Paradosso Nevrotico o resitenza al cambiamento...
Come è possibile che un individuo persista in una condotta per lui infelicemente nociva? Cosa determina questa persistenza disadattiva e irragionevole? Cosa resiste al cambiamento? (Castelfranchi, 1999)
Perchè non cambiamo i nostri atteggiamenti nonostante le informazioni che abbiamo a disposizione, gli strumenti cognitivi e gli scopi rendano possibile e opportuno un cambiamento?
Mi sembra una questione non da poco conto per noi psicologi... chi vuole iniziare?
Re: Paradosso Nevrotico o resitenza al cambiamento...
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Originariamente postato da vincentvang
Come è possibile che un individuo persista in una condotta per lui infelicemente nociva?
ciao vincentvang,
non è detto che che l'individuo consideri la sua condotta infelice nè tanto meno nociva, molto più spesso sono gli altri a dire che il suo comportamento è "corrotto"... infatti, come Bateson ci insegna, non esiste l'individuo in sè, ma l'individuo in relazione...
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Cosa determina questa persistenza disadattiva e irragionevole? Cosa resiste al cambiamento? (Castelfranchi, 1999)
forse perchè non è corretto il termine disadattivo e irragionevole? L'osservatore esterno 1(il panettiere, la dottoressa, la madre, il vigile, l'amico..ecc.) ha una teoria sulle cose/persone e su come queste "funzionino". Nel momento in cui osserva che una persona persiste in comportamenti che deviano dalla sua teoria di funzionalità, ecco che inizia a parlare di disfunzionalità, disadattamento, problema, malattia ecc.. L'osservatore decide di intervenire, di dire qualcosa alla persona in difficoltà, magari suggerisce le vie corrette da intraprendere per tornare a stare bene, ma niente! Perchè questa persistenza disadattiva e irragionevole? Stessa situazione, c'è l'osservatore esterno 2(il panettiere, la dottoressa, la madre, il vigile, l'amico..ecc.) . Anche lui ha una teoria di come "funzionino" le cose/persone. La differenza tra l'osservatore 1 e 2 consiste nel fatto che quest'ultimo ha in mente che nella disfunzionalità ci sia qualcosa che funzioni e che dunque sia "normale" persistere con la sua condotta. La domanda che si pone sarà: Cos'è che che ha di adattiva e ragionevole questa condotta?
Adesso, se prendiamo in considerazione la domanda di Castelfranchi: "Cosa resiste al cambiamento?" e prendiamo in considerazione il punto di vista dell'osservatore 1.. questo probabilmente penserà che è impazzito, che sarebbe il caso di inviarlo da uno psichiatra, che è malato. L'osservatore 2 forse farà il seguente ragionamento: Se questa persona persiste con determinati comportamenti potrebbe significare che questi sono adattivi/funzionali per se stesso e per chi gli sta "accanto", dunque se una cosa/situazione funziona, perchè dovrebbe cambiare?
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Perchè non cambiamo i nostri atteggiamenti nonostante le informazioni che abbiamo a disposizione, gli strumenti cognitivi e gli scopi rendano possibile e opportuno un cambiamento?
Qui è molto importante, a mio avviso, cercare di capire che tipo di "osservatori" siamo noi. Uno stesso scenario può essere osservato e vissuto con moltissime lenti e ogni lente ha il suo "effetto farfalla".