Riferimento: Condanna penale counselor
In questo come in tantissimi altri post. la clinica sta al centro del discorso come se questa fosse l'unico strumento per capire i veri bisogni delle persone( e ora ritorna anche qui nella mediazione.....)Io non condanno affatto la visione clinica ma non la si può "mettere su ogni cosa"....
Riferimento: Condanna penale counselor
La clinica, almeno nel senso che gli viene dato da alcuni, consiste proprio nel "capire i veri bisogni delle persone" e quindi è al centro del discorso sulla sofferenza ed il disagio.
Se sostieni una visione differente, in base alla quale il disagio non "va messo su ogni cosa" dovresti dire perchè ed in base a quale teoria puoi giustificare l'esclusione dello sguardo clinico dalla sofferenza.
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Originalmente inviato da
gieko
La clinica, almeno nel senso che gli viene dato da alcuni, consiste proprio nel "capire i veri bisogni delle persone" e quindi è al centro del discorso sulla sofferenza ed il disagio.
Se sostieni una visione differente, in base alla quale il disagio non "va messo su ogni cosa" dovresti dire perchè ed in base a quale teoria puoi giustificare l'esclusione dello sguardo clinico dalla sofferenza.
Ma non stiamo andando off topic?
Comunque io credo che si deve vedere cose si intende per " clinica"
Se si intende un approccio che possono usare solo gli psicologi perchè è loro sclusivo appannaggio allora è chiaro che non si può approcciare la sofferenza solo da quel punto di visto poichè gli psicologi non sono gli unici che si occupano della sofferenza e del disagio delle persone.
Se invece si intende un approccio che riguarda un modo di considerare la sofferenza dell'utente, che al di là della dimensione socioambientale, ha sempre e comunque anche una dimensione individuale e intrapsichica e una relazionale allora anche io credo che sia difficile affrontare un disagio di qualsiasi tipo senza tener di conto la sua dimensione " clinica"
Il colloquio d'aiuto degli assitenti sociali si avvale di strumenti e saperi propri della psicologia. Il colloquio con l'utente non può escludere del tutto la dimensione propria della psicologia clinica.
Sicuramente con un altro obiettivo da quello dello psicologo, questo è indubbio, ma è impossibile, almeno secondo la formazione che ho ricevuto io ( il mio professore era psicologo e insegnava tecnica del colloquio nel servizio sociale all'università) escludere a priori la clinica dal nostro lavoro
Scusatemi se posso non usare un lignuaggio psicologico appropriato ma spero di essermi spiegata.
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E' sempre necessario tener presente che interpersonale ed intrapsichico, sono in realtà inscindibili, fin dall'inizio della vita e che le modificazioni, riguardano e toccano, sempre, e necessariamente, entrambi i livelli. Poi, che si faccia un intervento coordinato multidimensionale in certi casi, é utile e necessario, ma la separazione tra di essi, é artificiale.
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In alcuni casi la clinica diventa fuori luogo come quello della mediazione o quello della gestione e selezione del personale ad esempio.....non serve una teoria...è già abbastanza evidente di per sè...!
Per capire i veri bisogni delle persone bisogna entrare in relazione con loro.....discutere.....valutare le alternative possibili.....eventualmente dei compromessi.....tutto questo non c'entra con la rilevazione di una nevrosi ad esempio.....
Ps: Tu credi realmente che qualsiasi disagio si risolverebbe con la clinica?Se la risposta è si....mi devi spiegare cosa ci fanno altre professioni di aiuto allora...poichè non è chiaro il tuo ragionamento!
Se lo psicologo/psicot. è in grado da solo di risolvere ogni tipo di disagio......
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Credo anch'io che stiamo andando off-topic.....
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Se ti riferisci a me, io ho detto un'altra cosa da quella che riporti tu. E guarda caso, gli psicologi, con ed attraverso la relazione e le relazioni, ci lavorano quotidianamente, se ancora non ti é chiaro neanche questo; devi arrivare tu per insegnarcelo? Un pò di buon senso, per cortesia. Te lo ha già chiesto gieko numerose volte.
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Ho risposto a gieko il quale ritiene che solo la clinica possa in qualche modo capire i reali bisogni e soddisfarli!
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Originalmente inviato da
Zuccherina
In alcuni casi la clinica diventa fuori luogo come quello della mediazione o quello della gestione e selezione del personale ad esempio.....non serve una teoria...è già abbastanza evidente di per sè...!
Per capire i veri bisogni delle persone bisogna entrare in relazione con loro.....discutere.....valutare le alternative possibili.....eventualmente dei compromessi.....tutto questo non c'entra con la rilevazione di una nevrosi ad esempio.....
Ps: Tu credi realmente che qualsiasi disagio si risolverebbe con la clinica?Se la risposta è si....mi devi spiegare cosa ci fanno altre professioni di aiuto allora...poichè non è chiaro il tuo ragionamento!
Se lo psicologo/psicot. è in grado da solo di risolvere ogni tipo di disagio......
Certamente la risoluzione del disagio implica la visione clinica, su questo non c'è molto da discutere a parere mio. Poi la clinica assume diverse forme e modalità di applicazione. E' per questo motivo che ho parlato di clinica non di psicologia clinica.
Mi pare che si voglia tagliare fuori questa visione qui come in altri luoghi, a favore di una concezione contraddittoria perchè vorrebbe lavorare sul benessere (che non necessita di aiuto) quando c'è una richiesta di aiuto.
Ma poi che ne sai tu di nevrosi?
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di nevrosi sicuramente ne saprai più di me...per questo l'ho citato come esempio....
non si tratta di lavorare sul malessere o sul benessere ma su alcuni problemi o disagi che possono essere trattati con la clinica ed altri mettendo in moto strumenti come la mediazione ad es.!
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Non ci credo, ora arriva la promozione pro - mediazione; inizia il nuovo ciclo autoperpetuantesi:look:
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Originalmente inviato da
monicadal
OT
Scusatemi se posso non usare un lignuaggio psicologico appropriato ma spero di essermi spiegata.
il bello è che hai appena detto che dovresti usare la clinica con i clienti :asd:
(scusa la battuta ma me l'hai posta su un piatto d'argento :asd: tanto ormai siamo già off topic )
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Ma questo che c'entra? Tu vedi solo il lato negativo...
Certamente vedo soprattutto il lato negativo e non potrebbe essere altrimenti, anzi mi stupisco che una persona che lavora con le famiglie da almeno 15 anni non possa avvertire tutto questo, l'Ordine sarà pure un'istituzione obsoleta, ma siamo veramente sicuri che il nuovo che avanza sia migliore del vecchio moribondo? Non capisco comunque quale vuoto abbia colmato nelle esigenze della società civile questa nuova figura professionale del counsellor e, soprattutto, perchè sia un bene colmare questo vuoto. Se -seguendo l'esempio che hai riportato nell'altra discussione- siamo veramente arrivati al punto per cui una donna ha bisogno di rivolgersi ad un counsellor per organizzare il suo tempo e la sua giornata (!), significa che abbiamo già superato un punto di non ritorno in cui per qualsiasi cosa c'è il consulente di turno che ha già trovato la soluzione per te... Ah, no: che la co-costruisce con te mobilitando le tue risorse! E, cosa ancora più incredibile, in una manciata di incontri, probabilmente anche meno di una manciata. Io credo che questo meccanismo sia veramente pericoloso: non solo deresponsabilizza le persone rispetto alle proprie scelte (a partire dalle piccole scelte quotidiane fino arrivare alle grandi, dalle questioni educative in su...), ma mi chiedo in nome di quale 'benessere' compiamo queste operazioni. A me sembra un falso benessere, che crea soldatini-automi perfettamente integrati in quello stesso sistema che genera quel malessere che poi le porta a chiedere aiuto, a non si sa bene chi, visto che ormai ogni giorno spunta un nuovo esperto. Mi chiedo allora dove arriveremo procedendo su questa strada e come operatore nel campo delle cure la questione me la pongo eccome, è questa questa la dimensione etica a cui facevo riferimento e che qualcuno ha maldestramente confuso con la deontologia professionale, tutto qui.
Saluti,
ikaro
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Se invece si intende un approccio che riguarda un modo di considerare la sofferenza dell'utente, che al di là della dimensione socioambientale, ha sempre e comunque anche una dimensione individuale e intrapsichica e una relazionale allora anche io credo che sia difficile affrontare un disagio di qualsiasi tipo senza tener di conto la sua dimensione " clinica"
Ti sei spiegata benissimo, ed è esattamente quello che intendevo dire, del resto lo avevamo già specificato nell'altra discussione... Grazie, comunque! :approved:
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Originalmente inviato da
ikaro78
Certamente vedo soprattutto il lato negativo e non potrebbe essere altrimenti, anzi mi stupisco che una persona che lavora con le famiglie da almeno 15 anni non possa avvertire tutto questo, l'Ordine sarà pure un'istituzione obsoleta, ma siamo veramente sicuri che il nuovo che avanza sia migliore del vecchio moribondo? Non capisco comunque quale vuoto abbia colmato nelle esigenze della società civile questa nuova figura professionale del counsellor e, soprattutto, perchè sia un bene colmare questo vuoto. Se -seguendo l'esempio che hai riportato nell'altra discussione- siamo veramente arrivati al punto per cui una donna ha bisogno di rivolgersi ad un counsellor per organizzare il suo tempo e la sua giornata (!), significa che abbiamo già superato un punto di non ritorno in cui per qualsiasi cosa c'è il consulente di turno che ha già trovato la soluzione per te... Ah, no: che la co-costruisce con te mobilitando le tue risorse! E, cosa ancora più incredibile, in una manciata di incontri, probabilmente anche meno di una manciata. Io credo che questo meccanismo sia veramente pericoloso: non solo deresponsabilizza le persone rispetto alle proprie scelte (a partire dalle piccole scelte quotidiane fino arrivare alle grandi, dalle questioni educative in su...), ma mi chiedo in nome di quale 'benessere' compiamo queste operazioni. A me sembra un falso benessere, che crea soldatini-automi perfettamente integrati in quello stesso sistema che genera quel malessere che poi le porta a chiedere aiuto, a non si sa bene chi, visto che ormai ogni giorno spunta un nuovo esperto. Mi chiedo allora dove arriveremo procedendo su questa strada e come operatore nel campo delle cure la questione me la pongo eccome, è questa questa la dimensione etica a cui facevo riferimento e che qualcuno ha maldestramente confuso con la deontologia professionale, tutto qui.
Saluti,
ikaro
Purtroppo continua (sempre meno, per fortuna) a passare l'idea che solo un Ordine professionale sia capace di garantire la qualità di una prestazione professionale. E ove non esiste un Ordine si tende a pensare che vi possa essere scarsa qualità nella prestazione, assenza di deontologia, preparazione inesistente, etc.
E' vero esattamente il contrario: l'idea che la qualità di una professione sia strettamente collegata al suo iter formativo (modello autorizzatorio) unitamente all'idea che una comunità professionale sia l'unico soggetto capace di garantire il controllo della bontà della prestazione professionale (autogoverno = corporazione) sono i due elementi peculiari che dimostrano in maniera inequivocabile di come gli Ordini professionali servono solo a fare l'interesse dei propri iscritti e non dell'utenza.
Il counseling di sicuro non si configura come atto che tende a deresponsabilizzare le persone rispetto alle proprie scelte. Anzi, fa esattamente il contrario: tutta la teoria di Rogers poggia sul concetto di autodeterminazione del singolo. Il motivo per cui i counselor aborrono al solo pensiero che qualcuno possa tradurre questo termine con consulenza sta proprio in questa impostazione: attività di consulenza significa orientare una scelta attraverso una risposta data ad un quesito posto dall'utente.
Quest'ultima attività sempre più spesso si avvicina alla professione di psicologo che sta procedendo speditamente verso la sua totale medicalizzazione (là l'esperto che sa e che fornisce risposte, qua il povero paziente ignaro di ciò di cui soffre).
Al di là del lato teorico è proprio il modo di porsi verso il cliente che è profondamente diverso: invito tutti a scaricarsi (mi pare ci siano anche su YouTube) alcune sessioni di lavoro di Rogers dalle quali si evince chiaramente ciò che sto dicendo.
Da un punto di vista dimensionale sono molti gli operatori capaci di dare una risposta al disagio dell'uomo: si va dal prete, al filosofo, al mago, allo psicoanalista, allo psicotearpeuta, al medico, etc. Nessuno dovrebbe avere l'esclusiva su questo, in quanto una eventuale esclusiva non potrebbe tenere in considerazione i bisogni che spingono l'individuo a chiedere aiuto. Già il fatto di pretendere l'esclusiva si configura come un aspetto poco collaborativo e poco rispettoso dei bisogni della persona.