Originalmente inviato da
willy61
Risponderei una cosa molto semplice: se è una parte di noi stessi, ne siamo coscienti o meno, è noi stessi.
Come farebbe qualcosa di esterno a noi stessi a "farci agire"? (Oh, qualche mezzo c'è, ma è complicato ed invasivo: magnetoencefalografia, stimolazione diretta delle aree motorie... cosette del genere insomma).
Una persona ti si presenta davanti. Tu ti senti a disagio, c'è qualcosa che ti provoca un senso di rabbia e di odio.
Normalmente, diresti: "Quella persona è insopportabile". Ma le sensazioni sono tue, e un'altra persona - diversa da te - avrebbe magari reagito diversamente. E quelle reazioni sono, in realtà azioni, azioni tue. Che dipendono dalla tua personale, specifica e unica neurobiologia, storia, ambiente familiare, cibo preferito... Tutte cose tue, no?
Ora c'è sempre una strada differente: quella di fermarsi e chiedersi: cosa sento? Quel che sento, che emozioni mi suscita? E a quali ricordi, pensieri immagini sono collegati questi sentimenti? A quale parte della mia storia, delle mie relazioni, rimandano?
Per quanto riguarda le ghiande,penso ci sia una parte di verità. Nel senso che il nostro temperamento, quella parte di noi stessi che attiene alla manifestazione del codice genetico, è un dato. In qualche modo un fato. Ma non è un destino.
Fato degli uccelli è avere le ali, ma non è loro destino morire per non essere capaci di volare.
Nostro fato è morire. Ma non è scritto da nessuna parte come.
Ghianda è fato. Quercia è destino. Sono due cose diverse.
Buona vita
P.S.: Circa la differenza tra fato e destino, mi limito a riportarti un passo di Alexander Lowen. Lowen scriveva cose molto complesse in uno stile molto semplice e, forse, è anche per questo che viene letto così tanto e compreso così poco.
"...Uno degli argomenti di questo libro è che il carattere determina il fato.
Per carattere si intende il modo di essere o di comportarsi tipico, abituale o 'caratteristico' di una persona.
Definisce un insieme di risposte fisse, buone o cattive, indipendenti dai processi mentali coscienti.
Non possiamo cambiare il nostro carattere con un'azione cosciente, perché non è soggetto alla nostra volontà.
Di solito non siamo neppure coscienti del nostro carattere, perché diventa per noi come una 'seconda natura'.
Il fato, come il carattere, può essere buono o cattivo.
Nella definizione di fato non c'è nulla che implichi una valutazione negativa.
Il fato non è sinonimo di condanna.
E' vero, il fato dell'uomo è morire, ma è anche di vivere.
I dizionari definiscono il fato come "quel principio o causa determinante o volontà secondo cui in generale si suppone che le cose siano di un certo tipo o gli avvenimenti succedano in un certo modo; la necessità della natura".
Gli avvenimenti accadono in un certo modo per le leggi di natura.
Così, che lo chiamiamo fato, legge della natura, o Dio, con questi termini vogliamo dire che questi avvenimenti appartengono ad un processo che sfugge al controllo umano.
Nella mitologia greca, le divinità del fato erano le Moire.
Si chiamavano Cloto, che filava il filo della vita; Lachesi, che ne determinava la durata; e Atropo, che la toglieva.
Destino è spesso usato come sinonimo di fato, ma le due parole hanno un significato leggermente diverso.
Destino deriva dalla parola destinazione.
Si riferisce a ciò che si diventa, mentre il fato descrive ciò che si è.
E' stabilito che i pesci nuotino e gli uccelli volino.
Questo è il loro fato. Ma non è il loro destino".
A. Lowen, Paura di vivere, Astrolabio, 1982