una difficoltà a livello funzionale??
Credo sia questo il punto focale.
Se dai per scontato che tutti abbiano difficoltà a livello di struttura è chiaro che non possiamo comprenderci.
Io ammetto l'uno e l'altro!!!
Sono d'accordo, credo che il punto sia proprio questo. Mentre uno psicoterapeuta potrebbe cogliere e soddisfare una richiesta di aiuto ad un livello più superficiale, il counselor potrebbe non cogliere e sicuramente non soddisfare una richiesta di aiuto ad un livello profondo dove ci sono delle implicazione di tipo "psicopatologico".
Portare al professionista un problema contingente per poi trovare una soluzione insieme....richiede da parte del profess. delle competenze elevate...di mediazione, di conoscenza del territorio, di leggi...etc etc. Non è così superficiale come sembra, la profondità di un intervento non si misura nella capacità di incidere sulla struttura di personalità....
Ovviamente ognuno nella propria formazione universitaria ha un orientamento e lo porta avanti...ma bisogna aprire la mente ad altri punti di vista........
Ho capito che tu ammetti che ci siano utenti che hanno solo difficoltà "funzionali". Il problema per me è, e lo ribadisco perchè non ho letto tentativi di risposta: come giustifichi dal punto di vista scientifico questa dicotomia. A questo livello non basta dire "l'ha detto Rogers". Bisogna esaminare la teoria che sta dietro a questa affermazione e vedere se è sostenuta epistemologicamente.
Saluti
Girando su internet ho trovato questo libro che potrebbe dare risposte alle tue domande. IL libro è Storia ed epistemologia del counseling. Dalle teorie alla professione, Cappelletti C., Stranieri S. (a cura di), Il veltro, 2007.
Cara rosablu77,
da quello che tu dici sembra tu non sia d'accordo a dove dovrebbe essere limitato un intervento di counseling; infatti hai scritto la citazione sopra indicata dopo la mia asserzione di trattamento in casi di implicazioni "psicopatologiche".
Beh questo se permetti mi pare un pò troppo...
Io potrei dirti "chi dice il contrario"??
Forse Freud???
Andiamo ad analizzare cosa diceva Freud??
Ti ho già risposto... puoi andare a vederti cosa dice a riguardo la teoria dell'Analisi Transazionale che il mio orientamento prende in grande considerazione.
Credo che ne io ne tu possiamo dire che una teoria riconosciuta a livello mondiale non ha basi epistemologiche....
Io potrei dirti che i miei dubbi sono sostenuti dal punto di vista teorico e potrei spiegarti a quale modello mi riferisco, perchè fa certe affermazioni, su che cosa si appoggiano. E' quello che chiederei a voi di fare, se vi va.
Come ho scritto sopra non basta dire "l'ha detto Rogers" esattamente come non mi accontento di leggere "l'ha detto Freud".
Non ho certo la pretesa di smontare una teoria che suppongo complessa come l'AT, ci mancherebbe. Ma penso che ragionare su alcuni punti delle teorie che si adottano - e ovviamente ciò vale per l'AT come per la psicoanalisi, come per il cognitivismo, o la PNL - può aiutarci e stimolarci a migliorare i modelli che utilizziamo e a valutarne pregi e difetti, anzichè applicarli ciecamente.
Se poi tutto questo ti infastidisce per altri motivi, mi dispiace...
Se parliamo di psicoterapia non parliamo più di prevenzione ma di patologia...
Il counselling lavora invece sulla prevenzione in qualche maniera della patologia e sul livello del bnessere interpersonale dell'individuo e non intrapsichico.
Credo che quattrostracci cmq abbia giàspiegato abbondantemente la funzione del counselling in Italia quindi credo inutile dilungarmi ancora sull'argomento.
Scusate il periodo di... assenza forzata causa lavoro... provo a rimettere insieme i post sperando (nel caso me ne scuso in anticipo) che non mi sia sfuggito qualcosa.
Sarebbe molto bello poter parlare dell'epistemologia del counseling, della teoria della personalità dell'approccio centrato sulla persona di Carl R. Rogers, etc.
Credo che ci vorrebbe molto tempo e che i post diventerebbero lunghissimi (già io sono sufficientemente grafomane, come avrete notato...).
Provo solo a buttare giù un paio di idee:
Questione analisi della domanda
Secondo me è fuorviante chiedersi in partenza se il counseling possa o non possa cogliere una richiesta di aiuto a livello più profondo. Il suo mestiere è un altro. Se una coppia va dall'avvocato per separarsi nessuno pretende che l'avvocato colga una eventuale richiesta di aiuto sottesa a quella esplicitata dalla coppia: ovvero il separarsi. Non comprendo perché dovrebbe farlo il counselor che, di lavoro, fa tuttaltro.
Quello che il counselor può fare (dovrebbe fare) è eventualmente cogliere la presenza di palesi disturbi che potrebbero inficiare il percorso di counseling stesso. Ed è per questo che il counselor studia, tra le altre materie aspecifiche, anche psicopatologia, ad esempio, piuttosto che farmacologia. Non perché debba somministrare psicofarmaci, quanto perché è fondamentale per lui sapere che l'assunzione di certi farmaci, ad esempio, modifica le risposte relazionali e sociali di un individuo verso il mondo esterno.
Inoltre le materie aspecifiche servono soprattutto per adottare un linguaggio comune tra i vari operatori, cosa che peraltro qualunque operatore dovrebbe possedere (assistenti sociali, insegnanti di sostegno, educatori, etc.). Rispondono cioè alle domande: di cosa sto parlando? Cosa significa questo termine?
In sostanza il counseling dà un certo tipo di risposta ad un certo tipo di domanda (risponde ad un bisogno). E risponde a questo bisogno con dei suoi strumenti. Quello che è importante capire è che ad una stessa domanda si può rispondere in più modi. Semplicemente il counseling propone un percorso "diverso" dalla psicoterapia piuttosto che dalla psicoanalisi. La differenza sta nel fatto che invece vi sono alcune domande che ammettono una sola risposta (ad esempio ad una richiesta di cura di attacchi di panico, il counseling non è in grado di rispondere).
Questione epistemologica
Qui non si può che ipersintetizzare. La teoria della personalità di Rogers si fonda su tre punti essenziali: il concetto di organismo, quello di campo fenomenico e quello di sé. Dice Rogers:Rogers sostiene che quando si fa attività di counseling non bisogna occuparsi dei problemi che il cliente riferisce, ma della persona. Aiutare cioè il cliente - per dirla alla Perls - a conoscere la propria gestalt, per innescare così un processo di maturazione. Attraverso questo processo è la persona stessa ad aiutarsi.Citazione:
Questa teoria ha un carattere fondamentalmente fenomenologico, e si basa sul concetto di Sé come centro esplicativo. Secondo la mia teoria, il punto finale dello sviluppo della personalità è la fondamentale congruenza tra il campo fenomenico delle esperienze e la struttura concettuale dl Sé.
In questo modo si oltrepassa il modello medico-paziente (io so e tu non sai niente, apri la bocca e prendi questa medicina che poi starai meglio).
Anche il colloquio è definito da Rogers "non direttivo" (proprio come il suo modello), intendendo in questo modo la relazione come vero e proprio oggetto epistemologico. Sottolineando così più le qualità umane dell'operatore (saper essere) di quelle tecniche (saper fare).
L'approccio di Rogers si basa su una sostanziale fiducia nei confronti della persona. Abbastanza in contrasto - ci dice Rogers - con la fiducia dello psicoanalista nei confronti delle parole del paziente con la sua continua ricerca del loro significato recondito.
Rogers sostiene che le auto-descrizioni sono la fonte di informazioni previlegiate per il counselor. Il concetto di motivazione inconscia non ha quasi alcun ruolo nella teoria rogersiana in quanto la persona è ciò che dice di essere.
Di conseguenza Rogers elabora una impostazione umanistica del rapporto counselor-cliente in cui riconosce al cliente la capacità di essere lo strumento migliore, per se stesso, di crescita cognitiva ed emotiva.
Evolution, certo che anche lo psicoterapeuta può lavorare sulla prevenzione. Così come lo psichiatra, l'assistente sociale, etc.
Il punto è che in Italia, storicamente, la psicoterapia si occupa in maniera marginale di prevenzione. Questo anche per totale carenza di norme ad hoc (penso al The Community Mental Health Act of 1963 - Public Law 88-164 con cui negli Stati Uniti si istituiscono d'ufficio centri di prevenzione).
Inoltre non sottovalutare di quanto la psicoterapia sia percepita come attività di tipo sanitario (e, ahimé, con il passaggio al ministero della salute lo è di fatto...) e dunque non troppo ben vista dai cittadini...
Esatto:approved:ad una domanda di aiuto la psicoterapia non può essere considerata l'unica risposta possibile....ci sono altri modi per intervenire....è qui a mio parere che nasce il contrasto tra i vari professionisti dell'aiuto!
Ciao, sai dirmi se ci sono dei video della Satir e di Rogers tradotti in italiano??
Apprendo che hai fatto molti seminari all'estero e di conseguenza (beato!!) non hai problemi con la lingua.
Dove si sono svolti i seminari che hai frequentato???
Grazie.
Mi pare ci sia molta confusione, proprio perchè la prevenzione sulle patologie lo psicoterapeuta la può fare, mentre il counselor commetterebbe abuso della professione. Infatti la prevenzione patologica è un atto sanitario che possono fare solo i professioinisti sanitari competenti. Vorrei aggiungere che per quanto riguarda quello che non è patologico il counselor non ne ha l'esclusiva, ma può benissimo lavorarci anche lo psicoterapeuta (es. crescita personale) con anche più competenze. Non dimentichiamoci che ad es. Carl Rogers era uno psicologo e molte delle teorie del counseling sono nate in ambito psicoterapeutico. Prendete ad esempio la terapia della gestalt.
Ogni cosa è nata da qualcos'altro per poi essere una professione autonoma......vedi ad es. filosofia e psicologia......
Cmq vorrei dire a tutti che chi lavora nell'ambito delle "scienze meno esatte" non può mai avere la totalità delle competenze poichè se è vero che psiche ed ambiente vanno di pari passo...allora ognuno si deve relazionare con tutti i professionisti coinvolti che hanno pari competenza nell'aiutare la persona.....
Già, la confusione come possiamo vedere regna sovrana e rosablu ne è la dimostrazione evidente. Insisterei su due punti: 1) ammesso che sia possibile introdurre la distinzione tra ciò che è patologia e ciò che non lo è (distinzione peraltro su cui già si dovrebbe discutere, perchè pertinente ad un modello medicalizzato dell'intervento), secondo quel che dice rosablu, il counsellor contattato da una persona per un problema dovrebbe comunque escludere la presenza di patologia. Questo, lo ripeto, è un atto diagnostico. A chi spetta questa manovra preliminare? 2) Mondo interno e mondo esterno sono i due lati della stessa medaglia, non è possibile separarli. Resta, a questo punto, l'esempio di quattrostracci sulla signora alla ricerca del lavoro. Esistono per questo dei servizi di consulenza e orientamento del lavoro, appunto, o di qualsiasi altra cosa: in questo senso ogni professionista (avvocato, medico, psicologo, educatore, ecc...) fa counselling, ma qui non stiamo parlando di questo, stiamo parlando di una figura professionale che farebbe un intervento a metà tra tutti gli altri precedenti, "tuttaltro" appunto! Per restare nel tema dell'analisi della domanda, infine, io credo che non sia affatto casuale l'esplosione di questa "nuova" figura professionale, che risponde precisamente alla "crisi" della domanda tipica della società contemporanea e del soggetto che, a differenza del passato, si trova in forte difficoltà nel conferire senso e significato alle proprie difficoltà. L'effetto di questo è evidente nella clinica contemporanea: le domande di cura, che in passato arrivavano più chiaramente, oggi appaiono molto più confuse e liquide (per dirla alla Bauman), spesso c'è qualcuno che domanda per qualcun altro che invece non domanda affatto (si veda, su tutte, la clinica delle dipendenze). Il counsellor, per come la vedo io, credo che colluda perfettamente con questo scenario, nella misura in cui -rispondendo alle richieste della persona che a lui si rivolge- anzichè mettere in atto una manovra preventiva finisce paradossalmente per chiudere, come può, quel qualcosa che pure si lasciava intravedere con la richiesta di aiuto. E allora la persona, che magari mette un bel tampone alla sua questione, se ne va. Ecco, credo che alla fine sia un incontro mancato. Poi che dire, ognuno faccia come creda, come psicoanalista in formazione non posso non avvertire e denunciare i rischi di tutto questo...Citazione:
Mi pare ci sia molta confusione, proprio perchè la prevenzione sulle patologie lo psicoterapeuta la può fare, mentre il counselor commetterebbe abuso della professione. Infatti la prevenzione patologica è un atto sanitario che possono fare solo i professioinisti sanitari competenti. Vorrei aggiungere che per quanto riguarda quello che non è patologico il counselor non ne ha l'esclusiva, ma può benissimo lavorarci anche lo psicoterapeuta (es. crescita personale) con anche più competenze. Non dimentichiamoci che ad es. Carl Rogers era uno psicologo e molte delle teorie del counseling sono nate in ambito psicoterapeutico. Prendete ad esempio la terapia della gestalt.
Saluti,
ikaro
Io spero tu stia scherzando, vero? La locuzione da te usata "prevenzione patologica" non esiste nella lingua italiana... che vorrebbe dire?
Chiunque può fare prevenzione e la prevenzione non è certo un atto sanitario. Forse ti confondi con profilassi...
Ti immagini se nei consultori ci dovessero essere solo medici... ti immagini se in tutte le strutture pubbliche dovessero esserci solo medici?
E' storicamente provato: si va in psicoterapia per curare un disturbo, non per prevenirlo... io non ho mai avuto UNO, dico UNA persona venuta da me a chiedere prevenzione...
Per la precisione (storica, piucchealtro) Carl Rogers era uno Psicologo e NON poteva fare psicoterapia in quanto la stessa negli Stati Uniti era preclusa ai non Medici (cosa che peraltro è stata così fino agli anni '90). Non solo la psicoterapia, ma anche la psicoanalisi.
E il ragionamento sulla gestalt che significa? Ogni modello di intervento psicoterapeutico mutua le proprie tecniche da un paradigma più ampio, cioè quello psicologico (psicoanalitico, sistemico-relazione, fenomenologico-esistenziale, cognitivo comportamentale, etc.).
Qualunque professione, se vuole, può mutuare le proprie tecniche di intervento da un paradigma... financo l'idraulico. Ricordo all'uopo che le riserve di legge della psicologia in Italia si contano sulle dita di una mano...
Evolution, scusa, ma mi pare tu abbia le idee un po' confuse.
Concordo molto, e personalmente addosso totalmente la colpa di questo alla psicologia professionale, la quale è stata totalmente incapace di dare risposte che potessero minimamente soddisfare l'utente.
A più riprese, da vari post, emerge il tema della "medicalizzazione". Di fatto il tentativo di medicalizzare la professione di psicologo è andato, possiamo dirlo, a buon fine.
Nel corso del tempo sono avvenute un insieme di cose che hanno inesorabilmente portato a questo (in ultimo il passaggio di vigilanza dal ministero di giustizia a quello della salute).
E, piaccia o non piaccia, la società che non si sente (a torto o a ragione) "malata", dallo psicologo non ci va.
Il mondo dello sport va dal coacher, quello dell'azienda dall'esperto di comunicazione, idem quello della televisione e dello spettacolo: ovvero tutti quesi segmenti di società che, per definizione, non ritengono di essere malati.
Da un punto di vista squisitamente di marketing, gli psicologi hanno fatto un buco nell'acqua. Non sono stati capaci di far passare un messaggio importante: "Noi non ci occupiamo solo di matti o di gente che sta male, ma possiamo aiutare anche gente sana a stare meglio".
Ed ecco che chi ha proposto l'empowerment (concetto molto più chiaro, lineare e meno contorto) ha sfondato.
Tanto che, ultimamente, alcune scuole di psicoterapia il percorso personale (la buona vecchia analisi personale...) ora la chiamano "potenziamento"... e questo la dice lunga.
Aria fritta, direte voi? Può darsi, ma intanto qui stiamo tutti i giorni a lamentarci del perché non c'è abbastanza lavoro...
E crediamo di trovare "fette di mercato" denunciando tutti per abuso? Psicologi vs resto del mondo... ma dai! Ne elimini uno, ne spuntano altri 10...
Ma questo è da imputare solo agli psicologi. E a chi, se no?
Ti chiedo di chiarire meglio a quale proposito sarei confusa...
Colgo infatti in questo una generalizzazione e ti chiedo di circoscrivere.
Mi pare di aver letto nelle tue espressioni che tu ti riferisca sempre e cmq all'ambito della patologia o del disturbo conclamato..possiamo chiamarlo come vogliamo!!!
Io come counsellor faccio un'altra cosa e se la persona presenta difficoltà tali da non riuscire a far leva sulle proprie risorse beh allora non è più di mia competenza.
Non mi metto a fare diagnosi... le farà lo pscisoterapeuta...
Rilevo solo che non è di mia competenza!!!!
Lo faccio anche ora lavorando come educatrice e pedagogista.
Sai quanti casi mi capiatano che non sn di mia competenza???
Bene rilevo che non lo sono e informo di questo la persona..
Non mi sembra che questo sia fare una diagnosi oppure tu la rilevi???
Mi pare, ma correggimi se interpreto male, che voglia far passare il msg che i consellor si sostituiscano agli psicoterapeuti e che siano convinti non servano...
Come counsellor ti chiedo "dove hai sentito queste affermazioni"??
Mi pare che lo stimolo parta dal tuo stato dell'Io Genitore (che di norma ha interiorizzato tutte i divieti e le affermazioni che magari ha sentito qui e li facendole proprie senza passarle al vaglio critico dell'Io Adulto e quindi senza confrontarle con la realtà).
Se ho colto pare ci sia anche una difficoltà a fidarsi dell'altro e a stare con quanto ti sta dicendo ossia che il counsellor non vuole fare psicoterapia e non la fa.
Non prendi questa informazione, non la valuti e rimani con la tua in un rapporto dialogico fra te e te.
Ok, se fossimo esattamente in un contesto di counselling cercherei di indagare se questa tua difficoltà investe anche altre aree e se è sempre stato così.
Se così fosse (ovviamente detto in pillole) rileverei che non è più di mia competenza ma magari di uno psicoterapeuta perchè ha a che fare con la struttura.
Per quanto riguarda la prevenzione beh..come dice quattrostracci uno non si sognerebbe di andare da uno psicoterapeuta per fare prevenzione.
Scusa rosablu, ma non mi sembra così sbagliato cogliere la sofferenza ed il disagio in una persona che chiede aiuto per un disagio. La tua critica sarebbe giustificata se la vis terapeutica fosse rivolta a chi non si rivolge ad un professionista, ma chi fa questo passo evidentemente non riesce più ad utilizzare le proprie risorse.
Mi sembra che dai un valore negativo alla parola "patologia", finendo nel paradosso per cui chi chiede aiuto non è nemmeno libero di portare la propria sofferenza al professionista...
Un saluto
E' assolutamente giusto cogliere la domanda di sofferenza e di disagio e accogliere la persona che la porta.
Io la colgo nel mio lavoro e la accolgo.
La accolgo come educatore, pedagogista e come counsellor se riguarda il mio ambito.
Tu la accoglierai come psicoterapeuta.
Ognuno di noi però ha competenze diverse e nessuna esclude l'altra casomai c'è un'integrazione tra tutte le figure che è cosa ben diversa da quella che invece qualcuno sta cercando di far passare qui!
Io non escludo l'ambito della psicoterapia anzi lo tengo in altissima considerazione e sn consapavole dell'aiuto che fornisce.
Non vedo l'accezione "patologia" in senso negativo, ho detto solo che non riguarda l'ambito del counselling e in questo mi pare ci sia un'ammissione nel porre dei confini e quindi nel fare l'invio allo psicoterapeuta.
Mi auguro di essere stata più chiara ora.
Hai perfettamente ragione, ora non ho tempo a disposizione, ma vorri ritornarci su, anche per rispondere a Rosablu.Citazione:
Concordo molto, e personalmente addosso totalmente la colpa di questo alla psicologia professionale, la quale è stata totalmente incapace di dare risposte che potessero minimamente soddisfare l'utente.
A più riprese, da vari post, emerge il tema della "medicalizzazione". Di fatto il tentativo di medicalizzare la professione di psicologo è andato, possiamo dirlo, a buon fine.
Nel corso del tempo sono avvenute un insieme di cose che hanno inesorabilmente portato a questo (in ultimo il passaggio di vigilanza dal ministero di giustizia a quello della salute).
E, piaccia o non piaccia, la società che non si sente (a torto o a ragione) "malata", dallo psicologo non ci va.
Il mondo dello sport va dal coacher, quello dell'azienda dall'esperto di comunicazione, idem quello della televisione e dello spettacolo: ovvero tutti quesi segmenti di società che, per definizione, non ritengono di essere malati.
Da un punto di vista squisitamente di marketing, gli psicologi hanno fatto un buco nell'acqua. Non sono stati capaci di far passare un messaggio importante: "Noi non ci occupiamo solo di matti o di gente che sta male, ma possiamo aiutare anche gente sana a stare meglio".
Ed ecco che chi ha proposto l'empowerment (concetto molto più chiaro, lineare e meno contorto) ha sfondato.
Tanto che, ultimamente, alcune scuole di psicoterapia il percorso personale (la buona vecchia analisi personale...) ora la chiamano "potenziamento"... e questo la dice lunga.
Aria fritta, direte voi? Può darsi, ma intanto qui stiamo tutti i giorni a lamentarci del perché non c'è abbastanza lavoro...
E crediamo di trovare "fette di mercato" denunciando tutti per abuso? Psicologi vs resto del mondo... ma dai! Ne elimini uno, ne spuntano altri 10...
Ma questo è da imputare solo agli psicologi. E a chi, se no?
A presto,
ikaro
Ho letto con calma il tuo intervento e direi che le mie preoccupazioni erano più che fondate... :asd:
Prima dici:
E poi, parti con questo film, che ovviamente è tutta farina del tuo sacco e non ha nulla a che vedere con il sottoscritto:Citazione:
Non mi metto a fare diagnosi... le farà lo pscisoterapeuta...
La conclusione, poi, è la ciliegina sulla torta:Citazione:
Come counsellor ti chiedo "dove hai sentito queste affermazioni"??
Mi pare che lo stimolo parta dal tuo stato dell'Io Genitore (che di norma ha interiorizzato tutte i divieti e le affermazioni che magari ha sentito qui e li facendole proprie senza passarle al vaglio critico dell'Io Adulto e quindi senza confrontarle con la realtà). Se ho colto pare ci sia anche una difficoltà a fidarsi dell'altro e a stare con quanto ti sta dicendo ossia che il counsellor non vuole fare psicoterapia e non la fa. Non prendi questa informazione, non la valuti e rimani con la tua in un rapporto dialogico fra te e te.
Direi che neanche il pezzo prima era di tua competenza, ma che se sei arrivata fino a questo punto in una relazione di counselling hai già abbondantemente oltrepassato il limite e potresti aver già procurato qualche pasticcio. Quello che hai fatto è un atto diagnostico, altro che counselling, sfido chiunque a dimostrare il contrario...Citazione:
Ok, se fossimo esattamente in un contesto di counselling cercherei di indagare se questa tua difficoltà investe anche altre aree e se è sempre stato così. Se così fosse (ovviamente detto in pillole) rileverei che non è più di mia competenza ma magari di uno psicoterapeuta perchè ha a che fare con la struttura.
Saluti,
ikaro
Quattrostracci, ecco perchè ho parlato di prevenzione patologica. Rosablu ha usato il termine "prevenzione della patologia". Ho usato il termine patologica per sottolineare che non era prevenzione di altro tipo ma di tipo psicopatologico.
Non credo che chi vada dallo psicoterapeuta vada per forza per la cura, ma ci può andare anche per una sua crescita o evoluzione.
Volevo essere chiaro che il counselor non può di fatto fare "prevenzione in qualche maniera della patologia" come dice rosablu.
Il discorso sulla Psicologia della Gestalt era per far capire a rosablu che i counselors non hanno l'esclusiva della crescita personale o dello stimolare le risorse, ma già da prima la psicologia se ne occupava. Ad esempio, nell'ambito della psicologia analitica, Garl Jung ha detto:"I regard it as the noblest task of psychotherapy in our times to untiringly serve the personal growth of the individual". Vorrei essere chiaro, detto terra a terra, non è che con il counseling si è inventata l'acqua calda. Credo che discorsi del tipo:"con il counseling trattiamo la parte sana e stimoliamo le risorse dell'individuo stimolando la sua crescita personale MENTRE con la psicoterapia si tratta la parte malata" non si dovrebbero fare, proprio perchè anche con la psicoterapia si può trattare la parte sana stimolando le risorse dell'individuo e la sua crescita personale. Mentre il counselor non può occuparsi di quello che a livello specialistico fa lo psicoterapeuta, questo può occuparsi di quello che fa il counselor, perchè ne ha le competenze. Tra l'altro, lo psicoterapeuta può sempre formarsi con uno studio personale se lo ritiene necessario. Non dimentichiamo che come monte ore di formazione lo psicoterapeuta fa in un anno quello che il counselor fa in 3 anni. Competenze diverse e livello di formazione diverso. Uno laurea + specializzazione riconosciuta MIUR; l'altro corso aperto ai diplomati di scuola media superiore, credo sia giusto fare delle distinzioni, e non pretendere che il counselor abbia delle esclusive.
E tu in questo vedi la diagnosi, quale???
Cos'è che non avrei potuto fare e che ho fatto??
Rilevare lo stimolo a livello sociale???
Immagino ti riferisca a questo.
Forse non ti è ancora chiara la distinzione tra livello funzionale e strutturale.
Io ho usato il primo di questi livelli e a me è chiarissimo; non ho confusione di sorta in questo senso!!!
Non mi va di proseguire la discussione con chi pensa di sapere cosa fa il counsellor e cosa non fa e nel non saperlo non ascolta neanche quello che gli viene detto.
La scuola dove mi sto formando ha degli ottimi docenti e psicoterapeuti riconosciuti a livello internazionale;
è riconosciuta dal M.I.U.R e avrò il master anche certificato dall'Università.
Non credo serva continuare un gioco in cui si deve dimostrare all'altro (Chi poi???)che si fa o non si fa una determinata cosa.
Come diceva qualcun altro in post precedenti, non spetta a me l'onere della prova e non spetta a me dimostrarti che non faccio una determinata cosa.
Se e quando avrai prove certe del fatto qualcuno esercita una professione illegalmente, potrai fare ricorso alle autorità competenti.
Perdonatemi se intervengo, ma si stanno mischiando considerazioni sulla serietà con cui può essere fatto un corso di counselling, fatto che non viene messo in dubbio, con i problemi e dubbi sulle basi epistemiche della modalità di lavoro del counselling.
In particolare la scelta di utilizzare il solo livello "funzionale", in base al presupposto che vi siano risorse personali che in determinati casi consentono il superamento del "momento di crisi" e il ristabilirsi di un equilibrio ottimale, si scontra con alcune evidenze, ad esempio provenienti dalla biologia e dallo studio dei sistemi viventi, che indicano precisamente come gli organismi viventi abbiano qualità di resistenza strutturale che consentono la vita sia dal punto di vista fisico (costanza di strutture molecolari, metaboliche, di apparato...) sia dal punto di vista psicologico (costanza dell'identità, delle dinamiche intersoggettive). Se nella situazione di "normalità" tale organizzazione è flessibile, passibile di adattamento in seguito a reciproca interazione con l'ambiente, nella situazione di "difficoltà", quale è quella dell'utente che ricerca l'aiuto di un professionista di area psicologica, l'organizzazione strutturale mostra i propri limiti e il raggiungimento di una situazione di impasse. In base a ciò è necessario lavorare su tale livello strutturale per consentire la modifica delle basi organizzative della persona e permettere il rinstaurarsi della flessbilità sistemica.
Da questo punto di vista, appoggiarsi sulla "sostanziale fiducia nei confronti della persona" come riferisce quattrostracci parlando di Rogers deve far riflettere sul fatto che più che di fiducia/sfiducia nel genere umano, è utile individuare appoggiandosi anche ad altri vertici di osservazione scientifica, che esistono qualità di resilienza dei sistemi viventi che possono determinare la conservazione di modalità disfunzionali.
Aggiungo solo che i temi di cui parlava Rogers sono stati ammirabili ed innovativi ma anche profondamente legati all'epoca in cui viveva ed al contesto psicoterapico americano degli anni '50 dominato dalla psicologia dell'Io, ovvero da quella deriva psicoanalitica normativa ed autoritaria contro cui si sono scagliati gli psicoanalisti stessi (ad es. Sullivan, Horney, Fromm, Kohut). Consideriamo però che oggigiorno in psicoanalisi si lavora in maniera molto differente.
Saluti