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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
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giulietta.o
Perchè parli di super uomo? Di qualcuno fatto di una pasta diversa - tipo grano duro vs integrale...- ? O di individuo senza desideri? (per quanto, qualcuno ha parlato dell’analista “senza memoria e senza desiderio”...)
Li avrà sì dei desideri poveruomo! O bisogni di gratificazioni! Consci e inconsci! O fantasie in merito! In una professione d’aiuto per giunta, mi immagino che il tema della gratificazione sia anche piuttosto pregnante.
Ma mi figuro però che in primo luogo e quando necessita li analizzi! Così come il più delle volte avviene anche da parte del paziente, del resto.
E non chiede proprio nulla al suo paziente: è il paziente che chiede, casomai (e a se stesso).
Mi (ti) chiedi se i benefici siano così diversi tra quelli ottenuti da un’analisi e quattro chiacchere con un amico-psicologo. Forse, chi ha l’idea di psicologo come superuomo non sono io...
Buona serata anche a te!
G.
Sai, parlo di "super uomo", perchè l'analista e il paziente, come mi sono sembrati dipinti dalle tue parole ma anche da quelle di altre persone, sembrano fuori dalle dialettiche che muovono gli uomini "comuni". Quando hanno dei desideri, pulsioni, consci o inconsci, li analizzano, non si limitano ad agirli.
Hanno una padronanza di sé che sembra radicalmente diversa da quella comune, tanto da arrivare ad agire sull'inconscio, a sembrare di essere padroni di dinamiche che solitamente dominano l'uomo. E mi chiedevo alla fine quanto questo fosse vero, e nel caso, in che modo queste differenze si possono coniugare in una teoria unitaria fra uomo e fisica (magari si capisce anche meglio il mio interesse per il significato di libero arbitrio)
Spero di essermi riuscito a spiegare :)
Per le quattro chiacchiere vs analisi effettivamente mi stavo perdendo in un bicchier d'acqua, esiste anche il counseling, al quale mi riferivo, che penso possa essere tranquillamente fatto ad un amico.
Buona giornata!
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Non mi sembra che analista e paziente siano fuori dalle dialettiche che muovono gli uomini comuni, anzi: ma certo il campo analitico in sé non è comune.
Non è quindi neanche questione di padronanza di sé, e l’obiettivo non è di padroneggiare dinamiche ma, per quanto possibile, di comprenderle. Questo porta appunto ad una forma di conoscenza, ma non di padronanza o di controllo. Una maggiore conoscenza non c’è dubbio che poi però influisca sul modo di vedere le cose, di viverle, o magari chessò, di prendere decisioni. Infine, non credo che sia neanche corretto dire che si agisce sull’inconscio: per quanto mi riguarda, ciò che è profondamente cambiato è stato soprattutto il rapporto tra conscio e inconscio, lo scambio tra i due.
G
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Ma c'è qualcosa di male a vederlo come un superuomo?
Fa di tutto per sembrarlo, il terapeuta.
A partire dal ruolo, che difende a spada tratta.
terapeuta/paziente
Siamo esseri umani e compagnia bella, però il dottore è sempre dottore, vagli un po' a dire il contrario, Giulietta.:asd:
Siamo al di fuori delle comuni dialettiche, sia in seduta che fuori seduta, giù.
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Cara Complicata, proviamo a vederla così:
Può darsi che alcuni miei studenti pensino che io sono una superdonna: balbettano all’esame e qualche volta mi è capitato pure che piangessero. Altri, la maggior parte, si siedono e fanno un colloquio, intendendo con questo un momento di confronto reciproco e costruttivo per entrambi. Sono sempre la stessa dietro a quella cattedra, giuro che non sono così burlona da sostituirmi con una sosia pieno di boria. Ma tant’è.
Ergo che l’analisi non faccia differenza, e che sia una questione di temi personali che ognuno porta nel confronto con l’altro, e con l’autorità nella fattispecie.
Poi, parliamoci chiaro, di pessimi professionisti è pieno il mondo. Ma perchè generalizzare? Io questo, soprattutto, non condivido dei tuoi interventi (ma che spesso mi divertono moltissimo, perchè in quanto a battute tu sei fulminante...).
Dunque non c’è niente di male a vederlo come un superuomoi, ma come dici anche tu casomai “sembra”, non “è”. La consapevolezza di ciò mi sembra la chiave dell’intera questione.
G.
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Vediamola così, non sono il paziente o l'analista persone non comuni, ma come può essere istituita fra due persone comuni, una relazione non comune?
Come può l'essere umano costruire uno strumento tecnico e teorico come "l'analisi" che possa permettergli di vedere ciò che normalmente non vede?
C'è una circolarità fra ciò che si vuole conoscere, se stessi, e lo strumento attraverso il quale lo si vuole conoscere, sempre se stessi.
Un esempio classico, per studiare le leggi che goverano le stelle, si utilizza il telescopio, strumento costruito attraverso lo studio delle leggi che goverano l'ottica. Nell'analisi non c'è questa separazione, per conoscere se stessi si va in analisi, uno strumento costruito attraverso la conoscenza di se stessi. Ma l'uomo, il paziente, come l'analista, sono uomini che per natura darebbero ogni cosa per evitare di conoscere se stessi, proprio e in quanto uomini.
Grazie per la pazienza, volevo aggiungere un altra cosa, io ho parlato di padroneggiare dinamiche e tu hai detto che la finalità dell'analisi non è di padroneggiare nulla, ma di conoscere. Due cose non comprendo, la prima è che il paziente viene in analisi molto spesso proprio perchè non riesce più a padroneggiare il mondo, qualcosa si è perso e chiede a noi la capacità di riprendere il controllo sul mondo e poi su di se, no?
Infine, alla fine forse alla base di ogni desiderio di conoscenza c'è il desiderio di possesso e dominio, lo diceva Freud, ma tralasciando lui, penso anche io così, ha senso il desiderio di conoscenza fine a se stesso? O uno conosce per poter far qualcosa?
buona serata!
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Sì, infatti, la teoria freudiana non è l’unica, e dunque gli obiettivi analitici - se possiamo chiamarli così - possono essere forse intesi in modi differenti.
Ma a parte questo, essendo tu analista saprai meglio di me perchè la gente venga in analisi: a questo proposito porti la tua testimonianza sostenendo che “il paziente viene in analisi molto spesso proprio perchè non riesce più a padroneggiare il mondo, qualcosa si è perso e chiede a noi la capacità di riprendere il controllo sul mondo e poi su di se”.
Mi domando però se questo tipo di richiesta non sia legato anche ad una fase della vita e magari sia invece assai meno presente - o assente del tutto - da altri momenti della nostra esistenza.
Momenti nei quali ci si è già scontrati con molti dei nostri limiti, o nei quali la domanda sembra più essere come smarcarsi definitivamente da quella ricerca di controllo, dominio e possesso che hai esercitato nella prima parte della tua vita e che, da un certo punto in poi, può capitare viceversa di iniziare a vivere come un vuoto girare intorno a se stessi, come un peso soprattutto che hai voglia di scrollarti di dosso, come qualcosa che ti appare abbia anche inibito molte delle tue relazioni con l’Altro. Ma a partire da questa consapevolezza, non riesci a figurati quale possa essere la ricerca successiva, o magari ci riesci ma qualche contenuto personale ti tiene ancorato in una dimensione che, comunque e progressivamente, non senti più appartenerti.
G
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Originalmente inviato da
giulietta.o
Cara Complicata, proviamo a vederla così:
Può darsi che alcuni miei studenti pensino che io sono una superdonna: balbettano all’esame e qualche volta mi è capitato pure che piangessero. Altri, la maggior parte, si siedono e fanno un colloquio, intendendo con questo un momento di confronto reciproco e costruttivo per entrambi. Sono sempre la stessa dietro a quella cattedra, giuro che non sono così burlona da sostituirmi con una sosia pieno di boria. Ma tant’è.
Ergo che l’analisi non faccia differenza, e che sia una questione di temi personali che ognuno porta nel confronto con l’altro, e con l’autorità nella fattispecie.
Poi, parliamoci chiaro, di pessimi professionisti è pieno il mondo. Ma perchè generalizzare? Io questo, soprattutto, non condivido dei tuoi interventi (ma che spesso mi divertono moltissimo, perchè in quanto a battute tu sei fulminante...).
Dunque non c’è niente di male a vederlo come un superuomoi, ma come dici anche tu casomai “sembra”, non “è”. La consapevolezza di ciò mi sembra la chiave dell’intera questione.
G.
Di solito generalizzo di proposito per ovvie ragioni, trasformando l'esperienza in opinioni, operazione alquanto azzardata.
Detto questo, ritengo che il ruolo e la posizione di terapeuta come detentore di "sapere", così come per analogia, la tua quando fai un colloquio d'esame, sia condizione abbastanza necessaria.
Se una persona si rivolge a un qualsivoglia professionista ed usufruisce del suo servizio, è naturale che abbia un gap da colmare.
Al momento in cui , per ipotesi, il professionista che una persona paga, non avesse più niente da dare o da dire all'interlocutore, che quest'ultimo già non sappia, al momento in cui non vi fossero aspettative di novità, di scoperta, la domanda verrebbe meno, spontaneamente.
Lo studente non viene da te se non si aspetta che tu qualcosa gli possa insegnare,non perchè di te ha soggezione, ma perchè semplicemente non vi è ragione.
Andiamo a conversare, allora, non in terapia, andiamo a discutere con un nostro pari per il puro piacere di farlo, ergo gratis, altrimenti non ha senso.
Con ciò non voglio associare la seduta ad un esame per carità, casomai ad una lezione da una sorta di maestro.
Ma se questo maestro è pari a me, lo vedo nelle sue umane debolezze, lo immagino nelle stesse condizioni e con gli stessi strumenti con i quali da paziente io affronto la vita, è terapia?
No, secondo me, è dialogo, è amicizia, è scambio, condivisione, è relazione, come volete voi, ma non ha scopi, non ha mete, non ha frutti...
Non so.
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Originalmente inviato da
complicata
Con ciò non voglio associare la seduta ad un esame per carità, casomai ad una lezione da una sorta di maestro.
Ma se questo maestro è pari a me, lo vedo nelle sue umane debolezze, lo immagino nelle stesse condizioni e con gli stessi strumenti con i quali da paziente io affronto la vita, è terapia?
Trovo che l'associazione tra analista e maestro risponda più ad esigenze inconsce molto comuni dell'analizzando. Un analista, tuttavia, non insegna alcunchè, non è nè un guru nè un maestro di vita, si limita ad esplorare la vita inconscia dell'analizzando e a produrre interpretazioni. Ed uno dei punti di arrivo dell'analisi è senz'altro la possibilità di vedere l'analista per quello che è, con i suoi pregi e difetti, destituirlo dalla posizione di supposto sapere.
Saluti
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Grazie Giulietta per la risposta, che dire...
Mi appare confermata la difficoltà di quello che forse un giorno aspirerò a fare, l'analista, come è facile saturare lo spazio che dovrebbe essere del paziente con le proprie questioni, ad esempio il possesso, che probabilmente un ragazzo che si appresta a farsi uno spazio nel mondo può sentire come principale, ma che con il paziente o un futuro paziente può non avere nessuna rilevanza.
"non insegna alcunchè, non è nè un guru nè un maestro di vita, si limita ad esplorare la vita inconscia dell'analizzando e a produrre interpretazioni."
Secondo me questa percezione che può rappresentare l'avvio verso la fine dell'analisi, può anche rappresentare una buona resistenza al riconoscimento dell'analista operata da una persona particolarmente intelligente. Dico questo perchè conosco una persona che è molto disturbata e certe volte quando torna in sé è capace di mostrarsi consapevole di questo, ma quando gli si propone la possibilità dall'andare in analisi, ripete sempre questa che nella sua bocca sembra una filastrocca “non mi sanno dire nulla che io non sappia di già"
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Amedeo!!??
"non insegna alcunchè, non è nè un guru nè un maestro di vita, si limita ad esplorare la vita inconscia dell'analizzando e a produrre interpretazioni."
Secondo me questa percezione che può rappresentare l'avvio verso la fine dell'analisi, può anche però rappresentare una buona resistenza al riconoscimento dell'analista stesso operana da una persona particolarmente intelligente. Dico questo perchè conosco una persona che è molto disturbata, certe volte quando torna in sé è capace di mostrarsi consapevole di questo, ma alla possibilità dall'andare in analisi, propone sempre questa che nella sua bocca sembra una filastrocca.
Perdonami, a parte gli errori di battitura e le contorsioni sintattiche, non capisco proprio cosa tu voglia dire.
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complicata
Di solito generalizzo di proposito per ovvie ragioni, trasformando l'esperienza in opinioni, operazione alquanto azzardata.
Detto questo, ritengo che il ruolo e la posizione di terapeuta come detentore di "sapere", così come per analogia, la tua quando fai un colloquio d'esame, sia condizione abbastanza necessaria.
Se una persona si rivolge a un qualsivoglia professionista ed usufruisce del suo servizio, è naturale che abbia un gap da colmare.
Al momento in cui , per ipotesi, il professionista che una persona paga, non avesse più niente da dare o da dire all'interlocutore, che quest'ultimo già non sappia, al momento in cui non vi fossero aspettative di novità, di scoperta, la domanda verrebbe meno, spontaneamente.
Lo studente non viene da te se non si aspetta che tu qualcosa gli possa insegnare,non perchè di te ha soggezione, ma perchè semplicemente non vi è ragione.
Andiamo a conversare, allora, non in terapia, andiamo a discutere con un nostro pari per il puro piacere di farlo, ergo gratis, altrimenti non ha senso.
Con ciò non voglio associare la seduta ad un esame per carità, casomai ad una lezione da una sorta di maestro.
Ma se questo maestro è pari a me, lo vedo nelle sue umane debolezze, lo immagino nelle stesse condizioni e con gli stessi strumenti con i quali da paziente io affronto la vita, è terapia?
No, secondo me, è dialogo, è amicizia, è scambio, condivisione, è relazione, come volete voi, ma non ha scopi, non ha mete, non ha frutti...
Non so.
Se una persona si rivolge ad un professionista, pensa di avere un gap da colmare... magari non ne ha,ma lo scoprirà solamente alla fine :)
E, secondo me, il paragone che poni tra studente ed analizzando e quello, implicito, tra analista e maestro, è (a mio modo di sentire) quasi offensivo. Sia per l'analizzando che per l'analista.
Non c'è nulla da "apprendere". Semmai da "comprendere".
La cosa più importante che ho "imparato" dalla mia analista è stata che non era diversa da me. Per certi versi. Per altri sì, certamente. In ogni caso, non era né un'insegnante né un guru. Ma ci ho messo un bel po' di tempo...
Buona vita
Guglielmo
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gieko e willy, con "lezione da maestro" forse complicata non si riferiva tanto ai contenuti che l'analista trasmette all'analizzando, quanto al ruolo che ricopre. Non è un guru, né maestro di vita, d'accordo, ma se si limita a produrre interpretazioni credo che non sia così fuori dal mondo considerare che sappia interpretare, cosa che l'analizzando non si può dire che sappia fare (almeno non fino alla fine dell'analisi), senza scomodare tante esigenze inconsce. Se io vado in Francia ed ho bisogno dell'interprete e quest'ultimo mi mostra un gatto chiamandolo chien, io il gatto lo vedo, esprimo il mio desiderio di potermi esprimere indicandolo per quello che è, ma per me sarà sempre chien fino a quando saprò che invece è chat. Non posso mettere in dubbio il ruolo dell'interprete, altrimenti mi compro una grammatica francese e me lo studio da sola.
Quanto poi a vedere il terapeuta per quello che è con pregi e difetti mi piacerebbe sapere com'è possibile fare ciò, dal momento che la relazione è asimmetrica e l'analista tende a disvelarsi il meno possibile. Credo che una persona si conosca davvero quando si concede,si fa conoscere e c'è uno scambio attivo, altrimenti si passa da un'idea di grandiosità, di superuomo, di maestro di vita ad un'altra di persona con pregi e difetti, ma sempre idea è.
Come hai fatto, willy, a capire che la tua analista non è diversa da te per certi versi?
Saluti
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Cara Benedetta (bentornata!), perchè dire che l’analista non si concede? A mio modo di vedere si concede moltissimo. Forse, dipende da cosa intendiamo con “concedersi”. E ancora, ma come si può definire l’analisi uno scambio “non attivo”? Più attivo di così si muore! Addirittura se ne esce trasformati! Analista e analizzato!
Insomma, i casi sono due: o io sono in analisi con un ciarlatano, o qualcosa qui non mi torna.
(messaggio personalissimo per Gieko: e tu, non ridere sotto i baffi mentre la leggi, questa...)
Per quanto riguarda Complicata, ribadisco da parte mia che non c’è niente di sbagliato a vedere il suo analista come un guru o un maestro, cercavo solo di invitarla a riflettere circa il bisogno di generalizzare: più che azzardato mi appare difensivo, nella misura in cui non si riesce a riconoscerlo come un nodo personale.
E poi, visto che ho tirato in ballo il paragone con il professore, forse è bene chiarire una cosa a questo proposito: chi insegna si pone l’obiettivo di fornire degli strumenti utili ad esercitare ed esprimersi secondo le proprie e personali modalità, compresa quella magari (si spera!) di mettere in discussione un giorno gli stessi strumenti che ti sono stati forniti. Punto.
Ho molti studenti che, una volta completato il loro corso di studi, entrano in un dedalo di specializzazioni senza fine, dottorati e masters che non hanno solo la funzione di approfondire o specializzarsi, ma in qualche caso rappresentano un vero e proprio modo di procrastinare all’infinito la propria messa in gioco nella professione, cioè entrandovi davvero, e facendo così dell’esperienza lavorativa diretta un modo ulteriore di crescita (anche teorica, volendo). E’ ovvio invece che così ragionando - chi cioè procrastina - troverai che ogni “maestro” ad un certo punto avrà esaurito le sue perle da dispensarti.
A mio modo di vedere, la disillusione che ciò provoca non è legata all’inesauribilità della sapienza del “maestro” (normale essere umano, come dice Willy, con pregi e difetti e quant’altro), piuttosto alla frustrazione provocata dal non riuscire ad essere altro che scolari a vita. O figli. O quel che volete voi.
Giulietta
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Diciamo che il "maestro" che intendo io non è uno che sa tutto, conoscerà una strada, o il modo di fartela trovare, almeno.
Almeno ti dirà che ci sono tante strade.:asd:
Sennò agli analisti converrebbe mettere uno studio vuoto, metterci la foto di un maestro della psicoanalisi, e lasciare il paziente a parlare da solo.:D
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Ciao giulietta (bentrovata carissima!),
io mi riferivo al fatto di poter vedere l'analista com'è con i suoi pregi ed i suoi difetti. Certo che si concede nell'aiutarti a comprenderti in uno scambio attivo, ma ho i miei dubbi che si conceda nel mostrarsi e farsi conoscere per quello che è, perché altrimenti spiegatemi in cosa consiste l'asimmetria.
Si potrebbe dire che si possono notare i suoi pregi e difetti nell'ambito della relazione terapeutica e della sua preparazione in qualità di analista, per quel che si può notare, ma vederlo per quello che realmente è penso che sia impossibile, dal momento che in analisi c'è il paziente, mica il terapeuta, anche se nello stesso tale relazione avrà un'influenza.
E' un'illusione pensare di vederlo per quello che realmente è senza una frequentazione in una relazione simmetrica.
Secondo me.
Saluti
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Ma infatti tutt'al più te ne fai un'idea tua, a seconda del momento, anche dell'umore.
Non sarai mai obiettivo, farai un'immagine che non sarà mai esatta, perchè non hai gli strumenti, non entri obiettivamente nella vita di una persona.
Quando si fa un lavoro, si recita una parte anche involontariamente.
Non sei un medico, FAI il medico, hai un approccio professionale, rientri in uno schema, io ti osservo, ma sono vincolata al tuo schema, a quello che mi fai vedere.
Stiamo parlando di cose che hanno una visione, parti da un principio comune e poi lo fai soggettivo.
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Ed una volta che si venisse a sapere che al proprio analista piacciono i cannoli siciliani o le aringhe affumicate, cosa cambierebbe? Significa che saranno più buone anche per l'analizzando?
Ad ogni modo l'assimmetria ha una funzione logica, non morale.
Saluti
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No no, attenzione però. Messa così sembra che l’analista reciti una parte, poi un giorno si toglie una maschera e oplà, lo vedi in tutta la sua normalità (o diversità).
Ma la parte gliela fai recitare tu, quella cioè utile alla terapia (ma che non è poi mica diversa da quella che tra l’altro fai recitare anche fuori a chi è utile farla recitare) o alle tue dinamiche, o eccetra eccetra (rimando a tutte le questioni sollevate dal thread).
Mica nasconde niente, non facciamoci fregare dalla faccenda della relazione asimmetrica, che poi sono mica pochi gli orientamenti che questa cosa l’han messa in soffitta da un pezzo, tra l’altro.
Avrei anche da discutere sul riuscire a vedere in generale una persona per quella che è realmente, e ciò ha ben poco a che fare con il fatto di conoscere quale piatto gli piace, o l’ultimo libro che ha letto o cos’ha visto al cinema nel weekend.
Sul concedersi, intendo il mettersi in gioco ogni volta davanti ad un nuovo paziente, mettere in gioco i propri contenuti di nuovo, già analizzati e non, e camminare sull’orlo del burrone un’altra volta insieme a qualcuno (quello del paziente, ma anche il suo, di burrone). Altro che piatto preferito...
Della sua preparazione in qualità di analista un paziente cosa può saperne, come può valutare, e come potrebbe essere dunque un parametro, questo?
Le risposte lei hai soprattutto dalla relazione umana, che non si misura in una conoscenza diretta della sua vita. Ci sono persone delle quali sappiamo moltissime cose, eppure non abbiamo mai “visto”.
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Originalmente inviato da
gieko
Ed una volta che si venisse a sapere che al proprio analista piacciono i cannoli siciliani o le aringhe affumicate, cosa cambierebbe? Significa che saranno più buone anche per l'analizzando?
Ad ogni modo l'assimmetria ha una funzione logica, non morale.
Saluti
Chi l'ha detto?
Da un punto di vista di funzione logica, di un analista non importa davvero sapere i suoi gusti personali, però se il paziente non lo considera come una persona che sa interpretare, cosa che lui non sa fare, mi dici come fa a potersi comprendere?
Moralmente parlando, non so davvero cosa cambi pensare di riuscire a vedere l'analista con i suoi pregi e difetti invece di pensare che sia un maestro di vita, o - come credo sia più corretto - come una persona che sa interpretare e che può aiutare chi vuole comprendersi.
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Giulietta cara,
devo scappare mannaggia la miseria, ma ci ritorno, perché sono d'accordo con te su molte cose anche se vorrei approfondirle.
Una su tutte è questa relazione asimmetrica che è stata messa in soffitta...quindi rispolveriamo Rogers, ad esempio?
Un saluto e a dopo.
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Ma se l'analista è lì per mettersi in gioco, è lì per imparare.
Uno non si mette mai in gioco, e se lo fa, il suo paziente non lo deve sapere!:zott:
Proprio con me si va a mettere in gioco?:asd:
" LEI é IL MIO PRIMO PAZIENTE, CONTENTO?":zott:
Un conto è essere disponibili, aperti e quant'altro, e un conto è mettersi in gioco.
Purtroppo nella maggior parte dei casi, se giudichiamo una persona, usiamo i nostri parametri e, sempre nella maggior parte dei casi, cosa ne vien fuori?
Qualcosa di simile a noi.
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A parte il fatto che nel negare a prescindere che l'analista reciti una parte, secondo me è già idealizzare, perché quali elementi si hanno per valutare che non sia così? Solo perché é analista? Mah, io direi che non si sa, può darsi che ci sia qualcuno che reciti e qualcuno invece no. Dunque non si può escludere la possibilità.
Quanto alle maschere, per me le portiamo quando ci identifichiamo nei ruoli invece di distinguere ciò che siamo da ciò che facciamo, quindi è diverso dire "io sono Tizio l'analista" dal dire "sono Tizio che fa l'analista", per cui conoscere Tizio che fa l'analista non significa conoscerlo nei suoi pregi e nei suoi difetti, senza presupporre che si nasconda o che reciti parti. Al massimo si potrà riuscire a vedere come si rapporta con la propria professione e con le persone che incontra per lavoro.
Sono d'accordo con te quando dici che bisognerebbe discutere sul fatto che si possa vedere qualcuno veramente per quel che è ed il "concedersi" che avevo usato era posto in relazione a questo. Inutile poi precisare, in un ambiente in cui si parla di inconscio con una certa dimestichezza, che conoscenza di una persona non equivale a saperne i gusti culinari o letterari.
D'accordo anche sul fatto che le risposte si ottengono soprattutto nella relazione umana e forse il fine più importante dell'analisi non consiste tanto nella destituzione del soggetto supposto sapere quanto nel riuscire a sperimentare nelle relazioni umane la possibilità di entrare in contatto con l'altro, comprendersi ancora di più e crescere, sganciandosi dalla stanza d'analisi e dalla figura dell'analista, indipendentemente da come lo si vede.
In ultimo, perché é offensivo vedere l'analista come un maestro che insegna a conoscerci?
Perché il maestro deve essere per forza associato ad una figura che impone dei contenuti invece di una che emancipa un soggetto nella propria individualità in una dialettica costruttiva?
Saluti
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Originalmente inviato da gieko
Trovo che l'associazione tra analista e maestro risponda più ad esigenze inconsce molto comuni dell'analizzando. Un analista, tuttavia, non insegna alcunchè, non è nè un guru nè un maestro di vita, si limita ad esplorare la vita inconscia dell'analizzando e a produrre interpretazioni. Ed uno dei punti di arrivo dell'analisi è senz'altro la possibilità di vedere l'analista per quello che è, con i suoi pregi e difetti, destituirlo dalla posizione di supposto sapere.
Tanto vale destituirlo subito da questa posizione l'analista se alla fine tutto il gioco è basato sul fatto di rendersi conto che l'analista comunque non può aiutarti perché non possiede né più potere, né più conoscenza di te per poter ottenere quel che in fin dei conti vorresti ottenere, così in questo punto d’arrivo ci si trova già alla partenza :asd:.
Saluti
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Originalmente inviato da
benedetta14
In ultimo, perché é offensivo vedere l'analista come un maestro che insegna a conoscerci?
Perché il maestro deve essere per forza associato ad una figura che impone dei contenuti invece di una che emancipa un soggetto nella propria individualità in una dialettica costruttiva?
Non credo che sia offensivo, quanto incorretto nell'accezione che viene qui proposta: è l'analizzando che si emancipa, l'analista non fa altro che creare le condizioni perchè ciò sia possibile. Non penso che possa nè debba fare altro perchè non può conoscere ciò che è per natura è fa parte dei processi interni ed inaccessibili dell'analizzando.
Saluti
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Originalmente inviato da
Char_Lie
Tanto vale destituirlo subito da questa posizione l'analista se alla fine tutto il gioco è basato sul fatto di rendersi conto che l'analista comunque non può aiutarti perché non possiede né più potere, né più conoscenza di te per poter ottenere quel che in fin dei conti vorresti ottenere, così in questo punto d’arrivo ci si trova già alla partenza :asd:.
Saluti
Ah, sì, a parole è facile, peccato che non sia questione di rendersi conto, nè che questo sia tutto il gioco. Pensa a quanto bisogno abbiamo di credere che ci sia qualcuno che sa di noi più di noi stessi... Quindi può essere un gioco che vale la pena di giocare, perchè l'unico modo per risolverlo è viverlo.
Saluti
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Giusto! Crea le condizioni per fare in modo che l'analizzando si emancipi. Perché non si può considerare un maestro chi fa questo?
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Originalmente inviato da gieko
Ah, sì, a parole è facile, peccato che non sia questione di rendersi conto, nè che questo sia tutto il gioco. Pensa a quanto bisogno abbiamo di credere che ci sia qualcuno che sa di noi più di noi stessi... Quindi può essere un gioco che vale la pena di giocare, perchè l'unico modo per risolverlo è viverlo.
Questo bisogno c'è e ci sarà sempre e poi secondo me ci sono comunque persone che sanno qualcosa in più rispetto a me in svariati campi, il punto però è che non è detto che si debba credere che una persona del genere sia nello specifico un analista. Un analista da un lato induce a credere che lui è il salvatore e questa mossa comunicativa la continui a mettere in atto anche tu stesso.
Questa tua ultima risposta mostra chiaramente che non appena si tenta di mettere in dubbio questo assunto dell'analisi come un qualcosa di utile che possa aiutare, anche tu reagisci per tentare di ristabilire quell'asimmetria di cui si è parlato: io so quel che ti serve, perciò vale la pena giocare questo gioco, so quale sia il modo per mettere a posto le cose di cui ti lamenti, l'unico modo per mettere a posto le cose è vivere certe esperienze che sappiamo come generare solo noi e così via. In questa posizione di "salvatori" vi ponete voi stessi, ad esempio non sono io che sto affermando tutto questo, sei tu che stai cercando di porti in una certa posizione nei miei confronti e proprio nella posizione di colui che sa; non sono io che ti ho piazzato passivamente in questa posizione. Vedi gieko se fossimo in analisi e ti dessi ragione ora, vorrebbe dire che credo che tu comunque sai qualcosa in più rispetto a me, poi però se questo lo faccio ti armo del solito argomento secondo il quale ho proiettato un bisogno inconscio sulla tua persona e così tu potrai sostenere in seguito che grazie al tuo intervento riesci a mostrarmi tutta questa dinamica, ma quel che mi mostri in buona parte hai cercato di generarlo tu stesso: tu cerchi di indurmi ad essere dipendente da te tramite tutti questi tuoi discorsi riguardo al vivere certe esperienze per poi mostrarmi questa dipendenza? E' come cercare di mostrare a qualcuno che esiste un corvo bianco catturando un qualsiasi corvo e versandogli addosso un secchio di vernice bianca. In una certa maniera ha ragione complicata che probabilmente intuisce tutte queste manovre circolari. Si induce a credere una persona che l'analista la può aiutare per poi emanciparla da questa credenza? Ma tutto questo a cosa serve? :mumble:
Anche se capisci che una singola persona (l'analista, il mago, il guru o altro) che speravi potesse aiutarti non può aiutarti a far qualcosa (guarire da una malattia ad esempio o altro), non è detto che ti sei emancipato e che sei arrivato a comprendere tu stesso come riuscirci a fare quel che desideravi fare, sono due piani questi che vanno distinti, mentre col tuo discorso continui a sovrapporli.
Saluti
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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
Ci risiamo! Questo punto, evidentemente, è indigesto.
L'analista è una persona/funzione che sa come l'inconscio si esprime, come parla. Sa che ci sono degli "scarti", quali i lapsus e gli atti mancati, ad esempio, che sono quel qualcosa in più che il "soggetto" vorrebbe dire/fare/baciare/lettera/testamento (per inciso, qui si capisce quanto il "soggetto", al singolare, sia più un costrutto che non un dato, perché di soggetti ce ne sono almeno due). Questo lo sa per la sua formazione teorico/pratica, in cui è inclusa l'analisi personale. L'analista non è un novellino: sa come funziona la struttura. Il problema, che fa di ogni paziente il primo paziente, è che ciascuno deforma questa struttura in base alla singolarità del desiderio inconscio, alla "tensione verso x" che può essere sostanziata solo dal singolo. Una delle cose più importanti, per l'analista, è di avere una mente "impressionabile da nuovi stimoli", una mente che non sia già piena di simboli e "traduzioni preconfezionate".
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Originalmente inviato da
Char_Lie
Questo bisogno c'è e ci sarà sempre e poi secondo me ci sono comunque persone che sanno qualcosa in più rispetto a me in svariati campi, il punto però è che non è detto che si debba credere che una persona del genere sia nello specifico un analista. Un analista da un lato induce a credere che lui è il salvatore e questa mossa comunicativa la continui a mettere in atto anche tu stesso.
Questa tua ultima risposta mostra chiaramente che non appena si tenta di mettere in dubbio questo assunto dell'analisi come un qualcosa di utile che possa aiutare, anche tu reagisci per tentare di ristabilire quell'asimmetria di cui si è parlato: io so quel che ti serve, perciò vale la pena giocare questo gioco, so quale sia il modo per mettere a posto le cose di cui ti lamenti, l'unico modo per mettere a posto le cose è vivere certe esperienze che sappiamo come generare solo noi e così via. In questa posizione di "salvatori" vi ponete voi stessi, ad esempio non sono io che sto affermando tutto questo, sei tu che stai cercando di porti in una certa posizione nei miei confronti e proprio nella posizione di colui che sa; non sono io che ti ho piazzato passivamente in questa posizione. Vedi gieko se fossimo in analisi e ti dessi ragione ora, vorrebbe dire che credo che tu comunque sai qualcosa in più rispetto a me, poi però se questo lo faccio ti armo del solito argomento secondo il quale ho proiettato un bisogno inconscio sulla tua persona e così tu potrai sostenere in seguito che grazie al tuo intervento riesci a mostrarmi tutta questa dinamica, ma quel che mi mostri in buona parte hai cercato di generarlo tu stesso: tu cerchi di indurmi ad essere dipendente da te tramite tutti questi tuoi discorsi riguardo al vivere certe esperienze per poi mostrarmi questa dipendenza? E' come cercare di mostrare a qualcuno che esiste un corvo bianco catturando un qualsiasi corvo e versandogli addosso un secchio di vernice bianca. In una certa maniera ha ragione complicata che probabilmente intuisce tutte queste manovre circolari. Si induce a credere una persona che l'analista la può aiutare per poi emanciparla da questa credenza? Ma tutto questo a cosa serve? :mumble:
Anche se capisci che una singola persona (l'analista, il mago, il guru o altro) che speravi potesse aiutarti non può aiutarti a far qualcosa (guarire da una malattia ad esempio o altro), non è detto che ti sei emancipato e che sei arrivato a comprendere tu stesso come riuscirci a fare quel che desideravi fare, sono due piani questi che vanno distinti, mentre col tuo discorso continui a sovrapporli.
Saluti
Per quanto attiene al "trucco dell'analisi", alla relazione vera e/o finta tra paziente e analista, al "gioco", posso solo dire che leggere un libro di psicoanalisi (o apprendere in qualsiasi maniera teorico/cognitiva delle nozioni psicoanalitiche) non è la stessa cosa che stare dentro un'analisi, così come leggere un libro sull'amore farà solo intuire alcune parti (quelle già conosciute) di quel sentimento: non resta altro che viverlo (vi pare poco?).
Tra l'altro, il gioco è a due. Il paziente cerca una risposta, un parere illuminato, una luce, ma in realtà porta già la sua soluzione (il sintomo e la staticità con cui vi si aggrappa). L'analista, in tutto ciò, ben lungi dal rispondere alla domanda manifesta del paziente, dovrebbe gettare sulla sua soluzione, palesemente disfunzionale, un "raggio di intensa oscurità".
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Carissima Benedetta,
mi domando però una cosa: ma è un maestro perchè ha un sapere tecnico che noi non abbiamo? Perchè, a questa stregua, anche un idraulico lo sarebbe, per esempio rispetto a me di sicuro, che con i sifoni dei lavandini non so da che parte girarmi: eppure, di un idraulico, non ci viene in mente di dire che lo sia a priori (per quanto, quando mi si intasano i lavandini, la disperazione mi renderebbe propensa a questo pensiero...).
A me è sempre piaciuto questo thread perchè, già nel suo titolo, metteva in luce qualcosa di fondamentale, cioè la natura della relazione. Una natura composita ma, in primis, direi una relazione conoscitiva, come lo è per altro un’amicizia o un rapporto d’amore, per esempio. E dove entrambi i protagonisti si mettono in gioco, seppur in modo diverso: il paziente attraverso il racconto, l’analista attraverso l’ascolto e l’interpretazione. L’obiettivo comune è quello di una trasformazione: una trasformazione che per il paziente significa essere in grado di rimettersi diversamente in gioco un giorno fuori dalla stanza (diversamente perchè, evidentemente, il come si metteva in gioco fino a prima di entrare nella stanza non lo soddisfaceva o non funzionava) e per l’analista rimetersi in gioco con il paziente nuovo che seguirà al vecchio; ma forse poi, anche l’analista, terminata un’analisi - o solo alcune per lui particolari e significative analisi - si rimetterà in gioco fuori dalla stanza in un modo ancora una volta innovato.
Il confronto con un essere umano è comunque qualcosa che ci cambia a priori. Chiunque di noi si trasforma attarverso un amore, una maternità o un’amicizia, e quando questo non accade, forse, è proprio ciò che sta alla base di un corto circuito dentro di noi. Se le relazioni non ci trasformano, ma viceversa magari ci irridiscono, quando cioè non sono fonte di cambiamento profondo, qualcosa di solito non va.
Quindi, io credo che la trasformazione non sia affatto legata alla figura del “maestro”, quanto ad un’esperienza di relazione umana pregnante e significativa.
Poi, è indubbio che esistano dei “maestri”, Ghandi o Nelson Mandela o Le Corbusier - a ognuno il suo - e che una volta che siamo venuti a contatto con loro - con le loro idee - possiamo uscirne trasformati, aprire la nostra mente ad altri modi di intendere le cose e il mondo.
Ma mi sembra troppo immaginare di vedere un analista, per il solo fatto che fa l’analista, un maestro. Cioè, l’analista tal dei tali non necessariamente sarà Ghandi, è più probabile che sia semplicemente uno come noi, non particolarmente eroico o particolarmente geniale.
La relazione umana può avere un potere terapeutico: a quanti di noi non è capitato di essere rimessi insieme da un amore? O da un amicizia? O da un figlio?
Allora, possiamo anche dire anche che alcuni amori sono stati dei maestri di vita, o alcuni figli o alcuni amici! Ma possiamo dire che lo siano tutti e a priori?
S rischia tra l’altro, così ragionando, una disillusione forte, un’idealizzazione imperante che gonfia lo sguardo rendendenci davvero miopi, verso noi stessi soprattutto.
Insomma, delle due l’una. O tutti coloro che coi quali viviamo una relazione trasformativa sono dei maestri, o semplicemente si prende atto che alcune relazioni hanno questo bellissimo effetto e altre no, e quella analitica lo ha non perchè uno dei due è un maestro, ma perchè si costituisce come relazione umana profondamente significativa.
L’analista, mi sento di dire e alla luce della mia sola esperienza personale - dunque opinabilissima - mi cura non perchè è un maestro che mi illumina la strada, ma perchè in primo luogo co-protagonista in una relazione in grado di trasformarmi/ci. Che tecnicamente sappia rimuovere degli ostacoli lungo la strada del cambiamento, non ne fa di lui un maestro.
Giulietta
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Originalmente inviato da
Char_Lie
Questa tua ultima risposta mostra chiaramente che non appena si tenta di mettere in dubbio questo assunto dell'analisi come un qualcosa di utile che possa aiutare, anche tu reagisci per tentare di ristabilire quell'asimmetria di cui si è parlato: io so quel che ti serve, perciò vale la pena giocare questo gioco, so quale sia il modo per mettere a posto le cose di cui ti lamenti, l'unico modo per mettere a posto le cose è vivere certe esperienze che sappiamo come generare solo noi e così via. In questa posizione di "salvatori" vi ponete voi stessi, ad esempio non sono io che sto affermando tutto questo, sei tu che stai cercando di porti in una certa posizione nei miei confronti e proprio nella posizione di colui che sa; non sono io che ti ho piazzato passivamente in questa posizione.
Caro Charlie, ponendo che sia vero quello che scrivi, manca l'altra metà del discorso: per un analista che si pone come salvatore, c'è un paziente che cerca un salvatore. Le cose si fanno insieme, che piaccia ammetterlo o no. E tu, che sono anni che ripeti il solito refrain riguardo a trovare una persona che ti faccia stare meglio, sei profondamente inserito in questa posizione, magari senza nemmeno rendertene conto. E questa sarebbe già un'ottima constatazione da cui partire, proprio perchè vissuta e sentita, e dove ad ognuno verrebbe resituita una parte di sè importante, primo movimento verso possibili diverse posizioni.
Evidentemente quindi, la relazione analitica serve per non ragionare in modo posticcio e pre-confezionato sulle posizioni, ma per agirle, viverle, sentirle e poter andare oltre. E questo non scatta per convincimento da parte di un membro della coppia, ma perchè c'è un incontro di entrambi i partecipanti.
Saluti
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Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" della psicoterap
E a proposito di asimmetria, e delle preplessità di Charlie - e del, come sempre, chiarissimo intervento di Gieko in merito - mi viene un’aggiunta ulteriore al mio precedente intervento. Anzi, un interrogativo. Ma l’asimmetria in che cosa consisterebbe esattamente, per coloro di voi che la mettono in primo piano?
L’asimmetria non è in primo luogo un bisogno del paziente? E non vi pare che questi ultimi scambi lo mettano bene in luce?
Stiamo addirittura parlando di Maestro e, ancora più paradossalmente, della delusione che ad alcuni provoca lo scoprire che non lo sia affatto!
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D'accordo, non è un maestro.
Nein, guai, quale maestro?:sbonk:
Basta che una non ci s'innamori, poi va bene tutto.:D:approved:
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Ok Complicata, battuta a parte capisco la sofferenza che ciò può generare, ma non credo che si possa avere occasione migliore per analizzare i propri sentimenti se non proprio in analisi.
Vuol dire poterli pulire e sfrondare da tutti quegli aspetti che magari stanno alla base del non funzionamento delle relazioni d’amore fuori dalla stanza, l’occasione di andare nel profondo e alle radici del tuo modo di viverli.
Credo che valga la pena di superare un innamoramento non corrisposto o non che non si può agire o che va comunque sospeso per molti aspetti nella sua dimensione di condivisione, se la posta in gioco è quella di vivere i propri sentimenti - una volta fuori dalla stanza - in modo più libero dalle nostre personali nevrosi.
Mi sembra un’eredità che di per sè supera di gran lunga la frustrazione che può generare l’innamoramento per l’analista che non può essere agito. Che non è poi diverso da qualsiasi altro innamoramento nella vita che non può, per i più svariati motivi, essere agito.
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Originalmente inviato da
giulietta.o
Ma l'asimmetria in che cosa consisterebbe esattamente, per coloro di voi che la mettono in primo piano?
Domanda interessante che vira sul tecnico. Per come l'intendo io e mi sembra di capire anche altri tra cui lalangue, l'asimmetria corrisponde ad una funzione logica. Ciò significa che essa consiste nel doppio ruolo che l'analista deve necessariamente ricoprire, ovvero corrisponda al trovarsi e porsi nella posizione che l'analizzando propone transferalmente ed a cui controtransferalmente l'analista risponde e propone, e contemporaneamente alla possibilità di "emergere" portando un "terzo sguardo" sull'intreccio creato.
Saluti
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In fin dei conti l'innamoramento è una cosa temporanea, un'infatuazione.
Succede perchè in quel momento magari non sei innamorata di nessuno.
L'innamoramento vive sulla speranza della corrispondenza, per cui è destinato a finire presto, casomai il rischio è che si trasformi in un sentimento ostile, o peggio, altalenante.
L'amore è un'altra cosa.:D
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Cioè, l'analista accetta il transfert e poi si pone all'esterno, al di fuori?
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Originalmente inviato da giulietta.o
Anzi, un interrogativo. Ma l’asimmetria in che cosa consisterebbe esattamente, per coloro di voi che la mettono in primo piano?
L’asimmetria non è in primo luogo un bisogno del paziente? E non vi pare che questi ultimi scambi lo mettano bene in luce?
Stiamo addirittura parlando di Maestro e, ancora più paradossalmente, della delusione che ad alcuni provoca lo scoprire che non lo sia affatto!
L'asimmetria consiste ad esempio nel fatto che in un dialogo con una persona, su certe questioni, riguardo alle quali questa dovrebbe essere un'esperta, c'è una persona che domanda (il non esperto) e un'altra che risponde (l'esperto): in questo tipo di dialogo non puoi invertire la posizione delle persone che stanno per così dire "giocando", se l'esperto rimanda le domande del non esperto un'altra volta al non esperto, si ha a che fare con una relazione paritaria (nessuno dei due è più esperto dell'altro riguardo a nulla), però in questo caso l'esperto non può assumere più questa posizione di esperto nei confronti dell'altro riguardo a queste questioni. Qua invece mi sembra che un analista voglia stare ambiguamente sul crinale delle due posizioni, da un lato afferma di non essere maestro in nulla, dall'altro invece afferma che grazie proprio al suo intervento e le conoscenze che lui solo possiede ti tirerà fuori dai guai e ti permetterà di vivere meglio.
Questa posizione ambigua è molto simile a quella assunta anche da molti guru, che spesso nell'introduzione di certi libri raccomandano le persone di non credere che loro siano dei maestri in nulla, che ognuno deve trovare dentro di sé tutto, ma se dovessimo prendere per buone queste affermazioni perché se ognuno dovrebbe trovare dentro di sé tutto, questi si mettono a scrivere dei libri? E perché vogliono mettersi a dare suggerimenti agli altri (chiamiamole anche interpretazioni) su come vivere più felicemente e liberi e a raggiungere l'illuminazione, visto che ognuno dovrebbe avere già tutto dentro di sé secondo il loro discorso preliminare? :mumble:
A certi discorsi per me devono seguire dei fatti: chi si ritiene un "non maestro" nell'aiutare gli altri a vivere meglio e si ritiene una persona che è incapace in questa arte, si tolga di mezzo e non continui ad affermare che quel che fa risulta utile, se è questa davvero la sua convinzione la smetta "di fare il maestro" effettivamente e non solo a parole.
x gieko
Gieko io sono infelice, avrei bisogno proprio di un'altra vita, ma io quest'altra vita non saprei proprio come realizzarla, sono in cerca di qualcuno o qualcosa, ma questo qualcuno o qualcosa dovrebbe funzionare davvero, so già in fin dei conti che io chiedo, che ho domande da porre e non ho bisogno di un'analisi per comprenderlo. Il punto è che le risposte a queste domande io non sono riuscito a costruirle (vere risposte e non quelle di qualcuno che mi fa notare che sto chiedendo qualcosa, questo lo so già visto che sono io a domandare).
Io non sono riuscito mai a cambiare le cose come davvero volevo, ho desideri di onnipotenza? Probabilmente sì, ma questo alla fine cosa cambia? Per te dovrei prendere queste mie aspettative e rimuoverle? Questa non rappresenta una soluzione, una risposta, quella risposta che per ora io non sono riuscito di certo a costruire.
Saluti
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Originalmente inviato da
Char_Lie
Gieko io sono infelice, avrei bisogno proprio di un'altra vita, ma io quest'altra vita non saprei proprio come realizzarla, sono in cerca di qualcuno o qualcosa, ma questo qualcuno o qualcosa dovrebbe funzionare davvero, so già in fin dei conti che io chiedo, che ho domande da porre e non ho bisogno di un'analisi per comprenderlo. Il punto è che le risposte a queste domande io non sono riuscito a costruirle (vere risposte e non quelle di qualcuno che mi fa notare che sto chiedendo qualcosa, questo lo so già visto che sono io a domandare).
Io non sono riuscito mai a cambiare le cose come davvero volevo, ho desideri di onnipotenza? Probabilmente sì, ma questo alla fine cosa cambia? Per te dovrei prendere queste mie aspettative e rimuoverle? Questa non rappresenta una soluzione, una risposta, quella risposta che per ora io non sono riuscito di certo a costruire.
Carissimo, lo so bene, ed è per questo che sono qui a tentare di risponderti al di là dei contenuti delle risposte. Per quanto riguarda la questione che poni, il punto è: chi ti dice che l'analisi ti faccia solo notare che chiedi qualcosa? Solitamente serve per andare al di là di quanto già si conosce; chi ti dice poi che l'analista debba farti accantonare eventuali desideri di onnipotenza? Potresti essere tu a vederli in modo differente, oppure no, ma in analisi non viene imposto nulla. Insomma, hai già deciso a priori tutto tu, caro Charlie, compreso il fatto che l'analisi non rappresenti una soluzione. E non sei stato in analisi...
Saluti
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Originalmente inviato da gieko
Carissimo, lo so bene, ed è per questo che sono qui a tentare di risponderti al di là dei contenuti delle risposte. Per quanto riguarda la questione che poni, il punto è: chi ti dice che l'analisi ti faccia solo notare che chiedi qualcosa? Solitamente serve per andare al di là di quanto già si conosce; chi ti dice poi che l'analista debba farti accantonare eventuali desideri di onnipotenza? Potresti essere tu a vederli in modo differente, oppure no, ma in analisi non viene imposto nulla. Insomma, hai già deciso a priori tutto tu, caro Charlie, compreso il fatto che l'analisi non rappresenti una soluzione.
Non può rappresentare una vera soluzione proprio perché un analista, proprio come fai tu, risponde ponendosi in un al di là fittizio rispetto a tutti i contenuti in gioco e perciò a certe domande e più in generale anche a delle domande di aiuto, l'analisi non risponde affatto, non può rispondere proprio perché si pone in un certo al di là che non si sa bene nemmeno in cosa dovrebbe consistere.
Se tu vuoi andare al di là di un mio problema è una tua scelta non la mia, io verrei da te proprio per avere delle risposte, se i contenuti delle mie domande tu vuoi elaborarli in un modo tutto tuo senza poi alla fine darmi proprio quel che vado cercando l'unica cosa che m'ha spinto a rivolgermi a te, tutto questo per definizione non può rappresentare una soluzione. Questo non l'ho scelto io, non ho scelto io questa impostazione, sei stato tu, questa impostazione però impedisce ogni forma di asimmetria riguardo alla padronanza e conoscenza dei contenuti in gioco, unica cosa che permetterebbe ad una persona di poter aiutare concretamente un'altra persona nei confronti di certe sue problematiche esistenziali.
Due sono i casi o hai delle risposte o non le hai, ma se ti vuoi andare a posizionare già in principio al di là di quel che ti chiedo, di sicuro risposte non è detto che tu ne abbia di migliori rispetto a me. E' proprio questo tuo porti al di là, ed il porsi al di là di ogni contenuto che impedisce all'analisi di poter generare soluzioni pertinenti e rispondere ad una qualsiasi domanda e quindi elaborare una qualche soluzione. Lo hai appena affermato tu stesso
è per questo che sono qui a tentare di risponderti al di là dei contenuti delle risposte.
Non l'ho scritto io.
Saluti