Citazione:
Originariamente postato da cinzias
Credo che sia naturale utilizzare un modello per leggere il mondo: la cultura di appartenenza è un modello. Per un terapeuta il modello di riferimento è una lente di lettura dei fenomeni, delle esperienze che l'altro ci racconta. Non ci sono modelli migliori di altri, teorie più vere di altre (nell'ambito del lecito).
Mi piace immaginare il"problema" che l'altro ci porta, come un "millefoglie", il dolce a strati di sfoglia e crema; e il modello che usiamo è la forchettina con cui affrontiamo uno strato: ci sono i "golosi" della sfoglia spolverata di zucchero, quella che sta in cima ed altri che assaporano le sfoglie sottostanti, mescolate alla crema. Ma è sempre lo stesso millefoglie.
Il modello è uno strumento, non la soluzione. Va appreso, compreso e utilizzato nella relazione terapeutica. Il fine di ogni teoria valida è che la sua applicazione nella pratica porti ad un cambiamento, che per il paziente è il sollievo dal proprio malessere.
Dietro il modello c'è un terapeuta/persona (la mano che tiene la forchettina) che si mette in gioco con il proprio stile personale: più incalzante, o meno pressante, paziente, più o meno accogliente. Si parla molto di modelli e troppo poco di come si sta di fronte ai pazienti. Quando un paziente abbandona la terapia non è quasi mai per un conflitto con il modello, ma perché la relazione con la persona del terapeuta non decolla.
Queste sono solo alcune opinioni personali.
Buona giornata
Bene. Possiamo allora anche dire che il modello è come la forma della forchettina, più appuntita o assotigliata, comunque si usa per conoscere...esplorare il dolce...