Famiglie e pensieri (un po' sconnessi)
Mi sono letto l'intero thread, ed è da stamattina che penso e ripenso al rapimento e alle emozioni ed alle reazioni che ha suscitato qui.
E mi girano in testa molte domande, alcune da psicologo, altre da essere umano, altre da uomo, maschio, altre da altre parti di me stesso. Ve le butto qui, come una sorta di riflessioni libere. Poi, magari, se vorrete, mi farete sapere.
Citazione:
Quando si dice una famiglia "normale"...allora si che c'è d'aver paura
Ecco! Il punto, secondo me, sta qui. E solo una persona l'ha toccato. Per poi lasciarlo perdere immediatamente. Eppure è un punto centrale.
In tutti gli interventi ho notato che l'attenzione era puntata su due soggetti: inizialmente, i rapitori (variamente definiti - a priori - "bestie", "mostri" ecc.), poi la madre (che "non convince"), poi il padre. Ma mai, mai una volta che si sia discusso della struttura familiare, dei rapporti al suo interno, di quanto la responsabilità si avvenimenti di questo genere (e anche di altre cose) sia da attribuire non tanto ai singoli, quanto al modo in cui vengono concepite e pensate oggi le relazioni familiari.
Cerco di spiegarmi. Mi pare non riusciamo ad uscire dall'equivoco per cui "famiglia" è equivalente a "famiglia nucleare", composta da madre, padre e figli, che vivono assieme, isolati da altre reti di relazioni sociali. Sì, ci sono i nonni, qualche volta, come baby-sitter. E poi più nulla. A parte le varie agenzie statali (nido, scuola dell'infanzia, scuola primaria) o religiose (oratori).
E se la questione fosse proprio lì? Avete mai pensato a quanti danni può fare una famiglia "normale"? Come mai la maggior parte dei pazienti che mi si presentano vengono da famiglie "normali", e- tuttavia - presentano problemi non piccoli (nelle relazioni con se stessi e con gli altri, nel riconoscere le proprie e le altrui emozioni, nel gestire la propria vita...).
Non potrebbe essere anche che l'intestardirci nel mantenere legami di attaccamento tipici della famiglia nucleare (che, dal punto di vista storico, è una realtà estremamente recente e, da quello geografico, è limitata a poche zone del pianeta) abbia un ruolo nella genesi e nella diffusione di forme di comportamento patologiche come quelle della pedofilia e dei crimini compiuti all'interno della famiglia?
Se avessimo a che fare con "famiglie" che contemplano la possibilità di attaccamenti multipli, sia da parte dei figli che dei genitori, non sarebbero - forse - diverse le cose? Se, anziché avere una famiglia nucleare, nella quale "i panni si lavano in casa", avessimo una struttura sociale basata su una "famiglia a geometria variabile", comprendente anche figure differenti rispetto alla coppia ed ai figli biologici, davvero le cose starebbero come stanno ora?
È curioso. Perché quando si parla di PACS, di coppie gay, di convivenze, di rapporti d'amore o d'affetto non contemplati nella legge o nella fede, si tira sempre fuori la storia che i bimbi hanno bisogno di una famiglia "normale". Salvo poi trovarci di fronte a violenza sui minori, omicidi, stupri, danni psichici e fisici. Tutte cose che accadono nelle famiglie "normali". E preferirne una "anormale", a questo punto, non sarebbe meglio?
Buona vita
Guglielmo