per rosa di maggio:
Rosa io credo che la mia risposta (quella che tu hai criticato) sia stata più che pertinente....se vai nuovamente lì potrai vedere che Johnny mi ha anticipato nella risposta dicendo più o meno le stesse cose...!!!!!!!
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per rosa di maggio:
Rosa io credo che la mia risposta (quella che tu hai criticato) sia stata più che pertinente....se vai nuovamente lì potrai vedere che Johnny mi ha anticipato nella risposta dicendo più o meno le stesse cose...!!!!!!!
Ma c'è un modo per distinguerle? comune infelicità ed infelicità nevrotica dico. E poi anche se fosse possibile tracciare una distinzione netta, per quale motivo una è preferibile all'altra?Citazione:
Originalmente inviato da luigi '84
Secondo me scambiare un male con un altro non è detto che rappresenti una soluzione, bisognerebbe anche dimostrare che il secondo è un male minore.
Un saluto
Certamente, infatti quella frase andrebbe contestualizzata all'interno dell'opera freudiana, in particolare al "disagio della civiltà".Citazione:
Ma c'è un modo per distinguerle? comune infelicità ed infelicità nevrotica dico. E poi anche se fosse possibile tracciare una distinzione netta, per quale motivo una è preferibile all'altra?
Secondo me scambiare un male con un altro non è detto che rappresenti una soluzione, bisognerebbe anche dimostrare che il secondo è un male minore.
Saluti,
ikaro
Certo, c'è. Sia ad un livello molto intuitivo per cui spesso il paziente si rende conto di essere, per così dire, ''esagerato'' (pensa a risposte quali ansia e panico) e sia ad un livello molto più generale legato alla struttura dell'occidentale. Ma di questo mi pare ti abbia già parlato abbondantemente: il ''disagio della civiltà'', come dice ikaro, è un esempio fra i più significativi che rileva il nichilismo alla base di chi crede che si possa liquidare con facilità la nostra più intima natura...che è lacerata, perchè contesa dall'ambivalenza in cui tutte le cose riposano. La ''libertà'' è il discrimine tra l'una e l'altra.
Saluti,
Luigi
Vorrei , visto che questo 3d è la sede forse più adatta, riportare qui questo quesito. L'analista si prende cura della psiche, ma se il paziente, ad esempio soffre di insonnia, di aritmia, di gastrite, di poca voglia di fare l'amore.....e se questi disagi vengono manifestati nel setting, sicuramente lui/lei analista, ascolterà con rispetto, chiederà spiegazioni, ma poi anche se non lo dirà chiaro e tondo, farà capire che il suo compito si limita a prendersi cura solo del benessere psichico, senza tenere conto che il corpo è il palcoscenico di eventi psicologici inconsci o come dice lo scrittore P.Alterberg "la malattia è il grido dell'anima offesa".
Ma come, cara francesca, proprio tu che mi crei una discussione sui legami psiche-corpo ti poni in un'ottica di scissione così profonda? Non ci è ancora tutto chiaro circa i rapporti tra questi due livelli di organizzazione degli esseri viventi, tuttavia è ormai assodato che essi rappresentano "interfaccia" differenti del medesimo soggetto e come tali sono collegati (con ogni probabilità secondo un numero di legami talmente complessi che rendono tutt'altro che lineare il rapporto). La psicoanalisi, come altri orientamenti che da tempo sottolineano il rapporto di interazione tra questi aspetti, può - anche se non sempre a causa dei motivi di cui sopra - influire anche su "malattie somatiche" o, quanto meno sulle componenti psichiche delle stesse.
Comunque non vedo perchè un analista non "dirà chiaro e tondo" che, in caso di problemi di tipo medico, è necessario andare in ospedale!
Saluti
Caro Gieko, quello che vorrei qui esprimere è proprio la scarsa attenzione che gli psicoterapeuti in genere attribuiscono a questa coniunctio corpo-psiche e dunque ai disturbi somatici dei pazienti, considerandoli solo complicazioni ulteriori della terapia, di cui assicurano la scomparsa col procedere della cura. Ma purtroppo anche se si sta meglio, se la terapia funziona, alcuni sintomi specie se cronicizzati, restano.
Parliamo di insonnia: il riferimento simbolico dato da Rudiger Dalke, specializzato in medicina naturale e psicoterapia che ha contribuito in modo fondamentale alla diffusione delle conoscenze relative alla dimensione psicosomatica delle malattie e al loro significato come linguaggio dell'anima, attiene alla paura di perdere il controllo, paura di andare nell'ignoto, scarsa fiducia nel polo femminile, uso esagerato della razionalità maschile,eccessiva energia vitale (sangue) nel cervello, che perciò non riesce a trovare pace, e invece scarsa attenzione al risveglio emotivo e spirituale:
questa è una sorta di "diagnosi" del perchè nasce l'insonnia, nel senso che
il nostro corpo è costretto a intervenire con un allarme solo quando la
nostra consapevolezza di un conflitto interiore è carente... per uscire
dall'insonnia dunque occorre rendersi coscienti del bisogno emotivo negato,
lasciar fluire le emozioni durante il giorno,riconciliandosi con il proprio lato oscuro e con l'imperfezione, in modo da abbandonare il perfezionismo e "svegliarsi" alla propria vita emotiva espirituale, alla meditazione, alla ricerca di nuovi stimoli..
L'afflusso esagerato di energia nel cervello corrisponde ad un uso
eccessivo del ragionamento, una sorta di forzatura, evidentemente si avverte
il peso notevole di dover "governare" troppi ambiti, sia personali che
familiari, dimenticando così le funzioni del lato destro del cervello che
sono legate al divertimento, alla percezione delle emozioni, al vivere solo
"qui e ora", alla spensieratezza, alle novità...
In sostanza, il corpo ti avvisa, che stai conducendo una vita tutta di obblighi, che bisognerebbe quantomeno diminuirli, se non eliminarli... e che questo non è salutare...
però la struttura psichica con cui ci hanno cresciuto spesso contrasta con
la nostra libertà di movimento e di nuove esperienze, noi andiamo avanti
imperterriti a occuparci di risolvere i problemi di tutti gli altri tranne
che i nostri... dunque non ci si può meravigliare che il corpo, saggio e
perfetto com'è, continui altrettanto pervicacemente a farci sapere ogni
giorno che stiamo facendo qualcosa contro noi stessi, e lo farà ad oltranza,
perchè non si può certo rassegnare...
Battiato canta giustamente "Non servono tranquillanti o terapie, ci vuole un'altra vita.."
Lo so che sembra impossibile realizzare "un'altra vita", ma chi è in analisi vorrebbe almeno riuscire a tollerare, gestire, convivere con una normale nevrosi asintomatica.
Come placare la mente, che lavora troppo e male, succhiando una marea di energia e facendoci deviare dalla salute...
Chi oggigiorno non è oberato dalla responsabilità?.. non dobbiamo stupirci se poi il corpo dia costanti segnali di malfunzionamento.
I sintomi sono un allarme, e finchè non si fa qualcosa per riconoscerne le componenti psiche, il conflitto e modificare il meccanismo, quello continua a suonare!
Prova a rispondere tu che sei un esperto alla domanda di Charlie che non capisce bene, se la voglia di fare l'amore ecc. ecc. torneranno dopo questi interventi sulla psiche, e alla mia domanda: l'insonnia, dopo anni di terapia, non dovrebbe scomparire, senza andare in un centro per la cura delle malattie del sonno?
Ciao
Eh...ma ''scomparire'' è un termine grande francesca...tanto grande. La mia piccola esperienza mi dice che con una analisi si ingaggia una lotta e che il senso di essa, in fin dei conti, è ''combattere''. Tu ne sei consapevole: si denota dopotutto da come tratti il problema dei 'contrari', delle ''contraddizioni'' in generale. Questo 'combattere' (insieme...cum) è ciò che destruttura le formazioni sintomatiche, che possono essere di infiniti tipi; anche palesemente somatiche. Ma noi cosa ne sappiamo in fondo? Hai parlato di ''coniunctio''...ma di questa coniunctio cosa ne possiamo sapere? Potremmo intuire, interpretare, lavorare...questa ''attività'' contraddistingue un campo ''dinamico''. Ma, come disse Jung, le cose e le malattie ''ci accadono''...sarebbe sciocco credere che ''scegliamo'' tutto noi (anche inconsciamente...). Perciò, dato che non possiamo ''sapere'' (questo è il senso dell'inconscio junghiano se vogliamo), ci portiamo fin dove possiamo sopportare la sofferenza:...un centro per le malattie del sonno andrebbe preso in considerazione, nella fattispecie, quando sentiamo di scontrarci con un limite insormontabile...dopotutto, non tutte le analisi danno gli effetti ''sperati'': tutto da guadagnare, dico io, ma una psicoterapia arriva fin dove può arrivare.
Saluti,
Luigi
Il guaio è che spesso i problemi sono di tipo esistenziale e non medico...
E spesso un analista non lo dice chiaro e tondo che nemmeno lui possiede rimedi per questi. Ad esempio anche il non aver voglia di far l'amore può essere legato al fatto che i nostri partner non ci attraggono abbastanza o sono poco abili e così via, o viceversa che siamo noi ad essere poco attraenti e ricevendo di continuo messaggi negativi di rifiuto, la voglia magari poi ci passa.
Francesca ha citato giustamente Battiato "Non servono tranquillanti o terapie, ci vuole un'altra vita..".
Quindi una "cura" di questo tipo deve poter incidere sull'esistenza di una persona, fino a che permangono certi problemi di cui non si dispone di alcuna soluzione soddisfacente si continuerà a non stare bene.
Un saluto a tutti
Scusa char_lie, ma che credi? La psicoanalisi influisce sull'esistenza della persona, proprio perchè lavora a livello della struttura. Lo sto dicendo da innumerevoli post, ma sembra che, per qualche motivo, tutto ciò venga ostinatamente ignorato. Se magari spieghi il perchè...
Per rispondere alla tua domanda di prima, quindi, tra i vari effetti della trasformazione strutturale è compreso anche il fatto che difficoltà sessuali e relazionali a livello psichico (quali quelle dei tuoi esempi) sono psicoanaliticamente trattabili.
Saluti
Provo a rispondere. L'insonnia, come qualsiasi altro sintomo, rappresenta un aspetto dell'organizzazione, della strutturazione del paziente che, per quanto possa apparire paradossale, ha una funzione e, fintanto che la mantiene, necessita di permanere. Anche nella teoria che citi (che non condivido personalmente) l'insonnia ha delle motivazioni per instaurarsi e mantenersi all'interno della vita del soggetto. Lavorando su queste, se la teoria ha fondamenta sufficientemente solide, cioè se interpreta correttamente la funzionalità del sintomo, quest'ultimo può perdere di utilità a favore di una struttura maggiormente funzionale.
Il problema è che ci sono alcuni sintomi che sono talmente radicati e fondanti la struttura del soggetto, costituendone lo "scheletro", i "pilastri portanti", che divengono parte fondamentale dei nuclei identitari. Si può fare qualsiasi esempio, ma il primo che mi viene in mente è quello della convizione delirante dello psicotico, il quale dice ad esempio "io sono Dio". E' avvenuta una strutturazione estremamente profonda e rigida in base alla quale questa persona può vivere: al di là dell'"essere Dio" c'è infatti il non esistere, ipotesi che non può ovviamente essere presa in considerazione. Il contrasto fondamentale tra "esistere" e "non esistere" tipico della psicosi è il "terreno" su cui è stato costruito l'"edificio" di quella persona. Il lavoro analitico permette di poter modificare la struttura e trovare nuovi terreni, ma non è cosa semplice e, a volte, è estremamente difficoltosa.
Saluti
Chi si rivolge ad un analista lo fa sicuramente perchè soffre. Questa considerazione mi conduce ad una riflessione: quale sarebbe la percezione della psiche se non si avvertisse un solo disagio?
La sofferenza è come una spinta verso un processo di chiarificazione, verso l'esigenza di intraprendere un'avventura esistenziale che possa soddisfare il fondamentale bisogno umano di autoconoscenza e di dialogo interiore.
Forse, Gieko tu ha ragione, forse il paziente si rifiuta inconsapevolmente di andare oltre un certo limite, di abbattere certi pilastri...resiste per ristabilire un "equilibrio" del corpo ormai troppo consolidato e divenuto nucleo identitario. L'analista viene visto come colui che aggredisce la tua fortezza. Ma è un comportamento incoerente e masochistico: perchè un individuo che vuole indagare il proprio inconscio per recuperare il suo totale benessere, poi rimane intrappolato in dipendenze alquanto invalidanti, anche se nel complesso, con la terapia, la qualità della vita migliora notevolmente?
Perchè alcuni nuclei, per quanto causa di malessere, vengono difesi e custoditi tenacemente?:sbonk: "QUIETA NON MOVERE"?:rolleyes:
Cara Francesca, hai centrato perfettamente il punto della questione, qualcosa di cui lo stesso Freud si era accolto molto presto e che definisce, nel suo percorso, inizialmente come "reazione terapeutica negativa", quindi come "ripetizione" e infine con la "pulsione di morte" (in Lacan questi aspetti vengono definiti in termini di "godimento", con un'ulteriore articolazione molto feconda secondo me). E' proprio per questo motivo la psicoanalisi non può prestarsi, per struttura, ad un intervento medicalizzato, perchè questo "comportamento incoerente e masochistico" si mette di traverso rispetto all'idea di cura, per cui l'uomo non solo soffre ma ne gode anche di questa sofferenza, c'è quindi un al di là del principio di piacere rispetto al quale il paziente dovrà prendere posizione, se assumerselo o meno...Citazione:
Ma è un comportamento incoerente e masochistico: perchè un individuo che vuole indagare il proprio inconscio per recuperare il suo totale benessere, poi rimane intrappolato in dipendenze alquanto invalidanti, anche se nel complesso, con la terapia, la qualità della vita migliora notevolmente?
Perchè alcuni nuclei, per quanto causa di malessere, vengono difesi e custoditi tenacemente?:sbonk: "QUIETA NON MOVERE"?:rolleyes:
Saluti,
ikaro
Premettendo che bisogna vedere cosa intendi per nuclei che causano malessere (strana immagine).... ti suggerirei di non trascurare il fatto che non esisterebbe probabilmente alcun disagio psichico se non ci fosse relazione.
da qui, ti suggerirei di non dimenticare che un disturbo è formato storicamente e sistemicamente. vai a vederti la famiglia, le generazioni, l'ambiente, e avrai elementi in più per comprendere perchè permangono (coerentemente) equilibri "instabili".
ciaz.
Preciso che su questo aspetto relazionale sono assolutamente d'accordo, così come la dimensione storica e sistemica che io rileggerei come diacronia (dello sviluppo) e sincronia (della struttura). Però questi aspetti non spiegano di per sè l'insistenza della sofferenza, anche nelle sue forme evidentemente masochistiche, o certe forme di resistenze alla cura, credo che anche su questi aspetti metapsicologici il discorso freudiano sia attuale e per certi versi ancora da interrogare.Citazione:
Premettendo che bisogna vedere cosa intendi per nuclei che causano malessere (strana immagine).... ti suggerirei di non trascurare il fatto che non esisterebbe probabilmente alcun disagio psichico se non ci fosse relazione.
da qui, ti suggerirei di non dimenticare che un disturbo è formato storicamente e sistemicamente. vai a vederti la famiglia, le generazioni, l'ambiente, e avrai elementi in più per comprendere perchè permangono (coerentemente) equilibri "instabili".
Saluti,
ikaro
Per nucleo intendo, quel nodo/i, quell'insieme di contenuti inconsci che non essendo acquisiti dall'individuo, sono la causa dei disagi psichici e possono essere accessibili alla conoscenza solo nel sogno e nella nevrosi. La loro esistenza è dovuta, ad esperienze personali che forse sono state un tempo conscie ma che poi sono scomparse dalla coscienza perchè dimenticate o rimosse. Si potrebbero definire anche "complessi". Questa è la mia idea da paziente profana; correggetemi se non è corretta.
La ricerca e la elaborazione della loro origine, sicuramente, come dici bene tu, dovuta "storicamente e sistemicamente" alle relazioni con famiglia, ambiente, ecc...., è il lavoro che si svolge in anallsi.
Ciao
Il punto gieko è che quando si parla di certe difficoltà sessuali già è complicato descriverle e non tanto per pudore, il sesso è anche qualcosa di pratico, qualcosa che è legato ai propri movimenti, alla forma del proprio corpo (ed anche a quella del partner) e così via, siamo sicuri che questi siano problemi strutturali che siete capaci di affrontare?Citazione:
Originalmente inviato da gieko
Io mi chiedo: come fa un analista ad aiutare una persona in questo se non conosce nemmeno la fisicità del paziente?
Una persona che non riesce a capire bene come calciare un pallone per indirizzarlo da qualche parte ha un problema strutturale? O questo in realtà è un problema di altro tipo? Guardate che non è detto che quando non si riesce a far qualcosa è perché c'è un blocco, in certi casi bisogna aggiungere e non togliere qualcosa, voi seguite l'idea metaforica che in una certa regione c'è un corso d'acqua e bisogna togliere qualche ostacolo per farla fluire in un certo luogo nella regione, ma se l'acqua non c'è proprio in quella regione bisogna trovare anche il modo per portarcela lì.
Un saluto
Ti hanno già risposto ikaro e neromancer: la resistenza ha delle motivazioni tali per cui a volte è difficilmente superabile. Aggiungo solo che qualsiasi persona necessita di riconoscersi, di manenere un certo grado di identità coerente. Non è tanto questione di difesa o custodia, immagini che rimandano alla metafora guerresca, quanto di riconoscimento e stabilità: le perturbazioni portate dall'analisi vengono compensate sempre con un ristabilirsi (seppure con variazioni) dell'equilibrio. Perturbazioni eccessive possono creare una sensazione di catastrofe totale, ovvero di impossibilità a riconoscersi per quelli che si è, almeno in una certa misura. Ecco che la catastrofe produttiva è sempre accompagnata da possibilità di riconoscersi come tali ma con elementi nuovi, più complessi che permettono alla persona di muoversi liberamente verso nuove soluzioni di vita.
Saluti
Come non ne conosce la fisicità? E' uno degli elementi salienti... dalle modalità posturali ai movimenti che accompagnano le associazioni, fino al ritmo del respiro, sono tutti elementi presi in considerazione dall'analista. Informazioni preziosissime per completare il quadro entro cui si inseriscono anche le difficoltà sessuali. Per non parlare dei significati conflittuali che la sessualità implica per alcuni pazienti e che emerge come materiale verbale.
E come mai non c'è acqua in una regione dove invece ci dovrebbe essere? Ma, soprattutto, la cosa che ci interessa è che questa regione ci dice che lì è un vero problema che non ci sia acqua (mentre magari in altre regioni la importano o bevono latte). Per uscire dalla metafora, è il paziente che dice all'analista che il suo problema è specificamente un sintomo. A noi il compito di trattarlo chiarificando il campo. Sarà poi il paziente ad arrivare a capire se l'acqua non arriva per problematiche di morfologia del terreno su cui vuole intervenire o se preferirà acquistarla, o altre soluzioni ancora...
Saluti
Il modello di guarigione implicito nel pensiero di Jung consiste essenzialmente in una riduzione della centralità dell'Io e nella accettazione del conflitto come strumento di trasformazione. Egli pone a fondamento del lavoro analitico una vera e propria etica del dubbio. Vi è in questo rispetto del paziente e del suo destino una sorta di dedizione a qualcosa che, comunque ci trascende; e, infine, un radicale realismo che mette in guardia contro gli "eccessivi entusiasmi terapeutici" . Dice Jung: "Il medico sa che l'uomo si trova sempre e comunque di fronte al destino" , cioè all'inconoscibile. "Non tutto si può né si deve guarire. Spesso sotto il manto di una nevrosi si celano oscuri problemi morali o inesplicabili grovigli del destino. E infine: "Non si può strappare la gente al proprio destino, così come in medicina non si può guarire un malato se la natura vuol farlo morire" . Fatalismo? :mumble:Augusto Romano sostiene che è piuttosto amor fati, attenzione a quel filo rosso che attraversa la nostra vita, e che talvolta può anche essere tragico.
Jung attribuisce sempre una grande importanza ai problemi attuali del paziente, sino a suggerire di chiedersi sempre, di fronte al presentarsi di sintomi nevrotici, quale sia il compito vitale che il paziente non vuole, in quel momento della vita, adempiere. L'esame del passato non è perciò mai disgiunto da quello del presente, e il sogno funziona come dispositivo che mette a confronto l'Io e l'inconscio e indica la via per l'unificazione. E' su questa strada che si verifica il passaggio dalla nevrosi alla accettazione consapevole del conflitto: come ha scritto Jung: "La nevrosi sta sempre al posto di una sofferenza legittima" .
I malanni del corpo sono la via di transito lungo cui scorre il cambiamento dell’individuo, ridurli a guai da risolvere immediatamente, come troppo spesso fa la medicina moderna, equivale a chiudere la porta in faccia alla possibilità di considerare la malattia come a una fase di adattamento:sbonk: , in cui la salute può ridisegnarsi verso, come dici tu gieko, un ristabilirsi (seppur con variazioni) di un nuovo equilibrio.:yahoo:
Guarire significa darsi nuove norme di vita, non tornare allo stato di salute precedente.
Condivido questi concetti ,ammettendo di essere un bel pò contraddittoria rispetto ad alcuni post precedenti. Tutto sommato, convivo serenamente con una lieve insonnia che mi consente, volendo coglierne i lati positivi, di leggere tanto e ad es. fare questo post.
Buona notte
Ciao Gieko. Dal mio punto di vista hai ragione. Ma solo in parte.
Ritorno ora da cinque giorni di scuola a Bologna. Come sai, il mio indirizzo è quello delle psicoterapie corporee, dell'analisi bioenergetica di Lowen. E, dopo che ho passato cinque giorni a discutere, e praticare, teoria, tecnica e teoria della tecnica in analisi bioenergetica, io mi ritrovo a confrontare la mia esperienza di paziente sul lettino dell'analisi e la mia esperienza di studente in una scuola di psicoterapia corporea.
E le differenze ci sono. Anche solo leggendo la letteratura delle due scuole, è visibile, percepibile, una differenza concettuale forte, importante, che riguarda il corpo, la relazione del soggetto con il proprio corpo, e dell'analista con il suo e con quello del paziente.
Intanto, il corpo dell'analisi è un corpo fermo, che non si muove, che non si colloca nello spazio, non lo attraversa. Certo, gli scritti degli analisti (più delle analiste, debbo dire, almeno per quel che conosco) sono zeppi di annotazioni sul corpo e sul movimento dei loro pazienti. Penso ai lavori sul ritmo della Kestemberg, all'analisi del movimento di Katya Bloom o di Frances La Barre, agli articoli di Knoblaucht. Ma si tratta pur sempre di elementi presi come indicazione d'altro, che sembrano un "cammeo", un elemento di abbellimento e di integrazione; non mi sembrano un elemento centrale della teoria, né della pratica.
Resta fuori dal campo (e, chiarisco, mi pare una scelta legittima, una delimitazione del campo d'osservazione e di intervento che ha un fondamento forte) il complesso circuito (anche in termini neuroscientifici) tra percezione del mondo esterno ed interno, sensazione, collegamento con l'emozione e la rappresentazione, ed azione. Nel senso che, per la mia esperienza e la mia conoscenza, il paziente viene costantemente invitato a non agire ed a rappresentare. Come se, nel continuum che collega sensazione, emozione e rappresentazione, non ci trovassimo in presenza di linguaggi diversi ma che godono dello stesso status, ma ad una scala di valori nella quale il gradino più elevato è la rappresentazione e l'espressione verbale, mentre il corpo vivo, l'organismo, che si muove, respira, è presente nel mondo in un modo irriducibile, si trova spesso ridotto a "supporto", come fosse una pagina bianca sulla quale poter scrivere il linguaggio delle parole.
Ma dove sta la dimostrazione clinica della contrapposizione tra pensiero e azione? Io vedo che i pazienti lasciati liberi di agire, di muoversi, non rinunciano alla rappresentazione, alla messa in parola né della sensazione, né dell'emozione. E che la possibilità di agire, in un ambiente protetto e in un setting accuratamente definito (com'è quello della bioenergetica) sia le sensazioni che le emozioni, provoca la nascita di circuiti riverberanti che rendono possibile, nel tempo, la crescita di tutte le modalità espressive. Provare rabbia e sentire la tensione muscolare che la accompagna, e poter esprimere questo non semplicemente a parole, ma con l'azione del colpire, consente anche di modificare la percezione del proprio corpo e della propria emozione, e di modificarne la rappresentazione.
Mi dirai, si fa anche in psicoanalisi, in un certo senso, attraverso l'esplorazione verbale, l'interpretazione. Vero. Ma il corpo e il suo esistere vengono fortemente compressi, quasi ridotti di dimensioni. Lo spazio del corpo è più ampio di quanto si possa esplorare con il pensiero, la rappresentazione o la parola.
Sessualità. Un elemento importante in bioenergetica. Come capacità del corpo di andare oltre se stesso, all'incontro di un altro corpo che, proprio perché altro, è anche possiblità di crisi. E anche come capacità del proprio corpo di essere flessibile, di sentire e provare il piacere, il dolore, l'esperienza della perdita e del ritrovamento, dell'annullamento della volontà presente nell'orgasmo. Ma come trattare questo elemento della nostra vita se non lavorando, praticamente, a livello corporeo? Come accontentarsi di pensarla senza sentirla?
Chiudo qui. Magari ho scritto un sacco di castronerie, ma mi piacerebbe confrontarmi con tutti voi su questioni del genere. Mi sono sentito molto vicino a Char_Lie, stavolta. Forse, il senso che ha per lui la pratica è diverso dal senso che ha per me. Ma mi ha fatto risuonare alcune cose, alcune corde. Sono curioso di vedere cosa ne esce fuori.
Buona vita
Guglielmo
Ciao Guglielmo, il tuo post e la tua esperienza personale mi hanno fatto riflettere molto. Qualche mese fa ho letto un libro: 'molecole di emozioni' di C. Pert, che mi ha convinta che il nostro corpo, come dice Sartre, “è l’oggetto psichico per eccellenza, il solo oggetto psichico”.
Se devo essere sincera, non posso dire che nel setting analitico si trascuri il corpo, però si analizza e cura solo il corpo percepito internamente, quello che possiede un linguaggio che esprime insieme gli impulsi biologici e le aspirazioni spirituali che vengono vissuti dall'intero sè.
Molti esponenti della psicologia analitica oggi, approfondiscono temi come la vita immaginativa del corpo, del suo linguaggio e dell'esperienza corporea tra analista e paziente; da recente ho letto 'Il corpo in analisi' di N.Schwartz-Salant e 'Il codice innato' di M. Conforti, ambedue analisti Junghiani che trattano questi temi. Lo stesso Jung definisce l'istinto sessuale come una rappresentazione concreta e materializzata della coniunctio o archetipo dell'unione e, collega a quest'ultimo, una serie di simboli, immagini e comportamenti che sono ach'essi espressi fisicamente e concretamente.
Tale archetipo, trasmette un orientamento fondamentale per la continuazione della vita a livello emotivo, spirituale, biologico.
Come spieghi benissimo tu, però a volte per sconfiggere i propri disagi potrebbe non essere sufficiente esprimersi verbalmente, ma è necessario lavorare anche a livello corporeo per, ad esempio liberarsi oltre che dei pensieri, anche di quei sentimenti ed emozioni primari (quali il pianto, la rabbia, il disgusto, l’imbarazzo, il bisogno di attaccamento:hug:, rispecchiamento e riconoscimento ecc.) che il paziente ha dentro di sé, spesso senza saperlo e che nel setting analitico, non potendo essere espresse, possono essere causa di resistenze e dunque di possibile stallo o di insuccessi terapeutici.
Il corpo in psicoterapia...... fonte di esperienze emozionali riparatrici, emozioni che curano per via corporea, cioè psicofisiologica...L'idea è accattivante!:idea:
A questo punto ti chiedo, per un paziente che già sta seguendo una psicoterapia analitica può essere utile, opportuno, raccomandabile, accoppiare un periodo o un ciclo, di sedute anche di gruppo di bioenergetica?
Ho letto qualcosa che si riferisce ad un doppio setting: il setting oggettuale per i disturbi conflittuali e il setting pre-oggettuale per i disturbi difettuali (difetti del Self alla base dei disturbi di personalità). Potresti chiarirmi il discorso? Si tratta di un sistema che riguarda sempre solo la terapia bioenergetica o appunto funziona come supporto alla psicoterapia?
Saluti:ciao:
Ma sì, perche no? Poi 2 fettine di breve strategica e per dessert la sistemica, perchè il dolce si mangia con la famiglia! :PCitazione:
A questo punto ti chiedo, per un paziente che già sta seguendo una psicoterapia analitica può essere utile, opportuno, raccomandabile, accoppiare un periodo o un ciclo, di sedute anche di gruppo di bioenergetica?
Saluti,
ikaro
PS Alla fine credo sia tutto possibile, io però non me la sentirei però di raccomandarlo, una psicoterapia è impegnativa, due sono insopportabili... :approved:
Ciao Francesca
Per come la vedo io, non è utile (ma parlo in linea generale; ogni essere umano è diverso dagli altri e non ci sono regole valide per tutti indistintamente) seguire due forme di psicoterapia o di analisi differenti.
Però la bioenergetica ha uno strumento che potrebbe esserti utile: le classi di esercizi.
Non sono terapia, perché non comprendono l'elaborazione verbale dei vissuti, ma semplicemente (che poi non è semplice affatto :)) una serie di movimenti del corpo finalizzati ad accrescere la consapevolezza di sé e a diminuire il peso delle contratture muscolari. Si svolgono in gruppo, hanno una durata di un'ora e mezzo circa e ci sono diversi analisti bioenergetici in tutta Italia che tengono classi una volta la settimana.
Gli esercizi sono stati pensati anche come esercizi che si possono svolgere a casa, una volta appresi, ma è molto più bello e utile svolgerli in gruppo, in modo che possano emergere anche gli aspetti relazionali del contatto fisico, della condivisione, delle risonanze emotive che il corpo degli altri suscita, inevitabilmente, nel proprio.
Ci sono poi esperienze più profonde, e assimilabili a terapie di gruppo, chiamate "maratone", che durano dai tre ai cinque giorni e sono, di solito, focalizzate su di un tema preciso (la sessualità, o l'assertività, il contatto, il piacere, ecc.). In questo caso ci si ritrova in gruppi dalle dieci alle 20 persone, con due terapeuti, e si lavora sia sul piano fisico che su quello verbale. Si condivide lo spazio, il tempo, il cibo, il sonno, il riposo. Non sono esperienze facili, e sono molto intense da un punto di vista sia emotivo che fisico. Le consiglierei solo a chi sta già seguendo un'analisi bioenergetica, o a chi abbia molta pratica di classi di esercizi.
Poi, magari, continuo su un piano teorico. Per ora, questo.
Buona vita
Guglielmo