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Originariamente postato da Santiago
Quella riportata gieko non è una considerazione generale, come sai, ma un prassi terapeutica chiaramente saldata ad un teoria che "distingue" l'orientamento sistemico e in linea di massimo non è accolta dall'orientamento psicoanalitico.
Trovo che molto difficilimente, oggigiorno, un analista non sposerebbe quella citazione estrapolata, è per questo che l'ho definita "considerazione generale". Non mi risulti che la psiconanalisi si ponga esplicitamente come iatrogena nei suoi principi.
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Originariamente postato da Santiago
In superficie mi sovviene il solito quesito: quanto il tuo orientamento è eretico rispetto alla psicoanalisi?
Probabilmente lo è sempre di meno, dal momento che anche autori più "ortodossi" sembrano più vicini a posizioni di questo tipo (vd. la caduta del concetto di neutralità analitica)
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Originariamente postato da Santiago
Condivido pienamente quanto riportato da ninfaverde: c'è poco da argomentare.
La teoria e il setting psicoanlitico richiedono tempi lunghi e frequenze ravvicinate dato lo scopo ultimo che si prefiggono: rendere conscio l'inconscio, rendere meno rigido ciò che è definito tale.
Per questo il numero di sedute e il loro incalzare in tempi ravvicinati sono un elemento fondante, forse non necessario a determinare una psicoanalisi, sicuramente a caraterizzarla e quindi ad individuarla, in ultima analisi a "riconoscerla" fra le alternative.
Siamo d'accordo, come del resto il setting famigliare è caratterizzante la terapia sistemica. L'importante è che ci sia una coerenza epistemica nella teoria e nel metodo.
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Un altro punto è di estremo interesse (specie perchè finalmente arriviamo alle nostre differenze):
Gli orientamenti sistemici più lontani dalla psicoanalisi non è che "non lavorano specificatamente sul transfert", ma semplicemente non lavorano sul transfert.
In accordo con il costruttivismo esso è niente di più che un effetto di un particolare setting (mentale del terapeuta, più che effettivo): quindi una realtà possibile, non necessaria a quello che chiami un "mutamento strutturale", persino iatrogena.
Il concetto di transfert, forse ultimo reduce psicoanalitico del positivismo, è una costruzione sociale che esiste nel momento in cui chi ha più potere nella relazione (il terapeuta) vuole farlo esistere: esiste quindi se la relazione lo permette.
Per questo il pezzo citato appare a mio parere una delle più grosse critiche alla psicoanalisi che mina alle sue fondamenta.
Il discorso sul transfert sarebbe molto lungo ma è chiaro che, all'interno del mio orientamento, assume valenze differenti che partono proprio dalla teoria costruttivista. Un transfert non oggettivato quindi, ma relazionale, co-costruito, non imposto.
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Originariamente postato da Santiago
I terapeuti sistemici, sostanzialmente, meno onnipotentemente degli analisti, non si pongono come sostituti genitoriali, perchè la loro posizione è decentrata rispetto al progetto di cambiamento che intraprendono con il cliente.
Anche qui, sempre all'interno del mio orientamento (contrariamente all'enfasi che ci hanno messo le relazioni oggettuali...) l'analista non rappresenta di certo un onnipotente genitore buono che fa fare "esperienze emotive correttive". Mi sembra che anche autori contemporanei più ortodossi si stiano sempre più discostando da questo modello teorico.
Saluti