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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Con tutto il rispetto per questa tua disamina, penso che l'approcio analitico dovrebbe essere fondamentalmente clinico. Altrimenti lo scoprire se stessi, puoi farlo anche attraverso altri approcci più esoterici (yoga, buddismo).
O almeno certe discipline è quello che affermano di poter fare "raggiungere l'illuminazione".
Sottoscrivo, non c'è psicoanalisi possibile senza un'insorgenza e una sofferenza sintomatica.
Saluti,
ikaro
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Caro (o cara) Bella primavera,
non è chiaro a quale “disamina” ti riferisci, siamo a pag. 11 e di disamine ce ne sono state diverse, se potessi essere più specifico/a te ne sarei grato.
Caro Ikaro,
trovo un non senso da parte mia dire che non mi occupo del sintomo e che “non c’è psicoanalisi possibile senza un’insorgenza e una sofferenza sintomatica” come affermi tu. Per me non si tratta di “sintomi” (e quindi di sindromi, di patologie, e quant’altro), ma di disagi esistenziali, e la terapia assume il significato di un rito di passaggio, di un cammino (fra l’altro io propongo nient’altro se non un percorso che ho già fatto, un sentiero che ho attraversato, ma che si rinnova di volta in volta in base al mio compagno di cammino, anzi è co-costruito di volta in volta insieme il percorso, la meta e persino gli strumenti per arrivarci). Non faccio riferimento alle discipline orientali, come lo yoga, lo zen o il buddismo, che vanno tanto di moda fra i miei colleghi, ma alle radici del pensiero occidentale, alla filosofia greca e all’esperienza religiosa ebraico-cristiana. Se sapessimo ancora leggere gli antichi testi per il loro significato esistenziale ci accorgeremmo che la “presenza a se stessi” (la trasparenza del soggetto a se stesso) è ben descritta nelle pagine dell’Iliade e dell’Odissea (che erano la principale fonte educativa della Grecia arcaica), è ripresa dall’etica greco romana, si incrocia con la tradizione giudaico-cristiana con i grandi esempi biblici di Abramo, Giacobbe (che lotta contro l’angelo), e di Giobbe e che arriva intatta e perfezionata fino a Hegel nelle pagine straordinarie della sua Fenomenologia quando descrive la dialettica servo-padrone. Parlare di disagio esistenziale e non di patologie serve soprattutto a non isolare il fenomeno, il malato è una persona che ha contratto qualcosa di brutto che per fortuna risparmia gli altri, allora se questa è la concezione o lo psicoanalista è un portatore sano della stessa patologia, una sorta di stregone che si è ammalato che ha superato il suo male, oppure (come io credo) è soltanto uno che ha già fatto la stessa esperienza di crescita esistenziale (che è un banco di prova per tutti gi essere umani e che possiamo chiamare processo di soggettivazione) e che facilita chi si trova in difficoltà ad affrontarla (per vari motivi). Ah, io per raggiungere l’illuminazione mi rivolgo all’Enel, in mancanza di questa uso le candele.
Un saluto a chi segue questa discussione.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
la mia risposta era diretta a psicotrieste, personalmente non ho niente da eccepire sulla tua disamina e non penso che ikaro intendesse un sintomo avulso dalla persona, il discorso è che se una persona ha un disagio esistenziale, può essere comprensibile che vada in analisi;la cosa che contestavo "è che mi sembra assurdo che uno si alzi la mattina e dica adesso non so che fare voglio scoprire me stesso e vado sul lettino":rolleyes:
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Caro Ikaro,
trovo un non senso da parte mia dire che non mi occupo del sintomo e che “non c’è psicoanalisi possibile senza un’insorgenza e una sofferenza sintomatica” come affermi tu.
Ho capito cosa vuoi dire, credo, ma resta il fatto che quello che spinge una persona a bussare alla porta di uno psicoanalista è un sintomo, un'urgenza sintomatica o -se preferisci- un disagio esistenziale, che però sia diventato insopportabile. Non si tratta di isolare il fenomeno, ma di partire da esso perchè possa diventare via transfert un sintomo analitico.
Saluti,
ikaro
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Caro Ikaro,
la frase è scritta male, me ne sono accorto dopo averla postata, io direi piuttosto che una persona arriva in analisi in base ad un disagio, più o meno insopportabile, più o meno acuto, e che sostanzialmente ci porta la sua "malattia" o il suo sintomo come se non gli appartenesse. Questo perché attinge all'idea predominante di "malattia psichica" esistente nella nostra società, come cioè di un corpo estraneo che mi fa soffrire e di cui non vedo l'ora di liberarmi (non è raro che un paziente esprima la fatidica esclamazione: "perché è capitato proprio a me..."). Se prendessimo per buona questa rappresentazione, ci prodigheremmo a fare un intervento “chirurgico” per liberare il paziente dal suo sintomo, io invece ritengo sia più utile avvicinarlo al “sintomo” e alla sua struttura perché si renda conto che è appunto sua, che è nella sua facoltà metterla in atto o modificarla, anche radicalmente. Ciò che gli sta succedendo non è una cosa rara o singolare come può essere una malattia, che può colpire Caio, ma risparmiare Tizio, è piuttosto un processo esistenziale che tutti quanti (prima o dopo) dovremo attraversare se vogliamo dispiegare al meglio le nostre potenzialità di esseri umani, dotati di volontà, libertà e di auto-riflessività. Gettando uno sguardo alla società in cui viviamo, sono propenso a credere che il “paziente” che vive una crisi intensa e dolorosa sia in realtà un essere fortunato, perché da quella linea di frana aperta dalla crisi ciascuno può mettere le mani nella sua vita e trovare nuovi equilibri; mentre è sempre più consueto osservare persone che non accedono mai alla crisi e che irrigidiscono ancora di più la loro struttura, chiudendosi ancora di più le porte al mondo e limitando ulteriormente l’accesso alle vere e grandi soddisfazioni che la vita ci può riservare.
Un saluto.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Originalmente inviato da
ikaro78
Ho capito cosa vuoi dire, credo, ma resta il fatto che quello che spinge una persona a bussare alla porta di uno psicoanalista è un sintomo, un'urgenza sintomatica o -se preferisci- un disagio esistenziale, che però sia diventato insopportabile. Non si tratta di isolare il fenomeno, ma di partire da esso perchè possa diventare via transfert un sintomo analitico.
Saluti,
ikaro
Quale encomiabile chiarezza e non ripiegamento "concettuale", sia per chii é d'accordo che per chi non lo é:approved:
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Caro Ikaro,
la frase è scritta male, me ne sono accorto dopo averla postata, io direi piuttosto che una persona arriva in analisi in base ad un disagio, più o meno insopportabile, più o meno acuto, e che sostanzialmente ci porta la sua "malattia" o il suo sintomo come se non gli appartenesse.
Sono d'accordo, la persona arriva con un certo sintomo sociale (anonimo), come se non gli appartenesse e, soprattutto, come se non ci fosse alcuna sua responsabilità nel disagio che lamenta. Di qui il lavoro preliminare (la "rettifica soggettiva" messa in valore in particolare da Lacan), e la costruzione di una propria domanda di cura, al di là della richiesta con la quale arriva, che pure viene messa in conto, ma questa volta soggettivata.
Citazione:
Questo perché attinge all'idea predominante di "malattia psichica" esistente nella nostra società, come cioè di un corpo estraneo che mi fa soffrire e di cui non vedo l'ora di liberarmi (non è raro che un paziente esprima la fatidica esclamazione: "perché è capitato proprio a me..."). Se prendessimo per buona questa rappresentazione, ci prodigheremmo a fare un intervento “chirurgico” per liberare il paziente dal suo sintomo, io invece ritengo sia più utile avvicinarlo al “sintomo” e alla sua struttura perché si renda conto che è appunto sua, che è nella sua facoltà metterla in atto o modificarla, anche radicalmente. Ciò che gli sta succedendo non è una cosa rara o singolare come può essere una malattia, che può colpire Caio, ma risparmiare Tizio, è piuttosto un processo esistenziale che tutti quanti (prima o dopo) dovremo attraversare se vogliamo dispiegare al meglio le nostre potenzialità di esseri umani, dotati di volontà, libertà e di auto-riflessività.
Gettando uno sguardo alla società in cui viviamo, sono propenso a credere che il “paziente” che vive una crisi intensa e dolorosa sia in realtà un essere fortunato, perché da quella linea di frana aperta dalla crisi ciascuno può mettere le mani nella sua vita e trovare nuovi equilibri; mentre è sempre più consueto osservare persone che non accedono mai alla crisi e che irrigidiscono ancora di più la loro struttura, chiudendosi ancora di più le porte al mondo e limitando ulteriormente l’accesso alle vere e grandi soddisfazioni che la vita ci può riservare.
Un saluto.
Sostanzialmente d'accordo!
Un saluto,
ikaro
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Originalmente inviato da Megiston Matema
Gettando uno sguardo alla società in cui viviamo, sono propenso a credere che il “paziente” che vive una crisi intensa e dolorosa sia in realtà un essere fortunato, perché da quella linea di frana aperta dalla crisi ciascuno può mettere le mani nella sua vita e trovare nuovi equilibri; mentre è sempre più consueto osservare persone che non accedono mai alla crisi e che irrigidiscono ancora di più la loro struttura, chiudendosi ancora di più le porte al mondo e limitando ulteriormente l’accesso alle vere e grandi soddisfazioni che la vita ci può riservare.
A me sembra banale osservare che se prendo tutti i miei averi vado al casinò e li gioco su un colore della roulette accedo alla possibilità di raddoppiare il mio capitale, però accedo anche alla possibilità di perdere tutto, bisognerebbe sempre valutare i pro ed i contro, non si può pensare che qualcosa è positivo perché apre l'accesso a qualcosa di molto positivo.
Se la mia struttura è così rigida da impedirmi di andare a giocarmi tutto al casinò per raddoppiare i miei averi ed accedere a questa grande soddisfazione, la voglio lasciare tale: c'è anche il cinquanta per cento di possibilità di perdere tutto, ne sono consapevole e preferisco restare chiuso: se perdo per caso lo psicanalista mi rimborserà parte della perdita? E poi c'era davvero bisogno di lui per essere consapevoli di queste cose?
Poi magari capita che nel caso le cose vadano bene è merito dello psicoanalista di avermi spinto ad aprirmi a queste possibilità, nel caso vadano male la responsabilità è mia perché è stata una mia scelta soggettiva rischiare, da questo punto di vista io mi sento preso un po' in giro.
Non sono gli accessi che si devono aprire, questi in fin dei conti ci sono, ne siamo consapevoli, però bisognerebbe valutare razionalmente se davvero conviene percorrere certe strade: spesso si resta fermi perché le alternative disponibili che si aprono usando i sistemi che si conoscono possono anche peggiorare con buone probabilità la propria situazione, in questi casi non si cerca certo un sistema per risolversi ad agire usando i sistemi che si conoscono già, ma un sistema diverso che modifichi lo stato di cose. O si possiede un sistema per cambiare davvero le cose in meglio amplificando il nostro potere, o tutti questi discorsi per me vanno davvero a vuoto.
Un saluto
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
o tutti questi discorsi per me vanno davvero a vuoto.
Parole sante!
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Caro Char_lie,
io ho fatto il militare in cavalleria, ero capo equipaggio del “blindo armata centauro”, alla Scuola di Truppe Corazzate dove ho fatto il car la prima cosa che ti dicevano era che un carro fermo è un carro morto.
Credo possa dirsi la stessa cosa per un essere umano, la chiusura totale, l’irrigidimento estremo della struttura, porta alla morte soggettiva e persino alla morte fisica (e lo si è notato a partire dalle osservazioni di Spitz sui bambini istituzionalizzati). Lo “stare fermo”, la chiusura, non ti preservano dalla sofferenza, come comporta sofferenza anche muoversi alla ricerca di nuovi equilibri. Una piantina se dal vivaio la sposti nell’orto all’inizio si affloscia, ingiallisce un po’, ma poi si riprende più rigogliosa di prima; lo stesso succede agli animali, anche a quelli bipedi come l’uomo. Se la piantina rimanesse nel vivaio muorirebbe comunque, il passaggio dal vivaio all’orto (fuor di metafora, il passaggio maturativo verso la soggettivizzazione) è necessario per realizzare le nostre potenzialità di esseri umani (“fatti non foste per viver come bruti ...”) e anche solo per non morire, per non portare avanti soltanto l’illusione di un’esistenza.
Molti adottano il passo del gambero, paralizzati dalla paura dell’ignoto, un passo avanti e due indietro; così facendo, pur essendo dotati di una buona imbarcazione, di una chiglia robusta e di tutta l’attrezzatura necessaria, nuotano sempre nello stesso bicchiere d’acqua e non escono mai in mare aperto.
Oggi, che io sappia (e non vorrei essere superbo), solo la psicoanalisi (e nemmeno tutta), si pone il problema in questi termini, gli altri fanno psicoterapia, nel migliore dei casi ti dicono di non giocare (o di giocare, che è lo stesso) al casinò. Non se lo pone più la religione, né il pensiero filosofico, né le istituzioni che una volta facilitavano e prendevano sul serio questo “rito di passaggio” (famiglia, clan). C’è da dire che la psicoanalisi non è l’unico mezzo per effettuare questo “passaggio”, molti ci riescono attraverso le consuete relazioni sociali; alcuni miei amici (più scettici di te rispetto alla psicoterapia in generale) mi riferiscono dei buoni risultati ottenuti “dialogando” col loro cane nelle fredde serate autunnali ed invernali, davanti ad un caminetto, con un bicchiere di brandy e delle caldarroste (pensa al risparmio economico).
Sull’intraprendere “certe strade” e sulla valutazione relativa (se usare la razionalità o altri strumenti conoscitivi come ad esempio le emozioni), questo credo che sia affar tuo, un affare che non puoi però addebitare semplicemente alla rischiosità del percorso, alla presunta inaffidabilità dell’analista (che in fondo in fondo non serve neppure che sia un genio, basta che non faccia o non dica castronerie e tenga ben saldo il timone del processo analitico) o ad altri fattori inessenziali (tipo di chi sarebbe il merito o chi si assumerebbe il rischio).
Un buon punto di partenza sono i tuoi timori e il tuo scetticismo, che competono con una tua voglia di rischiare (altrimenti non saresti qui a parlarne, a cercare di capire e a intavolare discorsi contraddistinti da passione e intelligenza).
Sulle parole hai ragione, cadono nel vuoto, ma non perché non c’è uno strumento di cambiamento “sicuro”, ma perché l’altro non le fa vivere dentro di sé.
Un saluto.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
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Originalmente inviato da
bella primavera
Con tutto il rispetto per questa tua disamina, penso che l'approcio analitico dovrebbe essere fondamentalmente clinico. Altrimenti lo scoprire se stessi, puoi farlo anche attraverso altri approcci più esoterici (yoga, buddismo).
O almeno certe discipline è quello che affermano di poter fare "raggiungere l'illuminazione".
Ciao bellaprimavera,
mi sembra di capire che sostieni, come il primo Freud, che il fine della psicoanalisi sia "la cura" del paziente e che questa dovrebbe portarlo a un'ipotetica "guarigione". Mah... Freud stesso divenne ben presto dubbioso rispetto alle possibilità di guarigione del suo metodo, e gradualmente l'accento sulle finalità dell'analisi si è spostato dall'eliminazione del sintomo al raggiungimento dell'insight, per arrivare alla capacità di autoosservazione e autoanalisi. Si potrebbe dire che grazie al suo stesso metodo e alla consapevolezza che pochissime sono state le "guarigioni" analitiche, nel corso del tempo la psiconalisi ha de-idealizzato se stessa. Questo non significa però che la psicoanalisi sia inutile.
Fu Ferenczi a proporre tra le finalità dell'analisi l'accrescimento della conoscenza di sè, ma non si deve pensare che tale conoscenza sia "accademica" (se rileggi il mio post precedente, ho parlato di conoscenza come trasformazione, non come gioco intellettuale) e non porti con sè dei cambiamenti strutturali. Anzi, frequentemente anche gli obiettivi di vita con cui il paziente si presenta in analisi si modificano nel corso della stessa.
Gli obiettivi del trattamento infatti sono inevitabilmente e giustamente legati agli obiettivi di vita del paziente - sia consci che inconsci - e a quelli dell'analista, ed è ampiamente riconosciuto che il buon appaiamento di personalità tra analista e paziente costituisce un fattore determinante per il risultato del trattamento. Non è facile trovare l'analista "giusto", ma non è impossibile. Però nella ricerca occorre tener presente che le analisi non le fa né la teoria, né la scuola, nè la società di appartenenza dell'analista. L'analisi é qualcosa di irripetibile, di non riproducibile, e di poco descrivibile, che scaturisce dall'incontro tra due persone (all'interno di un setting) e dalla disponibilità di entrambi.
L'analisi ha anche finalità terapeutiche, ma si sono incontrate delle enormi difficoltà cercando di definire quando la "guarigione" sarebbe raggiunta. Quasi da subito, si è cercato di superare la definizione di salute mentale in termini di eventi osservabili (come la scomparsa dei sintomi) formulando gli obiettivi del trattamento in termini metapsicologici, ma siccome questi concetti sono legati al particolare modello teorico adottato, ad oggi non esiste una formulazione univoca degli obiettivi analitici (se ti interessa, una disamina approfondita degli obiettivi della psicoanalisi è stata svolta da Sandler e Dreher).
Cosa è la normalità? Cosa è la salute? La risposta è semplice soltanto se la facciamo coincidere con "libertà dai sintomi", è risaputo che i criteri della salute sono legati al contesto socioculturale e ai relativi sistemi di valori. Oggi è largamente condiviso che soltanto dal lavoro congiunto di paziente e analista è possibile, nel corso dell'analisi, selezionare i criteri di salute mentale che rappresentano lo stato di "salute mentale" specifico per quel paziente nella sua particolare situazione di vita. Il risultato auspicabile dell'analisi varia da un paziente all'altro, siamo molto lontani dal modello medico in cui a una diagnosi corrisponde una prognosi e una terapia e un esito (più o meno probabile). Ogni depressione è diversa, ogni fobia è diversa, ogni sintomo o disagio che viene portato è peculiarmente inscritto nella storia della persona e nel suo carattere. La psicoanalisi lavora "su misura".
E in ogni caso... il paziente arriva sempre fin dove può, indipendentemente da tutto ciò che può pensare l'analista, sia in termini teorici che clinici.
Tra le altre cose, non sono dell'idea che soltanto la psicoanalisi sia efficace per aiutare le persone, la psicoanalisi è una delle vie. Per me è legittimo che ciascuno segua il percorso che sente più affine e rispetto chi fa scelte diverse, ma paragonare la psicoanalisi al buddismo o allo yoga significa non conoscere nè l'una nè gli altri. Non capisco inoltre se stai paragonando il "raggiungere l'illuminazione" all' insight (che è uno degli eventi possibili durante un'analisi) o cosa intendi, se vuoi spiegami.
PS. "Esoterico" si riferisce ai misteri sacri, a dottrine riservate ad una cerchia di iniziati (e in antinomia a quel che hai scritto la psicoanalisi potrebbe rientrarvi a pieno titolo, almeno quella di un certo periodo storico), non mi pare invece che yoga e buddismo siano tali, quantomeno al livello che viene comunemente insegnato.
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Originalmente inviato da
ikaro78
Sottoscrivo, non c'è psicoanalisi possibile senza un'insorgenza e una sofferenza sintomatica.
Saluti,
ikaro
Ciao ikaro: dunque i disturbi egosintonici secondo te non sono trattabili?
Un saluto a tutti :ciao:
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Vorrei precisare meglio la mia affermazione precedente: “alcuni miei amici (più scettici di te rispetto alla psicoterapia in generale) mi riferiscono dei buoni risultati ottenuti “dialogando” col loro cane nelle fredde serate autunnali ed invernali, davanti ad un caminetto, con un bicchiere di brandy e delle caldarroste (pensa al risparmio economico)”.
Non vorrei che la terapia col proprio cane passasse per un risultato scientifico acquisito, come un’affermazione che abbia una qualche validità scientifica; infatti, seppure i miei amici riferiscano dei risultati, queste affermazioni non hanno alcun valore di prova riguardo all’efficacia della terapia da loro seguita. E questo perché, per quanto vasto possa essere il campione che sostiene questi risultati, manca pur sempre il “gruppo di controllo” (quelli senza cane). Sarebbe auspicabile promuovere qualche ricerca sperimentale in cui si preveda non solo il gruppo di controllo, ma un procedimento in “doppio cieco” (il cane in questo caso avrebbe la croce rossa alla schiena), per evitare il famigerato “effetto Rosenthal”, in base al quale lo sperimentatore tende inconsapevolmente a trovare dei risultati consoni con le sue ipotesi di partenza (anche perché se si sbagliasse tutte le volte nessuno investirebbe più una lira nelle sue ricerche) .
In particolare, in casi come questo, potrebbe essere utile l’utilizzo di un disegno sperimentale invertito (che non è un giudizio morale) del tipo ABAB, in cui A sta per metto il cane, B per levo il cane, A rimetto il cane, B arilevo il cane. In attesa di questo vi prego di non ritenere la terapia canina alla stregua delle terapie più consolidate e corroborate da evidenze empiriche e sperimentali.
Nuovamente, ciao.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
@ Megiston
Eh... e dopo dovresti controllare anche il brandy, il caminetto e le caldarroste! :-D
E se poi si scopre che alcuni dei tuoi amici ascoltano musica durante la "sessione"? tutto da rifare!
Scherzi a parte, mi risulta che la Pet Therapy sta cercando di validarsi nell'ambito delle terapie palliative, e qualche conferma la hanno trovata.
Ciao.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Originalmente inviato da Megiston Matema
Caro Char_lie,
io ho fatto il militare in cavalleria, ero capo equipaggio del “blindo armata centauro”, alla Scuola di Truppe Corazzate dove ho fatto il car la prima cosa che ti dicevano era che un carro fermo è un carro morto.
Credo possa dirsi la stessa cosa per un essere umano, la chiusura totale, l’irrigidimento estremo della struttura, porta alla morte soggettiva e persino alla morte fisica (e lo si è notato a partire dalle osservazioni di Spitz sui bambini istituzionalizzati). Lo “stare fermo”, la chiusura, non ti preservano dalla sofferenza, come comporta sofferenza anche muoversi alla ricerca di nuovi equilibri. Una piantina se dal vivaio la sposti nell’orto all’inizio si affloscia, ingiallisce un po’, ma poi si riprende più rigogliosa di prima; lo stesso succede agli animali, anche a quelli bipedi come l’uomo. Se la piantina rimanesse nel vivaio muorirebbe comunque, il passaggio dal vivaio all’orto (fuor di metafora, il passaggio maturativo verso la soggettivizzazione) è necessario per realizzare le nostre potenzialità di esseri umani (“fatti non foste per viver come bruti ...”) e anche solo per non morire, per non portare avanti soltanto l’illusione di un’esistenza.
Molti adottano il passo del gambero, paralizzati dalla paura dell’ignoto, un passo avanti e due indietro; così facendo, pur essendo dotati di una buona imbarcazione, di una chiglia robusta e di tutta l’attrezzatura necessaria, nuotano sempre nello stesso bicchiere d’acqua e non escono mai in mare aperto.
Oggi, che io sappia (e non vorrei essere superbo), solo la psicoanalisi (e nemmeno tutta), si pone il problema in questi termini, gli altri fanno psicoterapia, nel migliore dei casi ti dicono di non giocare (o di giocare, che è lo stesso) al casinò. Non se lo pone più la religione, né il pensiero filosofico, né le istituzioni che una volta facilitavano e prendevano sul serio questo “rito di passaggio” (famiglia, clan). C’è da dire che la psicoanalisi non è l’unico mezzo per effettuare questo “passaggio”, molti ci riescono attraverso le consuete relazioni sociali; alcuni miei amici (più scettici di te rispetto alla psicoterapia in generale) mi riferiscono dei buoni risultati ottenuti “dialogando” col loro cane nelle fredde serate autunnali ed invernali, davanti ad un caminetto, con un bicchiere di brandy e delle caldarroste (pensa al risparmio economico).
Sull’intraprendere “certe strade” e sulla valutazione relativa (se usare la razionalità o altri strumenti conoscitivi come ad esempio le emozioni), questo credo che sia affar tuo, un affare che non puoi però addebitare semplicemente alla rischiosità del percorso, alla presunta inaffidabilità dell’analista (che in fondo in fondo non serve neppure che sia un genio, basta che non faccia o non dica castronerie e tenga ben saldo il timone del processo analitico) o ad altri fattori inessenziali (tipo di chi sarebbe il merito o chi si assumerebbe il rischio).
Un buon punto di partenza sono i tuoi timori e il tuo scetticismo, che competono con una tua voglia di rischiare (altrimenti non saresti qui a parlarne, a cercare di capire e a intavolare discorsi contraddistinti da passione e intelligenza).
Sulle parole hai ragione, cadono nel vuoto, ma non perché non c’è uno strumento di cambiamento “sicuro”, ma perché l’altro non le fa vivere dentro di sé.
Beh non penso proprio che i miei timori competano con la mia voglia di rischiare, rischio quello che reputo giusto rischiare: io ad esempio su un carro armato ci sarei salito soltanto in un museo di ruderi bellici :D.
In queste situazioni sicuramente qualche sintomo (una paura folle ad esempio :asd:) aiuta molto di più della salute per convincere qualcuno a non affidarci qualche fucile o qualche altro simpatico strumento bellico tra le mani e farci andare allegramente su un campo di battaglia a far da smistamento alle pallottole amiche e nemiche, campo di battaglia che la maggior parte delle volte diventa il proprio campo santo.
Meglio questo che rischiare di fare chissà quale brutta fine semplicemente per condurre in fin dei conti una vita normale o per ricevere qualche medaglia sulla propria cassa corredata da una bella bandiera colorata.
Se proprio devo mettermi ad usare delle armi e rischiare tanto io preferirei guadagnarci qualcosa in più, sono davvero io il matto? :mumble:
Moltissimi soldati durante le ultime due guerre sono morti sbudellati, e personalmente non è mai stata una mia aspirazione fare questa fine, preferisco passare per pazzo e morire soggettivamente, piuttosto che passare per sano e magari poi con buone probabilità morire oggettivamente :asd:. Se esiste davvero un modo per vivere meglio secondo il mio metro di giudizio riguardo a cosa reputo bene in sè e male in sè, io stesso lo adotterò, per quale motivo dovrei oppormi?
Un saluto
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Cara Psicotrieste,
non avevo pensato al controllo del brandy, del caminetto (presumo che il tiraggio sia essenziale per una buona riuscita psicoterapica) e delle caldarroste (trovare un verme potrebbe essere un trauma non da poco, oltre che interrompere una dieta vegetariana). Si vede che non sono (ahimé) un bravo sperimentatore.
Sulla Pet Terapy hai perfettamente ragione, ma le mie supposizioni erano dirette a verificare l’efficacia del genere canino nel praticare la psicoanalisi.
Caro Char_lie,
ti faccio presente che nelle guerre muoiono molti più civili che militari in genere (non fosse altro perché sono più numerosi e meno addestrati), e forse se proprio c’è una guerra hai più probabilità di cavartela con un’arma in mano o dentro lo scafo di un blindato.
A parte gli scherzi, mi pare che tu cavalchi un equivoco, credo che tu stia cercando un sistema per vivere meglio (psicoanalisi o altro che sia); ti disilludo, non c’è, o se c’è non è detto che sia quello adatto per te, l’unico sistema adatto sarà quello che ti costruirai (da solo o in compagnia di un analista o di altro), sempre se deciderai di farlo. Io come psicoanalista non ho ricette di benessere per i miei pazienti (come chi vendeva elisir di lunga vita nel vecchio west), ma do la mia disponibilità a costruire insieme a loro un percorso lungo e faticoso verso l’unica meta possibile, che non è né il benessere, né la felicità e nemmeno il cambiamento (anche se quest’ultima affermazione potrà sconcertare qualcuno), ma il porre il soggetto al centro del suo agire (unico homine regente). Da qui in poi io ho concluso il mio compito, dove si dirigerà (se si dirigerà) saranno solo affari suoi; resta il fatto che da quel momento potrà davvero scegliere qualcosa e non essere più in balia degli eventi.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
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Originalmente inviato da
Megiston Matema
Cara Psicotrieste,
non avevo pensato al controllo del brandy, del caminetto (presumo che il tiraggio sia essenziale per una buona riuscita psicoterapica) e delle caldarroste (trovare un verme potrebbe essere un trauma non da poco, oltre che interrompere una dieta vegetariana). Si vede che non sono (ahimé) un bravo sperimentatore.
Sulla Pet Terapy hai perfettamente ragione, ma le mie supposizioni erano dirette a verificare l’efficacia del genere canino nel praticare la psicoanalisi.
Caro Char_lie,
ti faccio presente che nelle guerre muoiono molti più civili che militari in genere (non fosse altro perché sono più numerosi e meno addestrati), e forse se proprio c’è una guerra hai più probabilità di cavartela con un’arma in mano o dentro lo scafo di un blindato.
A parte gli scherzi, mi pare che tu cavalchi un equivoco, credo che tu stia cercando un sistema per vivere meglio (psicoanalisi o altro che sia); ti disilludo, non c’è, o se c’è non è detto che sia quello adatto per te, l’unico sistema adatto sarà quello che ti costruirai (da solo o in compagnia di un analista o di altro), sempre se deciderai di farlo. Io come psicoanalista non ho ricette di benessere per i miei pazienti (come chi vendeva elisir di lunga vita nel vecchio west), ma do la mia disponibilità a costruire insieme a loro un percorso lungo e faticoso verso l’unica meta possibile, che non è né il benessere, né la felicità e nemmeno il cambiamento (anche se quest’ultima affermazione potrà sconcertare qualcuno), ma il porre il soggetto al centro del suo agire (unico homine regente). Da qui in poi io ho concluso il mio compito, dove si dirigerà (se si dirigerà) saranno solo affari suoi; resta il fatto che da quel momento potrà davvero scegliere qualcosa e non essere più in balia degli eventi.
Ciao Megiston Matema, vorrei farti una domanda; gli obiettivi reali - non il benessere ma l'essere al centro del proprio agire( nel senso che poi il benessere soggettivo dovrà cercarselo da solo?..) o "protagonista della sua vita", di questo percorso che proponi, li definisci e chiarisci con le persone che incontri - anzi per far si che inizialmente, si sviluppi un incontro da cui far partire un percorso - in modo così inequivocabile seppure in base alle loro "temporanee" (nel senso che possono essere soggettive e diverse in base al momento particolare attraversato e per cui si sono rivolti a te ed alla sua criticità) capacità - difficoltà ( emotive soprattutto) di comprensione? Ed eventualmente alle tue?
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
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Originalmente inviato da Megiston Matema
ti faccio presente che nelle guerre muoiono molti più civili che militari in genere (non fosse altro perché sono più numerosi e meno addestrati), e forse se proprio c’è una guerra hai più probabilità di cavartela con un’arma in mano o dentro lo scafo di un blindato.
Se si potesse disertare senza dare troppo nell'occhio con un blindato ti darei anche ragione, ma penso che il miglior modo per salvare la pelle sia tenersi lontani il più possibile dai campi di battaglia e dai teatri di guerra e per poterlo fare senza andare incontro a troppe noie non bisogna essere arruolati. Ci vuole mobilità non tanto per schivare i colpi ma per darsela a gambe levate :asd:.
Citazione:
A parte gli scherzi, mi pare che tu cavalchi un equivoco, credo che tu stia cercando un sistema per vivere meglio (psicoanalisi o altro che sia); ti disilludo, non c’è, o se c’è non è detto che sia quello adatto per te, l’unico sistema adatto sarà quello che ti costruirai (da solo o in compagnia di un analista o di altro), sempre se deciderai di farlo.
Ma la compagnia dell'analista cosa aggiunge? Se non ha niente di meglio da offrire, la sua presenza a cosa serve? A me più che domande servono risposte, di domande già me ne faccio tante da solo :D.
Citazione:
Io come psicoanalista non ho ricette di benessere per i miei pazienti (come chi vendeva elisir di lunga vita nel vecchio west), ma do la mia disponibilità a costruire insieme a loro un percorso lungo e faticoso verso l’unica meta possibile, che non è né il benessere, né la felicità e nemmeno il cambiamento (anche se quest’ultima affermazione potrà sconcertare qualcuno), ma il porre il soggetto al centro del suo agire (unico homine regente). Da qui in poi io ho concluso il mio compito, dove si dirigerà (se si dirigerà) saranno solo affari suoi;
resta il fatto che da quel momento potrà davvero scegliere qualcosa e non essere più in balia degli eventi.
Ma perché secondo te prima di rivolgersi a te non è sempre l'altra persona a scegliere? Il problema per me non è scegliere qualcosa, se devo fare uso di qualche sistema questo dovrebbe riuscire ad aiutarmi a scegliere qualcosa di meglio rispetto a prima: questo implica necessariamente possedere maggiori conoscenze e tecniche, per scegliere potrei lanciare anche una moneta, questo è l'ultimo dei problemi per me, non è una meta che mi interessa raggiungere, voglio un'esistenza per me migliore sotto certi aspetti, tutti questi concetti filosofici un po' astrusi come "porre il soggetto al centro del suo agire" non mi interessano, ad esempio se "il soggetto fosse un po' decentrato rispetto al suo agire" ed agisse allo stesso modo di "un soggetto che è posto al centro del suo agire", cosa accadrebbe? Cosa cambierebbe? A me interessa raggiungere certi risultati, che li provochi il soggetto, dio o altre entità non mi importa, per me tutte le cose di cui parlate non rappresentano nemmeno dei problemi sensati.
Se l'analisi aiuta a "poter davvero scegliere" per me non aggiunge praticamente nulla, il libero arbitrio non ce lo può donare certo un analista, o già lo si possiede o non c'è nulla da fare. Se invece l'analisi permette di individuare strategie più efficaci per raggiungere certi obiettivi esistenziali di benessere secondo un individuo, il discorso cambia, ma sembra che le cose non stiano così, tu stesso hai ammesso che non serve per migliorare l'esistenza.
Un saluto a tutti
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Cara Psicotrieste,
non avevo pensato al controllo del brandy, del caminetto (presumo che il tiraggio sia essenziale per una buona riuscita psicoterapica) e delle caldarroste (trovare un verme potrebbe essere un trauma non da poco, oltre che interrompere una dieta vegetariana). Si vede che non sono (ahimé) un bravo sperimentatore.
Sulla Pet Terapy hai perfettamente ragione, ma le mie supposizioni erano dirette a verificare l’efficacia del genere canino nel praticare la psicoanalisi.
Caro Char_lie,
ti faccio presente che nelle guerre muoiono molti più civili che militari in genere (non fosse altro perché sono più numerosi e meno addestrati), e forse se proprio c’è una guerra hai più probabilità di cavartela con un’arma in mano o dentro lo scafo di un blindato.
A parte gli scherzi, mi pare che tu cavalchi un equivoco, credo che tu stia cercando un sistema per vivere meglio (psicoanalisi o altro che sia); ti disilludo, non c’è, o se c’è non è detto che sia quello adatto per te, l’unico sistema adatto sarà quello che ti costruirai (da solo o in compagnia di un analista o di altro), sempre se deciderai di farlo. Io come psicoanalista non ho ricette di benessere per i miei pazienti (come chi vendeva elisir di lunga vita nel vecchio west), ma do la mia disponibilità a costruire insieme a loro un percorso lungo e faticoso verso l’unica meta possibile, che non è né il benessere, né la felicità e nemmeno il cambiamento (anche se quest’ultima affermazione potrà sconcertare qualcuno), ma il porre il soggetto al centro del suo agire (unico homine regente). Da qui in poi io ho concluso il mio compito, dove si dirigerà (se si dirigerà) saranno solo affari suoi; resta il fatto che da quel momento potrà davvero scegliere qualcosa e non essere più in balia degli eventi.
Caro Megiston,
mi hai fatto ridere!:D
Io non avevo pensato alle variabili verme/vegetariano, quindi semmai questo esperimento si farà dovremo unire le forze per costruire un disegno sperimentale completo.
Trovo "Porre il soggetto al centro del suo agire" una frase bellissima, efficace e chiara, e penso che ne farò uso, se non ti dispiace, perchè non la trovo in contraddizione con il concetto di cambiamento (se al termine del percorso il paziente sarà al centro, vuol dire che prima era da qualche altra parte, giusto?). Mi ha fatto scattare delle associazioni molto interessanti che cercavo di catturare da un po', grazie :)
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
La prima frase che ho letto è stata la seguente:''Vorrei cercare di capire a cosa serve la psicoanalisi come pratica terapeutica'', altra frase ''A me gli psicoanalisti non servono per gli scopi che ho in mente'', ''Io mi sono sentito preso in giro'',''Sapete cosa vi dico? A me personalmente tutto questo non interessa, non risolve veramente nulla di quel che vorrei fosse risolto e mi fa perdere solo tempo, ed in questa mia valutazione non credo di sbagliare''... potrei continuare per molto ancora. Io sento un gran bisogno di essere ascoltato, che sia psicoanalisi o altro, l'importante è che qualcuno sia disposto a farlo. Forse hai avuto brutte esperienze, non tutti gli psicoterapeuti sono bravi come in tutte le professioni, ma non per questo devi perderti d'animo, secondo me devi riuscirti a dare un'altra possibilità, più ponderata, ora hai la possibilità di poter scegliere in maniera piu corretta rispetto ai tuoi bisogni, senza andare a mosca cieca e di riuscire a trovare chi puo ascoltarti. Poi se non sei ineteressato, o se pensi che la pratica non ti dia quello che tu vuoi, bhe lascia perdere, nessuno ti obbliga.
Saluti
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Originalmente inviato da pierluigi1970
Poi se non sei ineteressato, o se pensi che la pratica non ti dia quello che tu vuoi, bhe lascia perdere, nessuno ti obbliga.
Mi starebbe anche bene se tutti gli psicoanalisti fossero chiari rispetto al fatto che la loro pratica non serve per migliorare l'esistenza di un individuo. Dopo anni e denaro buttati molte persone potrebbero restarci oltremodo male.
Oltretutto è un tipo di pratica in cui se le cose vanno bene il merito lo si attribuisce a quest'ultima, nel caso vadano male è sempre perché la persona non si è impegnata abbastanza: come si può mai verificare se serve davvero a qualcosa?
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Cara Rosadimaggio,
se ho capito bene la domanda che mi poni, io affronto fin da subito il problema degli obiettivi da raggiungere (e per subito intendo nel momento in cui accolgo la domanda di analisi); il modo specifico in cui lo faccio è quello di creare insieme questi obiettivi, accogliendo la domanda del paziente (magari ricentrandola, perché se uno mi dice che vuole essere felice ...) ed esponendo con tutta la chiarezza di cui sono capace come io posso aiutarlo a raggiungere questi obiettivi secondo la mia formazione, la mia esperienza e la mia peculiare sensibilità. Cerco di prendere in prestito dal paziente esempi concreti tratti da ciò che mi racconta per fargli capire a cosa mi riferisco; spesso il paziente si trincera dietro motivazioni inoppugnabili con le quali mi spiega perché è “costretto” a fare ciò che fa, io non tocco le sue “motivazioni” gli chiedo soltanto dov’è e perché pensa di non poter essere lui a decidere la direzione che vuole prendere? Esempi te ne potrei fare molti, dalla paziente divisa fra la difficoltà di staccarsi dalla sua famiglia di origine (perché se si allontana teme che i suoi genitori non la amino più) e un marito che non sopporta quella che ritiene un’eccessiva dipendenza della moglie e una massiccia intrusione dei suoceri nella loro famiglia. Oppure un paziente che non sa chi è né cosa vuole fare della sua vita, è pieno di dubbi (soprattutto sulla terapia, che svaluta massicciamente ma che continua a frequentare a volte giungendo anche con più di un’ora d’anticipo su quella fissata), è che salta fuori regolarmente con grandiosi progetti entusiastici (mi metto a lavorare in proprio, faccio questo perché è più consono al mio sentire, no faccio quell’altro, oppure: “Che ne dice se vado a vivere da solo?”, progetto corroborato anche da una collega del servizio pubblico a cui lui si era rivolto e che avrà pensato che i problemi di quella persona fossero la convivenza con i suoi genitori e che a partire dall’acquisto di una casa avrebbe iniziato senza dubbio un processo di indipendenza). A questa persona ho semplicemente chiesto se pensa davvero che andando a vivere lontano dai suoi smetterà di avvertire che esiste solo se gli altri lo riconoscono. Spero di aver risposto al tuo interrogativo.
Un saluto
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Caro Char_lie,
Il ruolo dell’analista non è né quello di chi fornisce risposte confezionate prêt-à-porter, né quello che da l’interpretazione pertinente a partire dal quale la luce illuminerà da li in poi i tuoi giorni senza dover pagare il conto all’Enel, né quello di balia asciutta che ti conduce per mano nel Paese dei Balocchi. E’ un facilitatore, uno che ha già percorso il tragitto che ti propone e che immagina bene che il nuovo percorso sarà molto diverso dal suo, sarà tutto da costruire, perché alla soggettivizzazione ognuno ci arriva per una via propria, quella che si costruisce pian piano. Quando un paziente arriva da me non arriva per una scelta, arriva per disperazione, spesso le ha provate davvero tutte (persino la magia o la cartomanzia, ha interrogato persino i fondi di caffè per sapere cosa fare, come uscirne), o arriva per l’emergenza del sintomo, o perché qualcuno (di cui si fida molto) l’ha inviato; se avessi davvero il presentimento che fosse li per sua scelta, gli direi che non ha bisogno di iniziare un’analisi. C’è da dire che un germe remoto di scelta c’è anche nel suo venire da me per quelle motivazioni, in fondo è lui che viene, solo che di questa scelta non ne è consapevole, non la sente sua e se glielo dici rifiuta l’attribuzione categoricamente (ci si prende una grande responsabilità con una scelta).
Sul tuo chiedere all’analisi “strategie più efficaci per raggiungere certi obiettivi esistenziali di benessere secondo un individuo” ho una considerazioni: se il soggetto è decentrato, ovvero non sa di essere, ovvero non c’è, chi utilizzerà le strategie preconfezionate da una terapia specifica? Mi sembra che possiamo dire che sarà piuttosto utilizzato dalle strategie. Poi, se è solo questo che chiedi posso dirti che sei molto fortunato, la maggior parte delle psicoterapie (per quello che ne so io) hanno messo a punto e perfezionato strategie, strumenti, tecniche per modificare o eliminare il sintomo disfunzionale che fa tanto soffrire e ripristinare un equilibrio turbato. Il benessere (e persino la felicità) che promettono alcune di queste terapie è a volte implicito altre volte esplicito; mentre è più chiaro che ti permetteranno di adattarti meglio (darwinianamente) alla realtà e al consorzio sociale. Domanda ingenua: “Perché tu scrivi un post e apri una discussione sulla psicoanalisi, perché ti dia conto del suo procedimento e dei suoi obiettivi e, invece, non chiedi chiarimenti agli psicoterapeuti di altri indirizzi, visto che sono più vicini alla tua domanda?”. Ultima considerazione, il ritrovarsi del soggetto, ribalta ogni prospettiva ed è un primo, irrinunciabile ed essenziale passo verso ogni forma di benessere autentico, il resto è illusione, frenesia, ipomania, “godimento perverso” (Lacan). Noi non abbiamo bisogno di risposte, ne abbiamo fin troppe (dalle psicoterapie alle religioni, dall’esoterismo alla magia, dall’economia alla politica); né abbiamo bisogno di strumenti per orientarci in queste risposte (ancora una volta esterni al soggetto), abbiamo bisogno di esserci senza farci sommergere troppo da tutte queste cose. Sono abbastanza chiaro? I soldi e il rischio sono necessari e inevitabili in ogni avventura; se l’avventura è tua perché l’analista dovrebbe assumersi lui il rischio garantendoti su un risultato che non dipende esclusivamente da lui e magari risarcirti se per caso invece di fare analisi andate a farfalle?
Un saluto.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Cara Psicotrieste,
io ci sto, ma avremo bisogno di un team di sperimentatori, uno che si occupi del cane (dargli da mangiare,portarlo fuori a far pipì, lavarlo, pulire la cuccia periodicamente, farlo giocare, ecc.), uno che si occupi del brandy (metto il brandy, levo il brandy), uno che si occupi delle castagne (controllarle una per una, il peso, le dimensioni con un calibro, la temperatura di cottura, ecc.), uno che accenda il caminetto ... e qualcuno che porti le paste, ovviamente.
Hai visto mai che scopriamo una nuova forma di psicoanalisi canina, che abbia risultati di provata efficacia, e che con il modico investimento iniziale dell’acquisto (o del noleggio) di un cane e quello successivo del suo mantenimento, di qualche bottiglia di brandy (in questo caso la terapia dovrà essere necessariamente breve se no il paziente ci diventa alcolista) e delle caldarroste, anche gli scettici (come Char-lie) potranno accedere alla psicoanalisi. E chi se ne frega del soggetto, chi se ne ricorda più in una società in cui facciamo di tutto per dimenticarcelo e solo la sofferenza è li a ricordarcelo?
La frase che citi è mia, il concetto invece no, c’è un filo conduttore che parte dalle origini della cultura occidentale e che è confluito in alcuni indirizzi psicoanalitici (Lacan, Mitchell e tutta la psicoanalisi relazionale) e non (Jung, ad esempio) che parla del soggetto in termini molto simili a quelli utilizzati qui da me. Se ti interessasse approfondirlo posso passarti qualche riferimento bibliografico in privato. Sul movimento sono d’accordo con te, per andare al centro dell’azione il soggetto si deve muovere e questo è l’unico movimento di cui mi occupo e che è in realtà un doppio movimento, secondo quanto argomentato da Hegel nelle sue bellissime pagine della Fenomenologia quando parla della dialettica servo-padrone e da Kierkegaard in Timore e tremore quando narra la vicenda di Abramo.
Un saluto.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Originalmente inviato da Megiston Matema
Sul tuo chiedere all’analisi “strategie più efficaci per raggiungere certi obiettivi esistenziali di benessere secondo un individuo” ho una considerazioni: se il soggetto è decentrato, ovvero non sa di essere, ovvero non c’è, chi utilizzerà le strategie preconfezionate da una terapia specifica? Mi sembra che possiamo dire che sarà piuttosto utilizzato dalle strategie. Poi, se è solo questo che chiedi posso dirti che sei molto fortunato, la maggior parte delle psicoterapie (per quello che ne so io) hanno messo a punto e perfezionato strategie, strumenti, tecniche per modificare o eliminare il sintomo disfunzionale che fa tanto soffrire e ripristinare un equilibrio turbato. Il benessere (e persino la felicità) che promettono alcune di queste terapie è a volte implicito altre volte esplicito; mentre è più chiaro che ti permetteranno di adattarti meglio (darwinianamente) alla realtà e al consorzio sociale. Domanda ingenua: “Perché tu scrivi un post e apri una discussione sulla psicoanalisi, perché ti dia conto del suo procedimento e dei suoi obiettivi e, invece, non chiedi chiarimenti agli psicoterapeuti di altri indirizzi, visto che sono più vicini alla tua domanda?”. Ultima considerazione, il ritrovarsi del soggetto, ribalta ogni prospettiva ed è un primo, irrinunciabile ed essenziale passo verso ogni forma di benessere autentico, il resto è illusione, frenesia, ipomania, “godimento perverso” (Lacan). Noi non abbiamo bisogno di risposte, ne abbiamo fin troppe (dalle psicoterapie alle religioni, dall’esoterismo alla magia, dall’economia alla politica); né abbiamo bisogno di strumenti per orientarci in queste risposte (ancora una volta esterni al soggetto), abbiamo bisogno di esserci senza farci sommergere troppo da tutte queste cose. Sono abbastanza chiaro?
Il soggetto è decentrato non può significare che non c'è altrimenti come fa a decentrarsi? Ma comunque non è che avessi capito cosa significava questo decentramento, decentramento da cosa?
Comunque rispondo prima alla domanda evidenziata in rosso: ho aperto anche un'altra discussione in questa stessa sezione sulle psicoterapie in generale.
Forse voi non avete bisogno di risposte perciò coerentemente nel caso qualcuno scopra una qualche cura efficace (senza effetti collaterali evidenti) per certe malattie attualmente incurabili, e qualche tuo caro fosse malato, visto che pensi che nessuno ha bisogno di alcunché e soltanto di essere presente a sé stesso (cosa significherà mai? :mumble:), gli consiglierai di andare in analisi invece di utilizzare le cure disponibili?
Io vedi quando parlo di risposte mi riferisco a soluzioni vere e proprie, e proprio queste invece mancano in tutti i campi da te citati, ci sono dappertutto discussioni di vario genere, riferimenti a concetti pressappoco incomprensibili, ma quasi mai è rintracciabile davvero qualcosa che funzioni e risolva i problemi di varia natura posti, se non in certi campi limitati della medicina e di certe scienze.
Per me non ha tanto senso definire uno strumento esterno o interno al soggetto, uno "strumento" lo usa una persona per far qualcosa. La psicoanalisi stessa è uno strumento: è interna o esterna al soggetto? Ma soprattutto che significa dire che uno strumento è interno al soggetto?
Beh per me non è affatto chiaro il tuo discorso, quel "abbiamo bisogno di esserci" che significa? Ora dove siamo? Altrove? Sulla luna? Dobbiamo chiedere a qualcuno di andare a recuperare il nostro soggetto che si è disperso? :mumble:
Saluti
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
per me non è affatto chiaro il tuo discorso, quel "abbiamo bisogno di esserci" che significa? Ora dove siamo? Altrove?
Char_Lie, in questa tua domanda, c'é anche parte della risposta che cerchi; a volte si può essere senza "Esserci", perché appunto si é Altrove, ma non é un Altrove qualunque ma spesso la base di partenza di e per fare questo passaggio di "ritorno" ed "arrivare" all'Esserci. Credo che volesse dire qualcosa del genere anche se logicamente penso che Megiston Matema te lo spiegherà in base alla sua prospettiva, avendo posto la questione ed essendo poi la tua domande rivolta a lui.
In ogni caso, anche se a volte le parole utilizzate possono essere apparentemente anche molto diverse, questo é o può essere un passaggio essenziale per la maggior parte, se non tutte, le psicoterapie.
Ciao
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Un consiglio amico , qui non troverai le risposte alle tue domande, ma solo congetture. la relazione non si costruisce in rete, attraverso un monitor, potrebbe essere un inizio ma poi la cosa deve diventare reale. Quindi la mia risposta rimane quella di sopra, cerca di darti tu una nuova possibilità, perchè in fondo se uno paicoanalista dicesse di aver sbagliato tu non avresti indietro quello che hai perso. La variabile sei tu, in questo caso, in quanto sei tu che decidi di fare qualcosa per te e non la persona che hai di fronte, sia essa uno psicologo o sia esso un meccanico, tanto per spostarci abbastanza dalla professione di psicologo. Ergo, rifletti a cio che vuoi fare per te.
Ciao
-
Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
che la loro pratica non serve per migliorare l'esistenza di un individuo.
E questo chi lo dice?
Citazione:
Oltretutto è un tipo di pratica in cui se le cose vanno bene il merito lo si attribuisce a quest'ultima, nel caso vadano male è sempre perché la persona non si è impegnata abbastanza: come si può mai verificare se serve davvero a qualcosa?
E' una pratica che scommette sulla responsabilità etica del soggetto, il "merito" non può che essere del soggetto; se va male ci possono essere responsabilità dello psicoanalista e del paziente, la verifica a priori non è possibile in psicoanalisi, forse per te è un punto debole, ma non potrebbe essere altrimenti.
Saluti,
ikaro
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Ma la compagnia dell'analista cosa aggiunge? Se non ha niente di meglio da offrire, la sua presenza a cosa serve? A me più che domande servono risposte, di domande già me ne faccio tante da solo :D.
Ma perché secondo te prima di rivolgersi a te non è sempre l'altra persona a scegliere?
Char_lie le tue obiezioni non fanno una grinza, il punto è che non tengono in conto dell'inconscio: la differenza tra le scelte prima e dopo una psicoanalisi dipende da un diverso rapporto con esso, il lavoro e la presenza dello psicoanalista serve a rendere possibile questo lavoro. Le domande ce la facciamo tutti da soli, ce la cantiamo e ce la suoniamo che è una bellezza!:P), ma questo è un cortocircuito, pensa alle ossessioni e (forse) capirai quello che intendo.
Saluti,
ikaro
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
“Che ne dice se vado a vivere da solo?”. A questa persona ho semplicemente chiesto se pensa davvero che andando a vivere lontano dai suoi smetterà di avvertire che esiste solo se gli altri lo riconoscono. Spero di aver risposto al tuo interrogativo.
Questa interpretazione sembra di fatto un ulteriore riconoscimento, non ti pare? Davvero semplicemente avrei chiesto a lui cosa ne dice, perchè non ne dice, almeno in questo frammento.
Saluti,
ikaro
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Caro Ikaro,
era una domanda e non una interpretazione (non sono molto interpretativo), comunque capisco il tuo punto di vista, solo che mi chiedo, ma il "Buonasera, prego si accomodi" non è anch'esso un riconoscimento ... certo che lo è, purché noi ne siamo consapevoli e cerchiamo di trasmettere questa consapevolezza anche al nostro paziente ... quanto ha bisogno del nostro riconoscimento per esistere? ma per questo dobbiamo interrogarci su quanto noi abbiamo bisogno del suo riconoscimento per sentirci analisti ;-)
Un saluto.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Caro Ikaro,
era una domanda e non una interpretazione (non sono molto interpretativo),
Ma una domanda può fare da interpretazione. (Anzi, una buona domanda è proprio quella che sarà stata, a posteriori, un'interpretazione riuscita, nel senso che avrà avuto un effetto).
Citazione:
comunque capisco il tuo punto di vista, solo che mi chiedo, ma il "Buonasera, prego si accomodi" non è anch'esso un riconoscimento ... certo che lo è, purché noi ne siamo consapevoli e cerchiamo di trasmettere questa consapevolezza anche al nostro paziente ...
Ma sono due cose molto diverse secondo me, perchè le metti insieme? "Prego, si accomodi" è un rituale di apertura -che peraltro di solito precede l'inizio della seduta analitica- la domanda era un intervento (e non un altro) sul dire del paziente, peraltro non un dire qualsiasi, come se ne fanno spesso in seduta, ma una domanda al terapeuta. Non sono d'accordo sulla consapevolezza, dove c'è troppa consapevolezza da trasmettere non c'è molto di analitico secondo me.
Citazione:
quanto ha bisogno del nostro riconoscimento per esistere? ma per questo dobbiamo interrogarci su quanto noi abbiamo bisogno del suo riconoscimento per sentirci analisti ;-)
Esattamente.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Ciao ikaro: dunque i disturbi egosintonici secondo te non sono trattabili?
Porre la questione in termini di "disturbo" ci porti su una strada scivolosa. In ogni caso, ogni "disturbo" è egosintonico fino a quando è sopportabile per il soggetto. Fino a quel momento, quindi non sono di fatto trattabili: nel senso che non c'è richiesta di trattamento, anche se magari c'è molta sofferenza, molto lamento. Quando l' egosintonia comincia a vacillare -almeno al punto da portare a consultare un supposto esperto- si apre almeno una possibilità di trattamento.
Saluti,
ikaro
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Originalmente inviato da
ikaro78
Porre la questione in termini di "disturbo" ci porti su una strada scivolosa. In ogni caso, ogni "disturbo" è egosintonico fino a quando è sopportabile per il soggetto. Fino a quel momento, quindi non sono di fatto trattabili: nel senso che non c'è richiesta di trattamento, anche se magari c'è molta sofferenza, molto lamento. Quando l' egosintonia comincia a vacillare -almeno al punto da portare a consultare un supposto esperto- si apre almeno una possibilità di trattamento.
Saluti,
ikaro
Dicendo che ogni disturbo é "egosintonico" finché é sopportabile, ti riferisci anche a quella che potrebbe apparire finché tale, ad es. un'"innocua e specifica fobia" dietro cui può esserci tutt'altro quando essa divenuta intollerabile o un tormento, si rivela o disvela nel tempo attraverso una richiesta prima e tramite un trattamento, come facciata di un sottostante altro "disturbo" relativo alla struttura del soggetto, che per qualche motivo "non tiene" più bene, facendo stare troppo male il soggetto stesso?
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Dicendo che ogni disturbo é "egosintonico" finché é sopportabile, ti riferisci anche a quella che potrebbe apparire finché tale, ad es. un'"innocua e specifica fobia" dietro cui può esserci tutt'altro quando essa divenuta intollerabile o un tormento, si rivela o disvela nel tempo attraverso una richiesta prima e tramite un trattamento, come facciata di un sottostante altro "disturbo" relativo alla struttura del soggetto, che per qualche motivo "non tiene" più bene, facendo stare troppo male il soggetto stesso?
Sì, in un certo senso, "egosintonica" nel senso che ha a che fare con l'ego, con una identificazione immaginaria, finché questa tiene -benino nonostante tutto- si va avanti.
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Originalmente inviato da pierluigi1970
Un consiglio amico , qui non troverai le risposte alle tue domande, ma solo congetture. la relazione non si costruisce in rete, attraverso un monitor, potrebbe essere un inizio ma poi la cosa deve diventare reale. Quindi la mia risposta rimane quella di sopra, cerca di darti tu una nuova possibilità, perchè in fondo se uno paicoanalista dicesse di aver sbagliato tu non avresti indietro quello che hai perso. La variabile sei tu, in questo caso, in quanto sei tu che decidi di fare qualcosa per te e non la persona che hai di fronte, sia essa uno psicologo o sia esso un meccanico, tanto per spostarci abbastanza dalla professione di psicologo. Ergo, rifletti a cio che vuoi fare per te.
Ciao
Capirai, se pensi che sia reale una relazione in cui vedi una persona per qualche ora alla settimana in orari stabiliti, devi pagarla per vederla e non puoi sentirla in altri momenti, stiamo freschi! Magari risulta più reale anche una relazione tenuta in rete con qualcun altro.
Comunque non ho certo chiesto risposte a voi, sto supponendo che nemmeno voi possediate risposte, ossia soluzioni, queste in genere sono complicate da trovare e richiedono conoscenze vere e proprie. Se non avete nulla di più, cosa potete dare?
Qualcosa per me la faccio già ed anche se non basta non è detto che uno psicoanalista riuscirà a migliorare le cose, semplicemente ora credo che questo tipo di pratiche non riusciranno a darmi niente, non rappresentano alcuna possibilità in più per me.
Possono essere un modo per passare il tempo, distrarsi, parlare dei propri problemi con qualcuno, ed un certo benessere da queste perciò lo si ricava, ma non risultano risolutive.
Un saluto
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Originalmente inviato da Ikaro78
Sì, in un certo senso, "egosintonica" nel senso che ha a che fare con l'ego, con una identificazione immaginaria, finché questa tiene -benino nonostante tutto- si va avanti.
Ma cos'è un'identificazione immaginaria?
E' simile a quello che succede a certe persone quando dicono "Sono Napoleone"?
Un'identità che non è riconosciuta dagli altri?
Saluti
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Citazione:
Ma cos'è un'identificazione immaginaria?
E' simile a quello che succede a certe persone quando dicono "Sono Napoleone"? Un'identità che non è riconosciuta dagli altri?
"Se un uomo che si crede un re è un pazzo, un re che si crede un re non lo è meno" (J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, 1946). Permettimi questa citazione, perchè mi sembra pertinente con il tuo intervento, nel senso che un'identificazione immaginaria non è solo quella del "folle" (che anzi andrebbe in un certo senso preservata), ma qui mi riferivo alle identificazioni immaginarie quali si incontrano nelle nevrosi, in particolare le identità riconosciute dagli altri e quindi dal soggetto stesso, quindi andiamo dalle identificazioni socialmente riconosciute ("sono uno psicologo", "un figlio", "una moglie", "un marito") a quelle più intime diciamo, proprie a ciascuno.
Saluti,
ikaro
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Caro Char_lie,
sembrerebbe che alla fine una risoluzione l’hai presa, “noi” non possediamo risposte (almeno le risposte che cerchi tu, quelle che presupporrebbero una conoscenza “vera e propria”), quindi per te sarebbe tempo perso iniziare un’analisi e preferisci fare quel “qualcosa” che stai già facendo per te. Questo sarebbe un buon esito di tutto questo discorso, in fondo sembrerebbe che qualcosa ti sia chiarito e che una decisione tu l’abbia presa, ma tutto il discorso mi convince poco e ti spiego il perché. Tu non dici: “Grazie per i vostri interventi ma “io” non credo che la psicoanalisi faccia per me”, tu dici invece: “Siccome “voi” non avete niente da offrirmi, perché dovrei venire in analisi? Continuerò a fare “qualcosa” che sto già facendo”. Una formulazione dove il tuo agire viene, ancora una volta, fatto dipendere dall’esterno e non da te.
Dopo il tuo penultimo intervento io mi sono fermato ad ascoltarmi, quello che provavo era un’intensa frustrazione perché niente di ciò che dicevo sembrava chiaro, niente risolutivo; rileggendo il tutto mi sono accorto che il dialogo stava slittando impercettibilmente da una legittima richiesta di informazioni teoriche a un atteggiamento da parte tua che sembra sintetizzabile nella frase “provate a convincermi se ne siete capaci!”. Il tuo movimento è quello di chi, quando incontra qualcuno ben disposto, si allontana per farsi inseguire adottando la tecnica del “non mi è chiaro”, “non capisco”, “non mi convince”, suscitando dall’altra parte il desiderio di chiarirti, di convincerti, di imboccarti la minestra a piccole cucchiaiate, o il desiderio di mandarti a quel paese (o entrambe le cose in alternanza).
Di fatto una cosa così è uno squallido surrogato di analisi, perché ad un certo punto ci si chiede: “Perché non capisce?”, subito trasformato in: “Perché non vuole capire?”, questa domanda formulata da un analista è l’esordio di un’analisi. Ma si tratta di un’analisi molto strana, senza che ci sia mai stata una domanda di analisi (troppo impegnativo per te poterla formulare, e allora è meglio farsi inseguire dall’analista per non avvertire il bisogno e la responsabilità di una domanda); senza troppo coinvolgimento emotivo (in fondo è una cosa virtuale, internettiana, tu stesso hai detto che non c’è molta differenza fra un rapporto analitico e quello che passa attraverso lo schermo del pc) e senza scucire una lira (pardon, un euro). Ciò placherebbe i timori che hai espresso in più riprese (“Chi mi garantisce l’efficacia? E se va male, chi mi risarcisce?”).
Mi pare che fra i miei interventi, quelli sempre opportuni e contraddistinti da una sensibilità non comune di Psicotrieste e il lungo dialogo con Gieko, tu possieda più nozioni di psicoanalisi di un candidato che bussa alle porte della SPI per il primo colloquio.
Ad un paziente che mi consulta non dico più di quello che ho detto a te, in genere basta, il resto è esperienza di analisi se accetta e se non accetta ha semplicemente perso un’occasione o magari ne sta cercando un’altra a lui più consona. In fondo quando parlo di presenza a se stesso non mi riferisco a nient’altro che all’esempio che ti do in questo commento, capire il ruolo (e il gioco) dell’altro, capire il proprio ruolo (perché stai al gioco) e capire a cosa è funzionale questo gioco per entrambi. Poi, puoi decidere di esplicitare il gioco (come sto facendo), per facilitare nell’altro la stessa presenza a sé che tu stai avvertendo, o puoi tenertelo per te e decidere di stare al gioco senza fare il gioco. E questo “decidere” è porsi al centro dell’azione.
Un saluto.
P.S. Non sprecarti a rispondermi che non è chiaro o che non ti convince :sbonk: :D
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
Caro Ikaro,
mi pare, leggendoti, che abbiamo un diverso concetto di interpretazione, per me l’interpretazione è un’asserzione e non una domanda e questo perché dice e non chiede, è qualcosa che getta nuova luce sul materiale del paziente (ma per quanto mi riguarda getta soprattutto luce sulla relazione fra me e il paziente), non è dunque una semplice riformulazione o rielaborazione, nel senso che deve portare un significato nuovo, implicito nel discorso da interpretare, ma non immediatamente evidente, tanto è vero che bisogna utilizzare un codice diverso dal discorso di partenza, quello simbolico.
Sul primo intervento citato mi sembrava inutile chiedergli cosa ne pensasse lui visto che girava per le agenzie in cerca di un appartamento, mi sembrava chiaro che la ritenesse una buona soluzione, fra l’altro corroborata da una psicologa che aveva consultato. Ciò che gli ho esposto sotto forma di domanda è una modalità di funzionamento sua di cui lui è consapevole già da una precedente analisi, ma ne è consapevole solo razionalmente, il mio intervento era dunque teso a sollecitarlo nel calare questa rappresentazione di sé razionale nel fatto concreto che stava accadendo.
Io non ritengo affatto che l’unico operare analitico stia nell’interpretazione, tutto ciò che passa fra analista e paziente e analitico e spesso lavoro sulle cose marginali come il “Buonasera, prego si accomodi” o su altre cose generalmente non ritenute facenti parte della seduta e quindi non terapeutiche, trovandovi un paziente molto più autentico di quello che si siede di fronte a me e inizia a “fare il paziente”. Sul riconoscimento e sul ruolo della consapevolezza credo ci sarebbe molto da dire e non vorrei liquidarli qui con uno slogan di fine commento, spero avremo modo di ritornarci.
Un saluto.
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Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?
"Sii espressivo quanto puoi e supportivo quanto devi". R.S.W.