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Originariamente postato da willy61
Leggendo e rileggendo, mi son venute in mente una serie di considerazioni, non del tutto semiserie, anche se potrebbero sembrarlo.
Io penso che noi psicologi di persone come Carlotta abbiamo un gran bisogno. E' uno stimolo, non sempre piacevole, ma credo utile (quanto meno, per me lo è, in questi giorni) a ripensare continuamente in modo critico quel che facciamo. Una forma di "supervisione" a livello cognitivo (ma non solo) che potremmo praticare più spesso.
Perché mi accorgo che il leggere le sue risposte e le sue riflessioni fa sì che io mi allontani da un pensiero lineare di causa-effetto per scivolare in una forma di pensiero più "circolare", che è in grado di interrogarsi su se stesso. Riflessività.
E penso anche che Carlotta potrebbe trovare un senso al suo studiare psicologia anche assumendo questa funzione, in ambito accademico ma non solo, di "coscienza critica". Potresti, Carlotta, dedicare la tua esistenza a cercare quali siano, se esistono, i meccanismi ed i fattori di cura e di guarigione incorporati nei diversi approcci clinici o terapeutici.
Vedete, sarà un condizionamento culturale, saranno gli anni di lavoro di laboratorio, ma anche a me piacerebbe trovare delle base più "oggettive" per quel che faccio. Certo, leggendo, vedo che qualcosa si fa: i sistemici aumentano il numero degli osservatori e favoriscono così la molteplicità dei punti di vista, ma riescono anche a costruire nella seduta una conoscenza condivisa; gli studiosi dell'"infant research" stanno dando contenuti più oggettivi a quella che viene chiamata "relazione", osservando i comportamenti e la loro sequenza nel tempo. Sarebbe interessante avere una Carlotta che studia come facciamo noi a fare quel che facciamo. E utile anche, che lo scopra o meno.
Buona vita
Guglielmo
Guglielmo,