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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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gieko
Andate a buon fine?! Gli esiti di quelle analisi sono stati disastrosi, tanto è vero che si sono tutte interrotte... Ma sono state proprio quelle esperienze di crollo dello spazio analitico a causa di dinamiche collusive macroscopiche che hanno insegnato che l'"assecondare" non è utile in nessun caso.
Ferenczi, che in questo campo era un vero esperto, si rese conto che perseguendo questa strada avrebbe dovuto prendere un solo paziente in analisi per tutta la vita, altro che autonomia...
Si...ma se Jung e Sabina non avessero vissuto il dramma della loro relazione ma al contrario avessero costruito argini (in quel caso difese inutili purtroppo,c'è da dirlo perchè non vedo alternative possibili a posteriori) il primo non avrebbe avuto la possibilità di scrivere pagine di quel calibro sull'amore di transfert e la seconda non sarebbe mai uscita dalla spirale che pian piano la risucchiava in una follia subdola...gli esiti sono stati disastrosi, è vero, in termini di vissuti emotivi strazianti,non nominabili,senza futuro...ma a noi resta un patrimonio di uno splendore indicibile:sapremo farne tesoro?Questa è per me una domanda fondamentale...
Saluti,
Luigi
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lallaconfusa
....per carità, non voglio avere la presunzione di sapere tutte le cose che voi sapete, ci mancherebbe. Voi però avete una base di studi, seppur teorica. Nel momento in cui iniziate un'analisi, sapete già cos'è un transfert (tanto per rimanere nel tema del thread), ovviamente poi ognuno lo vive a suo modo. Un paziente "normale" a volte non sa nemmeno cosa sia una psicoterapia, come funzioni, la inizia perchè in preda a un malessere e pensa che il terapeuta sia il "guaritore" che sia sufficiente raccontare i propri vissuti o problemi e tutto sia risolto. Non si arriva nemmeno a pensare che alla base c'è invece un vero e proprio rapporto fatto di gioie e di dolori....e questo secondo me, almeno all'inizio è spiazzante e talvolta anche paralizzante. Prova ne è, come ho già detto, che tutte le richieste di aiuto/consigli/spiegazioni inerenti al transfert che si trovano via internet sono da parte di pazienti "normali", non addetti ai lavori. Pazienti che si ritrovano innamorati del proprio analista e non sanno perchè, come sia successo, pensano di dover cambiare, si sentono sbagliati, non sanno come affrontare la cosa....si trovano impreparati davanti a una cosa che li coinvolge fino al midollo. Voi secondo me non siete impreparati, tuto lì.
Lalla
Ciao Lalla, io non mi riferivo agli aspetti teorici ed ad una tua eventuale conoscenza o meno, forse, non mi sono espressa in modo sufficientemente chiaro; io intendevo dire "cosa ti fa pensare che l'aver letto sui libri cosa sia il transfert, finchè uno non lo ha provato, renda davvero cosi' facile affrontarlo, perchè sappiamo cosa ci aspetta?" Il transfert è qualcosa di nuovo e sconosciuto per chiunque lo affronti per la 1 volta, perchè lo si puo' capire solo vivendolo, sentendo cio' che si prova, che puo' essere spiazzante, riempire di rabbia o farci amare l'altra persona, ma "sapere", non è "conoscere" ed alla conoscenza di cio' che si prova, nel transfert, come per altre situazioni, si puo' arrivare solo "sentendolo" in prima persona, non sui libri. Hai mai pensato che agli allievi di una scuola psicoanalitica e, spesso, se non sempre, è preferibile anche per chi cmq svolge qs lavoro con un orientamento psicoanalitico, viene fatta svolgere quella che cmq è chiamata analisi dittattica proprio perchè altrimenti, essi non saprebbero e non capirebbero cio' che possono provare i pazienti, oltre che per capire se' stessi, dato che il transfert non si capisce dai libri ma dalle emozioni in gioco e dal modo in cui vengono elaborate?
L'analisi, è analisi per tutti, soltanto con il tempo, qualcosa puo' essere diverso.
Sia chiaro che la mia non è una critica a te, ma un tentativo di spiegarmi meglio rispetto a cio' che intendevo realmente esprimere.
Voglio dire che sapere in teoria, è totalmente diverso che esperire in prima persona.
Spero di essere stata piu' chiara.
Ciao:ciao:
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luigi '84
Si...ma se Jung e Sabina non avessero vissuto il dramma della loro relazione ma al contrario avessero costruito argini (in quel caso difese inutili purtroppo,c'è da dirlo perchè non vedo alternative possibili a posteriori) il primo non avrebbe avuto la possibilità di scrivere pagine di quel calibro sull'amore di transfert e la seconda non sarebbe mai uscita dalla spirale che pian piano la risucchiava in una follia subdola...gli esiti sono stati disastrosi, è vero, in termini di vissuti emotivi strazianti,non nominabili,senza futuro...ma a noi resta un patrimonio di uno splendore indicibile:sapremo farne tesoro?Questa è per me una domanda fondamentale...
Saluti,
Luigi
Senz'altro quelle esperienze - ma io sinceramente penso più a Ferenczi, ad esempio, che sperimentò nell'ambito dell'amore e della reciprocità analitica più di chiunque altro, come testimonia il Diario clinico - sono state di grande valore teorico e storico, non lo nego di certo, ma sono state anche importanti per mostrare come la mancanta lettura delle dinamiche presenti tra analisti ed analizzandi portasse al fallimento terapeutico (così come ad esso conduce un'adesione incondizionata ed acritica alla teoria). Non conosco nei particolari la vicenda della Spielrein, ma con certezza l'analisi recirpoca che Ferenczi arrivò a fare con la Severn fu un esperimento importante ma che non aiutò la paziente. Ma si era veramente agli albori della disciplina...
Un saluto
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gieko
Senz'altro quelle esperienze - ma io sinceramente penso più a Ferenczi, ad esempio, che sperimentò nell'ambito dell'amore e della reciprocità analitica più di chiunque altro, come testimonia il Diario clinico - sono state di grande valore teorico e storico, non lo nego di certo, ma sono state anche importanti per mostrare come la mancanta lettura delle dinamiche presenti tra analisti ed analizzandi portasse al fallimento terapeutico (così come ad esso conduce un'adesione incondizionata ed acritica alla teoria). Non conosco nei particolari la vicenda della Spielrein, ma con certezza l'analisi recirpoca che Ferenczi arrivò a fare con la Severn fu un esperimento importante ma che non aiutò la paziente. Ma si era veramente agli albori della disciplina...
Un saluto
Si...diciamo che una mancata lettura ha portato il fiume oltre gli argini consentiti:effettivamente si era agli albori di una pratica eccezionalmente vasta.Ferenczi osò molto (a dir poco) ecco perchè lo considero un grande analista e uomo illustre e sarebbe interessante discutere quegli esiti a cui accenni.Sulla vicenda Jung-Spielrein c'è poco da dire in fondo:lì fu l'amore,la carne a far sprofondare entrambi 'nell'indecenza' (anche se su questo Jung non si è mai pronunciato) ma,non c'è che dire,anche a farli rinascere in vite nuove e oltremodo piene di dignità e umanità.
Saluti,
Luigi
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luigi '84
Si...diciamo che una mancata lettura ha portato il fiume oltre gli argini consentiti:effettivamente si era agli albori di una pratica eccezionalmente vasta.Ferenczi osò molto (a dir poco) ecco perchè lo considero un grande analista e uomo illustre e sarebbe interessante discutere quegli esiti a cui accenni.Sulla vicenda Jung-Spielrein c'è poco da dire in fondo:lì fu l'amore,la carne a far sprofondare entrambi 'nell'indecenza' (anche se su questo Jung non si è mai pronunciato) ma,non c'è che dire,anche a farli rinascere in vite nuove e oltremodo piene di dignità e umanità.
Saluti,
Luigi
Quanto affermi su Jung e Sabina S. esprime benissimo il senso della loro vicenda, poichè Sabina da uno stato di profondissimo "malessere" psichico, usci' rinata e divenne una grande psichiatra, cosi' come Jung, ritrovo' la sua via, piena di una nuova dignita' ed amore. Non credo si possa descrivere meglio di come hai fatto tu, se non si conoscono tutte le travagliate vicende che vissero e da cui uscirono completamente rinnovati.
In modo diverso, anche le vicende di Ferenczi, che si pongono pero' su un altro piano, hanno un'importanza storica fondamentale, nel far comprendere come certi atteggiamenti, siano negativi per l'analisi, pero' non credo esse siano paragonabili, poichè appartengono a due uomini con visioni della vita e dell'analisi, profondamente diverse.
Forse, cio' che lo è, è il grande spirito innovativo ed esplorativo, il coraggio, di qs due figure della storia psicoanalitica.
Ciao.
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luigi '84
Si...diciamo che una mancata lettura ha portato il fiume oltre gli argini consentiti:effettivamente si era agli albori di una pratica eccezionalmente vasta.Ferenczi osò molto (a dir poco) ecco perchè lo considero un grande analista e uomo illustre e sarebbe interessante discutere quegli esiti a cui accenni.Sulla vicenda Jung-Spielrein c'è poco da dire in fondo:lì fu l'amore,la carne a far sprofondare entrambi 'nell'indecenza' (anche se su questo Jung non si è mai pronunciato) ma,non c'è che dire,anche a farli rinascere in vite nuove e oltremodo piene di dignità e umanità.
Saluti,
Luigi
Ferenczi è un autore che stimo molto anche io e che ha anticipato i tempi, su alcune tematiche, di qualche decennio. Discuto volentieri degli esiti di cui dicevo, ma forse è meglio farlo via pm per non uscire dall'argomento del thread. Ribadisco che sono convinto l'enorme portata storica e teorica di tali esperienza "non ortodosse" ma che sono piuttosto scettico sul fatto che queste abbiano portato paziente ed analista a "rinascere in vite nuove e oltremodo piene di dignità e umanità" grazie all'analisi stessa che, teniamo presente, si muoveva lungo coordinate teoriche fragili e vedeva protagonisti analisti che non aveva fatto un'analisi se non in forma estremamente frammentaria ed incompleta (Ferenczi lamentò con chiarezza e decisione questo fattore, peraltro insistendo sulla mancata analisi del transfert negativo - giusto per rimanere in tema con la discussione - da parte del suo analista, ovvero Freud) e che quindi agivano fortemente i propri bisogni inconsci come i loro pazienti.
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In effetti, anch'io mi riferivo al fatto che hanno avuto una grande portata storica, alcuni autori con le loro esperienze, collocandoli pero' nel loro tempo, e che attraverso esse, hanno permesso di scoprire molti aspetti del transfert, prima non chiari. Cmq, ribadisco che si tratta di due tipi di esperienze anche tra loro stesse diverse e forse, non comparabili. Certamente, forse, se non ci fossero stati, potremmo essere ancora molto indietro; Ferenczi, ad es., è stato un grande pionere dai cui contributi, sono nati diversi orientamenti tutt'ora molto vivi e che hanno permesso di costruire nuove visioni e teorie sia della personalita' che del transfert e del controtransfert.
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
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luigi '84
Si...ma se Jung e Sabina non avessero vissuto il dramma della loro relazione ma al contrario avessero costruito argini (in quel caso difese inutili purtroppo,c'è da dirlo perchè non vedo alternative possibili a posteriori) il primo non avrebbe avuto la possibilità di scrivere pagine di quel calibro sull'amore di transfert e la seconda non sarebbe mai uscita dalla spirale che pian piano la risucchiava in una follia subdola...gli esiti sono stati disastrosi, è vero, in termini di vissuti emotivi strazianti,non nominabili,senza futuro...ma a noi resta un patrimonio di uno splendore indicibile:sapremo farne tesoro?Questa è per me una domanda fondamentale...
Saluti,
Luigi
Jung trovò in Sabina Spielrein la sua "anima", l'immagine della donna nell'inconscio dell'uomo; fu così che concepì il ruolo fondamentale che ha l'anima nella vita di un uomo.
DaLa psicologia del transfert :" Nella relazione terapeutica si celano i sentimenti più segreti, più affliggenti, più intensi, più teneri, più vergognosi, più angosciosi, più insoliti, più immorali e insieme più santi che configurano la somma indecifrabile e inesplicabile dei rapporti umani e attribuiscono loro una forza perentoria, coercitiva. Questi rapporti avviluppano come tentacoli invisibili di un polipo.....Questa condizione è definita perfettamente dal termine invasamento ". Mai Jung, si sarebbe espresso in questi termini se non fosse stato "infettato" dal suo amore per Sabina! Dai suoi pensieri traspare non solo il vissuto dell'analista ma sopratutto quello del paziente.Nel suo lavoro l'analista può rischiare "infezioni psichiche", per cui è obbligato a porsi in una prospettiva in cui " la sorte del paziente lo riguarderà un poco anche personalmente, il che costituisce la premessa favorevole alla cura".
Gli analisti che non fanno tesoro di questi concetti, non potranno mai appassionarsi ai casi dei pazienti che trattano e difficilmente otterrano successi terapeutici.:nono:
:ciao:
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francesca63
Jung trovò in Sabina Spielrein la sua "anima",
Aldo Carotenuto dice che Jung trovò in Sabina la sua "maitresse" (evito la traduzione)
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francesca63
Jung trovò in Sabina Spielrein la sua "anima", l'immagine della donna nell'inconscio dell'uomo; fu così che concepì il ruolo fondamentale che ha l'anima nella vita di un uomo.
DaLa psicologia del transfert :" Nella relazione terapeutica si celano i sentimenti più segreti, più affliggenti, più intensi, più teneri, più vergognosi, più angosciosi, più insoliti, più immorali e insieme più santi che configurano la somma indecifrabile e inesplicabile dei rapporti umani e attribuiscono loro una forza perentoria, coercitiva. Questi rapporti avviluppano come tentacoli invisibili di un polipo.....Questa condizione è definita perfettamente dal termine invasamento ". Mai Jung, si sarebbe espresso in questi termini se non fosse stato "infettato" dal suo amore per Sabina! Dai suoi pensieri traspare non solo il vissuto dell'analista ma sopratutto quello del paziente.Nel suo lavoro l'analista può rischiare "infezioni psichiche", per cui è obbligato a porsi in una prospettiva in cui " la sorte del paziente lo riguarderà un poco anche personalmente, il che costituisce la premessa favorevole alla cura".
Gli analisti che non fanno tesoro di questi concetti, non potranno mai appassionarsi ai casi dei pazienti che trattano e difficilmente otterrano successi terapeutici.:nono:
:ciao:
Il passo di Jung è esplicativo oltremodo e non lascia scampo:credo proprio che la mancata lettura o 'sperimentazione' della realtà dell'Anima abbia portato Jung in quel frangente ad oltrepassare il confine. Eppure fu credo l'esperienza madre che lo condusse a intuire e sperimentare l'Anima stessa:il suo scontro con l'inconscio fu dominato per buona parte da figure femminili.
Io credo che l'Anima sia l'archetipo (quindi una forma, una pulsazione infinita che delinea l'eterno femminino nell'uomo attraverso figure reali che si accavallano in modo dinamico nel corso della vita) che contiene un punto di decisivo contatto con le indagini freudiane sulla sessualità e l'Edipo essendo anch'esso (a mio parere) una tappa fondamentale dell'archetipo...
Tornando al transfert non posso che sottoscrivere il concetto di 'infezione' francesca ma ad una condizione: so che ogni volto porta con sè e attiva parti o intere dinamiche che sperimento in me durante ogni analisi e questa consapevolezza deve essere anche il 'disinfettante'...perchè non vorrei per una piccola infezione dilagata amputare zone di vita essenziali...
Saluti,
Luigi
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*-ras-*
Aldo Carotenuto dice che Jung trovò in Sabina la sua "maitresse" (evito la traduzione)
Mi chiedo da quale fonte hai attinto questo "gossip".
Ho letto "Diario di una segreta simmetria" di A. Carotenuto, dove vengono riportati documenti inediti dei diari della Spielrein e della corrispondenza tra Sabina, Freud e Jung. Nelle 300 e passa pagine non si trova un solo cenno dei commenti da te citati, anzi l'autore esprime apertamente la sua comprensione benevola per quell'amore infelice e per la sofferenza dei protagonisti e parteggia per Sabina " fanciulla ingannata, illusa, perchè indifesa e vulnerabile di fronte a sentimenti che l'accendevano per la prima volta".
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luigi '84
Il passo di Jung è esplicativo oltremodo e non lascia scampo:credo proprio che la mancata lettura o 'sperimentazione' della realtà dell'Anima abbia portato Jung in quel frangente ad oltrepassare il confine. Eppure fu credo l'esperienza madre che lo condusse a intuire e sperimentare l'Anima stessa:il suo scontro con l'inconscio fu dominato per buona parte da figure femminili.
Io credo che l'Anima sia l'archetipo (quindi una forma, una pulsazione infinita che delinea l'eterno femminino nell'uomo attraverso figure reali che si accavallano in modo dinamico nel corso della vita) che contiene un punto di decisivo contatto con le indagini freudiane sulla sessualità e l'Edipo essendo anch'esso (a mio parere) una tappa fondamentale dell'archetipo...
Tornando al transfert non posso che sottoscrivere il concetto di 'infezione' francesca ma ad una condizione: so che ogni volto porta con sè e attiva parti o intere dinamiche che sperimento in me durante ogni analisi e questa consapevolezza deve essere anche il 'disinfettante'...perchè non vorrei per una piccola infezione dilagata amputare zone di vita essenziali...
Saluti,
Luigi
Sono consapevole che dire, a proposito della guarigione di Sabina : " il fine giustifica i mezzi" :asd:, sarebbe superficiale e semplicistico, ma di fatto è la pura realtà.
Ciao.:ciao:
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Originalmente inviato da
luigi '84
Il passo di Jung è esplicativo oltremodo e non lascia scampo:credo proprio che la mancata lettura o 'sperimentazione' della realtà dell'Anima abbia portato Jung in quel frangente ad oltrepassare il confine. Eppure fu credo l'esperienza madre che lo condusse a intuire e sperimentare l'Anima stessa:il suo scontro con l'inconscio fu dominato per buona parte da figure femminili.
Io credo che l'Anima sia l'archetipo (quindi una forma, una pulsazione infinita che delinea l'eterno femminino nell'uomo attraverso figure reali che si accavallano in modo dinamico nel corso della vita) che contiene un punto di decisivo contatto con le indagini freudiane sulla sessualità e l'Edipo essendo anch'esso (a mio parere) una tappa fondamentale dell'archetipo...
Tornando al transfert non posso che sottoscrivere il concetto di 'infezione' francesca ma ad una condizione: so che ogni volto porta con sè e attiva parti o intere dinamiche che sperimento in me durante ogni analisi e questa consapevolezza deve essere anche il 'disinfettante'...perchè non vorrei per una piccola infezione dilagata amputare zone di vita essenziali...
Saluti,
Luigi
Ottima precisazione, per quanto non si ritenga piu' adeguato parlare in proposito di "infezione" e "disinfettante", ma riferircisi in termini piu' umanistici, pero', il tuo concetto è essenziale nel suo contesto per non perdere di vista i confini necessari per se' e per l'altro, pur permettendo tutto il necessario coinvolgimento.:approved:
Ciao:)
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francesca63
Gli analisti che non fanno tesoro di questi concetti, non potranno mai appassionarsi ai casi dei pazienti che trattano e difficilmente otterrano successi terapeutici
Certamente, infatti la difficile ed impegnativa formazione svolta serve proprio a questo. Non si creda che questo processo non avvenga anche se l'analista non soddisfa bisogni e richieste del paziente: proprio perchè ascoltati e colti essi possono non essere agiti ma progressivamente trasformati.
Come è stato giustamente notato, si tratta infatti di "immergersi" nel mondo del paziente (ma preferirei dire nel complesso intreccio di emozioni che compongono la relazione paziente-analista) per poi poter portare un "terzo sguardo" che consenta di uscirne. L'importanza di questo tema non è assolutamente sottostimata in psicoanalisi, tanto è vero che ci sono diversi testi dedicati al processo di presa di contatto con gli aspetti emotivi, tra cui cito il recentissimo libro di Civitarese, "L'intima stanza. Teoria e tecnica del campo emotivo".
Il caso Jung-Spielrein mi sembra un buon esempio di come il processo terapeutico non sia avvenuto e sono molto scettico rispetto al parlare di "guarigione". Come ha detto luigi, Jung si è spesso confrontato o, forse, scontrato con il femminile e, a detta degli stessi junghiani (vd. Antonelli, ad esempio) il suo ruolo di "seduttore" era spesso presente nel campo analitico e, alcune volte agito (sebbene non sempre in forma direttamente sessuale, ma poco conta), come ad esempio con una giovane infermiera del Burgholzli con la quale pretese di fare "analisi didattica". Da qui la mia perplessità nel parlare di "guarigione" della Spielrein, dal momento che sembra che un possibile livello profondamente collusivo fosse l'agire il ruolo di seduttore da parte di Jung e di "vittima designata" da parte della paziente. Una configurazione relazionale che non sembra si sia poi modificata, almeno per la Spielrein, rimasta vittima, appunto, delle purghe staliniane.
Un saluto
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gieko
Certamente, infatti la difficile ed impegnativa formazione svolta serve proprio a questo. Non si creda che questo processo non avvenga anche se l'analista non soddisfa bisogni e richieste del paziente: proprio perchè ascoltati e colti essi possono non essere agiti ma progressivamente trasformati.
Come è stato giustamente notato, si tratta infatti di "immergersi" nel mondo del paziente (ma preferirei dire nel complesso intreccio di emozioni che compongono la relazione paziente-analista) per poi poter portare un "terzo sguardo" che consenta di uscirne. L'importanza di questo tema non è assolutamente sottostimata in psicoanalisi, tanto è vero che ci sono diversi testi dedicati al processo di presa di contatto con gli aspetti emotivi, tra cui cito il recentissimo libro di Civitarese, "L'intima stanza. Teoria e tecnica del campo emotivo".
Il caso Jung-Spielrein mi sembra un buon esempio di come il processo terapeutico non sia avvenuto e sono molto scettico rispetto al parlare di "guarigione". Come ha detto luigi, Jung si è spesso confrontato o, forse, scontrato con il femminile e, a detta degli stessi junghiani (vd. Antonelli, ad esempio) il suo ruolo di "seduttore" era spesso presente nel campo analitico e, alcune volte agito (sebbene non sempre in forma direttamente sessuale, ma poco conta), come ad esempio con una giovane infermiera del Burgholzli con la quale pretese di fare "analisi didattica". Da qui la mia perplessità nel parlare di "guarigione" della Spielrein, dal momento che sembra che un possibile livello profondamente collusivo fosse l'agire il ruolo di seduttore da parte di Jung e di "vittima designata" da parte della paziente. Una configurazione relazionale che non sembra si sia poi modificata, almeno per la Spielrein, rimasta vittima, appunto, delle purghe staliniane.
Un saluto
Bè, però se tralascio per un attimo una impostazione prettamente medica, per cui ad un modello patologico se ne deve sostituire per forza un altro, affinché la riorganizzazione dell'organismo possa essere considerata 'sana', se vedo una riorganizzazione totale dell'esperienza che conduce da uno stato isterico (probabilmente intimamente intrecciato ad una vulnerabilità alla psicosi) ad uno stato in cui la maggior parte dei sentimenti umani diventano esperibili (amore,odio,nostalgia), posso a ragione parlare di una trasformazione importante che ha reso una struttura di personalità in grado di pro-gettarsi in un mondo con risvolti eccellenti, per quanto mi riguarda. Come te rifuggo dalla parola 'guarigione' anche perchè credo fermamente che proprio in psicoanalisi uno stato del genere, osservabile in ambito medico classico in modelli fisiologici semplici (tanto per intenderci), mi pare almeno opinabile, fluttuante in un mare di incertezze: non voglio dire che non si 'guarisce' ma che in senso psicodinamico la personalità sia da intendere alla stregua di una scultura barocca per cui il controllo o previsione di ogni singola scalpellata risulta un compito titanico: l'importante è appunto che, alla luce di una trasformazione avvenuta (se è avvenuta), si sia in grado di dire, riguardo ad una struttura di personalità, che non si ripeterà nei quadri nevrotici preesistenti all'analisi.
Saluti,
Luigi
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Originalmente inviato da
luigi '84
l'importante è appunto che, alla luce di una trasformazione avvenuta (se è avvenuta), si sia in grado di dire, riguardo ad una struttura di personalità, che non si ripeterà nei quadri nevrotici preesistenti all'analisi.
Siamo d'accordo. Ed è per questo che un'ipotesi (dal momento che come siano andate veramente le cose nessuno lo può sapere), che però mi pare quantomeno plausibile, è che l'"analisi" della Spielrein non abbia prodotto guarigione in senso psicodinamico, ovviamente, dal momento che la medesima struttura relazionale "torturatore-vittima" sembra si sia mantenuta anche successivamente. Ma la cosa non stupisce perchè gli insuccessi terapeutici in quei tempi erano molti...
Piuttosto questo caso, come altri, può far riflettere sui rischi relativi agli agiti da parte degli analisti per soddisfare le richieste inconsce e propone di ripensare l'incontro emotivo in analisi ad un livello differente da quello collusivo.
Un saluto
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gieko
Siamo d'accordo. Ed è per questo che un'ipotesi (dal momento che come siano andate veramente le cose nessuno lo può sapere), che però mi pare quantomeno plausibile, è che l'"analisi" della Spielrein non abbia prodotto guarigione in senso psicodinamico, ovviamente, dal momento che la medesima struttura relazionale "torturatore-vittima" sembra si sia mantenuta anche successivamente. Ma la cosa non stupisce perchè gli insuccessi terapeutici in quei tempi erano molti...
Piuttosto questo caso, come altri, può far riflettere sui rischi relativi agli agiti da parte degli analisti per soddisfare le richieste inconsce e propone di ripensare l'incontro emotivo in analisi ad un livello differente da quello collusivo.
Un saluto
A. Carotenuto dice: "Jung, alle prime armi, si trovò coinvolto in un rapporto trasferenziale con la Spielrein. Ne scrisse anche a Freud, il quale cercò di aiutarlo come meglio poteva; anche Sabina , divenuto insostenibile il suo rapporto con Jung, dovette ricorrere all'aiuto di Freud. Però, poichè l'amicizia tra Freud e Jung si stava guastando, Sabina si trovò in una situazione molto complessa di amore e odio che vide i tre protagonisti dibattersi e persino dilaniarsi, ugualmente coinvolti da una vicenda umana. Visione questa che non toglie nulla alla loro dimensione di scienziati, nè all'immagine che ne conserviamo dentro di noi, se non quel fastidioso e tutto sommato poco credibile "nitore", freddo e levigato come il marmo dei monumenti, che serve a spegnere anzicchè a ravvivare il ricordo, la gratitudine, l'amore. Infatti, le sottili emozioni che emergono dai documenti danno alle figure dei protagonisti un tratto umano, di incredibile fascino".
Nella prefazione al libro "Diario di una segreta simmetria", di A. Carotenuto, Bettelheim sostiene che, dopo circa 90 anni la questione importante, non è se il loro amore fu consumato o no, ma se l'analista si sia comportato con la sua paziente-amante con rispetto e delicatezza o se si sia preoccupato solo della sua reputazione e non della vulnerabilità psicologica della paziente.
Jung si comportò in maniera molto ipocrita e discutibile..... Fu capace di chiedere, ai genitori di lei, le somme di denaro che gli spettavano, per dare una squallida ripulita alla sua immagine ed alzare un muro nel loro rapporto.
Se Sabina sia guarita o meno, rimane una questione sospesa anche perchè nel sogno di concepire un figlio da lui, aveva riposto tutta la significatività del suo orizzonte esistenziale. Sigfrido diventerà per lei il simbolo di un destino che deve compiersi attraverso il sacrificio.
Parteggio per Sabina.:approved:
Ciao
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francesca63
Se Sabina sia guarita o meno, rimane una questione sospesa anche perchè nel sogno di concepire un figlio da lui, aveva riposto tutta la significatività del suo orizzonte esistenziale. Sigfrido diventerà per lei il simbolo di un destino che deve compiersi attraverso il sacrificio.
Parteggio per Sabina.
Credo che tutti, terapeuti e non, siano "dalla parte del paziente", ovvero di un processo che sia veramente terapeutico e che comporti trasformazioni significative per il paziente. Ecco perchè mi chiederei soprattutto per "quale Sabina parteggiare": per quella che sogna di fare un figlio con Jung e che ripone in questo tutta la sua esistenza o per quella che, piuttosto, avrebbe potuto mettersi in gioco rispetto alle sue modalità e trasformarle in qualcosa di differente? In altre parole, si sostiene il soddisfacimento del desiderio di rimanere vittima o quello di potersi alla fine liberare di questo bisogno, che, ipotizzo, potrebbe anche aver portato la Spielrein alla morte?
Saluti
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Ripeto che la questione della guarigione mi sembra un fatto complicato sia nel particolare caso della Spielrein che nel generale caso di tutti...tuttavia non mi sento di poter far troppe questioni su delle cose che, per quanto incerte, rimangono eccezionali e cioè il fatto che la Spielrein era malata gravemente e il fatto che ‘guarì’ nella misura in cui questo le concesse di vivere una vita normale (questa mi sembra una trasformazione) e di scrivere delle cose importanti in ambito psichiatrico che, strano a dirsi, rispecchiano più una impostazione freudiana che junghiana. Il fatto che la Spielrein sia rimasta evidentemente una freudiana mi sembra un punto importante: l'odio non risolto (e tutto ciò che di numinoso Jung poteva rappresentare per lei) è da ascriversi appunto ad una analisi stentata (in balia di transfert che evidentemente mostravano spelonche inesplorate della personalità, oscure proiezioni, frustrazioni e disagi) e la figura di Freud ebbe un ruolo importante in tutto ciò (interessi di ordine pratico furono sempre presenti in Freud)...in fondo l'unico che rimase veramente solo fu Jung che dovette affrontare il problema (e ciò che l’inconscio di li a poco dovette destinare) dal punto di vista esistenziale e scientifico perchè questo era ciò a cui il suo genio era destinato: solitudine, responsabilità del pensare e creazione di una grande psicologia.
Saluti,
Luigi
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gieko
Credo che tutti, terapeuti e non, siano "dalla parte del paziente", ovvero di un processo che sia veramente terapeutico e che comporti trasformazioni significative per il paziente. Ecco perchè mi chiederei soprattutto per "quale Sabina parteggiare": per quella che sogna di fare un figlio con Jung e che ripone in questo tutta la sua esistenza o per quella che, piuttosto, avrebbe potuto mettersi in gioco rispetto alle sue modalità e trasformarle in qualcosa di differente? In altre parole, si sostiene il soddisfacimento del desiderio di rimanere vittima o quello di potersi alla fine liberare di questo bisogno, che, ipotizzo, potrebbe anche aver portato la Spielrein alla morte?
Saluti
Era la stessa domanda che mi ero posta anch'io ieri sera, leggendo il post, gieko; cosa significasse "parteggiare per sabina", nel caso specifico, poichè come dici tu, tutti lo farebbero, il punto sta nel "come".
Ciao
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Riferimento: il Il transfert:"L'alfa e l'omega"della psicoterapia
Devo dire che ho trovato interessante la discussione, ma spero nessuno se la prenda se non l'ho letta tutta tutta ^ ^;
Forse mi sono sbagliato, ma ho sentito come una domanda inespressa nelle ultime pagine: ovvero se un amore "inespresso"(o meno), un legame tra terapeuta o paziente, (una situazione che è oltre il limite della correttezza, ora che si conosce meglio il funzionamento, che si è maturata,come disciplina, esperienza proprio da casi come quelli di jung) possa di fatto essere uno sprono, un aiuto verso la guarigione.
A mio modestissimo e sindacabilissimo parere, mi piacerebbe dire questo: che quello che conta è che le persone abbiano un input mirato alle loro necessità di cura.
Il terapeuta ,come parrà ovvio, deve avere un equilibrio e un autocontrollo, una fermezza, che lo rende in grado di recepire il disturbo, e di influenzare quello, SOLO quello, senza toccare possibilmente altre corde profonde e "impelagarsi" in situazioni difficili e sopratutto NON etiche.
Non è una questione di aderenza a regole fine a se stessa: c'è un motivo ben preciso per la loro esistenza.
Conclusione? In "mezzo" a quell'amore ci saranno stati input utili per la paziente di Jung, ma non era certo stato il modo migliore, o l'unico!, per lei.
C'è un enorme differenza tra i nostri desideri, consci e inconsci, basati su sentimenti di vuoto, di mancanza, di desiderio per ciò che sentiamo non avere, e quello che di fatto ci porta a capire noi stessi, ad accettarci, ad equilibrarci.
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consulente_
Devo dire che ho trovato interessante la discussione, ma spero nessuno se la prenda se non l'ho letta tutta tutta ^ ^;
Forse mi sono sbagliato, ma ho sentito come una domanda inespressa nelle ultime pagine: ovvero se un amore "inespresso"(o meno), un legame tra terapeuta o paziente, (una situazione che è oltre il limite della correttezza, ora che si conosce meglio il funzionamento, che si è maturata,come disciplina, esperienza proprio da casi come quelli di jung) possa di fatto essere uno sprono, un aiuto verso la guarigione.
A mio modestissimo e sindacabilissimo parere, mi piacerebbe dire questo: che quello che conta è che le persone abbiano un input mirato alle loro necessità di cura.
Il terapeuta ,come parrà ovvio, deve avere un equilibrio e un autocontrollo, una fermezza, che lo rende in grado di recepire il disturbo, e di influenzare quello, SOLO quello, senza toccare possibilmente altre corde profonde e "impelagarsi" in situazioni difficili e sopratutto NON etiche.
Non è una questione di aderenza a regole fine a se stessa: c'è un motivo ben preciso per la loro esistenza.
Conclusione? In "mezzo" a quell'amore ci saranno stati input utili per la paziente di Jung, ma non era certo stato il modo migliore, o l'unico!, per lei.
C'è un enorme differenza tra i nostri desideri, consci e inconsci, basati su sentimenti di vuoto, di mancanza, di desiderio per ciò che sentiamo non avere, e quello che di fatto ci porta a capire noi stessi, ad accettarci, ad equilibrarci.
Infatti, è cosi'; dove si afferma che qs esperienze sono state utili, è per far comprendere quali sono i confini che non dovrebbero mai essere superati, nell'ambito di un'analisi o psicoterapia, nel momento in cui esse, sono considerate nel loro particolare contesto storico in cui certe acquisizioni, non erano ancora cosi' certe e che sono state prodotte, sia in Jung che in modo diverso, in Ferenczi, attraverso passaggi segnati da profondi turbamenti e sconvolgimenti da entrambi le parti.
L'utilita' attuale di qs accadimenti,risiede nella capacita' di storicizzarli e farne tesoro, per cio' che ci hanno lasciato come insegnamento.
E' necessario, contestualmente, ricordare che entrambi, non furono pero' solo portsabandiere conosciute,perchè ce ne sono altre di meno note, di storie simili, ma fondatori di importanti scuole di pensiero, seppur diverse tra loro, che ebbero molte diramazioni, come nel caso di Ferenczi e soggette a interpretazioni diverse come nel caso di Jung.
Ciao.
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consulente_
quello che conta è che le persone abbiano un input mirato alle loro necessità di cura.
Il terapeuta ,come parrà ovvio, deve avere un equilibrio e un autocontrollo, una fermezza, che lo rende in grado di recepire il disturbo, e di influenzare quello, SOLO quello, senza toccare possibilmente altre corde profonde e "impelagarsi" in situazioni difficili e sopratutto NON etiche.
Non credo che questo valga per la psicoanalisi, dove è invece fondamentale - ed inevitabile per l'evolvere del processo analitico - che paziente ed analista tocchino insieme tutto ciò che emerge nella relazione transferale che si crea tra di loro. Come dire: bisogna "impelagarsi" proprio nelle situazioni difficili, essere in grado di uscirne, di portare un "terzo vertice" su ciò che sta accadendo a livello collusivo, per poter produrre cambiamento. Anche perchè la questione etica per me si pone se questo processo non si compie e l'analisi non permette di esperire nel transfert e quindi di analizzare ciò che il paziente porta - patologico o sano che sia, sempre ammesso che possa esistere una distinzione netta. Si creano, in altre parole, degli scotomi che possono servire sia da difesa per il paziente che per l'analista.
Se parliamo di psicoanalisi, come accade in questo forum, personalmente ritengo che all'analista spetti il processo di analisi, ed al paziente quello di libera sintesi e, di conseguenza, decisione. Ecco perchè l'analista non influenza nè il sintomo nè le scelte del paziente.
Un saluto
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gieko, io intendevo nel senso di lasciarsi andare al trasporto e all'amore, in un contesto tanto delicato come quello, intendevo come esempio proprio quella situazione, non il fatto di non "affrontare" , consocere e capire cosa si prova dentro e i nodi, non sò se avevo lasciato fraintendimento su questo.
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Penso che siamo tutti d'accordo che il transfert "amoroso" non vada agito in alcun modo. D'altra parte però esso va trattato ed analizzato, come sempre con la dovuta "delicatezza", come qualsiasi altra forma del transfert, pena la creazione di una condizione di scotoma che lascia aree della relazione non analizzate.
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gieko
Penso che siamo tutti d'accordo che il transfert "amoroso" non vada agito in alcun modo. D'altra parte però esso va trattato ed analizzato, come sempre con la dovuta "delicatezza", come qualsiasi altra forma del transfert, pena la creazione di una condizione di scotoma che lascia aree della relazione non analizzate.
Le urgenti richieste del paziente di ricevere quell'affettività e calore che sente non aver mai ricevuto in tutti i rapporti importanti della sua vita, di saziare quella fame d'amore mai sodisfatta, sono una realtà con cui ogni analista deve continuamente fare i conti e che deve , come sostiene giustamente Gieko, affrontare con la dovuta "delicatezza"....
Trattare e analizzare con delicatezza il transfert "amoroso", a mio avviso dovrebbe significare per l'analista condurre la relazione facendosi guidare dalla sua sensibilità e intuito di percepire il giusto equilibrio tra l'indispensabile verticalità e asimmetria della relazione e quella partecipazione, accudimento affettuoso, contatto emotivo di cui il paziente ha estremo bisogno.
Salve.
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Cara francesca, non dimenticando mai però che il fine non è dare "accudimento affettuoso" nè sostenere bisogni e desideri regressivi, ma avendo come fine la trasformazione di questi in desideri e modalità di funzionamento non più così rigide e assolute. Altrimenti non se ne esce più...
Detto in altri termini: penso che il paziente abbia tutto il diritto di sentirsi a volte "un bambino bisognoso", per usare una certa terminologia, ma che l'analista non debba identificarlo come tale, e, soprattutto, non debba porsi nella posizione di riparazione e soddisfacimento di questo bisogno (linea ad esempio portata avanti in buona misura da Kohut). La "delicatezza" cui accennavo sta nel comprendere tali vissuti ma nel permanere in una posizione trasformativa degli stessi, pena un'analisi che promuove soprattutto dipendenza.
Saluti
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Originalmente inviato da gieko
nè sostenere bisogni e desideri regressivi, ma avendo come fine la trasformazione di questi in desideri e modalità di funzionamento non più così rigide e assolute.
Quindi la psicoanalisi serve a modificare i desideri che una persona ha? Non serve per aiutarla a soddisfarli?
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Char_Lie
Quindi la psicoanalisi serve a modificare i desideri che una persona ha? Non serve per aiutarla a soddisfarli?
Sì. Ovviamente si parla di desiderio inconscio che comporta sintomatologia e, quindi, malessere.
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A volte, ho l'impressione che potrebbe crearsi una involontaria confusione tra il termine "accudimento" ed il termine "accoglimento", che ha in se' invece una connotazione positiva e potenzialita' trasformativa, non regressiva; inoltre, ci sono momenti, in cui troppa rigidita' ed aderenza a canoni "sicuri", (non perchè si debba fare qualcosa di non etico, chiaramente)riferibili alla propria griglia teorica, potrebbe anche essere controproducente, funzionale ad un'esclusiva sicurezza -per insicurezza-dell'analista. Non necessariamente anche del paziente, a seconda della particolare fase che sta attraversando, bisognerebbe essere capaci di essere relativamente elastici, ed offrire ad es., una piccola porzione di accoglimento in piu', che talvolta potrebbe trasformare o salvaguardare un trattamento. O renderlo possibile.
Ciao:ciao:
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gieko
Cara francesca, non dimenticando mai però che il fine non è dare "accudimento affettuoso" nè sostenere bisogni e desideri regressivi, ma avendo come fine la trasformazione di questi in desideri e modalità di funzionamento non più così rigide e assolute. Altrimenti non se ne esce più...
Detto in altri termini: penso che il paziente abbia tutto il diritto di sentirsi a volte "un bambino bisognoso", per usare una certa terminologia, ma che l'analista non debba identificarlo come tale, e, soprattutto, non debba porsi nella posizione di riparazione e soddisfacimento di questo bisogno (linea ad esempio portata avanti in buona misura da Kohut). La "delicatezza" cui accennavo sta nel comprendere tali vissuti ma nel permanere in una posizione trasformativa degli stessi, pena un'analisi che promuove soprattutto dipendenza.
Saluti
Ciao Gieko.
Nei ragionamenti sul transfert, è sempre fortemente presente la storia personale di ciascun individuo (l'elemento dinamico a cui accenni spesso) e che questa - e non potrebbe essere altrimenti - influenza i punti di vista(parole tue).
Sicuramente, la richiesta di una maggiore affettività nella relazione terapeutica, è la manifestazione da parte del paziente di essere ancora in una fase di regressione e dipendenza e di avere conflitti irrisolti e nuclei non ancora ben scandagliati che esigono una traduzione. Ma, secondo me, il mostrarsi comprensivi, attenti, spiegare con chiarezza il perchè non è possibile soddisfere tale esigenza, è la via che può condurre alla trasformazione della stessa e dunque all'emancipazione del paziente e alla sua guarigione.
Non colludere o soddisfare ma solo mostrarsi aperti e partecipi.
Vorrei capire perchè il buon esito di una terapia non può poggiare sulla flessibilità e disponibilità di un analista con cui costruire una relazione calda, gratificante, un'esperienza emozionale in cui ci si sente capiti, ascoltati, al sicuro, protetti , mentre si esplora la propria psiche in quella penosa discesa agli inferi che inevitabilmente produce tanta sofferenza :paura:. Accogliere, offrire un sostegno, manifestare affettività , partecipare, soffrire, sperare col paziente :mano:sono, secondo me, le coordinate essenziali su cui prende forma il potere curativo della psicoanalisi.
Ciao
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Originalmente inviato da
francesca63
Vorrei capire perchè il buon esito di una terapia non può poggiare sulla flessibilità e disponibilità di un analista con cui costruire una relazione calda, gratificante, un'esperienza emozionale in cui ci si sente capiti, ascoltati, al sicuro, protetti , mentre si esplora la propria psiche in quella penosa discesa agli inferi che inevitabilmente produce tanta sofferenza. Accogliere, offrire un sostegno, manifestare affettività , partecipare, soffrire, sperare col paziente sono, secondo me, le coordinate essenziali su cui prende forma il potere curativo della psicoanalisi.
Cara francesca, la questione è più complessa. Anzitutto non mi sembra di sostenere che la relazione psicoanalitica non debba costituirsi su una reciproca partecipazione. Il fatto che essa non sia "calda e gratificante" su un livello collusivo, ma piuttosto su un livello trasformativo mi porta a dire che c'è una sostanziale incomprensione: almeno secondo una determinata ottica, le possibilità trasformative della psicoanalisi non sono legate alla partecipazione affettiva in sè stessa quanto alla capacità di rimettere in moto la struttura del paziente (e, perchè no?, dell'analista) mediante l'interpretazione. Altrimenti, come dicevo sopra, l'analisi diventa questione di accoglimento e soddisfazione delle richieste affettive, e non di trasformazione.
Quanto ad eventuali spiegazioni (che pure possono far parte dell'interpretazione, ma questa è una scelta dell'analista) non sono dell'idea che in seduta vadano discusse scelte tecniche sul piano teorico, del tipo "guardi che faccio questo perchè così si ottiene quest'altro", se no ci si perde rispetto a ciò che è importante, ovvero ciò che le scelte tecniche dell'analista permettono di far emergere, avvitandosi su questioni che pertengono all'analista che ha la formazione e la preparazione per capire cosa fare, quando e perchè.
Un saluto
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Originalmente inviato da gieko
Quanto ad eventuali spiegazioni (che pure possono far parte dell'interpretazione, ma questa è una scelta dell'analista) non sono dell'idea che in seduta vadano discusse scelte tecniche sul piano teorico, del tipo "guardi che faccio questo perchè così si ottiene quest'altro", se no ci si perde rispetto a ciò che è importante
Gieko io non sono d'accordo con te.
Bisognerebbe sempre informare il paziente, è eticamente molto discutibile operare in questo modo. Il paziente potrebbe non voler sottoporsi ad una certa pratica dolorosa per ottenere questo o quell'altro.
Tutto questo dovrebbe deciderlo sempre il paziente e non l'analista, l'analista in questo secondo me non dovrebbe affatto essere libero di scegliere, deve dare informazioni chiare e precise riguardo a quello che ha intenzione di fare, così come dovrebbe fare un qualsiasi medico o psicoterapeuta.
Non si compiono operazioni chirurgiche senza informare la persona riguardo a quello che si sta facendo soltanto perché si pensa che si sta operando "a fin di bene". Ciò che è importante è sempre il paziente a deciderlo secondo la propria volontà (cosciente) perciò lo psicoterapeuta dovrebbe essere proprio obbligato ad informare il paziente in modo adeguato con un "guardi che faccio questo perchè così si ottiene quest'altro".
Io la penso così.
Un saluto.
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Forse non mi sono spiegato bene, e comunque il discorso è relativo alla tecnica psicoanalitica, cioè a questioni complesse e specifiche che chi non ha un minimo di preparazione in materia, logicamente non conosce.
Gli aspetti tecnici intraseduta non vengono discussi perchè se no si passa l'intera seduta a parlare di tecnica, quando non è assolutamente attinente. Il paziente sa bene in cosa consiste il metodo perchè gli viene spiegato al momento della presa in carico. Se vogliamo utilizzare l'immagine del chirurgo - che non mi piace per via delle implicazioni che comporta, ma tant'è... - non mi risulta che si discuta con il paziente se si userà un tal tipo di bisturi e quale tecnica di incisione verrà adoperata, mentre si parla dell'operazione e dei risultati per cui si è deciso di intervenire.
Prima di dire che certi procedimenti sono "eticamente discutibili", assicuriamoci di avere capito come minimo quale è l'argomento in questione e il livello a cui è posto.
Un saluto
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Io mi son riferito a quello che hai scritto..."guardi che faccio questo perchè così si ottiene quest'altro", ed in una certa misura queste informazioni al paziente si è tenuti a darle. Molti medici non informano affatto i loro assistiti parandosi dietro alla scusa delle complicazioni tecniche e così tutte le persone risultano facilmente manipolabili come bambini senza potersi mai rendere conto se hanno ricevuto cure adeguate rispetto alla loro "domanda". Ci vuole sempre un consenso informato e se qui siete in disaccordo su come trattare i pazienti ed addirittura alcuni pazienti trovano che certe cure non siano poi così adeguate a causa del dolore che provocano, questa cosa va discussa bene, non è più soltanto una questione teorica.
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Ecco il risultato del trasfert...e dell'indifferenza di voi psico...bella, bella...bella merda
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Da profana e semplice paziente mi sento di dar ragione a Gieko, sia per quanto riguarda il post di Francesca che quello di Charlie.
La stanza di analisi non sono il luogo adatto per cercare quell'affetto/accudimento/accoglienza che ci sono mancati, purtroppo li dobbiamo cercare fuori da lì, ma è invece un luogo dove si cerca di comprendere, di capirsi, di accettarsi, di "guarire" e di proiettarsi verso il "fuori", verso quella che è la ns. vera vita.
Sono perfettamente d'accordo che un clima caldo, accogliente e gratificante siano di grande aiuto in una terapia (magari in un momento di crisi) tuttavia il tutto dovrebbe essere sempre dosato e concesso in modo attento da parte dell'analista.
Noi pazienti non siamo obiettivi: siamo così travolti dal ns. transfert che vediamo solamente quello che ci manca quando magari in realtà la giusta dose di affetto e partecipazione ci viene già data. In realtà noi non saremmo mai contenti: una volta ricevuto un pò di affetto, saremmo lì a chiederne ancora, e poi ancora di +...ci sarebbe sempre una parte di noi che rimane insoddisfatta finchè non si raggiunge la completa soddisfazione dei ns. desideri....ma questa non è terapia.
Penso quindi che sia corretto da parte dell'analista porre dei limiti, ferrei in alcuni casi + elastici in altri a seconda del suo "sentire", anche se riconosco che molto spesso non coincidono con i ns. (cosa che fa altamente arrabbiare).
Per quanto riguarda l'informare il paziente, penso che meno sappiamo meglio è...o dovremmo andarci a leggere tutti i libri di psicologia per almeno capire di cosa si sta parlando.
Se sapessimo già in anticipo che una psicoterapia prevede sofferenza e dolore, non quantificabile tra l'altro, chi inizierebbe + una terapia?
un caro saluto.
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lallaconfusa
Per quanto riguarda l'informare il paziente, penso che meno sappiamo meglio è...o dovremmo andarci a leggere tutti i libri di psicologia per almeno capire di cosa si sta parlando.
Se sapessimo già in anticipo che una psicoterapia prevede sofferenza e dolore, non quantificabile tra l'altro, chi inizierebbe + una terapia?
un caro saluto.
E se non si riuscisse a sopportare questo dolore..? E si abbandonasse la terapia dopo poco?
Allora non si sarebbe risolto nulla comunque :sbonk:
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E se non si riuscisse a sopportare questo dolore..? E si abbandonasse la terapia dopo poco? Allora non si sarebbe risolto nulla comunque :sbonk:
Chi può dirlo? Abbandonare la terapia non è necessariamente una cosa negativa, a volte c'è bisogno di un tempo in più, per decidere di iniziare un'analisi.
Saluti,
ikaro
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Originalmente inviato da
ikaro78
Chi può dirlo? Abbandonare la terapia non è necessariamente una cosa negativa, a volte c'è bisogno di un tempo in più, per decidere di iniziare un'analisi.
Saluti,
ikaro
Giustissima osservazione:approved: