Non accetterai repliche, ma dovresti spiegare cosa intendi per "lasciare" i pazienti, perchè non mi pare che sia una situazione usuale nè tantomeno, qualora avvenga per motivi ben precisi, senza spiegazione.
Saluti
Printable View
Non sarà usuale, ma si verifica.
il paziente se lo deve masticare DA SOLO, l'abbandono.
Figurati se l'analista è TENUTO a dare spiegazioni.
Il paziente non sa niente di lui, no?
Inizio ad avere qualche dubbio che col termine "analista" ti riferisca a "terapeuta", che non è la stessa cosa. Comunque se anche fosse, un analista potrebbe compiere un gesto antianalitico, ma si presume che un certo tipo di training limiti molto questi rischi.
Per il resto cosa c'entra che non si sappia niente di lui?
Ha a che vedere con una diversa concezione dell'inconscio e con un diverso modo di lavorare con l'inconscio.
Le istanze cosa sono nel linguaggio del caos? Sono diverse dalle strutture?Citazione:
Di bibliografia ce n'è in abbondanza e la riflessione epistemologica va avanti da qualche decennio. Se proprio vogliamo dirla tutta, poi, Io, Es e Super-io non sono strutture ma istanze; quanto a ciò a cui mi riferisco si tratta di struttura identitaria, ovvero di come il soggetto si costruisce in maniera coerente (a volte troppo) attorno al proprio desiderio inconscio. Che sia narcisitico, masturbatorio, dipendente o altro poco interessa.
Quindi esiste una struttura coattiva, una narcisitica, masturbatoria o dipendente. Ma nel linguaggio del caos, cosa sono queste strutture: strutture dissipative o cos'altro? Funzionano nel dominio dell'energia o dell'informazione ?Citazione:
Ma si va in terapia proprio perchè il sistema non riesce più a reagire e ha perso il grado di flessibilità che lo dovrebbe caratterizzare. Strutturalmente si è "arroccato" sulla ripetizione e continua a perpetuarla. Diventa in altre parole un sistema chiuso, metaforicamente. E ciò implica il lavoro sulla struttura coattiva. Detto con i termini dei sistemi dinamici, i campi di attrazione sono troppo vincolanti e lasciano pochi gradi di libertà: il margine del caos (la flessibilità del sistema) è molto lontana.
E' probabile che ci sia, forse si, forse no, chi lo sa? In questa società così turbolenta non si finisce mai di imparare.Citazione:
Quindi mi dici che c'è un metodo molto più rapido ed indolore per ottenere gli stessi effetti...
La versione di Milton Erickson:Citazione:
O non sarà forse che si ottiene qualcosa d'altro? Visto che l'idea di resistenza non sembra appartenere all'ipnoterapia (almeno nella tua versione),
"We believe that most so-called resistances have some reasonable basis within the patient's own frame of reference. Resistance is usually an expression of the patient's individuality! The therapist's task is to understand, accept, and utilize that individuality to help patients bypass their learned limitations to achieve their own goals."
Da "Hypnotherapy. An exploratory casebook" di Milton Erickson e Ernest Rossi - 1979, Irvington Publishers.
Non te lo traduco perchè penso che ormai tutti conoscano l'inglese.
Modellizzazione è una parola che prevede l'applicazione di modelli matematici. Forse che siano interpretazioni ? :rolleyes:Citazione:
nonostante sia una realtà clinica nonchè un'evidenza che emerge anche nelle modellizzazioni teoriche, evidentemente le cose non sono così semplici.
Non serve cospargersi il capo di cenere, basta inviarmi una bottiglia di Cartizze all'indirizzo che non mancherò di inviarti privatamente ;) Scherzo!
Comunque, mégiston máthēma ha poco a che vedere con la scienza perché piuttosto è "il più grande insegnamento", non a caso il discorso verteva sul "soggetto supposto sapere", sulla trasmissione della psicoanalisi e sull'etica della stessa.
Un saluto.
Se ti rompi una gamba, puoi scegliere in che ospedale andare, oppure puoi scegliere di arrangiarti da solo. Quello che non puoi scegliere è di insegnare all'ortopedico come si aggiusta una gamba (poi, se vuoi farti il tuo bel corso di studi...). Come dicono dalle mie parti, vuoi insegnare ai gatti ad arrampicarsi (il che è un po' presuntuoso).
Se stiamo invece parlando dei tuoi diritti come paziente in analisi, in quella stanza dovrebbe esserci un professionista lì per te. Lui ti può ascoltare e a lui puoi spiegare/insegnare cosa sia per te il dolore e la sofferenza, o la fatica. Sta a lui prenderti in parola o provare a sentire cosa c'è dietro. Non ti può dire cosa ne uscirà perché dipende da te e da lui e da un sacco di cose accadute prima, che accadranno durante e che verranno poi. Non vorrai ridurre il tuo psichismo alla pur complessa struttura di un femore, vero?!
Quindi, se non fai l'analista, il terapeuta o lo psichiatra, scartato per manifesto disinteresse il ruolo di paziente, esattamente dove ti collochi in questa discussione?
Riprendendo la faccenda dell'in..lata, che io avevo letto solo dal vertice passivo, si potrebbe anche dire che tu giochi entrambi i ruoli: quello passivo, di paziente incompreso, e quello attivo, di terapeuta illuminato (più degli altri). Qualcosa non mi torna, perché in realtà mi pare che tu non voglia fare così tanta fatica. Se al primo accenno di passivizzazione (vedi: lettino) devi ribaltare la situazione... questo tipo di relazione a me non piace molto. Facciamo che hai vinto tu a tavolino! :mano:
C'entra, c'entra.
Chiamalo come ti pare, se è uno psicoanalista, fa l'analista anche se ti vede una volta ogni secolo.
Resta sempre se stesso.
Premesso questo
Istruzioni d'uso:
Dopo il "lavaggio del cervello", se restano energie a sufficienza, chiedo venia,
provare a chiedere spiegazioni su qualunque cosa inerisca la sua sfera personale.
Potrebbe dare un senso di realtà alle cose, il paziente potrebbe risparmiarsi un sacco di inutili fantasie improduttive.
Del tipo, ma se non vieni, perchè non mi spieghi chiaro e tondo qual è la ragione?
Il "terapeuta" se la inventi pure, una ragione, se non può dire le cose, ma eviti al paziente tutta una serie di ipotesi inutili.
Sia chiaro, perdinci, trasparente.
Non induca dubbi, incertezze.
Non siamo idioti.
Ma come si fa ad avere fiducia in una persona, un estraneo, che si comporta in modo diverso, non c'è nulla da fare, dalla media delle persone.
E' corretto avvertire prima dei propri ritardi, in anticipo.
E' normale informare, preoccuparsi degli impegni altrui...
Se poi volete per forza fare gli alieni sulla torre d'avorio, fate vobis.
Noi si resta volentieri nevrotici.
Ciao.
Se ti va potresti spendere qualche parola in più. Che sia diversa lo si capisce, in cosa e su che base non molto.
Sempre ammesso che ci si riconosca nella formulazione freudiana classica - cosa che non è per nulla scontata -, direi che potrebbero corrispondere a dei livelli di organizzazione del sistema vivente.
Anzitutto direi che esistono tante strutture identitarie quanti sono gli esseri umani. Poi ci sono tratti più o meno similari che possono comportare delle classificazioni... Come dicevo prima, le strutture psichiche posso essere considerate "dissipative" (ovvero in uno stato di transizione tra ordine e caos, ed in continuo scambio) fino a che non si chiudono in un equilibrio troppo vicino all'omeostasi. La coerenza della struttura avviene cioè a scapito dello scambio con l'ambiente.
Allora illuminaci, perchè a quanto pare intere schiere di psicoterapeuti non vogliono imparare. Oppure sarà che le cose non stanno proprio così?
Certo che la resistenza ha ragion d'essere nel contesto del paziente. Ecco perchè è presente una quantità di fatica e di dolore nel progressivo abbandono a favore di aperture al nuovo che invece - soprattutto al principio - terrorizzano. E' il discorso sulla coerenza identitaria di cui sopra che non credo proprio possa essere bypassato, bensì compreso, accettato ed analizzato.
Saluti
PS: sulle modellizzazioni interrogherei i testi di gente come Bion o di altri psicoanalisti con interessi e conoscenze in matematica.
Generalizzo perchè non posso andare sul personale, non hai capito?
Ci sono le regole del forum.
Io credo che anche voi, usciti dalle scuole di specializzazione, non abbiate un'idea di quel che succede effettivamente aun paziente in terapia.
Che vive FUORI dalle vostre stanze, ha le proprie idee, una vita precedente, un'educazione, dei valori, non so..
anche una famiglia, degli affetti..
la terapia può sconvolgere matrimoni, relazioni, apportare cambiamenti reali..
Io, boh?
Che dirvi?
Buona fortuna.
Ne hanno idea, complicata...oltre ad esercitare hanno fatto o fanno analisi personale.
Piuttosto mi chiedo se un'analisi così difficoltosa quale tu descrivi non sia dovuta ad una così bassa frequenza degli incontri che non ti permette di lavorarci con i tempi giusti.
Non so, è una mia idea personale, per carità!
Saluti
parlando in generale, una terapia più sconvolgere matrimoni, relazioni, apportare cambiamenti a patto che si lavori con una buona alleanza (ovviamente si presume che questi cambiamenti siano positivi). Questo è anche uno dei motivi per cui non è facile avviare un processo di cambiamento: cambiare significa sconvoglere tutto, non a caso si parla di "resistenza al cambiamento".
Se è uno psicoanalista, può fare varie terapie, sempre psicoanaliticamente orientate. Non ricordo che, tra le regole delle varie scuole di specializzazione, ci sia la maleducazione. Non ricordo una volta in cui il mio analista non si sia presentato ad una seduta.
Se stai facendo un'analisi o una psicoterapia psicoanaliticamente orientata, le fantasie sull'analista non sono per nulla inutili e/o improduttive. Al più sono difficili da comunicare. Non è detto che ti venga risposto in merito alla vita privata dell'analista (anzi, se l'analista è "freudiano ortodosso", te lo puoi scordare). Certo, se ci sono delle rotture del setting (ritardi imprevisti, si spera casi più unici che rari), l'analista non si deve trincerare dietro a inutili interpretazioni o giustificazioni campate per aria. Sta a lui gestire la situazione al meglio. Le motivazioni per i ritardi sono talmente vaste e personali, però, che diventa difficile dare un orientamento onnicomprensivo. Per non chiudersi nella torre d'avorio, vale il principio per cui non è giusto inondare i pazienti coi propri problemi sciorinandoli in seduta, ma è altrettanto ingiusto tenere la mente occupata con quegli stessi problemi senza riuscire a sentire il paziente. Occorre trovare una buona media e tenere conto del fatto accaduto, soprattutto a livello controtransferale (diciamo che deve essere considerato come una specie di rumore di fondo).
La chiarezza e la trasparenza, in analisi, sono due concetti che hanno poco senso, concepiti come li si intende di solito. Di sicuro l'analista è tenuto ad essere onesto, chiaro al momento della stipula del contratto, puntuale, in ascolto e preparato. Anche educato, ovviamente.
L'analista, proprio l'analista, cioè il tizio delle 2-3-4 sedute settimanali e delle associazioni libere, non ha idea di tutto questo? Mah...inizio a credere che tu abbia fatta l'analisi con Satana in persona!:P
Scherzo, però credo che un analista che possa definirsi tale, è tutto il contrario di quello che hai descritto...questo concedimelo. Una cosa quale tu l'hai descritta non è analisi...almeno da quanto apprendo via via in questi miei ancora giovani anni...:D
Saluti,
Luigi
Su questo, almeno per me, ti sbagli.
Sono stato paziente prima, parecchio prima di iniziare una scuola di specializzazione. Prima di iniziare l'università.
Certo, la psicoanalisi l'ho incontrata solo cinque anni fa. Ed è stato grazie alla psicoterapia prima e alla psicoanalisi dopo se ho potuto fare questo percorso.
Se ho potuto consentirmi di crescere mia figlia, cambiare lavoro, lasciare e venire lasciato nelle relazioni e negli affetti. Trovare amore e darne, per quel che ho potuto e posso.
E, sì. La vita cambia. Non so fino a che punto cambia da sola e quanto invece cambia grazie all'analisi.
Però non ho mai trovato un analista che mi abbandonasse. Forse sono solo stato fortunato. Però mi ricordo che la mia analista, una volta, mi telefonò per chiedermi se mi sarei presentato o no all'ora dell'appuntamento.
Mi stupii, perché ero in trasferta per lavoro a trecento chilometri di distanza, e lei lo sapeva.
Ma mi stupì ancora di più la sua spiegazione: "Che lei ci sia o no, quell'ora è sua. Io vorrei utilizzarla per vedere un altro paziente, ma ho bisogno del suo permesso per fare questo".
Ecco. La mia esperienza è profondamente diversa dalla tua. Io ho trovato rispetto, riconoscimento, stimolo e anche confronto. A volte scontro. Critica serrata.
Non entro nel merito dei cambiamenti avvenuti, e di quelli tuttora in corso. Appartengono alla dimensione degli affetti e del privato, e non mi va di metterli qui. Dico solo che è una delle poche cose della mia vita che rifarei esattamente nello stesso modo.
Buona vita
Guglielmo
Belle testimonianze, come sempre. Mi vengono in mente ancora parole, che cozzano un pò, forse, con la visione di complicata...sono anni ormai lontani e tanto è accaduto, ma lo spirito di una pratica analitica degna di questo nome traspare ancora in poche, eleganti, parole:
''Non si tratta, dopo tutto, di confermare una teoria, bisogna invece che il paziente riesca a comprendersi come individuo. Questo, comunque, non è possibile senza un raffronto con le concezioni collettive, di cui il medico deve avere conoscenza. Perciò il semplice tirocinio medico non è sufficiente, poiché l'orizzonte della psiche umana comprende infinitamente di più del limitato campo visivo del gabinetto di consultazione medica.
L'anima è certamente più complessa e inaccessibile del corpo: rappresenta, per così dire, quella metà del mondo che perviene all'esistenza solo quando ne diveniamo coscienti. Per questa ragione la psiche costituisce un problema non solo personale, ma universale, e lo psichiatra ha a che fare con un intero mondo.
Lo psicoterapeuta, non deve però limitarsi a capire il paziente; è importante anche che capisca se stesso. Per questo motivo la conditio sine qua non della preparazione dell'analista è la sua stessa analisi, la cosiddetta analisi didattica. Il trattamento del paziente comincia, per così dire, dal medico: esso deve rendersi conto che l'analisi lo riguarda, che essa ha che fare con la vita reale, e non è un metodo che si possa imparare a memoria (in senso letterale!). Il medico, o terapeuta, che non arriva a capire questo durante la sua analisi didattica, lo pagherà in seguito a caro prezzo.''
C.G.Jung ''Ricordi...''
Saluti,
Luigi
Non chiedo il "come" tecnico ovviamente a me non interessa, ma il "come" che influisce su quel che provo (mi si informerà che mi si metterà un gesso e dovrò tenerlo per un certo periodo ad esempio), inoltre nel caso della gamba è chiaro che lo scopo è lo stesso, "l'immagine di gamba aggiustata" di paziente e medico coincide.Citazione:
Originalmente inviato da lalangue
Ma nel caso della psicoterapia coincide l'immagine di "me stesso aggiustato" tra psicoanalista e paziente? :mumble:
Io questo chiedo anche: "in cosa consiste questo aggiustamento?"
Ho provato a fare delle ipotesi ed ho proposto
"Consiste nel risolvere i problemi che pone la persona?" E Voi... "NOOOOO!"
"Consiste nella modifica delle preferenze e dei desideri?" E Voi... "NOOOOO!"
"Consiste nel far adattare la personalità della persona all'ambiente?" E Voi... "NOOOOO!"
Abbiamo un individuo di partenza A che si lamenta di questo o quel problema che non sa come risolvere, la psicoterapia punta alla soluzione di questi problemi o ad altro? Se non punta alla soluzione dei problemi che la persona pone coscientemente, quest'altro in cosa consiste?
L'individuo di arrivo B come dovrebbe essere fatto secondo voi per esser considerato guarito, sano?
Posso avere un'idea di che idea avete della persona aggiustata che funziona bene? Significa voler diventare un terapeuta se chiedo questo? Io ho un'idea del "me stesso aggiustato" che ovviamente si inserisce in tutto un contesto esistenziale e relazionale di un certo tipo, questa idea coincide con la vostra? Come faccio a saperlo se siete sempre evasivi?
Nel caso della gamba già sappiamo di essere d'accordo riguardo a cosa sia una gamba funzionante, ma in quest'altro caso come si fa? Non è che abbiamo una funzione che vogliamo ripristinare e perciò bisognerebbe anche provare a spiegare gli obiettivi quali siano, che poi è proprio il tema di questa discussione.
Io faccio queste domande ma cercate continuamente di non rispondere o di evadere sistematicamente dal quesito per non fissare mai nulla, ci ho pensato un po' ma non è una mia fantasia questa :mumble:.
Se prendete due persone e chiedete ad ognuna di queste come dovrebbe esser fatta una persona sana e come dovrebbe essere costituito un ambiente sociale sano, come dovrebbe essere fatto un buon uomo, come dovrebbe essere fatta una buona donna, potrebbero venire fuori cose completamente diverse. Si creerebbero molti meno scontri in ambito politico e sociale se fossimo già tutti più o meno d'accordo come nel caso della gamba. Perciò se una persona dice di voler migliorare il mondo non direi di dare subito il nostro appoggio a quel che vorrebbe fare questa senza chiarirci in cosa consiste per lei questo miglioramento che vorrebbe apportare. Se l'individuo in questione è un nazista convinto e noi guarda caso siamo pure ebrei, dando il nostro appoggio a questa andiamo contro i nostri interessi.
Ho capito anche perché un po' vi accomuno tutti ed uso questo "voi" :D, siete sempre un po' ambigui.
Saluti
Char_Lie, dal mio personale punto di vista stai sprecando tempo. Probabilmente ne hai da vendere, e non è affar mio.
La tua immagine di "aggiustato" è l'unica che conti, per me. Vieni da me e mettiti in terapia. Quando sarai "aggiustato" come dici tu, te ne andrai. Io sono sicuro che prima o poi succederà. Però non so quando.
Ti va bene? E' così. Non ti va bene? E' ancora così.
La mente è tua. Se dentro ci sono bulloni invece che cotolette, che c'entro io?
Buona vita
Guglielmo
Char_LIE TO ALL. Mi spiace che tu non abbia risposto ai miei post.
Dark Tranquillity - Fiction medley / YouTube - Dark Tranquillity: Fiction medley-Video
Qui siamo sul livello direttivo delle terapie sintomo-specifiche di tipo breve o su quelle medico-comportamentali. Possiamo includerci anche la classica terapia psichiatrica. Potresti pensarci: si spende poco.
Qui siamo sul livello, abbastanza grezzamente espresso, di un cognitismo classico o quasi da vulgata: preferenze e desideri si collocano nel contesto delle dissonanze da quietare o modificare tramite nuove ''aggiunte''. Potresti pensarci: molti grandi terapeuti si rifanno al cognitivismo nelle sue varie accezioni più o meno ortodosse.
Qui riassumi un pò la differenza sostanziale fra terapie di tipo direttivo-adattivo e la psicoanalisi.
Ora, avrai notato ancora una volta che tu, non so per quale oscuro motivo, non hai mai neanche lontanamente afferrato l'oggetto dell'analisi: il suo procedimento si basa essenzialmente sull'indagine dello psichismo inconscio che, nel caso non fosse ancora chiaro, non ha nulla a che vedere con quello che continui a ripetere. Questo è quanto: riesci ad immaginare questo sovvertimento di metodo e prospettiva clinica rispetto ad altre terapie e rispetto a tutti gli ingenui esempi che continui a portare? Se no, c'è ancora la non remota possibilità di mettersi col culo sulla sedia e iniziare a studiare, per esempio. D'altro canto, se non hai la minima concezione della clinica psicoanalitica come pensi di poterti creare un 'ambiente cognitivo' adatto a future concettualizzazioni? Se ancora dopo uno studio più o meno approfondito sei al punto di partenza beh, caro mio, te lo ripetiamo da secoli ormai: rivolgi la tua attenzione altrove, ci sono numerose soluzioni ormai, ci sono i farmaci, ci sono gli 'allenatori psichici'...insomma, hai ampia possibilità di scelta...ma, per favore, non continuare a svilire discorsi e risposte che, già da tempo, ti hanno dato la soluzione e il parere adeguato sulle questioni che poni. Veramente guarda, rischi di diventare antipatico perchè non apprezzi minimamente il fatto che, da tempo, numerosi utenti specialisti si prestano a far chiarezza sulle tue rigide cogitazioni. E' chiaro o no cosè il procedimento psicoanalitico, a grandi linee? Se si e non lo condividi va benissimo lo stesso, per carità: ma non penserai certo di far traballare con ingenui esempi ortopedici una impalcatura clinica più che centenaria e che ha rivoluzionato come nessuna altra la cura delle malattie nervose e mentali...e non solo quello? Suvvia...dovresti cercare di dialogare, ecco il punto. Ascolto, ascolto...
Saluti,
Luigi
Ma il paziente nella maggiorparte dei casi viene per uno scompenso, la cui intensità varia in base ai vincoli di sviluppo storico/sistemico.
Tale scompenso è diverso dalla sofferenza che si tiene dentro per decenni. Spesse volte, mi capita di osservare nella mia modesta pratica al CSM, che se non fosse per lo scompenso il paziente se la terrebbe ancora per decenni la sofferenza. Tale rimane nella maggioranza dei casi (e mi piacerebbe tanto conoscere la vostra esperienza clinica), diversamente dall'obiettivo teorico formale di cambiamento verso una riduzione del malessere che in questo caso è prospettata in una ristrutturazione che si riverbera in una specie di neo-autopoiesi. Ma il ragionamento non mi convince. Per definizione i sistemi complessi adattivi (la formula è di un fisico teorico che previde l'esistenza dei quark in tempi non sospetti), sono autopoietici vincolati alla loro storia familiare e in senso etologico.
Possiamo prevedere una riduzione in termini di quantità piuttosto che di qualità (a livello di organizzazione dei significati emotivi personali).
ciaz.
Molto bello nella sua dura faziosa verità, questo passaggio. Non a caso il rapporto che si decide di intrattenere con il terapeuta è uno dei più paradossali che ci siano in circolazione. Voglio proporti una constatazione: pensi che l'ora di terapia settimanale, 4/5 al mese, una cinquantina di ore l'anno, possano avere un tale potere di cambiamento e di sconvolgimento di relazioni? Ebbene, nella tua sintesi hai precisamente fatto notare più o meno questo: a presciendere dalal terapia, il caso e la necessità la fanno da leoni.
ciaz.
Cara Complicata, provo a darti la mia testimonianza, magari ti è utile per capire per muoverti in futuro rispetto ai professionisti che fanno questo lavoro.
Confermo, mai una seduta saltata, un paio sì spostate, ma il cui spostamento è stato proposto con largo anticipo. Così come la proposta di recuperare anche quelle perse se coincidenti con festività. Mai un telefono acceso a interrompere, mai un niente di niente che interferisse con la seduta e con l’attenzione, e aggiungo il venirmi incontro economicamente in un momento difficile. Il mio analista mi ha fatto seduta con raffreddori epocali, tossi bronchitiche, facce da febbre da cavallo o stanchezza evidente, e attacchi di artrosi che si alzava dalla poltrona con l’argano: ma tra una voce nasale e un fazzoletto e una schiena malconcia è sempre stato lì, effiicace e concentrato. Quando fa freddo mi gira intorno armeggiando con una stufetta portatile, quando fa caldo mi spara le ventole a soffitto a palla, e se la mia poltrona fa le bizze viene a scartrarmela.
Una volta gli ho scritto una mail chiedendo se fosse possibile fare una seduta d’emergenza e mi ha risposto tre minuti dopo, fissandomela all’ora di cena e scusandosi di non avere a disposizione orario migliore. E se la seduta è particolarmente pregnante, dell’orologio se ne sbatte alla grande. Infine, emette regolare fattura. E se non l’avesse fatto avrei girato i tacchi.
E questo per quanto concerne l’educazione.
Sul di lui.
Non mi interessa conoscere la vita privata del mio analista, probabilmente non è il mio tema, tantomeno sapere perchè mi ha spostato quel paio di sedute. Immagino che questo bisogno, quando si verfica, ad una lettura superficiale aggiunga tensione al paziente, ma anche che sia un nocciolo della scena terapeutica. Ma immagino anche che sia un’eventualità che un analista esperto e degno di questo nome sappia cavalcare e sfruttare. Se davvero interrompesse la terapia per questo, non vedo come potrebbe fregiarsi del titolo di analista.
Nella mia esperienza personale i suoi momenti di confidenza su se stesso li ha avuti, e molto personali: alcuni credo funzionali a ciò che stiamo facendo, altri direi spontanei, sostanzialmente di due adulti con una vita quotidiana simile. Ma se anche non ci fossero stati non mi immaginerei mai che non sappia cosa succede fuori nel mondo. Andrà a fare la spesa come tutti i comuni mortali, litigherà con le bollette come tutti i comuni mortali, ha divorziato come molti comuni mortali, ha figli come molti comuni mortali, avrà le rogne di molti comuni mortali. E magari sarà stato un nevrotico, esattamente come me. E soprattutto, come dice Benedetta, si è fatto la sua analisi personale e quella didattica, e fa ad altri supervisione e analisi didattica. Da un certo punto di vista è perennemente in analisi e, junghianamente parlando ciò ha un senso: oltretutto, da un certo tempo a questa parte, mi rendo conto con chiarezza che ha inziato a fare analisi attraverso di me, e Luigi sa di cosa sto parlando.
Per questo non posso che pensare che sa esattamente cosa sto passando, e non sarà un caso che la frase che più ho sentito lì dentro è stata “la capisco”. Che non è “condivido”, o “la penso come lei”, o “fa bene o fa male a far così piuttosto che colà”. Ma è “la capisco”, cioè capisco il suo stato d’animo, la sua sofferenza, il suo disagio. Così come ha detto a volte “non la capisco, si spieghi meglio se può”. Oppure ancora, “questa sofferenza su questo specifico tema è di fatto una resistenza, e adesso le spiego perchè secondo me lo è”.
Sulla’analisi.
Sì, gli sconvolgimenti concreti possono essere sono tanti. Il divorzio, o il cambiare di certe relazioni alla luce di una comprensione più profonda di queste, nel bene e nel male. A volte ci si riavvicina a certe persone, a volte ci si allontana da altre, più che altro per quest’ultime perchè si capisce che erano funzionali alle nostre nevrosi e dunque, una volta che le cose si sbrogliano, si sbrogliano anche certi legami, o cambiano di rango. E i nostri genitori, anche se non si è più dei ragazzini e si è genitori a nostra volta, passano in tutta la gamma possibile di sentimenti da parte nostra durante l’analisi. Sono sentimenti forti e a volte dolorosi, e tutto è molto destabilizzante, ma poi queste figure mano a mano rientrano, rinnovate nelle percezione che ne abbiamo di loro.
Poi ci sono le reazioni degli altri alla tua trasformazione, rispetto a ciò che eri, a come ti vivevi prima. Qualcuno ti rinnova la sua apertura nei tuoi confornti, altri si sentono offesi a morte. Spesso il tuo cambiamento li mette di fronte alla loro stessa domanda di cambiamento, più o meno inconscia, e che fa paura; come a te, quando hai niziato. E per giunta, le loro proiezioni su di te adesso gli tornano indietro come dei boomerang.
Poi ci sono le gelosie rispetto all’analista, quella specie di “santone che ti sta manipolando in una stanza oscura”, quella relazione che per te rappresenta un apertura ma che alcuni altri leggono come una tua chiusura verso di loro. Eh sì, succede anche questo, che l’analista faccia paura a quelli che ti stanno intorno.
Ma ci sei tu in gioco, e ad un certo punto capita che scegli di correre tutti i rischi di questo mondo, perchè da un certo punto in poi senti che la posta è troppo alta per rinuciarvi, costi quel che costi.
Giulietta. O
Con trance intendo un qualsiasi stato alterato di coscienza che si raggiunge non necessariamente con induzioni ritualistiche, bensì con lo spostamento dell'attenzione del soggetto sui propri processi interni (immagini, sensazioni, etc.) e facilitato da verbalizzazioni di non-fare e dall'uso ad es. di frasi con una grammatica elementare, tipiche dell'emisfero non dominante.
Vengono così attivati dei processi di risposta autonomi (inconsci).
Ci sono analogie di questo stato con le descrizioni fatte prima, che chiaramente non si riferiscono ad un tipico stato di veglia, ma ad uno stato ipnagogico.
Charlie, ascolta attentamente per una volta cosa ti dice Luigi.
il suo procedimento (della psicanalisi) si basa essenzialmente sull'indagine dello psichismo inconscio che, nel caso non fosse ancora chiaro, non ha nulla a che vedere con quello che continui a ripetere
Tu replichi con argomentazioni e confutazioni sul metodo analitico che non c’entrano un’acca con quello che si fa lì! Non dico che non siano interrogativi che uno non si possa porre nella vita, però li stai ponendo all’interlocutore sbagliato!
Inconscio, inconscio, inconscio...hai presente? Non cotolette, gessi alla gamba, scatole di pelati...
Ma tu cosa vuoi sentirti dire, che entrerai in seduta esplicitando la tua lista di richieste? E l’analista le spunta e ti dice quale otterrai e quali no?
Ma questo mi sembra che ti sia stato detto in tutte le lingue che non è quello che offre la psicanalisi!
Ma ti rendi conto che tu sostanzialmente replichi che siccome non offre niente a te, allora non offre niente a nessuno?
Non offrirà niente a te. Ma chi sei tu, per caso il “mondo”?
Ci sono molte terapie che non prevedono il passare per l’inconscio, alcuni ridono a crepapelle all’idea che se ne possa fare strumento terapeutico la sua indagine, una volta qualcuno nel forum mi ha detto che lo faceva sbellicare l’idea che ci fossero due inconsci in comunicazione tra loro in seduta. E amen.
Ma la psicanalisi questo fa. E ti è stato spiegato in tutte le sue pieghe, compreso in ciò che comporta in termini di trasformazione dell’indidivduo, e a partire da tutte le scuole e tutti i filoni che della psicanalisi fanno parte.
Non ti convince?
Ma io credo che ce ne facciamo tutti una ragione, sai. Tu scambi la generosità di chi ti parla, di chi l’analisi la fa davvero – da paziente o da analista - o l’entusiasmo per ciò che mette nel suo lavoro chi analista è, e la passione di fare un mestiere nel quale si crede, come un bisogno di convincimento, attraverso gli altri, della giustezza di ciò che si è scelto di fare.
Eh, sì, bravo, arrivi tu...ma va là!
neuromancer posso anche esser d'accordo con te, ma secondo me c'è un dettaglio che può cambiare tutta la prospettiva. Mi sembrava che lei avesse fatto riferimento da altre parti ad una terapia analitica con frequenza non di un'ora settimanale ogni 4/5 al mese, ma di un'ora al mese. Non so se ho capito bene, ma se così fosse, le reazioni che scaturiscono sono ben comprensibili perché non possono essere monitorate abbastanza, altrimenti, e sono d'accordo con luigi'84, l'analista che segue sedute con frequenza di 2/3/4 volte la settimana con lo stesso paziente se ne dovrebbe accorgere.
Con una frequenza più assidua ed una terapia che contempli meccanismi inconsci, molto probabilmente, il caso e la necessità la fanno meno da leoni.
Saluti.
Ringrazio tutti per le risposte, molto utili, sinceramente mi pareva di aver sconfinato nel lamento d' Arianna, ieri sera.
Il mio psicologo nuovo dice che e' plausibile che io abbandoni la terapia strategica breve, da poco iniziata.
L'unica cosa che mi sento di dire è che, quando sarà passato questo fortunale, forse mi verrà la curiosità, di provare un'analisi "per bene.":)
Chissà.
Col terapeuta che viene con la febbre e i reumatismi in seduta.
Possibilmente vecchio, bacucco, e sdentato, così non ci sono rischi.:))
E anch'io.:))
Hey! Vacci piano! E’solo poco più vecchio di me! Bacucchi e sdentati un cavolo! Vedessi che figaccioni che ancora siamo!
...scherzo...però è vero, qualche scricchiolio a parte...
C’è un tempo per ogni cosa forse, e forse questo non è il momento più adatto per te per fare analisi. Non lo so, sinceramente.
Forse, ma dico davvero forse, può essere che tu sia incappata in una scuffiata per lo psicologo, e che forse – magari proprio perchè non è un analista, se non lo era (ancora non è chiaro questo) – non ha saputo gestire il transfert come parte della terapia. O forse, ti eri solo innamorata davvero, e il signore non ha capito che non avevi le possibilità psicologiche di affrontare un rifiuto senza soffrire moltissimo – come appare dalla delusione che emerge con forza dalle tue parole – e questo di per sé è già un problema che varrebbe la pena di affrontare in un analisi però.
In bocca al lupo
Giulietta.O
Il punto, forse, non è essere rifiutati o meno, è piuttosto come la prendi. Se lo vivi cioè non come un rifiuto che accade, ma come un giudizio sulla tua persona, come qualcosa che ti manda in pappa per capirci. Così come a noi è capitato di rifiutare altri a nostra volta, senza per questo pensare che fossero delle persone che non valevano, ma solo perchè qualcosa non scattava.
Ma se si soffre così tanto, per qualcosa oltretutto che non è successo – qualcosa che non si è evoluto intendo, non un matrimonio, una relazione importante, qualcosa che avrebbe potuto (e aversti voluto) che fosse ma non è stato - beh, diamine, ma questo è il pane dell’analista!
Parlo a casaccio e non su una base analitica, non sono un analista e non mi sono mai incavolata se non ricambiata, ma certo ho avuto persone intorno a me che ne hanno fatto dei casi esistenziali, e che per lungo tempo non sono riuscita a capire in quelle che pensavo fossero loro esagerazioni, e che l’analisi mi ha insegnato a vedere con un occhio diverso, pur trattandoli lateralmente ai miei temi, ma erano pur sempre persone che avevo rifiutato, e qualche dubbio di essere una stronza patentata me lo avevano pur messo alla fine. E di problemi ne avevo già di per me, così, "d'ufficio", come si dice.
Come potrebbe essere "diverso"? Lo "scompenso", o per meglio dire, il sintomo, è il segno di una sofferenza molto più lunga, magari trascinata per decenni. Qui si inserisce il discorso strutturale: qualsiasi sia la struttura, essa può più o meno "flessibilmente" interagire con l'ambiente, oppure irrigidirsi sempre più fino alla comparsa del sintomo.
Sul discorso dell'autopoiesi starei attento a trasferire tal quale questa proprietà dalla fisica alla psicologia umana. E' in quest'ultima - di cui la prima sa ben poco - che si può riscontrare un "blocco" della funzione autopoietica tipica della psicopatologia. In altre parole il sistema tende alla ripetizione anzichè alla continua ricostituzione.
Saluti
Vedi, ci ho pensato, a me sembra che, quando a rifiutarti è uno psicoanalista, nel senso che il rifiuto si concretizza nel non volerti più come paziente, beninteso,le cose si amplifichino enormemente.
Ma vuoi mettere che cassa di risonanza è una terapia?
In fondo, quel tizio rappresenta un sacco di cose.
Ma se pensi che poi lui sappia "chi" sei, ed è un'ipotesi, e ti pianta in asso, come non immaginarsi di avere chissà quali difetti, o peggio..
non so se riesco a rendere l'idea, no?
Sì, però allora a questo punto mi sorge spontanea una domanda...
Se davvero il tizio è un analista, e se ti rifiuta come paziente senza dare spiegazioni, cher ti faceva una seduta al mese, ma scusa, che analista stai perdendo alla fine? Uno così professionale che è ben difficile che alla fine ti avrebbe veramente aiutata, o questo pensiero non ti sfiora?
Può essere che tu sia incappata in un raro caso di non professionalità, e dico raro perchè di queste storie non ne ho mai sentite per quanto riguarda gli analisti (psicologia del profondo, per capirci).
Ma allora, capendo benissimo la delusione e l’esborso economico buttato al vento che ciò ha comportato, non puoi semplicemente prendere atto di essere finita da uno che il suo mestiere lo fa malissimo, e provare ad andare da uno che lo fa con serietà?
Perchè tutta questa sofferenza?
Care Complicata e Giulietta,
un sintomo o un modello relazionale sintomatico è un dispositivo che la persona mette in atto come la migliore soluzione possibile ad un disagio in quel momento dato, se funzionasse non sarebbe sintomo (o sintomatico), il fatto che non funzioni lo rende un problema.
Ma il vero problema non è tanto l’efficacia o meno di quella soluzione, quanto piuttosto che questo viene riproposto nella sua rigidità ad onta del fatto che palesemente non funzioni, che faccia soffrire più di quanto sia utile.
Non è raro notare come alcune donne, ad esempio, anche quando decidono di lasciare un partner violento, abbiano ottime probabilità di ritrovarne un altro con caratteristiche simili; e come donne che si accompagnano ad uomini che le trascurano o le tradiscono, facilmente tendono a selezionare altri uomini di questo genere.
Naturalmente la ripetitività della tipologia nella scelta del partner non è appannaggio femminile, anche i maschi ne sono afflitti, c’è chi si cerca la donna anaffettiva (sempre col mal di testa a portata di mano), c’è chi opta per la rompi, chi per la lamentosa, la scelta è varia nel complesso, molto restrittiva nel caso singolo.
Anche quella dell’analista è una scelta, che il tempo e il dipanarsi del processo analitico rende sempre più comprensibile man mano che attraverso questa relazione ciascun individuo della coppia comprende un po’ meglio come funziona in quella relazione.
E’ possibile che un analista riservi qualche sorpresa lungo il tragitto, in genere però dal singolo episodio si può ricavare non di rado un salto di livello analitico non da poco, se questa vicenda diventa oggetto d’indagine come tutto ciò che accade nel campo analitico.
Succede però, rare volte a dire il vero, che esistano indizi di inaffidabilità e motivi di perplessità su un analista fin da subito riguardo ad alcune sue caratteristiche; il fatto che si scelga comunque questo tipo di analista, nonostante gli indizi citati sopra anzi, forse proprio per quello, fa pensare che quel tipo di scelta faccia parte di un modello che in parte si ripropone inalterato e in parte chiede di poter avere un esito diverso, meno doloroso, più efficace.
Quando un paziente si rivolge ad un analista, indipendentemente da ciò che dice e da ciò che crede razionalmente, non sta chiedendo a quell’analista di cambiare, è spaventato a morte dal cambiamento; gli sta chiedendo semplicemente di “aggiustare” il suo dispositivo che adesso non funziona più come dovrebbe.
Se il mio vissuto è quello doloroso di non contare molto per gli altri, di non essere molto importante, cercherò persone che mi trascurano su cui esercitare una qualche "abilità" (o una qualche "azione psichica", avrebbe detto Freud) per far loro cambiare idea sul mio conto, per dimostrare loro (e dimostrami) che io valgo qualcosa.
In genere, in analisi questa “abilità” da esercitare prende la forma dell’idealizzazione, del transfert, dell’amore, attraverso uno di questi legami il paziente è sicuro (o almeno ci punta sopra tutta la posta) di poter riuscire a cambiare la mano di gioco che sembra avergli dato il destino.
Ma il paziente è consapevole che questo non funziona di per sé, l’ha provato chissà quante volte nella sua vita e adesso sembra essere un’arma scarica (anche se si presume che qualche volta possa aver funzionato); chiede dunque al terapeuta di fargli scorgere dove il dispositivo si inceppa, perché non funziona più.
E’ ovvio quindi che se ho vissuti abbandonici posso essere inizialmente tranquillizzato da un terapeuta poco attento, anziché il contrario, che se ho la tendenza ad avere partner violenti posso essere attratto dall’analista impulsivo piuttosto che da quello pacato (è vero anche il contrario, ma il discorso a questo punto si farebbe inutilmente complicato se dovessimo discutere anche del fatto che è facilmente osservabile nel corso di una terapia che un sintomo si muti nel suo esatto opposto).
Se l’analista non riesce a trovare un suo livello analitico nel caso, si avvita inestricabilmente intorno al sintomo del paziente, diventandone una complementarietà statica, un reciproco riconoscimento che intreccia due persone intorno ad un problema che frustra entrambi e da cui non sanno uscirne.
E’ possibile che l’analista abbia bisogno di un certo tempo per ritrovare la sua strada, la presenza a se stesso, il colpo d’ala che faccia virare l’analisi su un piano diverso; ma talvolta ci sono situazioni in cui un dato analista, per quanto bravo, per quanto prestigioso, per quanto esperiente, dovrebbe chiedere aiuto ad un supervisore o addirittura passare la mano.
Lungo lo sono stato di sicuro, spero almeno di essere stato chiaro :D.
Un caro saluto ad entrambe.
Suppongo che parlando di sintomo e di scompenso stiamo pensando a cose differenti. Perchè lo scompenso che ha una persona durante un attacco di panico non è la stessa cosa rispetto alla organizzazione del suo mondo relazionale ed emotivo con le persone significative. Ecco perciò che mi riaggancio ad un discorso sovraordinato sul presunto smantellamento della struttura. Probabilmente ho scritto male, ma l'accenno nozionistico alla fisica era soltanto un abbellimento per ornare la dicitura dell'uomo come sistema adattivo complesso. Quindi non trasferisco l'autopoiesi epistemologicamente dalla fisica alla psicologia. Semmai dalla biologia, disciplina da cui proviene prepotentemente nel discorso epistemico.
Ripeto, riporto la mia esperienza clinica nel contesto di un centro di salute mentale, da cui osservo una discrepanza fra la sofferenza sistemica/emotiva che la persona si tiene per decenni e l'improvviso scompenso che la porta a chiedere aiuto. Il che non coincide col fatto che chiede lo smantellamento della sua struttura (o organizzazione? ancora non ho capito bene cose intendi per struttura).
Dubito che i processi autopoietici possano bloccarsi se non negli scompensi estremaente slegati dal concetto di tempo. Ma tali e quali riprendono la loro azione. L'autopiesi come processo esplicativo di come un organismo sia in grado di costruire se stesso dall'interno non coincide con l'opera clinica di intervento. Sono due piani diversi.
Il lavoro di ricostituzione che tu metti in evidenza suppone due scenari ai miei occhi: il primo prevede un cambiamento di tipo prescrittivo, cosa dovrebbe fare sostituendo lo schema comportamentale disfunzionale (che non mi interessa), il secondo (più strano teoricamente e clinicamente) prevede una ristrutturazione della organizzazione dei significati emotivi personali. In quest'ultimo caso concordo sino ad un certo punto, perchè tale organizzazione non penso possa essere cambiata, vincolata come è dalla storia di sviluppo etologico. Può essere esplorata e narrata ovvero riordinata nei significati personali in termini più complessi ect ect. (lavoro differenziato di ciascun terapeuta congruentemente al proprio impianto teorico clinico specifico)
Non per questo non è ammissibile un certo tipo di cambiamento quindi, le cui ambizioni del terapeuta non siano troppo epistemolgicamente al di là delle possibilità e necessità del paziente.
ciaz.
In che senso osservi una discrepanza?
Su questo sono molto in dubbio io, perchè se le funzioni autopoietiche fossero sempre funzionanti, non si spiegherebbe la sofferenza psichica (per giunta così diffusa), nè si capirebbe da dove provenga il sintomo (che nella tua ottica pare quasi un evento accidentale che non coinvolge il soggetto, è "scompenso" appunto).
Non capisco perchè poi il lavoro sulle rigidità strutturali non possa essere connesso con una rimessa in moto delle funzioni autopoietiche del soggetto (a livello psichico).
Qui non ci intendiamo perchè non consideri la dimensione inconscia, ovvero il livello del desiderio. Perchè non si tratta di esplorare e narrare, ma di evidenziare la funzionalità e la contemporanea rigidità del desiderio. Ciò produce dialettica, e quindi riattiva il "dialogo" tra le varie posizioni che il soggetto può assumere.
Saluti
La discrepanza tipica che ti riferivo nell'esempio dell'attacco di panico. La paura di morire e tutto il quadro psicopatologico è estremamente diversa dal racconto di sofferenza del paziente del suo sistema di relazioni.
Qui divergiamo molto. è vero. Chiaramente lo scompenso non è affatto accidentale, se non visto dall'esterno come osservatore presunto imparziale.
Il sistema umano epistemologicamente parlando, è un sistema autopoietico. In termini di spiegazione significa che non è semplicemtente una struttura che ha degli ingressi e delle uscite con al massimo una qualche forma di intercessione mediana. Ma un sistema cibernetico in continua trasformazione interna che permette di conservare la propria organizzazione (self manteinance). Ma siamo su di un piano descrittivo esplicativo da non confondere con l'intervento clinico, perchè i due piani non stanno logicamente sullo stesso livello sennò come tu mi fai osservare incappiamo nel paradosso in cui autopoieticamente un sistema si tiene la sofferenza che il sistema ha come scopo da eliminare.
Da qui allora la domanda è: cosa intendi per sofferenza? Anche io nel passaggio in cui noto la discrepanza tra sintomo e scompenso ho fatto cenno alla sofferenza, ma temo che in questo caso ho alimentato un po' di confusione. Anche perchè la sofferenza è un sostantivo che mi sembra ci riporta ad un paradigma comportamentale poco interessante.
Riguardo il lavoro strutturale, rimangono le perplessità su cosa vuoi intendere. Anche perchè da qui ne deriva cosa intendiamo con le dimensioni flessibilità/rigidità della organizzazione del paziente e su cui si può lavorare, ma non in termini di smantellamento. Semmai di complessità autonarrativa.
Sì, qui non ci intendiamo, perchè formazioni teoriche piuttosto diverse. Eppure, se ne avremo spazio e tempo in altro thread, tutte da controntare.
ciaz.
Magic shop
C'è chi parte con un raga della sera
e finisce per cantare "la Paloma".
E giorni di digiuno e di silenzio
per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear
vuoi vedere che l'Età dell'Oro
era appena l'ombra di Wall Street?
La Falce non fa più pensare al grano
il grano invece fa pensare ai soldi.
E più si cresce e più mestieri nuovi
gli artisti pop, i manifesti ai muri
i Mantra e gli Hare Hare a mille lire
l'Esoterismo di René Guénon.
Una Signora vende corpi astrali
i Budda vanno sopra i comodini
deduco da una frase del Vangelo
che è meglio un imbianchino di Le Corbusier.
Eterna è tutta l'arte dei Musei
carine le Piramidi d'Egitto
un po' naifs i Lama tibetani
lucidi e geniali i giornalisti.
Supermercati coi reparti sacri che vendono
gli incensi di Dior
rubriche aperte sui peli del Papa.
YouTube - Franco Battiato - Magic Shop :dance:
Estorsione, violenza sessuale, minacce Arrestato a Roma "guru" di una setta - Repubblica.it :aaaa::wow::wow::wow:
Lungo lo sono stato di sicuro, spero almeno di essere stato chiaro .
Chiaro come il sole, e come sempre. Anzi, grazie anche di più perchè le cose che hai scritto hanno innescato delle mie riflessioni personali rispetto al mio rapporto con l’analista, quindi grazie grazie grazie.
Il dubbio però nasceva dal fatto che l’analista di Complicata sembrava non aver dato nessuna spiegazione a riguardo della fine dell’analisi con lui, ma che avesse diradato sedute mano a mano fino a interromperle senza un perchè.
Magari anche questo sarà etico, però non sembrava, detta così almeno.
Ma solo Complicatapuò far luce su questo, naturalmente.
Quanto ad alcuni passaggi di ciò che le ho scritto, credo di aver fatto la figura di quella che sgrana gli occhi di fronte alla coazione a ripetere e si domanda come mai certa gente non riesce a reagire ai cattivoni...ma no, ci mancherebbe, sono in analisi anch’io e ho le mie belle coazioni a ripetere, magari non di stampo amoroso, ma comunque le ho.
Giulietta.O
PS A questo punto è partito però un bel giochino mentale, e che il tuo bell’interevento ha scatenato...ho trovato l’analista che inconsciamente cercavo?