Ho cancellato il post e l'ho messo nell'altra sezione perchè mi sembrava più adatta
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Appunto, non è vero che le scuole di counselling prevedono analisi personale e/o psicoterapia, dai!Citazione:
Mi piacerebbe sapere in che cosa consiste questo "grande lavoro su se stessi", però. Si tratta di percorsi che durano anni? Si tratta di mettere in moto un vero e proprio processo di "catastrofe" delle strutture psichiche patologiche? Perchè se così fosse ritengo difficile che chi svolge un'analisi personale - entrando quindi in contatto con le strutture inconsce e constatando l'importanza della realtà psichica e la complessità del legame con gli altri livelli organizzativi del soggetto - si metta a fare counselling, perchè si entra in una visione decisamente differente di ciò che è la richiesta dell'utenza.
Hai ragione. Su questo non ci piove. Il problema è: chi o cosa vieta legalmente ad uno psicologo del lavoro di fare sedute di sostegno? O clinica? Parimenti: chi vieta ad uno psicologo clinico e di comunità di fare ricerche di mercato o di somministrare batterie per la selezione del personale?
Quest'Ordine e questa Legge di ordinamento sono proprio una vergogna! Questa è l'amara verità.
Quando uno è iscritto all'Ordine è Psicologo punto e basta. Senza alcuna differenziazione, visto che ufficialmente (e legalmente) le uniche differenziazioni sono in ordine alla specializzazione in psicologia clinica o psicoterapia.
Questo non è affatto vero e non risponde alla realtà dei fatti.
Ogni scuola di counseling fa formazione esperenziale in base al proprio modello di riferimento (allo stesso modo di come avviene nelle scuole di psicoterapia).
Ci sono scuole che prevedono l'analisi, altre la terapia idividuale, altre ancora la partecipazione a gruppi gestalt, etc.
Gli obiettivi principali della formazione esperenziale nel counseling sono due:
Se poi questo non ti piace, è un altro discorso. Ma non puoi sostenere che non si fa...
- confrontarsi sul tema dell'etnocentrismo
- confrontarsi con le proprie problematiche che potrebbero sfociare in una risonanza con i futuri clienti
Ma ti dirò di più: paradossalmente, modelli psicoterapeutici che non prevedono la formazione personale (sistemico, comportamentista, etc.), quando si occupano di counseling la prevedono eccome!
Il motivo è semplice: mentre la commissione ministeriale per il riconoscimento delle scuole di psicoterapia non obbliga alla formazione personale, le commissioni di accreditamento delle scuole di counseling obbligano a ciò indipendentemente dal modello di riferimento.
Il vero problema, ribadisco, è l'assenza di regolamentazione. In quanto è vero che puoi trovare scuole che si improvvisano e, parimenti, professionisti che si improvvisano. O, peggio ancora, professionisti che fanno tutt'altro spacciandolo per counseling.
Ma questo, ripeto, non è imputabile a chi lavora con serietà e non consente di fare di tutta l'erba un fascio.
I primi a risentirsi dei cialtroni che ci sono in giro, sono i professionisti seri.
Beh, allora i siti delle Scuole sono incompleti, o forse non ci intendiamo su che cosa sia una analisi e/o una psicoterapia.Citazione:
Questo non è affatto vero e non risponde alla realtà dei fatti.
Infatti ho parlato di formazione personale finalizzata ai due obiettivi di cui al mio precedente post.
Dopodiché ogni scuola persegue questo obiettivo con le modalità che ritiene migliori. Tra le varie scuole c'è chi fa psicoterapia, chi fa analisi, chi fa gruppi, chi fa altro, etc.
Francamente non ho mai fatto una ricerca approfondita sulle scuole, tuttavia non credo ci voglia molto...:
Centro di Ascolto e Orientamento Psicoanalitico
Percorso individuale: 50 ore di psicoterapia
Percorso di gruppo: 40 ore di gruppo analitico
Percorso di gruppo: 48 ore di gruppo di psicodramma analitico
Supervisione: 132 ore di supervisione
Tirocinio pratico: 150 ore
Scuola di Psicoterapia Comparata
Percorso di gruppo: 208 ore di gruppo gestalt
Supervisione: 144 ore di supervisione
Tirocinio pratico: 150 ore
Centro Scuole Counseling e Psicoterapia
Percorso di gruppo: 96 ore di gruppo gestalt
Percorso di gruppo: 24 ore di gruppo analitico
Percorso di gruppo: 24 ore di psicodramma moreniano
Supervisione: 72 ore di supervisione
Tirocinio pratico: 150 ore
Scuola di Counseling Sistemico Pluralista
Percorso di gruppo: 80 ore di gruppo non meglio specificato (è presumibile supporre che l'orientamento sia sistemico)
Supervisione: 80 ore di supervisione
Tirocinio pratico: 150 ore
Poi, anche lì, le sue sono svariate decine, a volerci perder tempo si potrebbe fare una comparazione.
Non riesco bene a seguire il filo del vostro discorso.
Non capisco il senso di cercare di dimostrare che i counselor siano preparati, impreparati,buoni o cattivi.
Forse non state considerando il fatto che nel mondo reale (non in quello delle parole degli ordini o degli articoli di Piccinini) la difesa di una qualifica professionale è soltanto un un'operazione commerciale, non scambiamola con la realtà.
Mi spiego. Io, pur avendo una formazione psicologica, considerato l'esubero di psicologi, lavoro con il titolo di psicomago. Vendo quindi ai miei clienti psicomagia. Ma la mia è soltanto una scelta commerciale. La chiamo psicomagia perchè mi conviene ma potrei decidere di chiamarla psicologia e counselling se mi gira. Non lo faccio soltanto perchè avrei molti meno clienti.
La mia attività e perfettamente legale e nessun tribunale può avere niente da ridire.
Un giorno potrei decidere di registrare il marchio e che fare che soltanto chi ha ricevuto la preparazione che voglio io sia autorizzato a qualificarsi come psicomago.
Farei quello che hanno fatto la psicologia, la psicoterapia, la PNL, il Counlelling, e altre migliaia nel mondo.
Caro curumullo, si sta discutendo tra le righe e non di scelte formative e teorico-metodologiche e delle conseguenze che queste hanno nel lavoro con l'utenza. E' interessante che emerga sempre questa grande attenzione al mercato, sui metodi per rendersi più "appetibili" e sugli effetti di queste scelte, che, come nel caso considerato in questo thread, possono risultare disastrose e dannose per l'utenza.
Noto come invece la formazione personale si riduca spesso a programmi, a ore di terapia, a ore di tirocinio, quando per definizione il lavoro personale è inquantificabile perchè legato irrimediabilmente all'individuo.
Quindi ti chiederei se hai scelto di fare "psicomagia" (?!) solo per questioni commerciali o perchè c'è un preciso modello teorico che segui (con relativa riflessione epistemologica). E' una scelta che ha implicazioni non indifferenti per i tuoi "clienti".
Comunque fa un po' sorridere che si consideri un "grande lavoro personale" fare 50 ore di psicoterapia, quando non è possibile stabilirle a priori e spesso sono necessarie centinaia (se non migliaia) per modificare il proprio assetto interno. Una scelta decisamente contro il mercato (forse, aggiungerei, perchè di analizzandi a 3-4 sedute settimanali ce ne sono...), basata su criteri di cura (e di etica).
Saluti
Questo nella tua visione psicoanaliticocentrica..., ma così facendo non tieni in considerazione le molteplicità dei modelli teorici esistenti.
E neppure consideri la specificità di lavoro del counseling, i cui obiettivi sono ben diversi da quelli di una psicoanalisi. Analogamente anche la formazione - ivi compreso il lavoro su se stessi - sarà diverso.
Qui l'etnocentrismo ritorna a galla... non è che tendi forse troppo ad utilizzare il tuo modello come riferimento per tutti gli altri?
Ecco siamo proprio al punto cruciale.....l'etnocentrismo non porta da nessuna parte e costringe a discutere avendo in testa sempre i modelli "preferiti".. come se stesse in una posizione di difesa e non di apertura verso l'altro!
Ma che difesa, qui si parla di posizioni scientifiche, non di questioni personali. Peraltro è più che scontato che tutti utilizzino i propri modelli di riferimento nel leggere i dati di realtà (inconoscibili). Ne consegue l'importanza che i modelli di riferimento siano ben fondati e che abbiano un'ampia spiegatività, ovvero una buona capacità di lettura dei dati. Dal mio punto di vista la psicoanalisi possiede queste caratteristiche e quindi la adotto consapevolmente come lente di lettura rispetto al campo che le attiene: il disagio psichico. Poi non ho nessun problema a confrontarla e ad aprirla a posizioni che si dimostrano epistemicamente più fondate (ne è un interessante esempio il dialogo con la matematica della complessità e con i concetti di sistema dinamico).
Si parlava di formazione e di "grande lavoro personale", mi pare. Mi pongo il dubbio su come, pur affrontando il disagio dell'utenza, si arrivi a considerazioni così diverse su ciò che è il percorso formativo, e sulle modalità con cui è proposto, oltre che sugli obbiettivi. Forse potrebbe essere utile anche per voi chiedervi il perchè di questa differenza, visto che ci si occupa delle medesime cose.
A proposito di apertura, quindi, mi sembra più produttiva la domanda "perchè gli psicoanalisti adottano questa formazione?", anzichè l'affermazione "la psicoanalisi tratta altre cose".
Saluti
Ho difficoltà a comprendere questo tuo ultimo post. Posto che l'intervento di counseling si pone obiettivi diversi rispetto all'intervento psicoterapico o psicoanalitico, va da sé che anche i parametri formativi sono diversi.
La formazione personale in un percorso di counseling si pone i due obiettivi di cui al mio precedente post (etnocentrismo, risonanza). Le strutture formative hanno reputato idoneo il percorso proposto (peraltro in maniera coerente con strutture internazionali). Differentemente da come funziona per le scuole di psicoterapia, che trovano consono un diverso percorso.
Discuterne nel merito a partire dai pressupposti di un'altra professione (psicoterapeuta, psicologo, etc.) non porterà mai da nessuna parte.
Se non si comprende la specificità dell'intervento di counseling, si rischia sempre di paragonarlo con altri tipi di interventi. Cosa lecita, ma fuorviante per la sua comprensione.
Non tutto è riconducibile al disagio psichico, questa è una visione eccessivamente forzata della realtà. Il fatto che alcune persone possano ad avere difficoltà, in alcuni momenti della loro vita, a comprenderne i passaggi e le ragioni, non fa di loro dei disagiati psichici tout court. Una qualunque relazione d'aiuto non attiene necessariamente alla sfera disagio psichico.
Come tu giustamente hai detto il tuo modello di riferimento ti serve come chiave di lettura. Analogamente il counseling prevede una chiave di lettura diversa a parità di fenomeno. Di fatto la realtà è complessa per definizione e il paradigma teorico è, appunto, un paradigma, cioè un "riduttore di complessità".
Rispetto a questo non è opportuno ragionare in via esclusiva (o - o). La popolazione umana non è formata da "uomini e donne" o "alti e bassi", ma da "uomini e donne" e "alti è bassi". I due insiemi possono convivere tranquillamente. Dipende da quale chiave di lettura intendo adottare.
Nessun modello è quello giusto né in senso assoluto né in relazione ad un particolare fenomeno. Nessun modello è assimilabile ad un "farmaco", non è una medicina che può essere somministrata a prescindere dalla relazione che lega professionista e cliente.
Ogni modello, in quanto modello di relazione, apre e chiude possibilità di comprensione dell'altro e costituisce solo uno - dei tanti possibili - punti di vista.
E ciò che viene osservato (il cliente) non è nella relazione di counseling inerte di fronte all'osservatore (professionista) come nel modello medico, ma un soggetto a sua volta osservante, in grado di produrre a partire da quella relazione una nuova conoscenza di sé e del contesto in cui si trova a muoversi.
Nel counseling è la relazione (e la sua qualità) che produce il cambiamento.
bè, il riferimento era tra il counselor e lo psicoterapeuta.
Per quanto riguarda il confronto psicologo-counselor, bisogna tener presente che:
- Lo psicologo non fa psicoterapia, dunque se arriva un depresso, ha bisogno di una psicoterapia e non di un sostegno psicologico, quindi lo si deve inviare da un terapeuta.
- Se arriva un depresso (parliamo di depressione, ma ovviamente il discorso vale per ogni psicopatologia) lo psicologo può riconoscere che si tratta di qualcosa di più di un disagio che richiede sostegno, perché è in grado di fare (e può fare per legge) diagnosi utilizzando eventualmente anche strumenti psicometrici che danno misure oggettive della psicopatologia (dist. ansia, dist. depressivo, ecc...).
Per quanto riguarda la formazione personale, ammesso che un corso di counseling la preveda, non credo sia così profonda come può essere quella richiesta da una scuola di psicoterapia, che richiede un tot di ore di analisi ogni anno, per 5 anni, a volte anche di più se la scuola è di stampo psicoanalitico.
Mah, si continua a parlare del counselling come di un'altra professione, quando da un lato è quantomeno problematico definirne lo statuto epistemico ed individuarne lo specifico, e dall'altro le evidenze di sovrapposizioni sono molteplici. Ad ogni modo mi pare fuori discussione che il dato di partenza sia il medesimo per counselor, psicologi e psicoterapeuti: soggetti in difficoltà.
Comunque permettimi anche di farti notare che sei tu che hai tirato in ballo l'importanza della formazione personale, collegandola - giustamente - sia al disagio dell'utenza che a quello dell'operatore...
Questo è a mio parere il punto teorico più debole del counselling, perchè semplifica il concetto di difficoltà introducendo una dicotomia artificiosa e scarsamente sostenibile: la separazione tra cause "esterne" e cause "interne". Su questo punto, nei numerosissimi post scritti, nessuno è riuscito a portare degli argomenti convincenti. Mi chiedo quindi chi forzi maggiormente la realtà... E poi cosa significa "disagiato psichico tout court"? Mi sembra che venga attribuito un valore negativo al termine disagio, come se fosse qualcosa di stigmatizzante e da evitare il più possibile, mentre si tratta di ascolto della sofferenza profonda delle persone.
Ovviamente una teoria riduce la complessità, tuttavia non si deve arrendere a questo, cercando di essere massimamente spiegativa rispetto ai fenomeni osservati.
Scusa ma la popolazione umana non è una teoria, l'esempio non è per nulla calzante. Una teoria deve muoversi metodologicamente per aut-aut, non può contemplare spiegazioni contraddittorie per i medesimi fenomeni.
Anche in psicoanalisi, anzi, ancora di più: il paziente costruisce una nuova struttura relazionale-intrapsichica insieme al proprio analista.
Questo è un punto discutibile: la buona qualità relazionale non è fattore di cambiamento (specie di cambiamento strutturale). Ne è la riprova il fatto che la patologia grave è completamente refrattaria al cambiamento in base alla sola relazione. Quest'ultima è pertanto uno dei diversi presupposti al cambiamento.
Saluti
Originaora, io non sono un genio in campo epistemologico....ma questa è esattamente la concezione che sta alla base di tutta la psicoanalisi post-freudiana: dal modello delle Relazioni Oggettuali (Klein), alla teoria del Campo (si leggano i lavori dei Baranger!!), le teorie Intersoggettive, l'Ermeneutica e l'approccio umanistico-esistenziale.Citazione:
lmente inviato da quattrostracci
E ciò che viene osservato (il cliente) non è nella relazione di counseling inerte di fronte all'osservatore (professionista) come nel modello medico, ma un soggetto a sua volta osservante, in grado di produrre a partire da quella relazione una nuova conoscenza di sé e del contesto in cui si trova a muoversi.
Anando oltre la psicologia dinamica, troviamo questo concetto praticamente in ogni approccio di psicoterapia: dalla sistemca-relazionale al cognitivismo puro.
Se si voleva reagire alla passività del paziente così come è concepito nel modello medico (che poi, non è così passivo come sembra) non serviva il counseing...insomma, è la scoperta dell'acqua calda.
anche qui, non sono completamente d'accordo: la qualità della relazione è un fattore aspecifico ed è importante in tutti gli approcci, perché aiuta a stabilire la fiducia e l'alleanza terapeutica. Ma la relazione in sé non è sufficiente a creare cambiamento.Citazione:
Originalmente inviato da quattrostracci
Nel counseling è la relazione (e la sua qualità) che produce il cambiamento.
Se invece si ammette che la relazione da sola favorisce un cambiamento, bisogna specificare che a che livello opera: si tratta di un cambiamento strutturale? (non mi pare, e anche se fosse, si sconfinerebbe perché a questo punto non sarebbe più counseling perché andrebbe troppo in profondità).
Un cambiamento nell'atteggiamento e nel modo di vedere i problemi? A questo punto, mi chiedo: non è già quello che si fa con il sostegno psicologico?
Certo, ma la scoperta, come la chiami tu, è stata fatta quasi 80 anni fa, non l'altro ieri...
Il punto è: non importa se tu non sei daccordo. Questa è la teoria di Rogers che sta alla base del counseling. Tutto qui. Libero di contestarne la validità, ma non la veridicità. E' ciò che lui ha detto, scritto e fatto...
Abbiamo capito che Rogers è il vangelo!!!
LA teoria della relazione che sta alla base del cambiamento è molto utilizzata anche nel servizio sociale, Rogers è anche richiamato in alcuni testi e in alcuni corsi di aggiornamento, è valida certo, ma io non credo (esperienza personale, quindi totalmente confutabile sul piano teorico) che da sola la relazioni basti al cambiamento dell'utente.
E vorrei fare una domanda. Come si pone il counsellig di fronte a un cliente che non vuol cambiare? Che nonostante porti un vissuto di disagio e sofferenza è ancorato ai suoi schemi e fatica a capire che per star meglio deve cambiare il suo modo di agire? Basta in quesrti casi la relazione?
Allora, giusto per rimanere in clima: sia lode a te, o monicadal.
Ci riporti alla concretezza del disagio, parlando di resistenza. Sono curioso anche io come viene concepita nel couselling, visto che, oltre ad essere un concetto psicoanalitico, la resistenza è un fenomeno di comune osservazione. D'altronde gli esseri umani funzionano tutti allo stesso modo, non ce ne sono alcuni privi di inconscio...
Il punto è che ne trovo altrettante che non propongono questo percorso personale! E in ogni caso, quello che viene proposto nelle scuole che citi sembrerebbe una versione semplificata della formazione in psicoterapia, "le stesse cose un po' di meno", e meno male che non c'entravano nulla! Detto questo, trovo anche debole e fuorviante la distinzione tra un "disagio psichico" e una normale "difficoltà" quotidiana, il bello che poi sarebbe l'Ordine a medicalizzare la psicologia schiacciandola sulla psicoterapia, il dato di partenza -come di Gieko- è esattamente lo stesso, una malessere avvertito come tale che spinge il soggetto a chiedere un aiuto.Citazione:
Francamente non ho mai fatto una ricerca approfondita sulle scuole, tuttavia non credo ci voglia molto...:
Il che è ancora più paradossale, a mio parere: che senso ha l'obbligo (!) istituito da una commissione di accreditamento indipendente dal modello di riferimento? Posta così sembrerebbe un obbligo esclusivamente formale, come spiegare altrimenti un numero di ore previste? Insomma, dal ministero alle commissioni non sembra che cambi molto. Il "grande lavoro personale" è decisamente un'altra cosa, sicuramente non è standardizzabile, perchè non sono standardizzabili i soggetti, né è possibile prevederlo a priori.Citazione:
Ma ti dirò di più: paradossalmente, modelli psicoterapeutici che non prevedono la formazione personale (sistemico, comportamentista, etc.), quando si occupano di counseling la prevedono eccome! Il motivo è semplice: mentre la commissione ministeriale per il riconoscimento delle scuole di psicoterapia non obbliga alla formazione personale, le commissioni di accreditamento delle scuole di counseling obbligano a ciò indipendentemente dal modello di riferimento.
Saluti,
ikaro
non ho capito il significato di questa frase :mumble: che significa?
Poi, ti faccio 2 domande (non sono domande provocatorie, sono domande su cui veramente mi chiedo quale sia la risposta): secondo te, che differenza c'è tra un intervento di "sostegno psicologico" e un "counseling"? E poi, se uno psicologo può già, per legge, fare "counseling" perché e per quale motivo anche laureati (e non) in altre discipline possono fare 3 anni di corso per diventare counselor?
Forse, si riferisce ai noti contributi iniziali di Rogers del 1942, quando iniziò a registrare (in tal senso, fu il primo), le sedute e le terapie per renderle "verificabili" e confrontabili con altri , "scoprendo" l'importanza della relazione o rapporto tra terapeuta e paziente, oltre che ad emanare i principi fondamentali di tale tipo di rapporto, che sono 6 - tra cui, ascolto empatico, accettazione incondizionata, congruenza, distanza - vicinanza, "calore affettivo" - e a descrivere le varie tappe della terapia e di evoluzione dell'individuo nel percorso terapeutico (più di sei). In quel periodo fu il primo a non fare riferimento diretto a categorie nosografiche ma fenomenologiche (e qui, ci sarebbe un pò da dire, cmq)e a proporre l'idea che era sempre possibile attivare le risorse del cliente qualunque fosse la sua patologia; questo concetto di attivazione di risorse, é poi stato preso come "fondamento" dei vari tipi di counseling, diventando di uso fin troppo comune, recitato spesso a "mò di versetto", purtroppo. Rispetto all'origine.
In ogni caso, l'importanza della relazione reale, era già stata scoperta in altri ambiti da altri, tra cui , oltre che in quello delle R.O., anche Harry Stack Sullivan, dai contributi del quale, ebbero origine diversi movimenti terapeutici di orientamenti diversi.
mi pare che lo stesso Freud dava una certa importanza all'empatia anche se non era un fattore terapeutico di per sé, ma serviva semplicemente per stabilire un rapporto con il paziente affinché l'analisi potesse andare a buon fine.
Ma io mi chiedo: se l'empatia come fattore importante in una psicoterapia è stata "scoperta" fin dagli albori (già da Ferenczi, come ha detto Gieko, senza contare le correnti che esplicitamente hanno dato molta importanza all'empatia, tipo la psicologia umanistica e fenomenologica)...perché ora coloro che sono a favore del counseling ne parlano come se fosse l'oracolo? Sembra quasi che loro si definiscano i detentori dell'uso dell'empatia, facendone il loro cavallo di battaglia! E' questo che non riesco a capire
E poi, ripeto la domanda che ho fatto qualche post fa: concretamente che differenza c'è tra il sostegno psicologico e il counseling?
Per cortesia, non mi mettete in bocca cose che non ho detto... non sto affatto sostenendo che Rogers sia il vangelo, ma che quella è la sua teoria punto.
La si può mettere in discussione nella sua sostanza, ma non si può mettere in discussione il fatto che lui l'abbia formulata così...
Siccome tu hai tirato in ballo alcuni modelli, ho trovato opportuno sottolineare che Rogers la sua teoria l'ha formulata prima. Tutto qui. E di certo la formulazione di Rogers non è neppure parente alla lontana con alcuni modelli che hai tirato in ballo...
Alla prima domanda non so risponderti in quanto ritengo che giuridicamente la figura dello psicologo e basta sia sostanzialmente inesistente sotto il profilo clinico. Mi spiego: un laureato in psicologia e iscritto all'ordine non ha il minimo strumento per occuparsi di clinica e di sostegno psicologico.
Per quanto riguarda la seconda domanda: ciò che tu dici è vero nella forma, ma non nella sostanza. Attualmente siccome il counseling non è un'attività regolamentata chiunque la può fare, e dunque nell'insieme "chiunque" ci sta dentro anche lo psicologo.
Nella sostanza un laureato in psicologia non ha la minima idea di cosa sia il counseling, con buona pace dell'ordine che vorrebbe che il counseling fosse la traduzione di "consulenza psicologica"...
Se in questo forum ci fosse uno psicoanalista insorgerebbe dopo che hai accostato Freud all'empatia... se poi ci fosse un lacaniano gli verrebbero le bolle...
Tipo la psicologia umanistica e fenomenologica???????????????? E chi credi che sia stato uno dei fondatori del modello umanistico-esistenziale?????????????? Rogers, appunto.[/quote]
Quando ero un giovane laureato in psicologia - prima di specializzarmi in psicoterapia, e poi in counseling etc. - me lo chiedevo anch'io. E non ho mai trovato risposta. Nessuno mi aveva mai fornito strumenti per sostenere psicologicamente un altro individuo. Nessuno mi aveva mai messo di fronte al disagio di un altro essere umano. Nessuno mi aveva mai chiesto di confrontarmi con le emozioni che nascono dentro di te quando ascolti il disagio dell'altro.
E tutt'oggi io sono convinto del fatto che da un laureato in psicologia non ci manderei nemmeno il mio cane...
Scusa quattrostracci mi stai confondendo sempre di più:asd::mumble:
Ma allora questo sostegno psicologico chi è che lo può fare.....non ci sto capendo più nulla:sbonk:
Mi sembra che nessuno abbia mai messo in discussione che Rogers abbia formulato la sua teoria in un certo modo. Però mi colpiscono due cose: 1) chi segue una determinata teoria dovrebbe avere a cuore la critica perchè permette alla stessa di rimanere viva e di non imbalsamarsi; 2) a fronte di determinate questioni si tende a far "riferimento all'autorità", ovvero a chiamare in causa i maestri, senza tentare una risposta personale.
Ma voi counsellor ritenete in tutta coscienza che non ci sia una sbavatura nei costrutti della vostra disciplina? Mi sto facendo l'idea, mi auguro errata, che ci sia una certa refrattarietà nell'affrontare le questioni spinose, cosa sempre difficile ma necessaria.
Saluti
Certamente, ma ci sono molti utenti che hanno una motivazione soggettiva e si rivolgono quindi ad una figura di aiuto. E ciononostante il processo di cambiamento è estremamente difficile. Come viene spiegato questo nel counselling? Come si relaziona al tema delle "risorse"?
Sono assitente sociale, e il mio lavoro consiste proprio nel motivare al cambiamento
persone che non lo sono o lo sono pochissimo. Non ho esperienza clinica ma lo stesso lavoro quotidianamente con la relazione d'aiuto.
Il segreto sta nel saper cogliere il momento e il modo giusto per spingerli a cambiare o a trovare le motivazioni interne che forse ci sono ma sono sopite dientro una esistenza piena di problemi, mancanza di fiducia nel futuro, mancanza di autostima.
Ovvviamente questo che dico potrà far storgere il naso ai " puristi della teoria" ma se io mi trovo davanti due genitori che trascurano il figlio, lo mandano poco a scuola, sporco e malnutrito, io DEVO cercare di motivarli, convincerli, indurli con ogni mezzo a cambiare.
Lo stesso vale per alcolisti, tossicodipendenti, e disagiati di vario genere.
Quando ho lavorato con i senzatetto la motivazione a farli prendere cura di se stessi, lavarsi, curarsi, ( lavoravo in un centro diurno che forniva servizi di vario tipo) magari cercare se era possibile un eventuale impegno per un inserimento lavorativo quasi mai avveniva con una loro iniziale motivazione al cambiamento. Eravamo noi operatori a cercare di fargli vedere il mondo sotto un altra luce o farlgi prendere in considerazione opportunità che non credvano di avere e che spesso all'inizio rifiutavano ( ad esempio proponendo un inserimento lavoratio protetto a uno che da ani è sulla strada la prima cosa che dice è " no, non serve a nulla, non posso, tanto non cambierà nulla" sta a noi fargli capire che non è così.
Scusate quando parlo del mio lavoro sono così entusiasta che perdo il filo... :)
Insomma quello che volevo capire è se il tuo modello di counselling è adatto al mio contesto di lavoro e alla scarsissima motivazione iniziale ( a volte inesistente ) che hanno gli utenti
Mi era parso a me. Se così non è, me ne scuso.
Caro gieko, io ho certamente a cuore la critica. Non ho un modello di riferimento ben preciso. La mia formazione è partita da un'analisi junghiana, è passata attraverso la gestalt per poi approdare all'approccio centrato sulla persona. Ultimamente mi interesso dei recenti sviluppi del modello sistemico.
Te lo dico francamente: mi fa piacere dialogare con persone come te, con le quali confrontarsi. Mi sono semplicemente sentito, forse sbagliando, un po' in dovere di assumere il ruolo di "padre anziano" a difesa dei poveri counselor che mi pare vengano un po' troppo maltrattati su questo forum... (non da te, intendiamoci, ma da qulche studente ignorantello e un po' confuso sì).
E siccome anche qualche counselor è un po' confuso in quello che dice... ho creduto di mettere un po' in ordine alcune idee.
La teoria di Rogers, come tutte le teorie, è certamente soggetta a sbavature. Lo stesso Rogers, nel corso degli anni, come si conviene ai grandi della psicologia, ha riformulato vari punti.
E' proprio da qui che nasce il mio intento di integrazione e comparazione tra i modelli. Ritenendo appunto che un modello sia un punto di vista, e come tale, oltreché soggetto a critiche, anche integrabile con altri punti di vista.
mi risulta che Freud (in una lettera ad un collega) abbia detto di mantenere un atteggiamento caldo e cordiale con i pazienti.
Inoltre mi risulta che lo stesso Freud offrisse da mangiare ad alcuni pazienti (mi sembra "l'uomo dei topi") e una sua paziente si intratteneva con la moglie, prima delle sedute. Non è empatia? Ovvioc7 che non è "formulata nella teoria", ma in pratica talvolta la metteva in atto.
Rogers ha fondato l'approccio centrato sul cliente, in America.Citazione:
Tipo la psicologia umanistica e fenomenologica???????????????? E chi credi che sia stato uno dei fondatori del modello umanistico-esistenziale?????????????? Rogers, appunto.
In Europa, con riferimento alla filosofia di Husserl, abbiamo Jaspers, Binswanger, Minkowski, e in Italia soprattutto Cargnello e Barison che hanno dato il via all'approccio fenomenologico, che è altra cosa rispetto a Rogers. Tutti questi approcci vengono definiti in generale "umanistico-esistenziali", ma non sono tutti assimilabili con la figura di Rogers, pur avendo, certo, qualche punto in comune.
io il mio cane non lo manderei a un coiunselor che ha fatto 3 anni senza una formazione precedente attinente alla psicologia, perché si rischia di incappare in personaggi come quelli chesono stati citati da Monicadal. Sono punti di vistaCitazione:
Quando ero un giovane laureato in psicologia - prima di specializzarmi in psicoterapia, e poi in counseling etc. - me lo chiedevo anch'io. E non ho mai trovato risposta. Nessuno mi aveva mai fornito strumenti per sostenere psicologicamente un altro individuo. Nessuno mi aveva mai messo di fronte al disagio di un altro essere umano. Nessuno mi aveva mai chiesto di confrontarmi con le emozioni che nascono dentro di te quando ascolti il disagio dell'altro.
E tutt'oggi io sono convinto del fatto che da un laureato in psicologia non ci manderei nemmeno il mio cane...
Tra l'altro aggiungo che il modello Rogersiano è citato in molti libri di testo di "Metodi del servizio sociale" e che l'empatia è una delle qualità di base che dovrebbe avere un assitente sociale. Ma io personalmente pur riconoscendomi la qualità di saper entrare in una buona relazione empatica fatico moltissimo a trovare il confine tra l'autodeterminazione dell'utente e il mio lavoro che è comunque quello di milgiorare il benessere di persone che sono convinte di non poter migliorare per niente.