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Originariamente postato da Daidaidaidai
Salve a tutti,
sono uno studente di psicologia clinica e ho intrapreso una terapia ad indirizzo analitico (psicologia dell'Io) della durata di quasi 3 anni. Le motivazioni che mi hanno spinto erano 2 ed entrambe abbastanza forti. La prima è ovviamente quella didattica: per uno studente con delle buone basi di teoria psicoanalitica affrontare l'analisi è davvero interessante. Il secondo motivo era una nevralgia di natura muscolo-tensiva (qui è troppo complicato descrivere il risultato dei refererti medici) che però già trattavo e tenevo sotto controllo sia seguendo il consiglio del medico di fare della ginnastica propedeutica (per via della mia cifosi) che quello di cercare di correggere le posture scorrette. Nonostante gli ottimi miglioramenti che mi permisero di rimettermi a suonare notavo che avevo ancora parecchi mal di testa (cefalee muscolo-tensive che sono un po' un classico dello stress) e non volendo abusare di analgesici (anche perchè il Moment non funziona con la muscolo-tensiva) decisi di cogliere la palla al balzo e di unire l'urgenza del momento ad una formazione di qualità.
Con la terapeuta non c'è stato molto feeling sin dall'inizio e io non sapendo che fosse un fattore importante (ho letto Rogers solo un mese e mezzo FA!) continuai la terapia devo dire con poche soddisfazioni se non il famoso rafforzamento dell'Io (notevole cmq) che mi ha permesso di rivivere alcune interessanti esperienze di regressione come fenomeni mentali e non come sintomi corporei o eventi spaventosi (anche se lì per lì un po' turbati si rimane :) Fatevelo raccontare da squirrol che parlava di regressioni ecc...). Il setting era di una seduta alla settimana con pausa estiva di un mese circa verso agosto. Gioie accademiche a parte sul piano umano il setting analitico classico (per chi non lo conosce è: paziente sdraiato sul lettino faccia al muro e analista seduto dietro al capezzale girato di lato) è stato abbastanza brutto come setting e mi ha sempre messo un certo disagio: non so quanti apprezzino parlare ad un muro ma devo ammettere sinceramente che a me non piace.
Sentivo sempre del disagio a contatto con l'analista ma ci rendevamo entrambi conto che non era riferito alle nostre persone reali... mi ci vollero mesi per capire che la mia relazione terapeutica era incentrata su un transfert negativo (cosa che mi fece aggiungere una stelletta alle mie conoscenze di psicoanalisi) incentrato su mia madre. L'analista continuava a non addentrarsi in questo nucleo ed io aspettavo che fosse lei a muovere il primo passo perchè non volevo sembrare saccente o avventato (molto spesso lo studente di psicologia dinamica è in preda a 'scoperte' su di sè o sugli altri che si rivelano degli specchietti per le allodole e io non ne sono certo stato risparmiato... :sbonk: ).
Questo tira e molla è stato un po' il leit motiv della nostra relazione terapeutica (per via del transfert negativo e io credo pure per un pizzico di controtransfert) puntellato da momenti di reale e profonda comprensione umana e persino (avventura ! :)) un momento (2 settimane) di innamoramento (e qui Freud ballerebbe il valzer per settimane per la contentezza...) oltre ai tentativi della terapeuta di venirmi incontro e cercare di superare assieme le difficoltà imposte da un transfert negativo davvero ingombrante e devo dire che lima oggi lima domani ho mentalizzato sempre più aspetti di questo mio modo di reagire anche se in parte non penso sia mai possibile accettare alcune persone i cui atteggiamenti ci ricordano delle figure difficili della nostra infanzia (genitori, fratelli, nonni, amici del cuore ecc...) (qui mi ricollego con te Squirroll e il tuo rapporto 'difficile' con le persone prepotenti che mi sembra di capire sia qualcosa di speciale rispetto all'antipatia che si attira spontaneamente chi agisce in modo poco rispettoso delle idee e dei sentimenti altrui).
Vorrei raccontare brevemente la decisione di concludere la relazione terapeutica. A differenza di altri che hanno scritto in questo forum che sono stati dimessi 'a forza' dalla terapia (Itsuki) o altri che sono andati incontro a decesso del terapeuta, trasferimenti, esaurimento delle disponibilità finanziarie (non dimentichiamo che la psicoterapia è anche un costo) è stata interamente mia la decisione di finire la terapia. I motivi erano naturalmente molti ma citerò i principali, sperando che possa gettare luce e interesse sul fatidico momento della fine della terapia su cui molto è stato scritto e si continua a scrivere. Semplicemente ho sentito che la terapia aveva esaurito il suo compito e che ogni altro tentativo terapeutico per quanto ben motivato o scientificamente informato sarebbe stato un 'accanimento terapeutico' se mi passate il termine.
Credo che il fatto che il paziente senta questo sia già un segnale che quella particolare relazione ha compiuto almeno una fase fondamentale della relazione terapeutica e può crescere oppure arrivare ad una conclusione (che, non dimentichiamolo apre alla vita).
Dal punto di vista didattico avevo avuto una prova tangibile di che cosa fossero le forze dell'inconscio e il ruolo coercitivo che potevano avere sui nostri comportamenti tramite somatizzazioni o veri e propri 'espropri' mentali e mi riferisco ai meccanismi di difesa.
Dal punti di vista psicoterapeutico le somatizzazioni erano scomparse (ad es. i mal di testa o di pancia) o comunque molto più rari e in circostanze oggettivamente stressanti per la maggior parte delle persone con background familiari migliori del mio, l'ansia diminuita considerevolmente e stabilmente e la mia capacità di integrare sensazioni, sentimenti e pensiero autonomamente, senza l'ausilio indispensabile dell'analista è cresciuta davvero molto con dei risultati di autoanalisi che ho trovato molto soddisfacenti.
Dal punto di vista professionale anche se non considero la mia terapia una 'buona' esperienza di terapia la considero cmq, per parlare con le parole di Winnicott una terapia 'sufficientemente buona'.
Ho incontrato i limiti ma anche le grandezze della professione e serbo un ricordo complessivamente positivo dell'esperienza terapeutica anche se non sono mancati momenti in cui scoppiavo di collera e odio nei confronti della terapeuta (o dei poveri malcapitati che mi dovevano sopportare :sbonk:) o altri in cui volevo abbandonare la terapia a tutti i costi (credetemi succede anche questo quando si è sotto pressione emotiva per via del materiale inconscio che inizia a smuoversi: provare per credere). La terapeuta ha avuto il difficilissimo compito di vivere con me la relazione difficile e intricata tra me e mia madre (prevalentemente questo è stato il focus) e devo dire che è dopo aver visto lo svilupparsi delle sedute che ho avuto la prova che bisogna essere matti per fare gli psicoterapeuti! :) lol A parte gli scherzi il pesante carico emotivo di entrambi aggravato da un'alleanza terapeutica non proprio ottimale e da una differenza di temperamento (lei 'calma calma' io più impulsivo) mi ha portato a decidere che ogni ulteriore passo in terapia sarebbe stato un inutile supplizio per entrambi. Affrontare i propri fantasmi senza motivi è una tortura che non raccomanderei... oltre al fatto che ho sentito che una relazione terapeutica di tipo analitico sia un forte impedimento allo sviluppo creativo dell'identità e alla possibilità di cambiare oggettivamente il nostro mondo umano e relazionale (e non solo, come troppo spesso accade solo 'nella nostra mente') lasciando all'indisciplina del paziente il compito di 'correggere' le miopie della teoria. Spesso in analisi ci sono pazienti che si sentono sporchi o colpevoli per via dei traumi del passato o di eventi luttuosi dei quali si sono sentiti illogicamente responsabili (e qui la letteratura analitica sul senso di colpa la fa da padrone). In questo caso si insegna ad accettare ciò che non si può cambiare e si cerca di giungere ad una assoluzione morale (curiosamente simile alla assoluzione ecclesiastica) del paziente. Penso però che spesso divorziare da una compagna/o impossibili, rimandare una gravidanza ad un momento più opportuno per la donna o per la coppia, cambiare amicizie, cambiare posto di lavoro o città, per chi non lavora avere un'esperienza stabile di tipo lavorativo, per altri crearsi degli hobby magari rispolverando la chitarra che imbracciavamo ai tempi dei Beatles o dei Led Zeppelin sia un modo assolutamente onesto di promuovere la crescita personale: io penso sinceramente che non sia necessario essere 'sani' psichicamente (nel senso di perfettamente analizzati) per essere felici ma soprattutto per vivere una vita piena e coinvolgente.
Infine alcune note sul mio orientamento teorico attuale che forse chiarirà alcune delle affermazioni fatte sopra. Il mio atteggiamento è ora di tipo squisitamente fenomenologico. Non credo all'esistenza della malattia mentale ma credo all'esistenza della sofferenza umana senza tirare in ballo termini come disagio, malattia, disturbo x o y. sono tutti termini che uso nella mia vita di studente ma nei quali non credo più di quanto creda ai giornali o alla televisione. Sono modi di intendere il vasto e complesso panorama datoci dagli altri e andrebbero intesi solo come metodi. Ognuno di noi è un mondo (nel senso neurofenomenologico del termine) e personalmente penso che la vita sia così bella e intensa che valga la pensa perdersi ad esplorare questa assoluta, infinita complessità secondo i propri gusti e talenti piuttosto che 'curare' le persone, impiegando goffamente tecniche che forse non padroneggieremo mai nella nostra vita e che vanno a riscrivere ciò che forse nemmeno pensavano esistesse. Io sono uno scienziato non uno scalpellino della mente. Non mi piace dare consigli o giudizi (cosa che il buon terapeuta non fa mai ma che i molti terapeuti semplicemente umani, con marito disordinato a casa e bambini piagnucoloni, frustrazioni professionali, personali e (diciamolo) talvolta anche sessuali fanno molto spesso), per quanto scientificamente informati (test alla mano!) o dotti (lei sta operando una scissione della sua coscienza che mette in luce gli aspetti difensivi organizzati del suo falso Sè... ecc...). Non mi piace terraformare persone di cui non so e non saprò nulla per il resto della mia vita dicendogli lei ha questo, lei ha quest'altro, lei deve prendere x, fare y oppure peggio ancora lei ha un qi basso/è dislessico/ha una tara mentale ecc...
Ma soprattutto non mi piace alzarmi la mattina e pensare che secondo molti miei colleghi il mondo è pieno di malati mentali. Secondo me queste persone dovrebbero cercarsi un buon analista ;)
Vi lascio con questa battuta e spero che il mio intervento improntato al 'naturalismo' terapeutico abbia fornito qualche spunto e - spero - anche qualche critica senza le quali non si cresce.
Vorrei rispondere ad una domanda che si sente fare spesso con la mia opinione assolutamente personale.
Scusate il ritardo.