Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti
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massimomassimo
complimenti per la discussione. mi permetto di aggiungere una nota, spero la condividiate.
sostiene che l'attacco di panico è stato il primo evento di malessere, prima non aveva avuto mai niente, appunto la classica famiglia italiana. l'attacco è giunto improvviso segnando un punto di demarcazione tra quando stava meglio a ora, che sta male. credo si possa aggiungere che sostiene di essere lei ad avere un problema, e che vuole "guarire". considerando per guarigione il condurre la stessa vita di sempre senza più gli attacchi di panico. coerentemente col caso fino ad ora esposto credo si possano eliminare condotte di evitamento, ma si dovrebbe considerare il ricordo dell'attacco come un evento spaventoso sul quale non ripensa né spesso né volentieri. diciamo che è una che non problematizza molto, ha un problema e ritiene che eliminarlo sia la soluzione ovvia.
dato che mi capita spesso questo genere di situazione l'ho riportata, ma se ritenete che certi elementi non siano pertinenti con il vostro scopo, cioè valutare l'utilità di una terapia personale per fare il terapeuta, non mi offendo se li tagliate tutti o in parte.
Caratteristica tipica dell'attacco di panico è la descrizione che fa il pz come di un evento improvviso, come subito dall'esterno, l'esserne stati sopraffatti e il timore di conseguenze catastrofiche per se stessi, cioè malattia grave, timore di stare per impazzire, rischio di morte, per le sensazioni fisiche critiche (tachicardia, senso di irrealtà, vertigini, sudorazione, contrazione muscolare, dolori toracici, senso di costrizione alla trachea, difficoltà di respiro ect ect).
La cosa interessante è che il pz ha notevoli difficoltà nel descrivere le emozioni che provava se non focalizzando l'attenzione su sensazioni fisiche.
Succintamente ci si dedica alla ricostruzione degli episodi critici cercando di indivisuare le ridondanze emotivo/relazionali nel raccontarsi gli eventi critici, da qui riformulare il problema del paziente affinchè possa essere riconducibile alla organizzazione di significati personale e quindi operativamente coerente al sistema.
E' una brevissima sintesi del primo pezzo di terapia. Che ruolo può avere la terapia personale?
A voi le osservazioni.
ciaz.
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neuromancer
E' una brevissima sintesi del primo pezzo di terapia. Che ruolo può avere la terapia personale?
Qui niente, infatti siamo su un versante puramente sintomatico.
Ma ci sono degli elementi strutturali che emergono dalla storia della paziente e da come si è presentata al terapeuta ("avevo proprio urgenza di vedere qualcuno, sa mio marito non c'è per lavoro"; "ha un problema e ritiene che eliminarlo sia la soluzione ovvia" giusto per fare due esempi). Ed il terapeuta come potrebbe reagire? Per questo qualche dato in più su di lui non guasterebbe e l'ho lasciato volutamente scarno...
Saluti
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gieko
Qui niente, infatti siamo su un versante puramente sintomatico.
Ma ci sono degli elementi strutturali che emergono dalla storia della paziente e da come si è presentata al terapeuta ("avevo proprio urgenza di vedere qualcuno, sa mio marito non c'è per lavoro"; "ha un problema e ritiene che eliminarlo sia la soluzione ovvia" giusto per fare due esempi). Ed il terapeuta come potrebbe reagire? Per questo qualche dato in più su di lui non guasterebbe e l'ho lasciato volutamente scarno...
Saluti
Quali dati vorresti sapere? diciamo che lo potremmo osservare in vivo il tipo di reciprocità emotiva che mettono in gioco. Ma al di là di questo sappiamo ancora troppo poco della paziente. Io direi di puntare su questo versante.
Ad esempio, tipico di un fobico, chiedendo informazioni sulla famiglia e soprattutto se racconta che ha sempre avuto da accudire un padre o una madre malati. Puntare sulla storia familiare. Anche se già così facendo siamo al secondo passaggio della terapia, dopo l'assestement.
Al contrario, se descrive una famiglia come tu dici sempre unita, genitori fantastici, brillanti, con carriere alle spalle, potremmo già intraprendere un altro discorso, del tipo che potrebbe la sintomatologia fobica essere un segnale fuorviante...
Come vedi rimango sempre sulle infomrazioni della paziente, non così distorte dalla mondo interiore problematico del terapeuta... :-D
ciaz.
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Io ho sempre pensato che la paura derivi dalla consapevolezza che la morte è immanente alla vita,ma adesso scopro che si può giurare sul fatto che un fobico ha un tipo di famiglia piuttosto che un'altra e che i suoi genitori devono essere malati o da accudire sennò non è un fobico in senso classico.
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darlinda
Io ho sempre pensato che la paura derivi dalla consapevolezza che la morte è immanente alla vita,ma adesso scopro che si può giurare sul fatto che un fobico ha un tipo di famiglia piuttosto che un'altra e che i suoi genitori devono essere malati o da accudire sennò non è un fobico in senso classico.
Qui non giura nessuno. Dove hai letto giurare? Stiamo ipotizzando un esempio di paziente immaginario. Se vuoi partecipare sei la benvenuta.
Comunque la tua prima affermazione sarebbe degna di un 'apposita discussione.
Ti dirò di più, la descrizione della famiglia di un paziente ti fornisce soltanto nelle sue ridondanze su pochissimi parametri di racconto una incredibile fonte di informazioni utili per l'esplorazione intrapresa e condivisa.
ciaz.
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Allora...
sempre nell'ambito dei colloqui preliminari racconta che sua madre (''da quanto ne so io eh!, non è che abbia mai indagato'' dice la paziente...) ha altre volte ''sprovato'' (così si esprime la paziente correggendosi subito..) ad avere un bambino. In particolare si ricorda che una volta sua madre le disse (la paziente era alle scuole elementari, quinta elementare forse) che aveva fatto una bambina troppo presto e che era morta (aborto spontaneo). La paziente ricorda con vivacità questo evento e dice di essere stata terribilmente dispiaciuta per la morte della sorellina...scuote la testa in segno di disapprovazione dell'evento luttuoso...
Dopo un silenzio relativamente lungo (sollecitata dal terapeuta...) la paziente aggiunge: ''però era un dispiacere particolare, molto forte, di paura e, a pensarci bene, mi ricorda un pò le sensazioni fobiche dell'attacco di qualche giorno fa (arrossisce in viso...''mah...'')''...questa connessione le è totalmente oscura...guarda l'orologio quasi nervosamente e il terapeuta le chiede perchè: ''oh niente, sa, mio marito oggi torna prima a casa''...
Un piccolo contributo al fantomatico caso...vorrei sentire gieko a tal proposito...
Saluti,
Luigi
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sembrate i piloti che fanno esercitazione di guida aerea virtuale..:)
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Per neuromancer,la famiglia però non è uguale per patologie,almeno credo,tanto più quella dei pazienti immaginari e mi chiedo se è immaginaria la paziente di Luigi che sembra poco portata per fare la madre,che vivida immaginazione!
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luigi '84
Allora...
sempre nell'ambito dei colloqui preliminari racconta che sua madre (''da quanto ne so io eh!, non è che abbia mai indagato'' dice la paziente...) ha altre volte ''sprovato'' (così si esprime la paziente correggendosi subito..) ad avere un bambino. In particolare si ricorda che una volta sua madre le disse (la paziente era alle scuole elementari, quinta elementare forse) che aveva fatto una bambina troppo presto e che era morta (aborto spontaneo). La paziente ricorda con vivacità questo evento e dice di essere stata terribilmente dispiaciuta per la morte della sorellina...scuote la testa in segno di disapprovazione dell'evento luttuoso...
Dopo un silenzio relativamente lungo (sollecitata dal terapeuta...) la paziente aggiunge: ''però era un dispiacere particolare, molto forte, di paura e, a pensarci bene, mi ricorda un pò le sensazioni fobiche dell'attacco di qualche giorno fa (arrossisce in viso...''mah...'')''...questa connessione le è totalmente oscura...guarda l'orologio quasi nervosamente e il terapeuta le chiede perchè: ''oh niente, sa, mio marito oggi torna prima a casa''...
Un piccolo contributo al fantomatico caso...vorrei sentire gieko a tal proposito...
Saluti,
Luigi
Molto interessante averci infilato dentro subito la morte di una sorella proprio a 10/11 anni, pubertà. Nel frattempo i genitori avevano 30 anni e nel pieno della carriera. Bene, ti seguo.
ah, lo dice con vivacità, cioè?
ciaz.
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darlinda
Per neuromancer,la famiglia però non è uguale per patologie,almeno credo,tanto più quella dei pazienti immaginari e mi chiedo se è immaginaria la paziente di Luigi che sembra poco portata per fare la madre,che vivida immaginazione!
No, non si tratta che siano uguali, ma che abbiano delle ridondanze su certi temi. Le varianti sono tantissime, ma nella pratiche possono riscontrarsi (teoricamente con uan certa prevedibilità) degli invarianti di sistema. Considerando la tua osservazione però sono raccontati in modi del tutto personali, familiari, culturali, geografici.
Un 'ultima osservazione: anoressica, famiglia anoressica, fobico, famiglia fobica, ossessivo, famiglia ossessiva, depresso famiglia depressa, psicotico famiglia psicotica. (fermo restando che c'è da indagare come si articola a seconda del padre o della madre l'organizzazione personale del paziente). Non in modo deterministico, naturalmente.
ciaz.
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Vivacità emotivo-linguistica (sembra un evento pregnante insomma..)...ma anche qui la ''pregnanza'' assume perlomeno un valore ambivalente (siamo ancora all'inizio e non abbiamo modo di interpretare con relativa precisione un vissuto emotivo-linguistico)...infatti il terapeuta rimane in silenzio nella supposizione che l'informazione sia carente o abbia aperto una breccia...segue un piu o meno lungo silenzio e alla fine la paziente parla...
Saluti,
Luigi
Ps. Mi sta appassionando questo caso!...peccato che sia volontariato!:)
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Ma voi psicologi quando sentite le tragedie altrui siete così cinici e induriti da ascoltare e pensare,caso classico,già classificato,già letto,già sentito,tutto nella norma.Non è una specie di difesa questa desensibilizzazione?Una costruzione di certezze dove non ce n'è?
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Darlinda, da che mondo è mondo i dottori si esercitano sul simulatore di volo!:asd:
Ho amici dottori che sui pazienti conoscono un sacco di barzellette "cattive".:D
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darlinda
Ma voi psicologi quando sentite le tragedie altrui siete così cinici e induriti da ascoltare e pensare,caso classico,già classificato,già letto,già sentito,tutto nella norma.Non è una specie di difesa questa desensibilizzazione?Una costruzione di certezze dove non ce n'è?
E chi ha mai sostenuto questo?
Beh, in una certa misura, non credo nemmeno opportuno un terapeuta così ''empatico'' da farsi venire un attacco di panico anche a lui, che magari si abbraccia alla paziente e, alla fine, visto che certezze non ce ne sono, piangono insieme appassionatamente! O sarebbe meglio così?
A parte gli scherzi, la cosa non è così dicotomica come la descrivi tu, puoi starne certa...fidati.
Saluti,
Luigi
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darlinda
Ma voi psicologi quando sentite le tragedie altrui siete così cinici e induriti da ascoltare e pensare,caso classico,già classificato,già letto,già sentito,tutto nella norma.Non è una specie di difesa questa desensibilizzazione?Una costruzione di certezze dove non ce n'è?
Si tratta di una simulazione per capire quanto e come possa servire una terapia personale per il terapeuta.
Che elementi tipici e ricorrenti possano emergere nell'esperienza clinica è molto importante, riduce un po' la imprevedibilità della condizione psicopatologica.
La cinicità e l'indurimento sono alcune delle varianti e sfaccettature di singoli psicoterapeuti.
Qui siamo psicologi in pantofole, davanti ad uno schermo che scambiano considerazioni elettroniche.
Quindi siamo fittizi e transitori. Non prenderci troppo sul serio.
ciaz.